Social television: non è Twitter, è la TV

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Il consumo dei prodotti televisivi e il modo di pensarli sta cambiando, come sappiamo, in modo significativo con l’affermazione sociale di piattaforme digitali – con Facebook, Twitter, Youtube in modi estremamente evidenti ormai. Le audience partecipative diventano così un soggetto centrale per molte produzioni e nelle analisi sui pubblici. E sono osservabili in modi nuovi, attraverso la possibilità di raccogliere un’enorme quantità di contenuti complessi e dispersi, di mettere in rapporto reti di relazioni, comunicazioni ed interessi ego-centrati.
A livello accademico, ciò si è tradotto in un crescente interesse scientifico orientato allo studio sia delle pratiche di online engagement che, più in dettaglio, di specifici prodotti comunicativi e forme espressive messi in campo durante la fruizione di programmi televisivi. Nonostante lo scenario ricco di casi empirici, sono praticamente assenti studi cross-genere che mettano a confronto format televisivi diversi e le corrispondenti pratiche di “social TV”. In quest’ottica, con Fabio Giglietto, Laura Gemini e Mario Orefice, abbiamo deciso di confrontare le pratiche di fruizione partecipativa su Twitter attivate da un programma di intrattenimento (X Factor) ed uno di approfondimento politico (Servizio Pubblico).
L’analisi completa potete leggerla nel draft Testi, Consumi Mediali E Pubblici Produttivi in Italia. Analisi Delle Pratiche Di Social TV Da #Xf6 a #Serviziopubblico.. Si tratta di una prima parte della ricerca che abbiamo presentato al convegno Cultural Studies e sapere sociologico.

La sintesi di una prima analisi dei dati raccolti (rimando alle slide per descrizione dei dataset e metodologia) evidenzia una funzione egemonica della realtà televisiva su quella di Twitter: la televisione svolge il ruolo di un vero e proprio medium modellizzante nei confronti di Twitter. Esiste un rapporto di dipendenza puntuale tra contenuti televisivi e comportamenti comunicativi assunti dai pubblici connessi su Twitter. Come scriviamo nel paper, un rapporto fondato:
a. sulla capacità della Tv di imporre i macro-temi di discussione su cui, in un secondo momento, si innestano i vari contenuti prodotti e condivisi online dai pubblici partecipativi e
b. sulla sincronizzazione istantanea delle risposte di questi pubblici al flusso degli eventi televisivi.

Sembra di trovarsi davanti quindi all’esistenza di un potere modellizzante dei contenuti veicolati dal piccolo schermo sulla struttura delle conversazioni dei pubblici connessi online. Questi elementi, in particolare, sono: a) la presenza di routine chiaramente definita ed oggettivata in scalette strutturate in modo altamente strategico, capaci di suscitare reazioni nelle audience partecipative ; b) l’introduzione ad hoc di personaggi, eventi ed elementi allo scopo di produrre picchi di interesse (e di conversazioni) da parte del pubblico (online e offline); c) l’elaborazione, da parte dei produttori degli show, di schemi narrativi basati sull’imprevisto inteso come effetto emergente a partire dalla combinazione pre-stabilita tra gli elementi relativi ai punti a) e b).

D’altra parte, le osservazioni di stampo quantitativo svolte fin qui non ci consentono ancora di comprendere al meglio quanto invasiva sia l’azione modelizzante dei contenuti televisivi, ovvero, se e in che modo si costituisce online uno spazio (abitato da chi?) in cui i pubblici partecipativi producono contenuti a partire dalla condivisione di una semantica sganciata dalla routine di un programma. Né è possibile descrivere chiaramente il rapporto di dominio discorsivo della televisione rispetto alle dinamiche presenti su Twitter (ad esempio se esistano forme di “resistenza” e di che tipo; in che modo gli account ufficiali mettano a tema e in che tempi il flusso tv e quali risposte – ad esempio retweet – vengano dati dai pubblici; ecc.). Ciò, in ultima istanza, sembra suggerire la necessità di considerare il lavoro fin qui svolto sia come un punto d’approdo denso di risultati di natura quantitativa che come uno step propedeutico allo svolgimento di ulteriori osservazioni analitiche. Queste ultime, in particolare, verranno condotte mediante l’adozione di strumenti di tipo qualitativo, tentando di triangolare Big data e Deep data, allo scopo di evidenziare natura e determinanti dei cosiddetti “pubblici partecipativi” nonchè gli stili espressivi e le pratiche discorsive elaborati dagli individui intesi come “fruitori connessi” di programmi Tv.

Il pro­dotto gior­na­li­stico è un vet­tore di rela­zioni sociali

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Il giornalismo si confronta con un ambiente di produzione, diffusione e consumo di news mutato. Lo analizza un rapporto sul giornalismo digitale nelle redazioni co-curato da Pier Luca Santoro. Pier Luca ha intervistato me e altri su questo tema. Riporto qui la nostra chiacchierata.

PLS: Qual è l’impatto dei media digi­tali sul giornalismo?

GBA: I media digi­tali stanno ricon­fi­gu­rando il pano­rama infor­ma­tivo su due livelli: quello della pro­du­zione e distri­bu­zione di con­te­nuti e quello dei let­tori di news. Diventa quindi ine­vi­ta­bile per le testate di orien­tarsi sem­pre di più ad un modello Inter­net first ed a una dema­te­ria­liz­za­zione della pro­fes­sione. D’altra parte la realtà di una frui­zione sociale delle news indica come sia neces­sa­rio entrare nel flusso dei pro­pri let­tori piut­to­sto che por­tarli a sé. Que­ste due con­di­zioni cam­biano quindi anche la pro­fes­sione giornalistica.

PLS: Il citi­zen jour­na­lism, il gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo, è alleato o rivale dei gior­na­li­smo professionale?

GBA: Il con­te­sto che si sta strut­tu­rando vede gene­rarsi un ambiente pro-am in cui dimen­sione pro­fes­sio­nale ed ama­to­riale devono essere nego­ziate. Il gior­na­li­smo par­te­ci­pa­tivo diventa quindi una realtà ancora più com­plessa in cui le forme “dal basso” e quelle pro­fes­sio­nali dell’ edi­to­ria ten­dono a con­ver­gere, gene­rando spazi pro­pri ed auto­nomi così come ambiti com­pe­ti­tivi. Il punto è che la stretta rela­zione fra un gior­na­li­sta e una sua comu­nità di let­tori diventa sem­pre più un nodo cen­trale della pro­fes­sione e quello che la muta­zione digi­tale sta mostrando è come sem­pre di più i con­te­nuti pro­dotti (online) siano stret­ta­mente cari­chi di rela­zioni sociali e dipen­denti da que­sti per la dif­fu­sione e come nel farlo costrui­scano altre rela­zioni sociali. Come spiega Craig Sil­ver­man: “L’obiettivo di noi gior­na­li­sti non è solo quello di infor­mare il pub­blico, ma soprat­tutto con­net­terci alle per­sone attra­verso sto­rie, espe­rienze con­di­vise o gli svi­luppi impor­tanti della nostra società. E al fine di con­sen­tirlo, dob­biamo agire con l’umanità e con i valori e le emo­zioni che ispi­rano una con­nes­sione umana”.

PLS: La soprav­vi­venza dei mestieri legati alla scrit­tura, del gior­na­li­smo, è pro­fon­da­mente legata alla capa­cità di rin­no­varsi e di adat­tarsi alla tec­no­lo­gica e ai nuovi metodi di lavoro da essa impo­sti. Nascono nuove pro­fes­sio­na­lità che un tempo non esi­ste­vano quali il “Social Media Edi­tor” o il “Data Jour­na­list” per fare due esempi. Quali le pro­fes­sio­na­lità richie­ste, il neces­sa­rio livello di spe­cia­liz­za­zione? E quale, se pos­si­bile a defi­nirsi, tra tutte la più importante?

GBA: Credo che il punto sia che ogni gior­na­li­sta dovrà assu­mere que­ste pro­fes­sio­na­lità ed impa­rare a gestire una realtà più com­plessa della pro­du­zione edi­to­riale. Il fatto che esi­sta un social media edi­tor dipende dal limite attuale del sistema edi­to­riale e dall’arretratezza cul­tu­rale. Potrà esserci un armo­niz­za­tore, ma ogni gior­na­li­sta deve saper curare i con­te­nuti nei social media, pro­muo­verli, discu­terli, ecc.

PLS: E’ il gior­na­li­smo ed il mestiere di gior­na­li­sta ad essere in crisi oppure è solo un pro­blema di indi­vi­dua­zione di nuovi modelli di busi­ness da parte degli edi­tori? E’ il digi­tale, Inter­net, che hanno cau­sato la crisi di que­sta pro­fes­sione o la spie­ga­zione è un’altra?

GBA: Esi­ste sem­pre un biso­gno di curare l’informazione solo che il modello edi­to­riale nove­cen­te­sco è diven­tato irrea­li­stico sia per rispon­dere al biso­gno infor­ma­tivo in tempo reale dei let­tori (spet­ta­tori, ecc.), che per quanto riguarda i lin­guaggi usati e la capa­cità di sin­to­niz­zarsi con temi/contesti di let­tura (visione, ecc.). Quindi la crisi ricade sia sul modello edi­to­riale che sulla pro­fes­sione in sé. Il web fa da acce­le­ra­tore di una muta­zione che incro­cia dispo­ni­bi­lità di con­te­nuti e neces­sità di fil­trag­gio e cura.

PLS: Le infor­ma­zioni stanno su Twit­ter ed il pub­blico su Face­book. L’impatto di social media e social net­work come sta cam­biando il gior­na­li­smo ed il mestiere del giornalista?

GBA: Non credo che le infor­ma­zioni stiano su Twit­ter, solo che su Twit­ter abbiamo la sen­sa­zione di vederle emer­gere men­tre su Face­book hanno senso se e per­ché fini­scono nel flusso dell’utente. Pro­getti come Paper di Face­book mostrano come sarà pos­si­bile inte­grare flussi sociali e news e spe­ri­men­tare la realtà della social news in modi più com­plessi. Al momento, se pen­siamo all’Italia, l’élite politico-giornalistica che abita su Twit­ter auto­le­git­tima que­sto come ambiente infor­ma­tivo che però è sem­pre più distac­cato dal pub­blico non eli­ta­rio delle news. Imma­gino avremo tra­sfor­ma­zioni presto.

Ask.fm non ha istigato al suicidio

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E’ difficile costruire una narrazione corretta sul bullismo online come ho cercato più volte di spiegare. Tanto più quando gridiamo titoli in cui è il web che uccide i ragazzi o Ask.fm che istiga al suicidio.

Il caso di Nadia, 14 anni, che si è lanciata dall’altezza di 30 metri il 9 febbraio 2014 uccidendosi e che aveva un profilo su Ask.fm con il nome di Amnesia, ha riempito le prime pagine con la tesi della correlazione diretta: suicida a causa degli insulti e dell’odio online.

Oggi il giudice archivia la causa perché non c’è stata istigazione al suicidio.  E scopriamo che accanto agli insulti online, Amnesia, aveva ricevuto offerte di aiuto. Così come nel suo mondo quotidiano. Non è bastato.

il magistrato ha dovuto tenere conto anche dei cinque biglietti di addio lasciati dalla ragazzina ai familiari. Biglietti in cui non c’è alcun riferimento agli insulti e alle provocazioni in rete. Nadia, peraltro, aveva risposto 1.148 volte a sollecitazioni idiote come (bisogna dirlo) a offerte d’aiuto. Non solo. Una compagna di scuola l’aveva scoperta nel bagno dell’istituto con la mano insanguinata, mentre nell’altra teneva una lametta: un episodio riferito a un’insegnante che aveva informato il dirigente scolastico pronto ad avvertire la famiglia. E gli incontri tra Nadia e una psicologa erano già stati fissati mentre lei aveva preannunciato al fidanzatino: «Mi uccido domenica alle 5».

La notizia è riportata nella cronaca locale, forse valeva una riflessione sulle stesse pagine dei grandi quotidiani nazionali che ne avevano parlato a febbraio. Per capire meglio questa continuità tra online e offline; per capire quali forme prende il disagio nella complessità delle vite dei ragazzi.

Capita a volte che il dolore che la normalità del quotidiano produce off line sia da osservare con altrettanta attenzione di quanto ci sembra di scorgere online.

Tra il dovere di cronaca e il voyeurismo mediale: l’immagine della morte di James Foley

Aleppo - 07/12

[Immagine da http://www.freejamesfoley.org/%5D

Isis ha decapitato il giornalista americano James Foley rapito dagli jihadisti sunniti nel novembre 2012. La notizia – e il video diffuso dagli assassini – viene data da moltissime testate anche attraverso i diversi social network, nell’esigenza di sintesi tra testo e scelta di eventuali immagini. Trattandosi di un fatto cruento la forma diventa significativamente contenuto.

YouTube, ad esempio, rimuove il video (che tende a ricomparire: siamo nell’epoca della riproducibilità digitale). Io ritengo che si possa evitare di guardare questo video, anzi che non guardare quel video è un atto di resistenza alla barbarie politica e mediale.

Il valore documentale e di testimonianza di queste immagini sono però indubbie. Servono anche a certificare (o meno) l’accadimento. Le testate straniere hanno, ad esempio, meno certezza di quelle italiane sull’autenticità. Sono però le prime ore, dovremo aspettare.

Nel modo di dare l’informazione si coglie però l’esistenza un crinale sottile tra il dovere di cronaca e l’idea di pubblica opinione che abbiamo in mente, tra il raccontare il fatto e incedere nel voyeurismo mediale, quasi sconfinando nel genere gore. Un crinale che forse il giornalismo deve considerare come un problema da porsi in modo costante, tanto più in un momento in cui vive la relazione fra il fatto e il click sul link come l’unica possibilità tra la vita e la morte (della testata): l’obiettivo è contare i lettori e rivenderli.

Il Corriere.it lancia la news, segnala il video e sente il bisogno di rinforzare il tweet mostrando in modo esplicito il momento dell’uccisione.  Ne è nata una discussione sulla mia pagina Facebook particolarmente interessante che vi lascio come approfondimento.

Quel tweet questa mattina è stato cancellato. Ce n’è un altro con la stessa notizia ma con immagine diversa.

Confrontate le immagini:

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Un’immagine shockante ha un indice di attrattività più alto? Riesce a smuovere le dita di un’opinione pubblica in cerca di sensazioni forti? Fare giornalismo significa smuovere l’indignazione e la rabbia facendo leva sul trauma visivo? Raccontare ed informare significa unicamente far vedere? La notizia diventa “reale” solo attraverso la sua immagine?

Questo uso delle immagini da parte del giornalismo richiama la lezione di Jean Baudrillard. La vera violenza dell’immagine sta nel far scomparire la realtà collocandola in un regime di visibilità assoluta. Tutto deve essere visibile, tutto il reale deve farsi immagine. Viviamo ciò che vediamo. L’immagine è per il presente, ha sempre meno la funzione di ancoraggio per la memoria.

È d’ altronde proprio nel fatto che qualcosa in essa è scomparso che risiede la seduzione, il fascino dell’ immagine, ma anche la sua ambiguità; in particolare quella dell’ immagine-reportage, dell’ immagine-messaggio, dell’ immagine-testimonianza. Facendo apparire la realtà, anche la più violenta, all’ immaginazione, essa ne dissolve la sostanza reale. È un po’ come nel mito di Euridice: quando Orfeo si volta per guardarla, Euridice sparisce e ricade negli inferi. Così il traffico di immagini sviluppa un’ immensa indifferenza nei confronti del mondo reale.

Forse vale la pena domandarsi come creare un ambiente informativo che produca differenza nell’opinione pubblica rispetto all’indifferenza.  Nella catena di retweet che condividono l’immagine dello sgozzamento o rilanciano il video con estrema velocità c’è il rischio dell’indignazione istantanea che si perde lungo la timeline, catarsi di ogni responsabilità. Più difficile, forse, informare e rispettare la morte.

 

IJF come commons. Il festival del giornalismo e la sua comunità

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L’esperienza di finanaziamento dal basso del Festival internazionale del giornalismo di Perugia rappresenta per me, Augusto Valeriani ed Elisabetta Zurovac un’importante opportunità per studiare molteplici aspetti collegati alle trasformazioni nel giornalismo, nella cultura giornalistica e nell’organizzazione degli eventi culturali in Italia e a livello internazionale. Per questo abbiamo deciso, con il sostegno degli organizzatori del Festival (vero Arianna Ciccone e Chris Potter?) , di avviare una ricerca.

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Dal post di Arianna che sanciva la chiusura del Festival “Stop at the Top” per la continua difficoltà di (sotto)finanziamento pubblico al lancio di una campagna di crowdfundingStay at the Top” che li ha portati in 90 giorni a raccogliere 115.420 euro c’è di mezzo una comunità di persone. Una comunità che nel Festival si riconosce, che trova “senso” nel partecipare e contribuire e che ha deciso di sostenerlo e, forse, di restituire un po’ di quel capitale affettivo e cognitivo che il Festival ha saputo donare loro in questi anni.

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Abbiamo deciso di indagare questa comunità e di raccontare i primi risultati raccolti in concomitanza con #ijf14, per restituire ai tanti che hanno risposto al questionario (il tasso di risposta è di quasi il 30%, alto per un questionario online come il nostro) il senso della loro partecipazione. Una comunità composta per il 60% da pubblico del Festival e dal 21% da speaker degli eventi (“ho partecipato almeno una volta come speaker”) e in misura minore da volontari e staff. La maggioranza ha già partecipato ad esperienze di crowdfunding (60%). D’altra parte si tratta di una platea sufficientemente colta o attenta all’ambiente web: il 26% sono giornalisti, il 10% lavora in professioni del web e il 12% sono liberi professionisti.

C’è poi un 40% che non ha mai partecipato a forme di finanziamento grassroot e che, come vedremo, lo ha fatto perché si sente parte di questa community che #ijf ha saputo costruire.

L’analisi scientifica e referata, quella che darà conto di metodologia e questionario somministrato, quella da proporre a riviste classificate, seguirà. La raccoltà dati è, d’altra parte, conclusa da pochissimo. Ma abbiamo ritenuto fosse giusto che nel nostro percorso scientifico rientrasse anche un confronto urgente con la comunità indagata (intanto i donor singoli) e che potessimo ripagare da subito la disponibilità che abbiamo avuto da loro, e da Chris & Arianna in questi mesi.

Il Festival come forum di discussione sul giornalismo, tra appassionati e professionisti

Il primo dato è che il Festival “crea una comunità tra chi è interessato al giornalismo e chi lo pratica” (68%), ha una sua natura pluralista al di là delle specializzazioni e questa sua natura di comunità, come vedremo, è probabilmente alla base della possibilità di autofinanziamento dal basso che è stata costruita.

Il Festival come forum di confronto per la professione giornalistica capace di raccontare l’innovazione ai tempi della Rete.

Ma è anche forum privilegiato di discussione sul giornalismo, cosa che sembra riuscire meno all’Ordine dei giornalisti che per l’80% non riesce a favorire il confronto e la riflessione comune tra giornalisti, “rende difficile il confronto con le altre professioni dell’informazione e gli altri attori sociali” (37%) e “rende difficile l’innovazione delle pratiche e dei prodotti giornalistici” (più del 60%). Mentre il Festival “tratta le trasformazioni del giornalismo all’epoca di Internet” (79%), sa quindi raccontare questo passaggio d’epoca di una professione ed i un modo di informare sul mondo e lo fa con respiro internazionale (“E’ un evento sul giornalismo realmente internazionale” per l’88%).

Il finanziamento di #ijf14 tra fiducia e amore

Il 46% ha trovato i motivi del suo finanziamento nel legame sviluppato nel tempo con il festival o con Arianna (“ho a cuore il festival”, “volevo ripagare per quanto ho avuto gratis per anni”, “volevo sostenere la campagna di Arianna Ciccone”). Le dinamiche del crowdloving che si associano ad un’economia del dono.

Non c’è solo affetto nella comunità ma anche fiducia consapevole nella competenza: il 35% avrebbe finanziato qualsiasi altra campagna giornalistica lanciata da Arianna o da Valigia Blu perché si fida delle competenze di Arianna (55%), o perché apprezza/crede nel progetto Valigia Blu (30%).

Una comunità attiva online e offline

E’ alto il numero di donors che ha condiviso sui social network contenuti prodotti da altri sulla campagna (60%) e il 38% ha prodotto contenuti propri per pubblicizzarla. I finanziatori hanno partecipato con convinzione e in modo attivo, diffondendo il messaggio e facendosi portatori di un’iniziativa in cui credevano. La loro partecipazione non si è fermata quindi all’atto del donare ma ha cercato di sviluppare e rendere visibile il legame sociale che sta dietro la loro volontà di donare. E non solo online: il 43% ne ha parlato ad amici e conoscenti.

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Il Festival è stato trattato in pratica come un bene pubblico, un commons di tipo cognitivo, una di quelle cose che è capace di unire professionalità e semplice interesse amatoriale, che viene riconosciuto come generatore di valore capace di costruire attorno a sé una community.

Alla fine c’è amore per il Festival, Arianna &Chris ma anche qualcosa di più, che ha a che fare con il rapporto che hanno costruito con il pensare il giornalismo in questo Paese. E anche fuori di qui.

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L’amicizia su Facebook non si chiede: si negozia. Il racconto del rapporto tra genitori e figli in un ambiente connesso

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La relazione tra genitori e figli è sempre complessa. Tanto più in un contesto comunicativo che vede la diffusione nella realtà quotidiana di strumenti di connessione permanente e lo sviluppo di una narrazione nei media informativi su giovani e Internet spesso suggestiva e fuorviante. Il fatto ad esempio di pensarli come “nativi digitali” porta a raccontarli come una generazione che ha come dato naturale una competenze per il digitale che noi non abbiamo, come una specie frutto di un adattamento darwiniano all’ambiente online. Il che si traduce spesso in una deresponsabilizzazione del mondo degli adulti che interviene solo quando si trova di fronte ad evidenti storture: cyberbullismo, sexting, hate speech, ecc.

Tutti concetti, tra l’altro, che trattiamo in modo a-problematico e non come fattori culturali di una relazione consistente tra online e offline che incide su un’unica vita, quella dei nostri figli (dovremmo provare a rileggere il sexting il cyberbullismo lungo i confini di una mutazione antropo-sociale, ad esempio).

Proviamo piuttosto a focalizzarci su una narrazione capace di mettere in luce come il problema sia di cultura e di consapevolezza – che non è solo come si usano gli strumenti ma il “senso” che attraverso essi costruiamo. Pensiamo allora come possiamo da genitori, insegnanti, mondo degli adulti, partecipare a costruire questa nuova narrazione.

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Il blocco di Twitter in Turchia: tra doppia morale ed effetti perversi

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Non sappiamo abbastanza sull’impatto relativo dei social media sui movimenti tanto da poterci fare un’idea definitiva sul tipo di mutamento che stanno creando nei modi in cui si svolgono azioni collettive come quelle di protesta.

Possiamo però continuare ad osservarne l’evoluzione, calandoci nel fenomeno vivo, quello che riguarda cittadini, istituzioni, movimenti e media nei diversi Paesi laddove emerga con evidenza.

Come ci sta mostrando di nuovo la Turchia in questi giorni. In Turchia abbiamo già potuto osservare nei giorni di #occupygezi come su Twitter 3 milioni e mezzo di cittadini abbiano parlato al paese (la maggior parte dei tweet era in lingua turca), si siano auto organizzati e abbiano dato visibilità al dissenso anche a livello internazionale (con tweet in inglese, immagini reportage, ecc.).

Giovedì 20 marzo durante un comizio elettorale il premier turco Erdoğan ha detto: “Estirperemo Twitter e gli altri, non mi interessa cosa dice la comunità internazionale”. E il 21 marzo molti account sono diventati irraggiungibili spegnendo, di fatto, Twitter in parti via via crescenti del paese. Opera dell’autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione turca (BTK) che ha esercitato il suo potere di oblio dei contenuti a partire dal potere conferitogli da una “legge bavaglio” su Internet osteggiata dall’opposizione.

La reazione è stata immediata: hanno cominciato a circolare online e offline le informazione di come cambiare i nomi di dominio (DNS) su cellulari, tablet e computer, i consigli per usare VPN e utilizzare Tor per violare il blocco .

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LA MUTAZIONE CHE VEDO ATTORNO A ME. PROVE DI PENSIERO DI GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

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