E’ una questione di misura

È una questione di misura.

Spesso le conversazioni in Rete mancano di questa “misura”.

Lo abbiamo visto in questi giorni, ne abbiamo parlato. La condizione di “privato in pubblico” che spesso si crea in un social network porta ad esaltare il linguaggio semplificato ed emotivo della contrapposizione e la forza delle idee spesso retrocede di fronte all’attacco alla persona.

Non è che però fuori della Rete si scherzi:

A dare un’idea di quel potrebbe essere il “limite” da imporre ai contenuti che viaggiano in Rete è stato il presidente del Senato, Renato Schifani, il quale ha affermato, in sostanza, che Facebook è più pericoloso dei gruppi extraparlamentari degli anni 70. “Si leggono dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni 70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange”

Mi chiedo cosa pensi il Presidente Schifani di quando l’etero-alimentazione all’odio corre in prime time nei telegiornali di maggior ascolto sulle corde delle dichiarazioni di Ministri della Repubblica, senatori, deputati e giù a scendere. La maggioranza degli italiani si informano lì, su TG1 e TG5 la sera.

Gli “inni all’istigazione alla violenza”… è una questione anche di linguaggio. Qualcuno si ricorda Brunetta che dice:

“lo standard con la mia riforma diventa esigibile cosicché il cittadino che non riceve un dato bene o un servizio, secondo lo standard può dire al funzionario: ‘Io ti faccio un mazzo così’. Io non voglio un paese di contenziosi, ma questa riforma è il bastone in mano al cittadino”

Lo trovate nel suo sito, in Rete.

È una questione di misura.

Essere un gruppo in Facebook: usati dalla Rete

Provate ad immaginare.

Immaginiamo che decidiate di iscrivervi ad un gruppo su Facebook perché vi riconoscete nei suoi contenuti esplicitati nel nome del gruppo come “noi che siamo cattolici”, che vi sentite rappresentati dall’essere lì dove, magari, ci sono altri come voi di cui siete “friend” e che nell’essere connessi, così, anche simbolicamente, è una cosa in cui vi riconoscete. Poi immaginate che un giorno il gruppo muti il titolo in “noi che vorremmo il Papa morto”. D’accordo ho estremizzato ma ho reso l’idea?

Voi ci mettete la “faccia” lì, o almeno la vostra iconcina-avatar, c’è il fatto che venite definiti “fan”, c’è, in qualche modo, la vostra reputazione esposta. Se il gruppo cambia di segno e non vi rappresenta più rischiate di mettere la “faccia” rappresentando ciò che non vi rappresenta.

Se poi pensate a quanti gruppi ci si iscrive spesso con leggerezza e superficialità, spesso dimenticandosene… Come mettersi una spilletta carina che ti dimentichi lì sulla maglietta. Solo che durante la notte la spilla cambia e inneggia all’odio, ad esempio, e che la tu maglietta è in pubblico e sopra c’è la tua faccia.

Ieri, dopo il gesto di aggressione di Tartaglia a Berlusconi e l’escalation di conversazioni (e conflitti) in Rete, abbiamo cominciato ad assistere al mutamento del nome di alcuni gruppi, nati con i fini dichiarati più diversi,  per trasformarsi in gruppi di “Solidarietà a Silvio Berlusconi”.

Gruppi in qualche modo “fake” con numeri elevatissimi di iscritti che hanno lasciato straniati molti degli stessi:

ATTENZIONE:GLIAMMINISTRATORI DI QUESTO GRUPPO HANNO MODIFICATO IL NOME DA “SOSTENIAMOIL MADE IN ITALY” A “SOSTENIAMO SILVIO BERLUSCONI”…altro che 390mila iscritti. siete4gatti..PER FAVORE COPIATE, INCOLLATE E USCITE DAL GRUPPO

ma vergognatevi ! come siete ridotti sepre a manipolare le persone a vostro favore. mai mi sono iscritta a questo gruppo pur condannando l’ episodio di violenza e tantanto meno ne voglio far parte ora . che venduti che siete

I gruppi che hanno mutato la loro natura sono diversi (grazie a Jacopo, Pier Luca e Catepol per alcune segnalazioni), come “I LOVE ITALIA” che diventa “BiDPLUS AUGURA UNA PRONTA GUARIGIONE AL PRESIDENTE SILVIO BERLUSCONI”, “No a facebook a pagamento nel 2010, servono 10.000.000 iscritti!” che diventa “SOLIDARIETA’ A SILVIO BERLUSCONI” o “Made in Italy” che diventa “Sosteniamo SILVIO BERLUSCONI contro i FAN di massimo TARTAGLIA” (ne abbiamo parlato ieri anche su FriendFeed – e questo post, di fatto, si deve alle conversazioni dei tanti che sono intervenuti).

Da un gruppo in cui sei iscritto che aveva un contenuto tutto sommato light ti ritrovi a sostenere una posizione “politica”. E forse non ti sei veramente iscritto a quel gruppo e reagisci con forza:

chi mi ha iscritto a stò gruppo??? andatevene a fanculo…

La crescita di numero degli utenti Facebook, le diverse esperienze dei linguaggi digitali e gli analfabetismi correlati, la scarsa percezione della propria sovraesposizione e la leggerezza della partecipazione (“accetto il gruppo, tanto che mi costa?”) richiedono una crescita della cultura dell’uso e dell’abitare i social network che deve partire anche dalla Rete stessa. Questo è il senso ad esempio del gruppo su Facebook “LE BUFALE SU FACEBOOK: NON CASCATECI!!!” o dell’approccio pedagogico all’uso dei settaggi nelle informazioni relative alle variazioni di nome dei tuoi gruppi.

Resta il fatto che i gruppi su Facebook sono forme di potere e di controllo che semanticamente si discostano dal’idea di “essere un gruppo”. Il fondatore ha un potere sugli iscritti che può esercitare accettando ed eliminando,  costruendo ed oscurando conversazioni e mutando la natura del gruppo stesso come nei casi estremi citati. Dietro l’appartenenza spesso risiede una superficialità della connessione che però può essere utilizzata strategicamente da chi gestisce il gruppo, ad esempio attirando “quantità” di utenti per trasformare “qualitativamente” i numeri: i 403.299 membri di Sosteniamo SILVIO BERLUSCONI contro i FAN di massimo TARTAGLIA iscritti per sostenere il Made in Italy.

Pensiamola nei termini del Marketing: io mi iscrivo al gruppo “quelli che amano il cioccolato” e mi ritrovo dopo alcuni mesi nel gruppo “quelli che amano Nutella”.

Forse dovremmo avere più attenzione, Anche l’iscrizione superficiale e deresponsabilizzata, giocosa e fatta per intrattenimento, diventa così un gesto politico. Come tutto l’abitare la Rete.

E anche chi osserva dall’esterno per alimentare un giudizio sulla Rete, giornalisti, politici, ecc. prima di giudicare a partire dai numeri dovrebbero tenere conto della fenomenologia dell’abitare la Rete, con le sue storture e le sue bellezze.

Il “lancio” dell’odio in Rete: sovraesposizione e controllo

L’atto violento del lancio di una riproduzione del Duomo di Milano da parte di Massimo Tartaglia, persona con problemi psichici, che ha spaccato un paio di denti a Berlusconi lasciandolo sanguinante dopo un comizio non è privo di conseguenze per la Rete.

Se prendiamo quella grande metafora che è diventata Facebook (o forse una sineddoche) nel descrivere la Rete e quello che accade in Rete, allora il moltiplicarsi di status update sulla vicenda Tartaglia-Berlusconi, di gruppi, di fan page, ecc. costituisce una buona argomentazione per quotidiani ed approfondimenti giornalistici in TV che riprendono le “conversazioni” e il loro tono. Finalmente, si dirà, la Rete riesce ad avere una sua centralità nel rappresentare l’opinione pubblica. Dipende dal tono e dallo stile che le “conversazioni” adottano.

Per capirci ecco alcuni gruppi/fan page (non riporto link, se volete cercateveli. Riporto invece dei contenuti delle bacheche in ordine casuale a mo’ di esempio e i numeri di membri/fan alla mezzanotte del giorno del fatto):

Santifichiamo subito Massimo Tartaglia per aver colpito Berlusconi!!! 223 membri

XXX “Massimo Tartaglia ha fatto ciò che tutti noi abbiamo solamente pensato e mai fatto perchè la violenza è sbagliata e non giusta… Tuttavia se lo merita per tutte le stronzate che ha fatto in Italia e per tutti i soldi che ha rubato… Ma come tifoso milanista ho solo una cosa da dire: “GUARISCI PRESTO PRESIDENTE”…”

XXX “l’odio che ho per quest’uomo mi fa gioire anche davanti ad un atto di violenza. berlusconi è un criminale quindi non mi dispiace affatto che sia stato toccato. visto che la giustizia non lo può toccare…”

XXX “Ke skifo di persone ke siete.. cm potete ridere su una cosa del genere?.. Vorrei vedere se accadesse a voi.. vergognatevi..”

MASSIMO TARTAGLIA VERGOGNA! SOLIDARIETA’ A BERLUSCONI 235 membri

XXX “DI PIETRO VERGOGNA …. (non sai nemmeno parlare)!!!!!!!!!! FORZA SILVIO….”

XXX  “povero silvio! appena ti riprendi rompigli il culo a quel bastardo!”

XXX “no alla violenza ma io sa quante botte darei a di pietro!”

Siamo tutti Massimo Tartaglia (aggressione a Berlusconi) 294 membri

XXX QUESTO GRUPPO E’ CONTRO LA VIOLENZA. E’ NATO PER PROVOCARE GLI ANIMI E ACCENDERE UNA DISCUSSIONE SULLE VIOLENZE MEDIATICHE CHE ABBIAMO SUBITO E SUBIAMO OGNI GIORNO DALL’ATTUALE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO IN MODO DIRETTO E ANCHE INDIRETTO

XXX MA VERGOGNATEVI, FATE SCHIFO ! BASTARDI COMUNISTI !

XXX quante stronzate…tanti discorsi,tante minchiate sulla violenza,su tonnellate di minchiate…vai massimo,hai fatto bene,…io avrei fatto di peggio

XXX s”siamo tutti massimo tartaglia? no siete tutti degli idioti

Anche sul versante Europeo:

Yo me alegro de que Massimo Tartaglia le partiera los piños a Berlusconi 8 fan

Oppure la pagina di Massimo Tartaglia, pagina fake aperta a poche ore dal fatto su Facebook, che ha 33.316 Fan (per ora) e in un suo status update dice:

Massimo Tartaglia  o mia bela madunina, che te tiro de luntan…” con 1492like e 432 commenti

È evidente, non è “opinone pubblica”, ma rappresenta il paese?

Quello che è certo è che da ieri sera i media generalisti (lo speciale del TG1 ad esempio) hanno mostrato  della Rete solo questo volto, soffermandosi sulle forme “becere” e quelle capaci di rappresentare “violenza”. E che le dichiarazioni che troviamo oggi sui giornali tematizzano il clima dell’odio nel Paese rappresentato in Rete. Durante una conversazione a Mattino 5 Belpietro chiede all’Onorevole Mantovani cosa ne pensa del clima d’odio che è emerso su blog e siti (pensa a Facebook, ma dice “blog e siti”) e se si stia facendo qualcosa. Mantovani risponde che interverrà certamente la polizia postale nell’individuare coloro che in Rete… ecc.

Un’occasione per riprendere il tema del controllo della Rete… dall’alto.

È evidente che la Rete non è semplicemente la rappresentazione della società ma è il luogo nel quale le forme della società si esplicitano e si riproducono e diventano oggi sempre più permanenti e ricercabili – pensate a GoogleReal Time Search e a come rende esplicite con una semplice ricerca le conversazioni su temi e persone nei social media. Le conversazioni “pubbliche” (profili aperti, gruppi, ecc.) sono (anche) un condensato di umori in tempo reale, urgenze spesso dettate da bassa riflessione, come se ci si trovasse in un luogo semi-pubblico (un bar di quartiere che frequentiamo? metafora da prendere con le pinze, solo per capirci) e si urlassero le proprie opinioni esponendosi a quelle altrui, quasi sempre sopra le righe (come quando si parla di ploitica o di sport). Il senso di (ir)responsabilità rispetto a ciò che si afferma nella volatilità delle parole dette al bar non trova un corrispettivo in una conversazione in Rete dove la permanenza e la visibilità pubblica  è potenzialmente illimitata nel tempo e nel numero di lettori (quante (e quali) persone possono “leggere” quel che diciamo al bar?).

Quello che è accaduto ieri in Rete è un po’ simile e un po’ diverso. Abbiamo l’apertura di spazi ad hoc su un evento nel quale le persone hanno aderito spesso “umoralmente”, per riconoscersi e distinguersi, con una conversazione “urlata”, con forte contrapposizione, con una percezione senza fine tuning della propria esposizione pubblica. È interessante ad esempio vedere come a gruppi inneggianti l’atto di sfregio a Berlusconi si siano iscritti, risultando fan, persone per controbattere ed offendere coloro che inneggiavano. Si è trattato quindi spesso di conversazioni non monocolore, dove stupidità ed opinioni si sono miscelate nel basso continuo dell’esprimersi in Rete, quindi pubblicamente, ma con l’emotività mediale che la vita sovraesposta nei social network produce. Una situazione complessa, certo.

Ho la sensazione che questo fatto rappresenti oggi un punto di non ritorno per la consapevolezza dell’esistenza della Rete e delle comunicazioni di massa sovraesposte in tempo reale.

Benvenuti a Twitterlandia

Twitter in lingua italiana. Una buona cosa per stimolare l’accesso della cyberborghesia. Non che la via non sia abbastanza tracciata. Se confrontiamo i dati di FriendFeed (160.000 visitatori unici) e quelli di Twitter (700.000) in Italia è evidente quali delle due piattaforme di social network sia più clanica . Si tratta unicamente di una comparazione sulla diffusione “generalista” di due realtà che hanno funzioni comunicative e pratiche diverse. E la comparazione, a onor del vero, dovrebbe tener conto anche dalle forme comunicative prodotte in questi sSN.

Come la pensano a twitterlandia è però evidente: in Italia twitter sarà (è?) un mix giocoso tra informazione leggera ed intrattenimento giovanilistico. Almeno a leggere il loro comunicato stampa via blog:

Potrete seguire famosi giornalisti come @beppesevergnini oppure radio come @radiodeejay, la radio di Linus & C. o ancora una delle più famose cantanti italiane, Laura Pausini (@officialpausini).

Non proprio tra i miei contatti. Ma vediamo i loro ultimi tweet.

Severgnini ammiccante…

Radio DeeJay che twitta da FriendFeed :)

Pausini markettara, nell’impersonale uso dell’ufficio stampa via Twitter…

Se pensiamo alla vision che Twitter propone

Ora che le conversazioni su Twitter si arricchiscono di punti di vista sempre più diversificati a livello globale, il network di informazioni continuerà a crescere in ogni angolo e fessura del pianeta. Più eventi saranno condivisi, più conoscenza e consapevolezza si diffonderà e i milioni di persone che alimentano Twitter influenzeranno altri milioni di persone con i loro tweet.

… direi che il loro modo di presentarsi in Italia risulti abbastanza miope. O meglio: è pensato per chi si riconosce come parte di un “pubblico”, quello dei media generalisti. Un primo passo. Magari l’abitare l’ambiente twitter farà poi scoprire la dimensione conversazionale che forse è più interessante. Sarà per quello che la proposta di mettere in connessione i pubblici passa per una proposta pizzatwit:

E quale modo migliore di festeggiare il lancio di Twitter in Italia? Un bel Tweetup a base di pizza, amici e tweet. I nostri amici di @pizzatwit saranno felici di organizzare un pizza party e se volete incontrare un sacco di nuovi amici e twittare tutta notte, vi consigliamo di seguire il loro account e di aiutarli ad organizzare uno dei loro famosi Twitter Pizza Party!

La “normalizzazione” mediale del male

Papa Benedetto XVI tematizza la “normalizzazione” mediale del male e lo fa con durezza:

Ogni giorno [...] attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci [...] tendono a farci sentire sempre spettatori, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti attori e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri

I giornali, la televisione, la radio. La responsabilità è dei media di massa, quindi, di quelli che rappresentano (costruiscono?) l’opinione pubblica. O forse, piuttosto, di coloro che producono l’informazione professionalmente.

Se penso ai recenti problemi tra Chiesa e media mi vengono in mente le vicende della Padania e Tettamanzi o di Boffo e Il Giornale (o dovrei dire Feltri). Ma non penso che il discorso del Pontefice come “atto di venerazione a Maria” abbia questa natura politica.

Culturalmente sottolinea in maniera forte un rapporto tra Media e Male che mette in relazione la natura novecentesca della comunicazione e la natura banale del male, che si è quotidianizzato più dietro all’incapacità di pensare che alla stupidità (e qui la lezione di Hannah Arendt credo resti un punto fermo) e attraverso il suo modo di essere trattato e rappresentato negli strumenti del comunicare. E il trattarci dei media come pubblico “passivizza” e quindi “immunizza” al male, creando estraneità.

Ma c’è un secondo punto, sottolineato in un altro passaggio:

Nella città vivono o sopravvivono persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. È un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà

Gli invisibili. Oggetto della comunicazione, spesso in negativo. Protagonisti perché marginali. Le luci si accendono su di loro quando sono trasformabili in immagini-notizia, quando vale la pena rappresentarli. Fino a dimenticarli.

Non è che da questa parte dei media, nella Rete cioè, si faccia molto di meglio. Sarà per la natura molle del nostro abitare. Eppure è forse solo da qui, dentro territori mediali dove possiamo esporre ed esporci “senza falsa pietà”, dove possiamo rappresentare senza consenso di share, che troviamo oggi le gemme di un modo diverso di raccontare e di fare informazione. Se solo contassimo qualcosa

Mad men: il futuro della pubblicità

È un momento di grande trasformazione per il mondo della pubblicità. Anche in Italia. Prendiamo un “segnale debole”. La crisi economica incide pesantemente, si perdono clienti o questi rivedono i loro investimenti, la McCann Erickson licenzia quattro creativi così:

I 4 sfortunati colleghi sono stati convocati di “sopra”, con “scuse varie”.

Gli è stato comunicato il licenziamento e, tornati “giù”, hanno trovato il loro Mac spento. Non gli è stato possibile portare via nulla.

Il licenziamento sembrerebbe aver colpito il reparto creativo.

Uno dei licenziati sarebbe padre di due bambini.

“il tuo stipendio è troppo alto per il ruolo che ricopri” 2500 euro al mese (ngp -nota gola profonda).

I dipendenti Mc Cann ieri hanno dichiarato uno sciopero e oggi dovrebbe esserci un’altra assemblea.

A quanto pare, altri nove dovrebbero essere licenziati a breve.

Era da almeno sei anni che non si registrava uno sciopero nel nostro settore,

Una brutta situazione, non c’è che dire. Ma è anche un’occasione che ha prodotto una conversazione in Rete (FriendFeed, Twitter, Facebbok, blog vari…: interessantissima quella a “casa” di Marco Massarotto) che, al di là del fatto stesso, rappresenta un’occasione di riflessione in pubblico (certo: solo “qui” dentro, non sui media “veri” quelli che contano, giornali e TV) come sintetizza Roberto Venturini:

Oltre che sullo specifico di McCann comunque è interessante il ragionare sul futuro (o meno) dei modelli classici della pubblicità e di quelli delle agenzie…

Questo per me è il punto. Ho letto cose giustissime sul piano tecnico (dalle gare senza rimborso ai rebates o overcommission, dalla ristrutturazione delle agenzie con esternizzazione dei centri media agli sprechi anni ’90) ma la questione che mi sembra debba emergere è: quali sono le linee evolutive per il futuro della comunicazione pubblicitaria? Quale ruolo avranno le agenzie? Che forme di disintermediazione tra cliente ed agenzia stanno emergendo? Quali professionalità si stanno sviluppando (perso alla realtà dei social media) e che peso avranno dentro/fuori le agenzie e dentro/fuori le aziende?

Nei commenti al post da cui tutto è partito, a firme ex mccann si legge:

La realtà da far digerire è un’altra: per i creativi dell’adv SONO FINITI I SOLDI! FINE!

Nessun cliente è più disposto a pagare fior di quattrini per avere uno script , un lay out o una scenetta da commedia all’italiana da trasporre in radio. Nessuna direttore marketing o comunicazione è più disposto ad affidare il proprio budget alle agenzie di pubblicità come McCann. E se lo fa ancora, di certo non gli affida TUTTA la comunicazione (olistica, a 360°, o altre cazate del genere) ma semmai solo qualche pezzettino, una brochure a te, un evento a lui, una web strategy a quell’altro…

Le aziende hanno ormai al loro interno gente che di comunicazione e internet ne sa il doppio di un qualsiasi creativo medio di agenzia. Certo, questa gente non è cool, porta la giacca e la cravatta al posto delle Onitsuka Tiger con la giacchetta di velluto…ma ne sa il doppio di un creativucolo in fatto di comunicazione e non è più disposto a farsi dire come deve comunicare il suo marchio.

Le agenzie multinazionali di advertising classico (Stampa, TV, radio) sono destinate a chiudere, al massimo fondendo i reparti ADV con le società che lavorano su Internet. Ci vuole molto a capirlo?

Quindi, i pochi creativi che sopravviveranno in McCann Erickson verranno fusi con MRM e ciao ciao a tutti gli altri.

Sei un copy o un art che ha più di trent’anni? Non hai mai lavorato in un web agency e non puoi vantare nel tuo CV conoscenze sulla comunicazione WEB? Beh, quella è la zappa, là in fondo ci sono i pomodori, buona agricoltura.

Il cool è finito, le feste con pizzette scaldate al microonde e spumantino sono finite, i soldi non ci sono più  E NON CI SARANNO A PRESCINDERE DA RIPRESA  O NO…PERCHÉ INTERNET CRESCE E LA GENTE LEGGE SEMPRE MENO GIORNALI E GUARDA SEMPRE MENO TV GENERALISTA… ragazzi,consiglio a tutti di smettere di mandare CV ad agenzie (anche alle piccole) e cominciare a rivolgersi direttamente alle aziende. Io ho fatto così. Tra cinque o sei anni ogni azienda avrà il proprio reparto comunicazione-creatività…e ciao ciao alle agenzie!

Credo che sia venuto il momento, anche in Italia, di tematizzare il futuro della comunicazione pubblicitaria seriamente. E proprio in momento di “crisi”, anche perché coincide con un mutamento forte dei linguaggi della pubblicità e con lo sviluppo di nuove forme del fare comunicazione, con passaggi (?) generazionali e soprattutto con domande sull’etica di questo lavoro che, mi sembra, le nuove generazioni di pubblicitari stiano ponendo.

Cancellare Google: libertà in Rete e responsabilità connessa

È partito tutto dalla Rete, con Gregorj e Loska (il fatto che sia anche una mia studentessa è puramente casuale, ma, in fondo, tout se tien) che dal blog giornalettismo hanno portato nell’agenda dei media l’attenzione su due video choccanti nei quali i compagni di scuola deridevano, insultavano e picchiavano un ragazzo down. Ne hanno parlato fino a farli cancellare e portare la cosa sui media mainstream, che hanno beatamente ignorato ogni funzione della blogosfera e parlato solo della “cosa scandalosa”.

Fin qui una storia che mostra come esista anche una forma auto-regolativa della Rete, una responsabilità connettiva utile e capace di incidere.

Oggi quattro dirigenti di Google rischiano il carcere perché accusati di concorso in diffamazione e violazione della privacy.

Come scrive l’Internazionale riprendendo il Times:

I pubblici ministeri accusano Google di negligenza per aver permesso il caricamento su uno dei suoi siti di un video che mostrava un episodio di bullismo a scuola contro un ragazzo disabile. La società californiana dichiara di aver cancellato il filmato poco dopo essere stata informata della sua esistenza. Ma secondo l’accusa, Google era a conoscenza del video da molto prima di quando ha deciso di intervenire.

E comunque, sostengono i PM, è una questione di “responsabilità” e non di “libertà”.

Appunto.

Responsabilità di chi? Di chi gestisce il luogo nel quale viviamo connessi, nel quale produciamo e distribuiamo i nostri contenuti, nel quale sviluppiamo e partecipiamo a conversazioni, ecc.? Oppure di coloro che transitano nel luogo e commettono crimini? Per dirla con Vittorio

con i social media il principio di responsabilità della pubblicazione slitta dai responsabili del servizio e della piattaforma a coloro che l’hanno fatta, alla responsabilità del singolo

Oppure, e per capirci: in era pre-digitale la pedofilia ha sfruttato massicciamente il sistema postale per i propri scopi e nessun processo è stato intentato ai vertici delle poste italiane. Avrebbero forse una responsabilità morale le poste?

La Rete non va pensata come un medium, né come se fosse una testata giornalistica … o se volete pensare che lo sia lo è in modo diverso: è un luogo e allo stesso tempo un modo di abitare il mondo.

Il nodo a questo punto mi sembra, oltre che giuridico, culturale: è dalle parti della cultura della Rete che combattiamo una battaglia che è sì di libertà di espressione (segnalo gli interventi dei Ninja e di Mafe ) ma è soprattutto una battaglia di libertà di cittadinanza connessa, fatta di produzione e circolazione di contenuti prodotti dagli utenti.

Colpire le piattaforme che consentono la pubblicazione e la diffusione per il fatto che lo fanno significa utilizzare logiche “moderne” per un ambiente che ha caratteristiche completamente diverse da quelle di una “testata” giornalistica e che richiama principi di responsabilità nuovi. Per questo il caso di Google rappresenta non solo una questione legale ma una battaglia di cittadinanza digitale.

Stati di connessione. La Carta dei cento per il libero Wi-Fi

Si tratta di un’anomalia tutta italiana. Quella costruita attorno al decreto Pisanu sul w-ifi che, di proroga in proroga, impedisce de facto la creazione di uno stato di connessione diffuso e percepibile.

A dicembre, scadendo la proroga, abbiamo la possibilità di risolvere, forse, questa anomalia.

È un momento importante per lo sviluppo democratico dell’accesso a Internet e, quindi, per “normalizzare” la condizione italiana di cultura della Rete che è fortemente penalizzata anche da queste regole restrittive ed anomale nel panorama europeo (e non)

Come si scrive nella “carta dei cento per il libero wi-fi” che ho sottoscritto:

Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.

Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.

La base del mutamento nasce proprio dall’ essere connessi e dalla percezione che nell’essere connessi abbiamo della nostra posizione nella comunicazione della società. Con capacità di confrontarci ed incidere, di auto organizzarci ed agire.

Come nel caso di questa “carta” che nasce da uno scambio di mail tra Alessandro GilioliGuido Scorza, Sergio Maistrello e Raffaele Bianco, che è stata discussa e partecipata, firmata e diffusa, che uscirà domani su L’Espresso e che viene trasformata in NewsTag collettiva e che senza gli stati di connessione di cui disponiamo avrebbe avuto difficoltà a far emergere il pensiero connesso che condividiamo.

LA CARTA DEI CENTO PER IL LIBERO WI-FI

Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore.

Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità .

Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata.

Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica.

Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte.

Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più.

Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.

Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.

Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese.

Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti.

FIRMATARI

Alberto Abruzzese, docente universitario

Paolo Ainio, ceo Banzai

Paolo Basilico, ceo Kairos

Paolo Barberis, presidente Dada

Elvira Berlingieri, giurista

Giovanni Boccia Artieri, docente universitario

Raffaele Bianco, consigliere comunale e blogger

Antonio Boccuzzi, parlamentare

Stefano Bonaga, docente universitario

Roberto Bonzio, giornalista e blogger

Dino Bortolotto, Assoprovider

Mercedes Bresso, presidente Regione Piemonte

Giulia Caira, artista

Giovanni Calia, docente universitario, Supervisor New Media

Alessandro Campi, docente universitario

Luisa Capelli, editrice

Marco Cappato, presidente Agorà Digitale

Roberto Casati, filosofo e docente CNRS Parigi

Marco Cavina, docente universitario

Giuseppe Civati, consigliere regionale e blogger

Gianluca Comin, presidente Federazione Relazioni Pubbliche italiana

Luca Conti, consulente e giornalista

Davide Corritore, vicepresidente Consiglio Comunale di Milano

Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista e blogger

Mafe De Baggis, consulente Web

Derrick De Kerkhove, docente universitario

Juan Carlos De Martin, docente universitario

Gianluca Dettori, imprenditore Web

Lorenzo Diana, Fondazione Caponnetto

Arturo Di Corinto, saggista e ricercatore

Alberto D’Ottavi, docente e blogger

Stefano Esposito, parlamentare

Alberto Fedel, ceo Newton Management Innovation

Mario Fezzi, avvocato

Franco Fileni, docente universitario

Ricky Filosa, direttore Italiachiamaitalia.net

Paolo Gentiloni, parlamentare

Marco Ghezzi, editore

Alessandro Gilioli, giornalista e blogger

Giorgio Gori, imprenditore

Giuseppe Granieri, saggista

Matteo Ulrico Hoepli, editore

Alessio Jacona, giornalista e blogger

Giorgio Jannis, progettista sociale e blogger

Manuela Kron, manager Nestlè

Daniela Lepore, urbanista, docente e blogger

Gad Lerner, giornalista

Alessandro Longo, giornalista e blogger

Francesco Loriga, Responsabile provincia WiFi – Provincia di Roma

Riccardo Luna, direttore Wired Italia

Sergio Maistrello, giornalista e blogger

Fabio Malagnino, giornalista e blogger

Massimo Mantellini, blogger

Alberto Marinelli, docente universitario

Ignazio Marino, parlamentare

Giacomo Marramao, filosofo, saggista e docente universitario

Carlo Massarini, conduttore radiotelevisivo

Marco Massarotto, consulente di comunicazione

Maria Grazia Mattei, MGM Digital Communication.

Giampiero Meani, St Microelectronics

Fabio Mini, generale ed ex vicecomandante Nato

Antonio Misiani, parlamentare e blogger

Marco Montemagno, imprenditore Web e conduttore Sky

Andrea Nativi, giornalista esperto di questioni militari

Riccardo Neri, produttore cinematografico

Luca Nicotra, Segretario Agorà Digitale

Gloria Origgi, docente CNRS Parigi

Marco Pancini, Google Italia

Lorenza Parisi, ricercatrice universitaria e blogger

Vittorio Pasteris, Giornalista

Piergiorgio Paterlini, scrittore

Matteo Penzo, cofounder Frontiers of Interaction

Gian Paolo Piazza, presidente Sunrise Advertising, responsabile settore informazione Legacoop Piemonte

Marco Pierani, Altroconsumo

Roberto Placido, vicepresidente del consiglio regionale del piemonte e blogger

Marco Revelli, storico e politologo

Stefano Rocco, Wired.it

Stefano Rodotà, giurista

Andrea Romano, direttore Fondazione Italia Futura

Gino Roncaglia, docente universitario

Massimo Russo, direttore di Kataweb

Claudio Sabelli Fioretti, giornalista e blogger

Francesco Sacco, docente universitario

Marcello Saponaro, consigliere regionale e blogger

Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e blogger

Sergio Scalpelli, dirigente d’azienda

Tiziano Scarpa, scrittore

Guido Scorza, docente universitario, presidente Istituto politiche dell’innovazione

Antonio Sofi, giornalista e blogger

Luca Sofri, giornalista e blogger

Elena Stancanelli, scrittrice

Tommaso Tessarolo, direttore Current tv

Eva Teruzzi, direttore innovazione Fiera Milano

Irene Tinagli, docente universitaria

Antonio Tombolini, imprenditore

Andrea Toso, newmedia project manager

Antonio Tursi, saggista e docente universitario

Paolo Valdemarin, imprenditore

Gianni Vattimo, docente universitario

Andrea Verde, collaboratore fondazione Farefuturo

Giancarlo Vergori, manager

Michele Vianello, direttore del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia

Luigi Vimercati, parlamentare

Vincenzo Vita, parlamentare

Vittorio Zambardino, giornalista e blogger

Giovanni Zanolin, assessore Pordenone

Marcella Zappaterra, presidente della Provincia di Ferrara

Giovanna Zucconi, giornalista e autrice

Quando la Rete diventa pop

Venerdì sarò impegnato nel convegno  Le reti socievoli. Fare ricerca nel/sul web sociale.

La mattina durante la plenaria terrò una relazione dal titolo “Connessi in pubblico. Forme e pratiche della socievolezza in Rete”. Dentro la dimensione conversazionale, che è costitutiva del web sociale, le dinamiche della socievolezza sono esaltate attraverso forme espressive diverse: opinioni e giudizi, analisi ed illusioni, frustrazioni e speranze, fantasie ed esperienze. Tra flirting e flaming, tra disinibizione e sovraesposizione. Si tratta di forme costitutive dello stato di connessione che caratterizza le nostre vite. Ma anche una forma che rappresenta la base per la costruzione di una nuova “semantica” della società in Rete.

Nel pomeriggio seguirò i workshop. Ho lavorato – con altri – alla selezione dei molti paper proposti e credo che in questi si possa trovare uno spaccato delle metodologie di ricerca sul web sociale che la sociologia oggi affronta.

È un’occasione anche per discutere in pubblico del libro scritto con i colleghi del LaRiCA :“Network effect. Quando la rete diventa pop” (Codice Editore).

Il mio saggio ha come titolo “SuperNetwork. Vite connesse e culture partecipative” e cerca di porre alcune domande (e tentare delle risposte):

Cosa accade nel momento in cui milioni di persone nel mondo non sono più semplicemente pubblico di massa, non sono più semplicemente connesse attorno a comunicazioni di massa secondo un principio “gravitazionale” – come il pulviscolo attorno ad un pianeta la cui unica relazione è la condivisione di un’orbita – ma possono produrre connessioni “di massa” tra loro, con e attraverso contenuti che imparano non solo a fruire ma a produrre?

Qual è la natura delle vite quando sono connesse in pubblico attraverso siti di social network che ne raccontano dettagli privati, quando vengono condivisi con un pubblico potenzialmente di massa pensieri e rapporti, quando le discussioni coinvolgono persone che non conosci – in senso tradizionale – ma con cui sei più che in semplice contatto?

Cosa accade quando la consapevolezza di questo stato di connessione delle vite aumenta ed è capace di realizzare nuove concretezze nell’immateriale?

Quello che si sta creando è un nuovo senso della posizione nella comunicazione per gli individui. E questo alimenta la mutazione che vedo attorno a me.



Filtr è snack culture?

Qualcuno sostiene ci sia una tendenza in atto che caratterizza l’informazione al tempo della Rete: quella della snack culture.

Ci si nutre in modo rapsodico e compulsivo, tra uno spazio di vita e l’altro, di spezzoni di informazioni da consumare in superficie e velocemente. Questa bulimia del frammento è fatta di feed RSS, di articoli brevi con molti-link-che-poi-mi-saranno-utili, di molte letture sparse di post contro poche di quotidiani, di tranci tv sbattuti su YouTube che deresponsabilizzano dalla necessità di guardarsi un intero programma di approfondimento (o di intrattenimento).

Qualcun altro sottolinea come questa sia, di fatto, un’illusione e che in realtà ci troviamo di fronte ad un ambiente mediale mutato che ha fatto crescere la sua offerta culturale, rispondendo in modo differenziato ai bisogni e saturando la dieta mediale con offerte che si legano in modo nuovo e diverso ai nostri spazi/tempi. E poi, aggiunge qualcun altro ancora, c’è il piacere delle “schifezze” che condensano esperienze e gusti differenti in moltissimi modi, per cui se per qualcuno si tratta solo di junk food per qualcun altro diventa l’unico modo di sfamarsi, o di farlo nei tempi che la vita ti concede, tra uno spostamento e l’altro, ecc.

Sia come sia, c’è necessità crescente di coniugare le esigenze di “fame” informativa – con appetiti diversi e diverse esigenze spazio/temporali di consumo- e la capacità di muoversi tra i percorsi dei produttori informativi “dispersi” – professionisti e non – in un’epoca di convergenza culturale e di socializzazione di massa alla Rete.

Così parte Filtr, nella sua provvisorietà da versione alpha, che pensa (anche) ad un rapporto di socializzazione informativa alla rete della classe media digitale. Come scrive Granieri:

Probabilmente, se sei uno che sguazza su Friendfeed, usa un client per Twitter e va dal barbiere con l’iPhone, Filtr non è per te, o lo è solo in parte (poiché hai già probabilmente la tua rete di riferimenti). Il tipo di lettore cui pensiamo, giocando con questo numero zero, è quello che che non ha il tempo (o la legittima voglia) di costruirsi i suoi strumenti di analisi e ricerca di informazioni. E a cui può far piacere un po’ di vita semplificata.

Ovviamente c’è una complicata dose di ambiguità che sta dietro ad un tentativo come questo: cos’è, giornalismo dal basso? cos’è, un aggregatore? cos’è, un modo per mettere in relazione agenda dei media e agenda della Rete? o di mettere in agenda cose che sono uscite o sono proprio fuori dall’agenda mediale? cos’è, un racconto dell’informazione in chiave locale? cos’è, un riassuntino dei fatti del giorno ma neanche tutti? cos’è, un modo di pettinare i flussi? cos’è, una selezione fatta dalla gente per la gente?

Per me è semplicemente una realtà adatta alla convergenza culturale, che mette in connessione (dal basso) la realtà informativa del sistema (mainstream) dei media e i flussi online, miscelandoli in un condensato in cui gli sguardi, esterni ed interni alla Rete, si relazionano. Una realtà in cui consumo informativo di superficie e di profondità si intrecciano; con la collaborazione del lettore che può segnalare articoli “irritativi” a chi viene dopo di lui.

Una realtà in evoluzione, dunque, un progetto collettivo che forse non può essere definito in positivo ma solo attraverso ciò che non è: Filtr non è snack culture. Non lo è se pensiamo a questa cultura come puro consumo di info streaming – per capirci la lettura con sguardo distratto delle breaking news. Ma è una forma adatta alla realtà dell’informazione all’epoca della snack culture, se pensiamo ad una dieta informativa che miscela personalizzazione ad approfondimento, superficie e profondità.