Ask.fm non ha istigato al suicidio

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E’ difficile costruire una narrazione corretta sul bullismo online come ho cercato più volte di spiegare. Tanto più quando gridiamo titoli in cui è il web che uccide i ragazzi o Ask.fm che istiga al suicidio.

Il caso di Nadia, 14 anni, che si è lanciata dall’altezza di 30 metri il 9 febbraio 2014 uccidendosi e che aveva un profilo su Ask.fm con il nome di Amnesia, ha riempito le prime pagine con la tesi della correlazione diretta: suicida a causa degli insulti e dell’odio online.

Oggi il giudice archivia la causa perché non c’è stata istigazione al suicidio.  E scopriamo che accanto agli insulti online, Amnesia, aveva ricevuto offerte di aiuto. Così come nel suo mondo quotidiano. Non è bastato.

il magistrato ha dovuto tenere conto anche dei cinque biglietti di addio lasciati dalla ragazzina ai familiari. Biglietti in cui non c’è alcun riferimento agli insulti e alle provocazioni in rete. Nadia, peraltro, aveva risposto 1.148 volte a sollecitazioni idiote come (bisogna dirlo) a offerte d’aiuto. Non solo. Una compagna di scuola l’aveva scoperta nel bagno dell’istituto con la mano insanguinata, mentre nell’altra teneva una lametta: un episodio riferito a un’insegnante che aveva informato il dirigente scolastico pronto ad avvertire la famiglia. E gli incontri tra Nadia e una psicologa erano già stati fissati mentre lei aveva preannunciato al fidanzatino: «Mi uccido domenica alle 5».

La notizia è riportata nella cronaca locale, forse valeva una riflessione sulle stesse pagine dei grandi quotidiani nazionali che ne avevano parlato a febbraio. Per capire meglio questa continuità tra online e offline; per capire quali forme prende il disagio nella complessità delle vite dei ragazzi.

Capita a volte che il dolore che la normalità del quotidiano produce off line sia da osservare con altrettanta attenzione di quanto ci sembra di scorgere online.

Tra il dovere di cronaca e il voyeurismo mediale: l’immagine della morte di James Foley

Aleppo - 07/12

[Immagine da http://www.freejamesfoley.org/%5D

Isis ha decapitato il giornalista americano James Foley rapito dagli jihadisti sunniti nel novembre 2012. La notizia – e il video diffuso dagli assassini – viene data da moltissime testate anche attraverso i diversi social network, nell’esigenza di sintesi tra testo e scelta di eventuali immagini. Trattandosi di un fatto cruento la forma diventa significativamente contenuto.

YouTube, ad esempio, rimuove il video (che tende a ricomparire: siamo nell’epoca della riproducibilità digitale). Io ritengo che si possa evitare di guardare questo video, anzi che non guardare quel video è un atto di resistenza alla barbarie politica e mediale.

Il valore documentale e di testimonianza di queste immagini sono però indubbie. Servono anche a certificare (o meno) l’accadimento. Le testate straniere hanno, ad esempio, meno certezza di quelle italiane sull’autenticità. Sono però le prime ore, dovremo aspettare.

Nel modo di dare l’informazione si coglie però l’esistenza un crinale sottile tra il dovere di cronaca e l’idea di pubblica opinione che abbiamo in mente, tra il raccontare il fatto e incedere nel voyeurismo mediale, quasi sconfinando nel genere gore. Un crinale che forse il giornalismo deve considerare come un problema da porsi in modo costante, tanto più in un momento in cui vive la relazione fra il fatto e il click sul link come l’unica possibilità tra la vita e la morte (della testata): l’obiettivo è contare i lettori e rivenderli.

Il Corriere.it lancia la news, segnala il video e sente il bisogno di rinforzare il tweet mostrando in modo esplicito il momento dell’uccisione.  Ne è nata una discussione sulla mia pagina Facebook particolarmente interessante che vi lascio come approfondimento.

Quel tweet questa mattina è stato cancellato. Ce n’è un altro con la stessa notizia ma con immagine diversa.

Confrontate le immagini:

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Un’immagine shockante ha un indice di attrattività più alto? Riesce a smuovere le dita di un’opinione pubblica in cerca di sensazioni forti? Fare giornalismo significa smuovere l’indignazione e la rabbia facendo leva sul trauma visivo? Raccontare ed informare significa unicamente far vedere? La notizia diventa “reale” solo attraverso la sua immagine?

Questo uso delle immagini da parte del giornalismo richiama la lezione di Jean Baudrillard. La vera violenza dell’immagine sta nel far scomparire la realtà collocandola in un regime di visibilità assoluta. Tutto deve essere visibile, tutto il reale deve farsi immagine. Viviamo ciò che vediamo. L’immagine è per il presente, ha sempre meno la funzione di ancoraggio per la memoria.

È d’ altronde proprio nel fatto che qualcosa in essa è scomparso che risiede la seduzione, il fascino dell’ immagine, ma anche la sua ambiguità; in particolare quella dell’ immagine-reportage, dell’ immagine-messaggio, dell’ immagine-testimonianza. Facendo apparire la realtà, anche la più violenta, all’ immaginazione, essa ne dissolve la sostanza reale. È un po’ come nel mito di Euridice: quando Orfeo si volta per guardarla, Euridice sparisce e ricade negli inferi. Così il traffico di immagini sviluppa un’ immensa indifferenza nei confronti del mondo reale.

Forse vale la pena domandarsi come creare un ambiente informativo che produca differenza nell’opinione pubblica rispetto all’indifferenza.  Nella catena di retweet che condividono l’immagine dello sgozzamento o rilanciano il video con estrema velocità c’è il rischio dell’indignazione istantanea che si perde lungo la timeline, catarsi di ogni responsabilità. Più difficile, forse, informare e rispettare la morte.

 

IJF come commons. Il festival del giornalismo e la sua comunità

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L’esperienza di finanaziamento dal basso del Festival internazionale del giornalismo di Perugia rappresenta per me, Augusto Valeriani ed Elisabetta Zurovac un’importante opportunità per studiare molteplici aspetti collegati alle trasformazioni nel giornalismo, nella cultura giornalistica e nell’organizzazione degli eventi culturali in Italia e a livello internazionale. Per questo abbiamo deciso, con il sostegno degli organizzatori del Festival (vero Arianna Ciccone e Chris Potter?) , di avviare una ricerca.

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Dal post di Arianna che sanciva la chiusura del Festival “Stop at the Top” per la continua difficoltà di (sotto)finanziamento pubblico al lancio di una campagna di crowdfundingStay at the Top” che li ha portati in 90 giorni a raccogliere 115.420 euro c’è di mezzo una comunità di persone. Una comunità che nel Festival si riconosce, che trova “senso” nel partecipare e contribuire e che ha deciso di sostenerlo e, forse, di restituire un po’ di quel capitale affettivo e cognitivo che il Festival ha saputo donare loro in questi anni.

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Abbiamo deciso di indagare questa comunità e di raccontare i primi risultati raccolti in concomitanza con #ijf14, per restituire ai tanti che hanno risposto al questionario (il tasso di risposta è di quasi il 30%, alto per un questionario online come il nostro) il senso della loro partecipazione. Una comunità composta per il 60% da pubblico del Festival e dal 21% da speaker degli eventi (“ho partecipato almeno una volta come speaker”) e in misura minore da volontari e staff. La maggioranza ha già partecipato ad esperienze di crowdfunding (60%). D’altra parte si tratta di una platea sufficientemente colta o attenta all’ambiente web: il 26% sono giornalisti, il 10% lavora in professioni del web e il 12% sono liberi professionisti.

C’è poi un 40% che non ha mai partecipato a forme di finanziamento grassroot e che, come vedremo, lo ha fatto perché si sente parte di questa community che #ijf ha saputo costruire.

L’analisi scientifica e referata, quella che darà conto di metodologia e questionario somministrato, quella da proporre a riviste classificate, seguirà. La raccoltà dati è, d’altra parte, conclusa da pochissimo. Ma abbiamo ritenuto fosse giusto che nel nostro percorso scientifico rientrasse anche un confronto urgente con la comunità indagata (intanto i donor singoli) e che potessimo ripagare da subito la disponibilità che abbiamo avuto da loro, e da Chris & Arianna in questi mesi.

Il Festival come forum di discussione sul giornalismo, tra appassionati e professionisti

Il primo dato è che il Festival “crea una comunità tra chi è interessato al giornalismo e chi lo pratica” (68%), ha una sua natura pluralista al di là delle specializzazioni e questa sua natura di comunità, come vedremo, è probabilmente alla base della possibilità di autofinanziamento dal basso che è stata costruita.

Il Festival come forum di confronto per la professione giornalistica capace di raccontare l’innovazione ai tempi della Rete.

Ma è anche forum privilegiato di discussione sul giornalismo, cosa che sembra riuscire meno all’Ordine dei giornalisti che per l’80% non riesce a favorire il confronto e la riflessione comune tra giornalisti, “rende difficile il confronto con le altre professioni dell’informazione e gli altri attori sociali” (37%) e “rende difficile l’innovazione delle pratiche e dei prodotti giornalistici” (più del 60%). Mentre il Festival “tratta le trasformazioni del giornalismo all’epoca di Internet” (79%), sa quindi raccontare questo passaggio d’epoca di una professione ed i un modo di informare sul mondo e lo fa con respiro internazionale (“E’ un evento sul giornalismo realmente internazionale” per l’88%).

Il finanziamento di #ijf14 tra fiducia e amore

Il 46% ha trovato i motivi del suo finanziamento nel legame sviluppato nel tempo con il festival o con Arianna (“ho a cuore il festival”, “volevo ripagare per quanto ho avuto gratis per anni”, “volevo sostenere la campagna di Arianna Ciccone”). Le dinamiche del crowdloving che si associano ad un’economia del dono.

Non c’è solo affetto nella comunità ma anche fiducia consapevole nella competenza: il 35% avrebbe finanziato qualsiasi altra campagna giornalistica lanciata da Arianna o da Valigia Blu perché si fida delle competenze di Arianna (55%), o perché apprezza/crede nel progetto Valigia Blu (30%).

Una comunità attiva online e offline

E’ alto il numero di donors che ha condiviso sui social network contenuti prodotti da altri sulla campagna (60%) e il 38% ha prodotto contenuti propri per pubblicizzarla. I finanziatori hanno partecipato con convinzione e in modo attivo, diffondendo il messaggio e facendosi portatori di un’iniziativa in cui credevano. La loro partecipazione non si è fermata quindi all’atto del donare ma ha cercato di sviluppare e rendere visibile il legame sociale che sta dietro la loro volontà di donare. E non solo online: il 43% ne ha parlato ad amici e conoscenti.

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Il Festival è stato trattato in pratica come un bene pubblico, un commons di tipo cognitivo, una di quelle cose che è capace di unire professionalità e semplice interesse amatoriale, che viene riconosciuto come generatore di valore capace di costruire attorno a sé una community.

Alla fine c’è amore per il Festival, Arianna &Chris ma anche qualcosa di più, che ha a che fare con il rapporto che hanno costruito con il pensare il giornalismo in questo Paese. E anche fuori di qui.

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L’amicizia su Facebook non si chiede: si negozia. Il racconto del rapporto tra genitori e figli in un ambiente connesso

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La relazione tra genitori e figli è sempre complessa. Tanto più in un contesto comunicativo che vede la diffusione nella realtà quotidiana di strumenti di connessione permanente e lo sviluppo di una narrazione nei media informativi su giovani e Internet spesso suggestiva e fuorviante. Il fatto ad esempio di pensarli come “nativi digitali” porta a raccontarli come una generazione che ha come dato naturale una competenze per il digitale che noi non abbiamo, come una specie frutto di un adattamento darwiniano all’ambiente online. Il che si traduce spesso in una deresponsabilizzazione del mondo degli adulti che interviene solo quando si trova di fronte ad evidenti storture: cyberbullismo, sexting, hate speech, ecc.

Tutti concetti, tra l’altro, che trattiamo in modo a-problematico e non come fattori culturali di una relazione consistente tra online e offline che incide su un’unica vita, quella dei nostri figli (dovremmo provare a rileggere il sexting il cyberbullismo lungo i confini di una mutazione antropo-sociale, ad esempio).

Proviamo piuttosto a focalizzarci su una narrazione capace di mettere in luce come il problema sia di cultura e di consapevolezza – che non è solo come si usano gli strumenti ma il “senso” che attraverso essi costruiamo. Pensiamo allora come possiamo da genitori, insegnanti, mondo degli adulti, partecipare a costruire questa nuova narrazione.

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Il blocco di Twitter in Turchia: tra doppia morale ed effetti perversi

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Non sappiamo abbastanza sull’impatto relativo dei social media sui movimenti tanto da poterci fare un’idea definitiva sul tipo di mutamento che stanno creando nei modi in cui si svolgono azioni collettive come quelle di protesta.

Possiamo però continuare ad osservarne l’evoluzione, calandoci nel fenomeno vivo, quello che riguarda cittadini, istituzioni, movimenti e media nei diversi Paesi laddove emerga con evidenza.

Come ci sta mostrando di nuovo la Turchia in questi giorni. In Turchia abbiamo già potuto osservare nei giorni di #occupygezi come su Twitter 3 milioni e mezzo di cittadini abbiano parlato al paese (la maggior parte dei tweet era in lingua turca), si siano auto organizzati e abbiano dato visibilità al dissenso anche a livello internazionale (con tweet in inglese, immagini reportage, ecc.).

Giovedì 20 marzo durante un comizio elettorale il premier turco Erdoğan ha detto: “Estirperemo Twitter e gli altri, non mi interessa cosa dice la comunità internazionale”. E il 21 marzo molti account sono diventati irraggiungibili spegnendo, di fatto, Twitter in parti via via crescenti del paese. Opera dell’autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione turca (BTK) che ha esercitato il suo potere di oblio dei contenuti a partire dal potere conferitogli da una “legge bavaglio” su Internet osteggiata dall’opposizione.

La reazione è stata immediata: hanno cominciato a circolare online e offline le informazione di come cambiare i nomi di dominio (DNS) su cellulari, tablet e computer, i consigli per usare VPN e utilizzare Tor per violare il blocco .

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Non è la Rete ad espellere i Senatori del MoVimento 5 Stelle

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Espulsi i senatori del MoVimento 5 Stelle. Ho già sentito giornalisti dire e scrivere che così ha votato la rete. No, non ha votato LA RETE per l’espulsione. Hanno votato degli iscritti attraverso un blog  una piattaforma. 29.883 iscritti certificati hanno votato per ratificare la delibera di espulsione e 13.485 hanno votato contro. Non la rete. Iscritti. Attraverso una votazione su un blog una piattaforma. Di proprietà. Non la rete. Non attraverso la trasparenza dei Tweet, ad esempio. Persone. iscritti. Non la rete. Non sono sicuro sia mai abbastanza chiaro.

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L’urgenza comunicativa della politica in un tweet

Dario Franceschini è il nuovo Ministro dei beni, delle attività culturali e del turismo del governo Renzi. L’abbiamo letto da subito sulla sua short bio di Twitter. Da subito, ancora prima che giurasse nelle mani del Presidente della Repubblica.

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La tempestività è una forma efficace dell’essere presenti sui social network, una best practice cui il politico online deve attenersi. É la documentazione del valore di un rapporto diretto, disintermediato con i propri elettori e con i cittadini, tanto più per un Ministro.

Peccato però che questa tempestività l’ex Ministro dei rapporti con il parlamento del governo Letta non l’abbia mostrata nella gestione dei contenuti del suo account Twitter @dariofrance.

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LA MUTAZIONE CHE VEDO ATTORNO A ME. PROVE DI PENSIERO DI GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

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