Col corpo e con la testa davanti ai media 3

Dunque il solco mediale tra corpo e sapere è evidente. La frattura tra vissuti e rappresentazioni è ormai da considerarsi una costante antropologica. Eppure ci troviamo oggi di fronte a forme mediali che rappresentano nuove sfide per la conoscenza e per il modo di pensarla e strutturarla.
Software open-source e social software, blog, street television e low power FM, reti wireless comunitarie, networks di song-sharing: evidenziano una dimensione che intreccia le logiche di rete, connesse ai nuovi linguaggi mediali, alla nascita di forme neo-comunitarie basate sulla produzione, condivisione e diffusione collettiva della conoscenza.
In questi territori troviamo forme emergenti rispetto a quelle generate dal sistema dei media mainstream. Si tratta di risposte al singolare e al collettivo da parte dei vissuti: dalle esperienze di mediattivismo sino a quelle di chi, cresciuto come pubblico dei media, oggi produce contenuti mediali condivisi a partire dalla singolarità della propria esperienza, in un connubio complesso fra logiche mediali e tattiche individuali. In particolare si tratta di forme che sottolineano un percorso che mette in luce la capacità di abitare i media, forgiando i territori a partire dai linguaggi individuali e collettivi, in primis quelli del corpo, sceneggiando i contenuti esperienziali a partire dai propri vissuti. Sono forme, queste, che sottolineano l’esistenza di una pulsione al farsi media.
Per farsi media intendo da una parte la tendenza alla dissoluzione fra forme nette e distinte della produzione e del consumo mediale e dall’altra il supermento di una logica dicotomica che ha contrapposto i linguaggi di massa a quelli neo-mediali.
La riflessione è doppia. La prima riguarda il fare media, caratterizzato da un’appropriazione del dispositivo mediale, come dimostrano ad esempio le esperienze delle Telestreet o delle web radio. La seconda è quella del becoming media (diventare media) relativa all’aver interiorizzato distinzioni e funzioni dei media sul lato dell’individuo così da produrre contenuti mediali che garantiscono una rappresentatività dei vissuti orientata ad un’alta riflessività, capace di creare un terreno per forme collettive di produzione di immaginario.
Costruiti sui linguaggi di massa, rappresentati dai prodotti culturali che abbiamo imparato a consumare, ci troviamo oggi a poter oscillare sull’altro versante: quello della produzione, riappropriandoci della rappresentazione, costruendo vissuti mediali che possono ripartire dai corpi.
Camilla spegne la televisione e va al computer. Ha undici anni. Vuole aprire un suo blog per raccontarsi. Gli amici la leggeranno. Quelli del “mondo vicino” e quelli della Rete. Le sue esperienze entrano in risonanza con quelle degli altri.
Giovanni Boccia Artieri
(fine)

Col corpo e con la testa davanti ai media 2

È evidente che i prodotti mediali, in particolare l’intrattenimento, consentono di fare continuamente esperienza di modalità comportamentali, affettive, educative, attraverso pratiche di riconoscimento e distanziamento. Film, cronaca, fiction, romanzi e infinite altre narrazioni mediali si offrono come occasione continua di auto osservazione, come opportunità di riflettere su se stessi attraverso percorsi di adesione o negazione delle forme comportamentali e motivazionali che si osservano.
Nelle diverse forme di narrazione mediale si produce un raddoppiamento della realtà: da una parte quella spazio-temporale dell’osservatore (spettatore, lettore, ecc.) e, dall’altra, quella della narrazione. Un vero e proprio mondo che si costruisce a partire dalla distinzione che l’osservatore crea con il proprio: la “realtà reale” vs quella fiction. Si tratta di una realtà fittizia chiusa ed autonoma, che trae plausibilità da se stessa, dal proprio modo di raccontarsi. Ed è proprio questa sua marcatura che garantisce di non confonderla con la realtà fattuale e, anzi, di poter continuamente passare il confine tra l’una dimensione e l’altra, consentendo alla riflessività di svilupparsi. I personaggi narrati sono entità sulle quale proiettare il proprio vissuto, sperimentando sentimenti, emozioni, motivazioni, dando vita ad un gioco di interpretazioni, che è lo stesso che facciamo su noi stessi, nel tentare di capirci.
Da una parte dunque viviamo i media dall’esterno, osservando testi mediali, dall’altra facciamo di tale condizione un’esperienza interiore che nella sua elaborazione produce senso. La perenne condizione di oscillazione tra dentro e fuori i media diviene la condizione stabile di conoscenza nei media-mondo.
In questa dinamica conoscitiva ci siamo fatti sempre più attenti osservatori della realtà. Abbiamo familiarizzato con le dinamiche mediali che ci hanno portato ad essere spettatori che si fanno un’idea del mondo e degli altri riconoscendo le proprie vite in un proliferare di sceneggiature di vite immaginate, vivendo spesso “in terza persona”, facendo esperienze vicarie, astratte e concrete al contempo, e quindi acquisendo conoscenza attraverso forme disancorate dal corpo.
(continua)

Col corpo e con la testa davanti ai media 1

Pubblico in tre post la riflessione scritta per Cercasi un fine. Buona lettura.

Bianca ha quattro anni. Conosce i tormenti dell’amore. Le delusioni dell’amicizia. Le angosce della pubertà. La sua è una conoscenza fuori sincrono rispetto alla sua storia o, se vogliamo, è sincronizzata con la capacità che ha il suo vissuto di raccordarsi al consumo dei media. Le sue conoscenza del mondo, degli stati emotivi, dei modi di essere, delle diversità non dipendono unicamente dal “mondo vicino”, quello del gruppo di pari, della famiglia e degli affetti, ma anche da una realtà complementare che lo taglia trasversalmente: quella dei media. Guardare “Una mamma per amica”, i cartoni di “Mila e Shiro due cuori nella pallavolo”, intercettare occasionalmente la realtà dei Tg, la porta a confrontare il suo vissuto con quelli nello schermo e a familiarizzare con il meccanismo di riflessività.
Lasciando parlare Edmund Husserl si potrebbe dire che «ogni visione originalmente offerente è una sorgente di conoscenza, che tutto ciò che si dà originalmente nell’intuizione (per così dire, in carne ed ossa) è da assumere come esso si dà, ma anche soltanto nei limiti in cui si dà». Il che significa che le forme della conoscenza dipendono dall’esperienza cognitivo-corporea che facciamo del mondo e che hanno una natura “costruttiva”. Ma questa centralità della relazione tra corpo e sapere si è dissolta con l’evoluzione della comunicazione attraverso i mezzi di diffusione di massa. I vissuti dei singoli si sono separati dalle rappresentazioni dei vissuti stessi, sino al limite di farci sentire protagonisti di storie fittizie raccontate da professionisti della produzione mediale.
Se conoscere il mondo significa farne esperienza, all’epoca della centralità dei media farne esperienza significa esperirlo in modo mediato e diffuso, attraverso condivisioni anonime di massa e coinvolgimenti delocalizzati. Possiamo allora pensare i media non più solo come semplici mezzi di diffusione ma come veri e propri mondi nei quali abitiamo e costruiamo parte delle nostre vite e della nostra conoscenza: media-mondo, quindi.
(continua)

L’utile manifesto 3

Quel che colpisce, poi, è la capacità dei lavori di Dolcini di comunicare in assoluta sincronizzazione ai linguaggi del destinatario e dell’epoca, come riassume il manifesto del dicembre 1979 “Liberiamoci dalle droghe” che contiene la poetica del gruppo Les Humanoids Associés, costituitosi attorno al progetto/rivista francese Métal Hurlant e che in Italia viene pubblicato da riviste a fumetti come Alter alter: l’immaginario onirico disancorato da coordinate spazio-tempo, il tratto ligne claire, la volontà di non sottostare a nessuna regola e coordinata visiva e narrativa. Un ragazzo in jeans corre in un paesaggio fortemente prospettico dominato da un enorme pallone da basket e da una tv in primo piano, mentre un’enorme mano tenta di racchiuderlo con un bicchiere: situazione e personaggio che sembrano usciti dal Garage ermetico (1976-1979) di Moebius (Jean Giraud), o da una delle sue tante tavole libere.
Come si sarà intuito la capacità di questa comunicazione è di tornare alle origini della forma-manifesto, al suo essere incidente ottico nella città, capace di rompere e distorcere i paesaggi visivi cui ci si è assuefatti attraverso le routine dei percorsi. Ecco allora le esplosioni pop di volti a fumetto che ci parlano del quotidiano “A Pesaro il consultorio familiare è in via Nitti 32”. I cromatismi tesi tra le serigrafie à la Andy Warhol (i portoni di Novilara, i muri di Fiorenzuola di Focara, i fogli a quadretti di un quaderno delle elementari) e l’avanguardia sovietica di Majakovskij e Malevic ben presenti nella produzione di Dolcini per il PCI. Oppure la pervasività ambientale di un manifesto come “Pesaro contro il terrorismo”. Una enorme macchia rossa, residuo di sangue uscito da una ferita che lacera i muri di Pesaro e le coscienze dei cittadini, impossibile da confondere nella selva dei segni informativi e pubblicitari per la sua capacità di parlare con immediatezza all’immaginario di una stagione, quella degli anni di piombo, che tocca profondamente la vita cittadina.
Nell’invenzione stilistica di questi manifesti, nella sperimentazione dei linguaggi, nella capacità di cortocircuitare testo e immagine, troviamo la forza dell’anticipazione dei linguaggi che verranno con la controinformazione (il ‘77 è alle porte) ma, ancora di più, con il subvertising di oggi che utilizza le forme della pubblicità per stravolgerla, per fare discorsi “altri”, per perturbare attraverso la visione: interferenza culturale, alterazione dei linguaggi della pubblicità come tentativo di detournement del senso. La forma del “manifesto utile” richiama la carica virale della comunicazione ambientale, dei messaggi che si propagano nel “mondo vicino”, dell’informazione che si produce dal basso, capace di giocare con la componente ideologica sublimandola attraverso lo sguardo ironico. Aperto alle ibridazioni dei linguaggi mediali miscelando fumetto, cinema, arte (cultura alta e cultura bassa si sarebbe detto un tempo); creando segni globalmente riconoscibili per declinare tematiche locali; citazionista e costruito su più livelli di lettura: per tutto questo profondamente postmoderno. Poetico ed elusivo nel significato per rimandare l’informazione ad altro da sé, alla componente emotiva del sapere. Come il manifesto-bando per le “Iscrizioni scuole dell’infanzia 1980” con una gabbietta aperta e un uccellino fermo sulla soglia pronto a volare via.
Lo splendore di questa esperienza, di Dolcini, di Pesaro e della grafica utile, se da una parte sottolinea oggi la necessità per molte amministrazioni di ripensare molta della propria comunicazione restituendole carica emotiva e condivisione, dall’altra ci mostra come il suo insegnamento si sia disciolto nei molti rivoli della comunicazione non mainstream, nei linguaggi del mediattivismo, nell’immediatezza di molti modi di informare sul web, disciolta insomma fra la gente che si è appropriata di questi linguaggi e li ha fatti propri. Ed è questo, forse, il senso ultimo dell’utilità di questi manifesti.
Giovanni Boccia Artieri
(fine)

L’utile manifesto 2

Il progetto di quegli anni, dello “splendore”, ha la consistenza di un’immaterialità della comunicazione visiva che pervade gli spazi urbani, i muri, le biblioteche, i consultori, le circoscrizioni… tutte le micro realtà che lo sguardo (e il corpo) di chi vive la città incontra nei percorsi quotidiani. È una lenta mutazione di un modo di pensare e di pensarsi politicamente come protagonisti che passa per una pervasività estetica dei sensi, delle forme, nell’immediatezza della comunicazione che Massimo Dolcini interpreta “ideologicamente” con il suo tratto perfettamente sincronizzato con lo spirito del tempo ed anticipatore delle forme future.
Pesaro diventa così un ambiente nel quale abitare gli spazi della città significa anche essere “immersivamente” al centro di un progetto di formazione ad un nuovo modo di comunicare. Lo spettatore di quella che è ancora solo una televisione nazionale, abituato alle formalità pedagogiche di un intrattenimento colto e a tratti pomposo, al distacco dei linguaggi ideologizzati di una contrapposizione tra DC e PCI, alla guerra fredda dei due blocchi, si trova di fronte ai linguaggi immediati della “grafica utile”, a un progetto di etica della comunicazione che si svuota delle forme pure della propaganda per farsi sottile messaggio che, ora con dolcezza, ora con irruenza, è capace di travolgere la quotidianità per raccontare la nuova apertura di uno sportello pubblico, gli orari di un consultorio o, più semplicemente, la ciclica ricorrenza di un evento festivo.
La forma del linguaggio utilizzato da Massimo Dolcini ha la stessa leggerezza e consistenza di una comunicazione che verrà, che è quella delle Reti. Il centro del suo discorso è infatti costruito da un progetto teso alla “partecipazione” ed al “coinvolgimento”: il medium-manifesto diventa occasione centripeta di aggregazione attorno a un’idea, occasione di fare networking. Comporta il lavoro attivo del cittadino chiedendogli di essere consapevole del nuovo status che sta assumendo: non più semplice destinatario di una comunicazione pensata per lui in qualità di consumatore – come le tante pubblicità dal dopo guerra in avanti lo avevano abituato a sentirsi – ma “protagonista”, soggetto stesso del messaggio.
Nel manifesto “Un nuovo rapporto tra cittadini e governo della città” una decina di mani – mani di uomini e di donne, di anziani e giovani – si stringono a coppie in un intreccio che domina il visual con immediata capacità di significare una rete interattiva che si sta costruendo. “Presto tutti i cittadini del quartiere riceveranno questa lettera”: è il messaggio di un manifesto in cui un medico disegnato – camice bianco e stetoscopio nel taschino, con una lettera rossa in mano – parla attraverso una nuvola fumettistica del controllo annuale per il diabete, rivolgendosi a chi guarda, implicando in prima persona l’attenzione del passante, rendendolo partecipe di una conversazione più che di una semplice informazione. Oppure in occasione dell’apertura dell’anagrafe elettronica un cittadino chiede “Ma io, chi sono?” e un computer antropomorfizzato (due “lampadine” come occhi, un ticket-lingua rosso che fuoriesce da una fessura centrale-bocca) risponde “Tu sei Angelo Torcolacci!”.
Spesso la chiave utilizzata è quella dell’ironia, come tratto di massima leggibilità ma anche come cortocircuito che necessita di uno sguardo attivo per la lettura. Come nel manifesto sulla “Raccolta meccanizzata dell’uva”, dove un gigantesco grappolo verde è sostenuto da un gancio con vite. O come nel manifesto “Anziani/Ente locale. Una politica oltre l’assistenzialismo” dove il visual è costituito da un bastone da passeggio cui è legata una carota. E, ancora, in quello de “Il gusto dei contemporanei” sovrastato da una enorme caramella incartata. O, infine, nel “musica-incontro. Sarabanda” dove la parte finale di uno strumento a fiato si trasforma in un salame affettato, evocando l’immaginario disegnato di un Jacovitti.

(continua)

L’utile manifesto 1

Dal 31 agosto al 19 settembre è possibile visitare alla Festa nazionale dell’Unità una mostra che ho curato assieme ad amici dell’ISIA di Urbino: L’utile manifesto. La grafica di Massimo Dolcini per il Comune di Pesaro (1976-1987).
Il catalogo che abbiamo realizzato in fretta ed intensamente contiene un mio scritto sullo “Splendore della grafica utile” che in Italia vede in Massimo Dolcini una delle massime espressioni.

Spezzo in un paio di post il mio pezzo, anche perchè il lavoro mi ha coinvolto intensamente nell’ultimo mese.

Splendore della grafica utile.
Massimo Dolcini e la stagione di Pesaro.

A partire dagli anni ‘70 la comunicazione pubblica ha fatto del manifesto pubblicitario uno degli strumenti strategici per comunicare ad una cittadinanza che veniva pensata come interlocutore-protagonista della stagione politica che si andava aprendo in molte amministrazioni.
È in tale ambito che nasce la grafica di pubblica utilità come forma espressiva di una comunicazione politica che in Italia interessa in particolare le media città fino agli anni ‘80. Si tratta infatti di contesti nei quali i vissuti intimi sono capaci di intrecciarsi alle pratiche della politica attraverso un coinvolgimento in prima persona, secondo forme della società che non sono astratte e generalizzate ma che hanno la rilevanza dei piccoli mutamenti quotidiani nelle comunità territoriali e culturali. E così anche l’apertura di un consultorio rappresenta un evento di portata epocale, una conquista evolutiva di un territorio che matura politicamente e culturalmente e, nella capacità di essere comunicato, diventa un evento pervasivo e che sa far parlare di sé. È l’utile che si manifesta, che si fa manifesto.
È questo il periodo dello splendore della grafica utile, progetto etico-politico che in Italia trova nella città di Pesaro uno dei suoi luoghi di espressione e nel grafico Massimo Dolcini uno dei più travolgenti ideologi-realizzatori di questo progetto.
Trasparenza, semplificazione del linguaggio e coinvolgimento del cittadino prendono forma come pilastri essenziali della nuova comunicazione politica che troverà consistenza di legge solo più avanti, a partire dalla Bassanini.
Il manifesto di pubblica utilità si presenta come sintesi grafica e del pensiero, come capacità della comunicazione politica di lasciare il segno. Con quella stessa capacità di riscrivere simbolicamente la città e i suoi vissuti che ha avuto il mondo dei consumi attraverso l’affiche novecentesco. Come sostiene Walter Benjamin ne I «passages» di Parigi, il manifesto rappresenta un “incidente ottico” nel panorama metropolitano, rompe attraverso l’esplosione della comunicazione la morfologia del territorio, intreccia lo sguardo del passante con i vissuti dei luoghi che si attraversano quotidianamente colonizzando, attraverso la città, l’immaginario del quotidiano. Così gli spostamenti verso i luoghi dell’istruzione, del lavoro, del loisir o della cura diventano occasioni di intreccio tra contenuti comunicativi e significati del singolo che si sposta: lo sguardo in movimento viene informato.

(continua)

Sbilanciamoci

IV edizione a Bari per il forum sbilanciamoci al quale parteciperò nella giornata di Sabato 2 settembre dalle 15 alle 18 per MASS MEDIA ANCH’IO: POVERI, LIBERI E PATINATI.
Il rovesciamento delle logiche produzione/consumo cominciano a diventare temi sensibili e i media rappresentano un luogo perfetto di osservazione delle nuove dinamiche. Essere “media anch’io” presuppone ovviamente il Farsi Media.