Videoculture digitali

Esce in questi giorni dopo una meditata lavorazione il volume di Andrew Darley Videoculture Digitali. Spettacoli e giochi di superficie nei nuovi media.

Dalla mia prefazione al volume.

L’esperienza contemporanea è oggi essenzialmente caratterizzata da quella mediale, tanto che parte delle nostre esistenze è vissuta in veri e propri ambienti ad alto tasso di “medialità”, veri e propri media-mondo. In essi caliamo le nostre vite sincronizzando la quotidianità con gli eventi mediali, costruiamo legami fluidi e (in)stabili, partecipiamo alla produzione di un immaginario sempre più connesso ai nostri vissuti e condiviso in reti di relazioni, diamo vita a culture mediali. Così, le partite con videogiochi su console domestiche e portatili, le esperienze in simulatori di volo o di immersione in ambienti sintetici nei parchi tematici, la visione di film dove gli scenari in computer grafica e gli attori virtuali dominano la narrazione ecc. rappresentano generi e pratiche culturali che emergono oggi per diventare parte integrante dell’esperienza spettacolare, di massa e post-massa. Tale condizione esperienziale caratterizza una nuova forma culturale che può essere osservata: quella della videocultura digitale.
Mostrare e comprendere i meccanismi che presiedono alla realizzazione di tale forma è il compito che svolge questo lavoro di Andrew Darley.
Il suo pensiero non ha bisogno di particolari introduzioni. È sufficiente-mente limpido sia nella forma che nel contenuto per essere autoesplicativo. Dietro alla “leggibilità” del suo lavoro c’è però una complessità di approccio che ha la capacità di rielaborare le modalità attraverso le quali tradizionalmente è stata affrontata la relazione tra evoluzione dei media e forme della cultura. In un percorso che si muove fra competenze mediologiche, riflessioni socio-semiotiche e metodologie di indagine proprie della storia dei media, è possibi-le osservare l’emergere nella nostra società delle Videoculture Digitali. È questo un percorso di analisi che Darley ha partecipato ad innovare ed introdurre alla fine degli anni ’90 a partire dall’osservazione di una convergenza fra le nuove immagini tecnologiche digitalmente prodotte, lo sviluppo di prodotti mediali e le pratiche di fruizione connesse. Si tratta di un punto di vista che consente di mostrare gli effetti delle nuove immagini tecnologiche sulle forme e le esperienze della cultura visiva di massa. È in questo senso che, tra l’altro, questo lavoro può essere considerato come un classico nell’ambito dei cultural e media studies.

Più YouTube meno TV

Come riportato dalla BBC qui gli utenti che utilizzano i servizi video online guardano meno la TV generalista. Sintetizzando: più YouTube meno Rai?
Il 43% degli inglesi intervistati che guardano almeno una volta a settimana video online dichiara di gurdare meno TV.
La coorte 16-24 anni è quella più coinvolta dall’utilizzo di servizi vido online, infatti il 28% di questi vede spesso video online.
E’ la fine della TV generalista?
Due veloci considerazioni.
La prima. La “forma” generalista è in declino da molti anni ma resiste per una serie di motivi riassumibili nella capacità di mantenimento dell’audience. Ovvio però che prodotti come Lost sono neo-neo-tv. Una spiegazione narratologica la trovate qui.
La seconda. Certo che dal punto di vista della pubblicità il pubblico dei video online è un target interessante. Ha un modo di fruizione che può facilmente solleticare le strategie del viral marketing, dell’enterteinment marketing, ecc. Eroderà raccolta pubblicitaria alla TV? Il punto al momento è tutto lì.
Il resto è innovazione tecnologica, riflessione mediologica e delle forme.

Tasse reali nei videomondi

La Reuters (come si può leggere qui) apre un’agenzia in Second Life per seguire il fenomeno delle transazioni economiche, visto che gli scambi giornalieri ammontano a 500mila dollari, con un tasso di crescita fra il 10 e il 15 per cento.
Anche gli stati si muovono. L’Australia vuole tassare le transazioni che avvengono con denaro “reale” nei videogiochi di massa online. Negli US c’è un disegno di legge.
L’ipotesi dei media-mondo è sempre più visibile e percepita.
Un resoconto di vita “reale” su questo articolo di Business Week.

La Realtà nei media-mondo?

(questo post è stato scritto dopo aver assistito ad una lezione di Teoria della Comunicazione e Cultura dei Media e letto questo fantastico pezzo di Wired sul caso Lonelygirl)

Quando si vuole aprire un dibattito con qualcuno indipendentemente dal grado di istruzione, sesso, razza, etc. basta parlare di Televisione. La TV (pronuciata alla Homer) è un formidabile generatore di temi per i sistemi sociali. Ma non tutti gli aspetti della televisione sono portatori della stessa carica irritativa. Uno è proprio la madre di tutte le disussioni sulla TV e suona più o meno così: quello che si vede in televisione è vero o è falso?

Saranno vere le liti a Buona Domenica? e quelli dell’isola vivono davvero in quelle condizioni? Ed i programmi del primo pomeriggio dove si raccontano storie vere, sono veri?

Provate a porre una di queste domande a chiunque a vedrete nascere un sistema sociale.

Ma perchè queste domande hanno questo straordinario potere di attirare l’attenzione ed offrirsi come temi della comunicazione?

Penso che alla base di tutto ci sia una questione indecidibile (e per questo è fonte di perenne dibattito) che suona più o meno così: si può avere accesso mediato alla realtà? Oppure il fatto di essere mediata rende questa realtà (con la r minuscola) inevitabilmente diversa dalla Realtà?

Se volessimo dare una risposta secca a questa domanda non potremmo che dire che la realtà mediata è inevitabilmente diversa dalla Realtà. Del resto che i media medino non dovrebbe sorprendere. Come qualcuno ha detto prima di me si tratta del loro peccato originale.

Ma allora se le cose sono così chiare perchè tanto clamore?

Il blog che cambiò l’agenda setting

Da: Madda Loska [mailto:*******@yahoo.it]
Inviato: martedì 14 novembre 2006 10.38
A: Prof. Giovanni Boccia Artieri

Oggetto: Il blog che cambiò l’agenda setting! :)

Prof ha sentito la notizia del video sul down picchiato in classe?

Siamo stati noi con il nostro blog ad imporlo all’attenzione dei media
http://giornalettismo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1233324

e adesso ci hanno (a me e al gestore) invitati al convegno http://www.piublog.it/ che si terrà il 7 dicembre
assieme a giornalisti della rai, di la 7…
mammamia!
:D

Maddalena

L’altra voce della Fondazione

Il dibattito sulla Fondazione due dei post precedenti coinvolge anche gli studenti con l’intervento nel blog di Carlo.
E’ interessante che posizioni che nella vita reale sono rette parallele nella rete (coi blog) si incontrano (cfr. scambio in messenger con Fabio e Luca cogestori di questo blog).
Personalmente credo che il mutamento istituzionale sarà il prodotto di una “irritazione” cui l’istituzione università dovrà rispondere per conservare il sinc con la realtà.
Non credo che il sapere sia oggi solamente fuori dalle aule. Il problema è che la aule non portano dentro quel sapere che fuori si rigenera continuamente.
Anche alle sperimentazioni di massa senza riflessione credo poco.
Per questo motivo è importante che le nostre visioni (docenti e studenti) si intersechino.
Ma non deve rimanere un dibattito interno.
E’ un tema della società civile. Anche un imprenditore o una mamma dovrebbero partecipare al dibattito che, fuori dai tecnicismi, riguarda il futuro.
La psicostoria non ci salverà

Esperienze di didattica da mondi vicini


Prosegue il dibattito sul futuro prossimo dell’università di cui si è parlato nel post precedente (vedi nuovo articolo di Alberto Abruzzese postato su nim).
Intanto la questione ha assunto linee di analisi importanti che riassumo dal post di Stefano Cristante sul suo blog:
1. il tema della didattica
2. quello della normativa
3. quello dello studio sui media (che a noi, qui, sta particolarmente a cuore).

Abbasso i toni e vado alla spicciolata. Rimando a prossimi post uno sguardo al futuro.

Un confronto serio ma anche caotico sulla didattica sembra essere particolarmente proficuo. Spesso i modelli e i metodi utilizzati nei veri moduli offrono casistica interessante che varrebbe la pena di diffondere e condividere. Personalmente credo occorra anche guaradre fuori dalle mura domestiche con il modello francese e anglosassone (ma, da studenti erasmus di ritorno anche quello spagnolo ha alcune cose interessanti).

E’ evidente che guardarsi intorno porta poi a scoprire come la dimensione delle norme sia rilevantissima. Un esempio per tutti: i dottorandi possono fare lezione?
E non parlo di sfruttamento di lavoro.
Un mio vecchi amico ha fatto il dottorato a Londra e, ovviamente, il dottorato essendo qualificato era a pagamento ma con possibilità di borse e di lavoro interno. Morale: a lui erano affidati a pagamento il supporto di due classi per insegnamenti di base ritenuti utili sia per la possibilità di mettere in connessione saperi giovani (il dottorando è solo di poco più adulto degli studenti), che come acquisizione di bagaglio personale di formazione al fare didattica, che come lavoro di studio e resoconto sui classici della sociologia. Ha poi potuto proporre un lboratorio sulla metodologia di ricerca che applicava per la sua tesi (visual sociology) per sviluppare un progetto di ricerca con studenti – anche questo, poichè approvato, era pagato.
Insomma: la base è la ricerca (personale, di un laboratorio, di un gruppo) e da qui si parte.

In Francia (altro racconto di vita vissuta): ci sono moduli di base (teorie dei media ad esempio) che vengono ritenuti fondamentali per un sapere minimo degli studenti (poniamo nelle scienze della comunicazione).
E’ risaputo: nessuno (o quasi) vuole insegnare cosa basiche.
Il modulo viene costruito dai docenti del dipartimento di pertinenza che si occupano dei media. Si definiscono obiettivi di apprendimento. Si definiscono autori di riferimento, teorie, ecc. Poi ogni due anni si turna (tra questi esperti) nell’insegnamento di quel modulo (con aggiornamenti del caso).
In pratica si decide in modo collettivo la dimensione minima dei saperi nei quali immergere studenti del (poniamo) primo anno in formazione e si riservano moduli più avanzati nel quale il docente porta il suo stretto punto di vista a confronto.

Due esempi stupidi se volete ma che insegnano che il problema della didattica, delle norme e dello studio sui media sono intrecciati.
Quindi: dividiamoli sul piano analitico ma cerchiamo di capire le linee di profondità e la portata sistemica (ecologica?) del mutamento.

Preludio alla Fondazione: l’università che verrà

L’università.
Vale la pena parlarne. Il più possibile. E nel modo più collettivo.
Suggerisco così la lettura di un articolo di Alberto Abruzzese sulla necessità di una “Fondazione due”. Metafora che prende corpo da un ciclo di romanzi di Asimov (una sintesi della portata metaforica nel blog di Cristante) e che serve a declinare la necessità di un “laboratorio di ricerca e sperimentazione” pronto a subentrare alla catastrofe certa dell’impero-università (anche dopo il fallimento di una qualsiasi Fondazione uno che cerchi di correre ai ripari). Si tratta di ripartire da un ripiegamento “intesivo” che consenta di riflettere e rielaborare il cuore del concetto di università.
Quali le opzioni da elaborare laboratoriamente? Una terza via tra università di massa e d’élite? Troppo moderna come risposta.
Vale la pena guardare altrove.
Così fa Giovanni Ragone, consigliere del ministro Mussi, in un articolo di risposta ad Abruzzese.
Qui due esempi operativi sono la forma laboratoriale dell’università (vedi MIT) e l’apertura alla cultura delle reti (una sorta di post utilizzo di professionisti/docenti).
Insomma: cercare modelli didattici e di relaizone innovativi.
Vale la pena di riflettere.
Quello che è certo è che nell’università ci troviamo di fronte alle nuove intelligenze (post-studente), che sono indiviui che saturano i nuovi territori mediali (blogger), che sono capaci di produrre contenuti mediali e attraverso questi si esprimono (youtube) che sanno rappresentare i propri vissuti (flickr e ancora blog e vlog), che sanno condividere e connettere il sapere (tutto il social software).
In questi territori si gioca una partita importante per coniugare università e mondo, per superare una visione degli studenti audience/consumatori/clienti e recuperare il valore delle loro individualità, delle esperienze.
Si tratta di strutturare nuovi modi e forme di relazione tra corpo docente e corpi; di sperimentare e creare linguaggi dell’università che siano nel mondo e che lo producano; di non sottrarsi alle prove empiriche delle realtà industriali portando la teoria come un universo di valore…
Quello che mi sembra certo è che la Fondazione due deve essere altro rispetto alla struttura cospiratoria dei romanzi di Asimov (dove arrivava ad essere probabilmente l’ultimo vero ostacolo al Secondo Impero). Di certo non è possibile pensarla come struttura centrica ma come spazio diffuso e diffusivo.
La Rete (le reti) sembra (sembrano) l’unico luogo in cui poterci lavorare.