Endemol lo show del dono di morte


Se n’è parlato molto. Endemol e la tv olandese BNN (Bart’s Neverending Network) il 1 giugno metteranno in onda la prima puntata del programma “De grote donner show” – “Lo show del grande donatore”. Lisa ha 37 anni ed è malata terminale. Tumore al cervello. Deve scegliere assieme al pubblico a chi donare un suo rene tra tre possibili concorrenti tra i 18 e i 40 anni.

Sensibilizzazione mediale sulla donazione di organi? Show del dolore?
Due suggestioni: scambio simbolico e catastrofe.

Lo scambio simbolico e la morte.
Il consumo, la perdita, il sacrificio e la distruzione diventano più essenziali per la vita umana delle economie di produzione e di utilità – così Baudrillard a partire dall’economia generale di Bataille. La morte non è altro che una sfida radicale al sociale, ma è anche un atto iperreale, un simulacro, che partecipa fino in fondo alla comunicazione spettacolare di massa.

Oppure: sensibilità all’evento-catastrofe. E’ la sensibilità della comunicazione-evento, è con essa che abbiamo imparato a familiarizzare grazie all’esperienza degli eventi che i media ci presentano con coinvolgimento ed immediatezza, portando il punto di catastrofe nelle nostre vite quotidiane, facendo dell’allarme la condizione di normalità, abituandoci a cogliere l’elemento di conflittualità e di rovina dietro agli eventi che ci presentano. Siamo di fronte ad una molteplicità di rappresentazioni delle tensioni immanenti agli eventi. La tensione verso la morte è tra queste.

Sogno un mondo dove non ci siano FemCamp

In questi giorni ho sentito molto e letto molto a proposito del FemCamp di Bologna.
Sulla specificità delle blogger, sulla non necessità di sovraesporsi, sull’utilità e inutilità di questi mezzi, ecc.

Alla fine sottoscrivo praticamente parola per parola quanto scritto da Andrea Beggi (che è una fan culture) e lo sintetizzo così (scusa Andrea):

1. se vuoi entra nelle conversazioni: non ci sono risposte ma modi di conversare che ti porteranno da qualche parte;
2. se ti chiedi “perchè” bloggare e perchè no la risposta è dentro di te: trovala;
3. rispetta la libertà di espressione e lascia che i blogger si autoselezionino (teoria dei 100 fiori).

Il FemCamp è stato “irritativo” (nel senso della Teoria dei Sistemi Sociali) e diversamente dalle altre nonconferenze ha stimolato distinzioni e differenze. D’altra parte un barcamp “al femminile” ha avuto la funzione di puntare l’attenzione sulle differenze di genere, su qualità distintive che traccino demarcazioni fra i blogger, frammentando, esaltando le specificità di linguaggio, la femminilizzazione del pensiero, ecc.
Dai giorni in cui ho frequentato il cyberfemminismo (Haraway, Braidotti, ecc.) ho sempre considerato la moltiplicazione delle differenze una sana spinta destrutturante e il conflitto un terreno importante per evolvere.
Forse però in questo caso la chiusura del post di Beggi rappresenta l’altra faccia salutare della medaglia:

Sogno un mondo in cui non esistano FemCamp né feste della donna

Serial Movie partecipativo

 

Comincia oggi il progetto di serial movie partecipativo Tigri di carta” che porterà a girare 14 episodi di 3 minuti ciascuno con Rocco Papaleo e Alessandro Haber. Il lavoro promosso da Nokia NSeries attraverso il suo laboratorio www.PlaytheLab.it propone una convergenza mediale che mette in gioco stili e linguaggi diversi. Su plot suggerito ogni 15 giorni dallo scenggiatore Lorenzo Bartoli e dal disegnatore Daniel Zezelj (complice Eura Edizioni) da casa ci si potrà candidare come protagonisti attori e sviluppatori della trama:

Sarà solo grazie ai contributi che gli spettatori vorranno fornire sia in qualità di autori che di attori che la storia prenderà vita nella sua forma più completa e finale 

La forma partecipativa di questo progetto sfrutterà le forme di contatto delocalizzato e diretto:

seriesLovesCinema, è il primo progetto di cinema partecipativo perché permette allo spettatore di partecipare a tutte le fasi della lavorazione, dalla stesura della trama al casting, fino alla presenza virtuale o reale per i più fortunati sul set. Gli aspiranti “protagonisti” potranno partecipare al recruiting non solo andando sul sito ma anche presentandosi presso lo stand Nokia Nseries che accompagnerà tutte le tappe del Cinetour oltre che alcuni dei più importanti Festival di Cinema italiani.

L’intreccio dei linguaggi con il fumetto sta nell’impianto del tipo graphic novel (per capirci come 300) sollecitato da

Something is happening: Heroes at University

heroes

Ho seguito da dietro le quinte e con interesse questo lavoro del laboratorio di web 2.0 che Fabio e student* (l’uso del * è un omaggio al lavoro sui gender studies) hanno presentato a bologna al femcamp (sul senso della differenziazione del barcamp declinato su tematiche di genere evito ogni commento. Rilancio invece, in puro stile cyber – leggersi Donna Haraway – proponendo: gaycamp, lesbocamp, bondagecamp, priestcamp ma anche dummiescamp, scicomcamp fino al campcamp).

La cosa che mi interessa maggiormente di lavori come questi sui cultural studies è la capacità di mettere in gioco le nuove generazioni che danno vita a culture partecipative per analizzare le fan culture. In pratica in via diretta – fan di un prodotto che analizza le culture dei fan dello stesso prodotto – o indiretta – fan di un prodotto che analizza le culture dei fan di un altro prodotto – è possibile sviluppare una metodologia di analisi capace di mettere in relazione nel profondo meccanisimi di auto osservazione ed etero osservazione. Ad esempio la capacità di osservare tramite le forme del web 2.0 la riflessività è estremamente potenziata nell’essere effettuata da coloro che la praticano.
La via dell’Aca/Fan, Academic Fan, nei termini di Henry Jenkins, che ha implicazioni fortissime sia nei termini della ricerca che del rapporto tra questa e realtà universitaria:

persone che sono sia accademici sia fan, per le quali non è un problema mescolare e integrare queste identità, e che perciò sono in grado di scrivere in maniera più aperta sulle proprie esperienze nel mondo dei fan senza “l’obbligo della difesa”, senza il bisogno di difendere la comunità. Di conseguenza possono prendere in esame le contraddizioni e i conflitti presenti al suo interno, risollevare questioni spinose che abbiamo ovattato nei resoconti precedenti, e ora c’è la libertà di avere un dibattito concreto tra di noi su alcuni di questi temi cruciali.

Se ne parla molto in Fans, Bloggers and Gamers che sto revisionando per la pubblicazione italiana – uno dei motivi per cui io ero a casa e altri al femcamp ;-) .

30th Star Wars

 

30 anni oggi. Un compleanno importante per una saga che ha cambiato l’immaginario scifi e quello generazionale per sempre. Come dice Steve Sansweet, Director of Content Management e gestore delle Fan Relations per la Lucasfilm:

Generations of fans have loved Star Wars, many passing along the ‘Star Wars gene’ to their children

I festeggiamenti organizzati dalla Lucasfilm al Los Angeles Convention Center hanno prvisto, tra le altre cose, una proiezione non stop dell’intera saga. Una prova “fisica” per la fan culture di SW che ha partecipato con abbondanza di cose players. Anche transgenerazionali.

 

Milan e SecondLife

 

In occasione della finale di Champions League era possibile ritirare una maglietta del Milan i Second Life (un grazie a Marcello per la segnalazione).
I festeggiamenti per la vittoria erano praticamente scontati (un resoconto con immagini qui).
La sincronizzazione tra eventi di first e second life intercetta forme partecipative dei vissuti e rappresenta un punto di attrazione per il neo-marketing.

Brand e SecondLife

Ieri ero qui.

 L’idea era di avere una giornata per lavorare sullo “scenario” mutato della comunicazione e delle sue forme per quanto riguarda pubblicità, mercato, consumatori, ecc.
SecondLife è ciò su cui mi hanno chiesto di riflettere e il titolo che ho proposto è una cosa del tipo: “Comunicazione virale e ambienti sociali: SecondLife e il nuovo brandscape”. Il tutto pensato verso il 2037, per la generation me.
L’idea è quella di ragionare sul fatto che le imprese possono entrare in modo significativo in questo mondo solo se si trasformeranno in produttrici di ambienti sociali per le relazioni sociali: ambienti e relazioni che incarnano il brand, il suo mood.
Siamo oltre l’ennesima vetrina o la semplice possibilità di far crescere la brand equity solo per il fatto di esserci. Qui si chiede di “progettare” relazioni sociali. Di pensare in termini di striature dello spazio (per capire bene occorre leggersi Millepiani di Deleuze e Guattari, ma solo se avete un bel po’ di tempo e voglia di cambiarvi).
È lo sviluppo dell’ambient advertaisement in una direzione in cui non vengono colonizzati dal brand ambienti sociali esistenti ma il brand è lo stesso ambiente sociale.
Vi ricordate il leit motiv anni ’90 “entrare nel mondo di marca”? Oggi ha valenza letterale.

Riassumendo: 3 occasioni di riflessione per il futuro delle imprese in SL
1. (co)progettare nuovi ambienti sociali: portare l’ambient advertisement verso le estreme conseguenze
2. (co)progettare relazioni sociali: dal broadcasting all’ego-casting, alla condivisione delle esperienze vissute
3. creare “situazioni” affinchè gli utenti generino brand content e brand relation, unendo il brand alle forme delle culture partecipative

Ma i brand possono andare oltre. Non solo progettare ambienti e relazioni: perché non corpi?
Come saranno gli avatar che pensa per te “CocaCola”? O quelli “Nike”? Oppure: di quali comportamenti potrà dotare il tuo avatar la palestra “Feetness”? E la rivista di Riccardo Schicchi “Diva2.0”?

Hipertinence: una intervista a Derrick de Kerckove (2)

 

Ecco la seconda parte dell’estretto dall’intervista a Derrick de Kerckhove. 

Giovanni Boccia Artieri: Eppure il web 2.0 rappresenta già una mutazione significativa del panorama. Capisco però che lo scenario che hai disegnato adesso rappresenti il punto di tensione, il passaggio al futuro che ha l’utilità di consentire al piano dell’analisi di ancorare la riflessione a ciò che verrà.
E d’altra parte il transito attuale al web 2.0 mi sembra essenziale perché contiene già quei principi su cui si può fondare, ad esempio, un progetto come Internet zero. Infatti possiamo vedere il web 2.0 in una duplice prospettiva. Quella dell’accentuazione delle relazioni sociali e quella della pervasività e potenza delle connessione. Sul secondo versante è evidente come ci stiamo trovando di fronte ad una crescita di connettività domestica e sui luoghi di lavoro – dovuta ad esempio in Italia alla diffusione dell’alta velocità – e alla continua espansione di progetti wi-fi che cominciano a coprire le città consentendo una connessione sempre più integrata a tutti gli spazi quotidiani di vita; a questo va aggiunta la diffusione di device (palmari, portatili, cellulari) che garantiscono flessibilità nel connettersi e gestire l’informazione rispetto alle proprie necessità. Questo comporta una percezione sociale aumentata dell’essere connessi sempre ed ovunque e fa rientrare le possibilità informative e di intrattenimento garantite da tale connessione nelle pratiche quotidiane routinarie e viverle come integrazione al quotidiano piuttosto che come eccezionalità problematica. Sul primo versante è evidente come oggi ci troviamo di fronte sul web ad una moltiplicazione delle occasioni relazionali capaci di costruire rapporti sociali tra individui e individui e tra individui ed organizzazioni e istituzioni pubbliche: dai personal blog ai corporate blog, dai sistemi di social networking come LinkedIn alla moltiplicazione di spazi personali connessi in social network come Myspace e facebook, ecc. All’interno di questa realtà l’informazione viene ridefinita e selezionata rispetto a meccanismi fiduciari e di reputazione, tramite processi di specificazione dell’informazione che passano dalle scelte degli utenti, prima parlavamo del tagging.

Derrick de Kerckhove: È vero. La mutazione è di fronte a noi. Per spiegarla io uso il concetto di i-pertinenza (hipertinence). L’i-pertinenza è una parola che deriva da ipertesto e ha a che fare con l’ipertestualità delle nostre vite, con l’iperconnetività e con l’iperspazio di dati che abbiamo bisogno di conoscere. L’hipertinence porta con sè sia il testo che il contesto, è la capacità della tecnologia del web di riassociarli. Pensiamo ai blog. Oggi con il blog c’è la possibilità di contestualizzare la ricerca in modo molto preciso, si rende possibile un sistema di pensiero che anticipa la risposta alla domanda, perché il blog dà lui stesso la parola chiave e il contesto, dà la scelta ottimale perché appaia questa parola chiave all’interno di un sistema di decisione. Testo e contesto assieme.
Ed è una cosa importante perché la storia del nostro rapporto con il linguaggio è la storia del distaccamento del testo dal contesto. Con la cultura orale è il contesto che domina. Con la cultura scritta domina il testo. È però un testo che viene senza il contesto di vita, che è l’origine dell’esperienza propria…

Giovanni Boccia Artieri: La scrittura, nella sua evoluzione via via verso il modello di massima generalizzazione prodotto con la stampa, introduce un distaccamento tra corpo e comunicazione che produce il testo come realtà autonoma che deve contenere in sé il contesto della comprensione, separando chi conosce da ciò che viene conosciuto. Con le nuove forme di testualità, citavi prima il blog, troviamo un nuovo rapporto tra testo e contesto, una forma di riaccoppiamento tra vissuti e comunicazione, di risincronizzazione tra esperienza individuale e informazione, anche se con le possibilità di diffusione proprie dei media di massa.

Derrick de Kerckhove: Torniamo a una cultura dell’esperienza, torniamo a una cultura del contesto, però senza perdere il valore del testo: cioè la flessibilità, la fluidità, la “tirabilità” del testo fuori dal contesto. Questo significa essere nell’i-pertinenza, la pertinenza hiper. Perché siamo capaci con motori di ricerca sempre più veloci ed intelligenti e complessi, con modi di personalizzare la ricerca sempre più precisi, utilizzando le forme di selezione che dipendono dalle esperienze dei singoli, come con il social tagging, di avere risorse cognitive straordinarie che si trovano fuori dalla nostra testa.

L’Italia ha bisogno di Cultural&Media Studies

Bernardo Parrella ha ragione. E’ un momento giusto per rilanciare i cultural-media studies in Italia. Stiamo visibilmente vivendo anche noi una grande trasformazione che è diffusa nella società. Le Università cominciano a sensibilizzarsi alle tematiche relative allo scenario culturale/mediale in trasformazione- anche se ci sogniamo convergenze e transdisciplinarietà come quelle ad esempio americane (non ho parlato del MIT ;-)
Sono usciti studi interessantissimi sia per gli addetti ai lavori che per la società civile, capaci di mettere in prospettiva lo scenario evolutivo. Inutile dire che ognuno di noi nel suo piccolo prova a fare qualcosa, ma alcuni problemi nell’editoria italiana esistono. Ad esempio l’impossibilità – o quasi – di proporre volumi eccessivamente corposi in ambito scientifico (sarà mica colpa dell’effetto CFU Universitari riversatosi deterministicamente nelle logiche editoriali?). Lo scarso investimento delle Università nell’impegnarsi editorialmente nella produzione di cultura (rari sono i casi di press universitarie significative).
Qualche editor coraggioso e lungimirante c’è. Ma viene schiacciato dalle logiche economiche della piccola editoria o dai riflussi dell’editoria di massa.
I grandi editori – che potrebbero permetterselo -, dopo qualche sporadica sperimentazione anni ’90 sull’onda esaltante del cyber, si sono ritirati nella nicchia sonnecchiosa della pubblicazione ipernota e rara.
Di docenti interessati, di editor, di studiosi in genere, di people in networking nella logica della lunga coda, di imprenditori (anche non) culturali potenzialmente interessati ce ne sono. Ognuno di loro, come me, lavora dal basso e diffonde link, PPT, segnalazioni, lascia consigli su amazon perchè ciò che è celato emerga.
L’impegno culturale c’è. Quello imprenditoriale manca.

The tag is the message: una intervista a Derrick de Kerckhove (1)

 

Nel prossimo numero della rivista Sociologia della Comunicazione compare una mia recente intervista a Derrick de Kerckhove, molto presente in Italia negli ultimi anni perchè coinvolto in unsa serie di progetti e nella didattica di alcune Università. Di seguito riporto la prima parte di un piccolo estratto che riguarda in particolare alcune riflessioni sul presente e futuro della rete.

Giovanni Boccia Artieri: Rispetto alla riflessione presente nei tuoi ultimi lavori, Brainframes e La pelle della cultura , il mediascape è mutato. Non tanto perché il computer è entrato nella quotidianità delle nostre vite, non solo perché il suo brainframe si è specificato in relazione agli individui ma soprattutto per l’emergere della forma del network come dimensione centrale, per l’affermarsi del web come nuovo ambiente socio-cognitivo. La crescita di social media, di spazi connettivi per le presenze sul web, di forme collaborative di produzione e diffusione del sapere come wikipedia, rendono visibile il reale progetto sotteso al brainframe computazionale. Dietro questa centralità del network secondo te cosa troviamo? Qual è l’ambito di maggior interesse per lo sviluppo dei tuoi studi al riguardo?

Derrick de Kerckhove: Potrei sintetizzare ciò che io osservo in un modo che ha la potenza di sintetizzare un ambito di analisi rilevante oggi, e potrei farlo con questo slogan: il tag è il messaggio. Il tag è la natura propria di Internet. Senza il tag, senza questa possibilità di condividere i messaggi che vengono trattati e mandarli in rete in pezzi diversi che seguono rotte diverse, Internet sarebbe un sistema unicamente punto a punto e non distribuito come di fatto è.
La distribuzione è la metafora di base della cultura attuale: si ridistribuisce, si decentralizza, si riorganizza, si rendono ubiqui tutti i punti di connessione con la Rete.
Ciò significa che la realtà che si costruisce non è “punto a punto” ma piuttosto “end to end”, il che è una cosa incredibile perché si costruisce una modalità similare a quella della coscienza che funziona, essa stessa, “end to end”. Abbiamo a che fare cioè con una coscienza connettiva – anche collettiva: perché vi siamo tutti implicati – perché ognuno di noi appartiene a reti specifiche e specializzate a partire dalle proprie competenze, reti che si connettono ad altre reti, reti che sono spesso completamente aperte consentendo alle persone di accedere e portare le loro competenze. Reti di sapere diffuso come wikipedia, reti di relazione tra identità diverse come MySpace, reti di supporto alla salute come nella telemedicina, ecc.
In senso ironico possiamo dire che ci troveremo a dover fare una vera e propria zoologia della rete distinguendo tra specie di reti differenti. Quello che è certo è che ci troviamo di fronte a reti che hanno forme totalmente diverse per continuità, coerenza, consistenza e sostanza.

Giovanni Boccia Artieri: La natura di questa realtà “end to end” è quindi profondamente relazionale, costruita attorno alle possibilità e alle occasioni di connessione. La dimensione tecnologica della connettività è ovviamente centrale per delineare gli scenari futuri della cultura all’epoca del network e per definire la natura delle reti che vanno costruendosi. Pensandoci attraverso la tecnica, quali sono i modelli che al momento secondo te aprono le prospettive maggiori di una società connettiva?

Derrick de Kerckhove: Per il momento la tecnologia che secondo me influenzerà maggiormente la cultura è il wireless perché è una tecnologia che può mettere tutti in contatto con tutti e con tutto. Wireless significa poter essere in contatto con una memoria e un’intelligenza globale sempre e ovunque. È la connettività che entra nella dimensione quotidiana con una semplicità che cresce giorno dopo giorno. Ed è la più globalizzante di tutte le nostre tecnologie, perché fa implodere il mondo su se stesso ed è capace di mostrare le implicazione che tutto questo ha sulla nostra corporeità.
Io non penso infatti che si possa dire che stiamo perdendo il nostro corpo attraverso una sua disseminazione nelle reti. Si tratta di una suggestione tutto sommato romantica. Penso invece che sia vero l’opposto, cioè che non ci troviamo di fronte alla perdita della nostra corporeità, ma che invece la stiamo estendendo: estendiamo il nostro corpo e ridistribuiamo la nostra sensorialità a tal punto da portare le reti al livello della nostra epidermide.
 [...] continua