Capitan Harlock Fan Film

Ma ve la ricordate l’Arcadia che sfreccia verso il sole? E le venusiane evaporare?

Ecco un  Fan Film – in realtà un corto – della spagnola miguelmesas capace di ricatturare l’atmosfera dell’anime di Leiji Matsumoto.

[Youtube=http://www.youtube.com/watch?v=PyUvwcXywtQ]

Per chi vuole approfondire consiglio questo fan site su Capitan Harlock.

Per chi si chiede quale sia il modellino di Arcadia nella foto – anche questo fa parte delle fan culture, no?- posso dirvi che si tratta della versione Outside Legend (come potete leggere qui).

Come un terremoto: WuMing su Henry Jenkins

 

E’ online la prefazione a “Cultura convergente”, testo di Henry Jenkins, in uscita per Apogeo in questi giorni.
Il fatto è che l’hanno scritta i WuMing (1 e 2).

Il fatto è che l’attacco è fulminante:

Nel migliore dei mondi possibili, la pubblicazione di questo libro scuoterebbe come un terremoto il dibattito italiano su Internet e le nuove tecnologie di comunicazione. Se non produrrà nemmeno uno scarto, significa che quel dibattere è una parvenza di vita, finestre sbattute dal vento in una villa disabitata, mortorio al cui confronto un poltergeist è il Carnevale di Rio.

Il fatto è che ne parleremo con loro a Urbino il 25 ottobre a Scienze della Comunicazione dove abbiamo organizzato un incontro (con proiezioni) dal titolo: Nuove comunità e creazione pop al tempo della rete (le news con il contagocce se no roviniamo la sorpresa).

Il fatto è che a mezzanotte WuMing1 me l’ha segnalata così l’ho letta praticamente in anteprima.

Sarà per questo o perchè credo che tratti temi ghiotti per gli indigeni che ve ne consiglio la lettura.

La blogosfera per Aldo Grasso: sulla riva dei civilizzatori

 

Potere dei social media. Se non avessi letto su twitter la segnalazione di Luca De Biase di questo post di Roberto Moroni mi sarei perso una “perla” di articolo su Il Foglio in cui Aldo Grasso esterna sui blog intervistato da Maurizio Crippa.

Ora, Aldo Grasso è un esperto di mass media (in particolare dei linguaggi radiotelevisivi), è un critico attento, raffinato provocatore, spesso pungente. Ma Aldo Grasso è un civilizzatore, non un indigeno. Per tale motivo la sua tesi è profondamente moderna. L’asse portante del suo discorso si fonda su tre pilastri:

1. I blog hanno prodotto un eccesso di informazioni che ha prodotto comportamenti bulimici. Le metafore utilizzate per argomentare sono di stampo biblico: “oggi viviamo nel momento sucecssivo all’alluvione; come sul punto di annegare nelle parole”; è la Torre di Babele:

Che cos’è, se non una grande invenzione tecnologica? Ma poi crolla, perché non si riesce a parlarsi per un eccesso di parole non comprensibili. E sono incomprensibili perchè ono autoreferenziali, il più delle
volte non sono che diari impudìchi, o pretesti per altro

Ma i blog non sono mass media. Contengono forme e linguaggi diversi. Alcuni sono autoreferenziali diari personali (ma pubblici); altri costruzione di dialoghi intrrecciati; altri ancora funzionano con logiche mainstream… il discorso è difficilmente generalizzabile. Gli indigeni si orientano, conoscono il territorio, lo sanno attraversare. I civilizzati vedono i sassi tutti uguali, i punti di riferimento sono persi.

2. Coi blog la comunicazione perde di verticalità e si fa orizzontale. Per Grasso la cosa non è necessariamente un male se non introducesse la predilezione per un pensiero schematico.

Per millenni, la comunicazione è stata verticale: una fonte da cui discendono i fiumi del sapere. L’archetipo è la Bibbia (l’avevo detto io!). La Rete fa saltare le gerarchie, il grande scrittore, il grande giornale, vale come il ragazzino che dice la sua, che fa un copia-incolla da un sito all’altro”.

La logica della rete è eterarchica. I centri si moltiplicano. Esistono sistemi di referenze. Luoghi di selezioni. Logiche di reputazione. L’informazioni si fa contestuale, ricercabile, diffusa e riproducibile. Il pensiero segue percorsi rizomatici (omologia tra attività cognitiva e forma del web), complessi. Accanto a slogan e semplificazioni troviamo ragionamenti costruiti con architetture anche complesse. Dice Aldo Grasso che “spiegare Marx nel web sarebbe complicato”. Vero. Ma ci sono un bel po’ di siti che possono aiutare.

3.  I blog esaltano la funzione fatica, la comunicazione dell’esserci più che i contenuti.

Anche a proposito di questo è difficile generalizzare. E’ evidente che la comunicazione mediata (il blog sono anche questo) promuovono un valore pragmatico, esaltano lo sfondo relazionale. La capacità (possibilità?) di ascolto la si vede nelle miriadi di feed che aggreghiamo, di commenti che lasciamo, di piccole attenzioni con le quali segnaliamo gradimento e conoscenza. Nella blogosfera l’informazione si ricompatta alla relazione rispondendo ad un nuovo bisogno sociale -forse- post audiovisivo.

Insomma: la realtà dei blog letta con la lente dei media mainstream e sulla riva dei civilizzatori ci offre una visione che non riesce a leggere la mutazione. La grande attenzione che i media di massa riservano a questi territori oggi è indicativa del fatto che le forme emergenti sono diventate visibili anche al di fuori della rete. Ma siamo in alcuni casi ancora troppo profondamente moderni per tentarne una lettura.

Su una cosa però concordo con Grasso: “i mezzi di comunicazione sono diventati ‘ambienti’ in cui si è immersi”: è la prospettiva dei MediaMondo :-)

Il primo giorno di scuola

 

Primo giorno di scuola. Delle elementari. La prima elementare. IA. La bambina entra ridendoe sceglie il banco che guarda verso la finestra.
Le maestre salutando i genitori consegnano un foglietto da leggere a casa, quando si ha tempo.
Sono indicazioni terapeutiche per la relazione genitori/figli e suonano così:

Debutto alle elementari: consigli per genitori

Ogni anno, un piccolo esercito di alunni si siede per la prima volta tra i banchi delle scuole elementari. Spesso i piccoli sono accompagnati da timori, speranze, curiosità e ansie suscitate dalla novità che li circonda: nuovi ambienti in cui passare molte ore senza genitori, nuovi amici, nuove attività e impegni e soprattutto il cambiamento per eccellenza…apprendere! E altrettante ansie e apprensioni accompagnano i genitori… In soccorso per loro, però, pochi e semplicissimi consigli che arrivano direttamente da chi i bambini li conosce per passione… e professione. E anche mamme e papà che non hanno mai affrontato questa esperienza saranno perfettamente in grado di rendere l’occasione piacevole per i loro bambini, senza caricarli di ansia fin dal primo giorno di scuola.

La prima regola fondamentale: sviluppare curiosità e interesse verso l’apprendimento, in modo che diventi una carta vincente tra i banchi, ma anche fuori. Lo studio non dovrebbe mai passare come un obbligo al quale adempiere, ma piuttosto dovrebbe essere mostrato ai piccoli come una fonte di apprendimento di cose nuove e, magari, divertenti.

Ineccepibile. Come il loghino sbiadito sul fondo del foglietto dove una cassa toracica stilizzata contiene un cuore gigantesco: payoff “La salute. La cosa più importante”.

Allora capita di incuriosirsi per questa relazione stretta tra scuola e saluta e di cercare e trovare in rete le 10 regole d’ora (la prima era nel foglietto). E le si trova qui. Un sito sull’automedicazione responsabile, denso di consigli, spiegazioni… con una sezione dedicata ai tuoi bambini…  Se cerchi un po’ (ma neanche tanto pechè ti chiedi a chi corrisponda il logo lì in alto) capisci che si tratta di uno “strato” della realtà che ha il suo senso da un’altra parte. Meglio: dalle parti di un’azienda farmaceutica che ha la sua home qui. Lo stesso logo e payoff del fogliettino. Solo che tra logo e pay off c’è anche il nome del brand.

Allora pensi: “Ok, marketing. Il foglietto assume un altro senso”.

Poi pensi di cercare se sul sito del ministero dedicato all’istruzione – o siti collegati – trovi delle “regole d’oro”, se c’è qualcosa che parla ai genitori, e che lo fa così. Niente (Nota ai miei lettori: se lo trovate segnalatemelo).

Allora riconsideri il tutto.

La scuola ha necessità di comunicare il senso dell’apprendimento, di lavorare sulel ansie di bambini e genitori, di trovare canali e forme… Magari basta fotocopiare poche righe create ad altri fini e togliere il brand. Magari si costruiscono tattiche -decoupage per iniettare di senso la realtà. Magari è sbagliato. O magari no.

La bambina di prima elementare ha passato la settimana in una classe con i banchi a ferro di cavallo, cambiando posto ogni giorno (“così vi conoscete tutti”), aternando racconti e disegni (della stessa favola raccontata ogni giorno in modo diverso: gridata, sussurrata, con voci molteplici, con i suoni fatti dai bambini…), andando almeno due volte al giorno nella palestra (aula attrezzata con cuscini, gommapiuma, ecc.) per sfogarsi e giocare (giochi a tema: sempre sulla favola), il sorriso quando entra e quando esce.

Il senso si costruisce anche così.

Dimenticavo, parlo di una scuola pubblica. Non potrebbe, per me, essere altrimenti.

Indigeni digitali, nativi mediali

 

Ho aderito al gruppo “Indigeni digitali” su Facebook.

Non poteva essere altrimenti visto il programma:

Il gruppo di chi vive da sempre il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, diffida di un certo peloso marketing online, non si occupa di divulgare la conoscenza anche agli analogici perchè sono grandi abbastanza per sapersi arrangiare ma li aiuta se questi manifestano interesse.

Forse la cosa nasce apparentemente da una presa di distanza dello sfruttamento del suffisso “camp” per incontri business oriented.

In realtà è la consapevolezza di una profezia. Quella della distinzione osservabile tra nativi dei media e civilizzati, che diventa sempre più visibile nella faglia tra logiche e linguaggi dei mass media e logiche e linguaggi dei new media.

La rete è uno spazio in cui si gioca il conflitto contemporaneo, quello fra i nuovi barbari – i nativi mediali, che si muovono a loro agio tra gli spazi immateriali e quelli concretamente tecnologici – e i civilizzati – tesi tra la salvaguardia della tradizione e la promozione dell’innovazione.

Se la prima era della rete – aperta da mosaic – ha visto lo spaesamento incosapervole, lo stupore naturalistico, per lo spettacolo dei nuovi territori mediali che ha portato i civilizzati a costruire la loro residenza (quanti inutili siti vetrina, acquisti di domini da mettere sul biglietto da visita), la seconda era – i motori di ricerca – ha tracciato i confini dei coloni che hanno cominciato ad invadere spazi altrui con i “segni” della civiltà. La terza era – del web 2 – ha visto crescere nel territorio i figli dei coloni accanto ai figli dei barbari; li ha visti convivere: anche nella stessa persona (blogger consulenti del marketing; barcampers che lavorano per il viral marketing; personaggi mass mediali che aprono un blog per scendere in piazza…)

Capita allora che gli indigeni necessitino di un maggiore contatto con la terra, per ribadire la distanza dai civilizzati, per riaffermare quello scarto conflittuale che i sistemi di potere contemporanei hanno esaurito per logorazione. La distinzione si gioca sulla comunità esperienziale, sul we sense mediale e non più su tratti socio-economici, così come la modernità l’aveva caratterizzata.

la sitinzione sta nell’essere indigeni o nell’essere civilizzati.

Tutto qui. Tu da che parte stai?

Update

Un’idea delle reazioni della blogosfera la trovate qui. Potete anche giocare individuando i barbari e i civilizzati.

La politica dei nuovi linguaggi

Giuro che questo era un post che non volevo fare.

Non mi piace il populismo qualunquista di questo blog, nè iniziative vaffanculo-destruens. Credo che l’intreccio tra fascinazione antipolitica e self marketing sia da non perseguire.

Eppure quello di domenica, volenti o nolenti, è il linguaggio della moltitudine. Il frutto della capacità di auto-organizzarsi attraverso i mezzi di comunicazione di massa per le masse; la capacità di sfruttare le logiche e i linguaggi del nuovo web; la tangibilità della potenza delle conversazioni dal basso. In questo sta il senso: la forma.
So che il discorso si fa pericoloso, ma provate a seguirmi.

In un corsivo su La Repubblica Michele Serra ha scritto:

Questo costringe chi dubita della forza politica e culturale di Internet (compreso chi scrive) a rifare un po’ di conti, perché la giornata di ieri, e questo Grillo lo sa, è soprattutto un colpo all’idea di onnipotenza della televisione, una breccia nel muro, un indizio non decisivo ma importante a favore del peso che la rete ha via via acquisito nel determinare orientamenti e scelte di massa.

Ecco, il punto è questo: i linguaggi dei media di massa – quelli in cui la politica italiana è cresciuta e riproduce – hanno visto la potenza delle conversazioni dal basso. E non parlo di Veltroni che usa twitter come fosse un luogo per comunicati stampa user friendly, che ha 12 following – Rosy Bindi su twitter ne ha uno solo: Veltroni – molto selezionati e si muove con british understatement – questo è vecchi linguaggi dentro un nuovo mezzo.

Parlo di quelli che si sono accorti dell’incrinatura. Che i nuovi linguaggi sono politici. Che il web non è solo uno strumento da contemplare nella propria campagna, da mettere nel paniere del marketing politico. Il web è un luogo della politica. E il fatto che stia dentro la rete non significa che il suo impatto non sia reale.

Ecco, il V-Day studiatevelo nella forma. Ci troverete il gene mutante che diventa visibile.

Update

Leggo oggi e sottoscrivo molte cose della riflessione di Luca De Biase. Non concordo solo sull’uso del termine “controinformazione”. O meglio: ci troviamo di fronte alle nuove forme e modalità di comunicazione; forme che emergono dalle pratiche quotidiane di comunicazione che hanno interiorizzato le logiche dei media mainstream e le hanno giocate in modo “tattico”. Modi che “producono” e creano, non solo nella forma di “contrasto”, non solo in contrapposizione (come in verità il caso di Grillo mostra) ma mostrando strade diverse.

Twitter we sense

twitter upgrade

In momenti come questi, quando una delle possibilità di comunicazione viene meno, ti resta tempo per qualche riflessione. Fino alla ripresa del servizio, almeno.

Twitter. Uno dei tanti mezzi di sovraesposizione. Forma di messa in narrazione dei vissuti per un pubblico conosciuto-anonimo, quello della rete, fatto di lettori (s)conosciuti e da followers e favorites.
Perché le nostre vite (o meglio: ciò che noi consentiamo di osservare delle nostre vite attraverso una messa in narrazione) diventano interessanti? In che senso vanno “lette”?
Dove nasce la volontà di sovresporsi e seguir la sovraesposizione altrui?

Sicuramente c’è il fatto che la dimensione temporale, l’assoluta sincronizzazione tra conoscenza ed esperienza mediata nell’epoca della delocalizzazione, viene privilegiata. Ad esempio così:

Sono orgogliosa di annunciare che grazie a Twitter ho assistito praticamente in diretta alla nascita di Ludovica, patemi d’animo, ansie e gioie connesse! Congratulazioni a papà Nicola Mattina e a mamma Patrizia :D

Per alcuni Twitter sembra essere una strategia di promozione: “sono qui”, “ho incontrato questo e quello”, mi hanno invitato lì… Per altri una forma di socializzazione continua e delocalizzata:

@beba: sono d’accordo con te – riferendosi a uno dei messaggi Twitter di un altro utente che stanno seguendo.

Twitter è una delle tante occasioni del nuovo web che ruota attorno alla capacità di auto osservazione dell’individuo: la sollecita e le dà forma. Aggiornare Twitter significa guardarsi nel quotidiano, riflettere su te e le cose che fai: non a caso la forma utilizzata nei messaggi è spessissimo quella in terza persona: uno dice di se

“doveva alzarsi a studiare, invece ha spento la sveglia e ha dormito! :-P dovrà darci sotto nel pomeriggio”.

Parlare di se in terza persona è la resa visibile del meccanismo di auto osservazione e dà conto della spazialità dell’azione, consentendo alla forma scritta di collocare nei luoghi i vissuti – spesso in chat si utilizza la terza persona proprio per passare dalla conversazione alla visualizzazione della corporeità nello spazio: “si alza e va bere. Torna al computer”.

Poi c’è il fatto che Twitter è un supporto a comunità che crescono.

La dimensione gruppale è sempre presente. Nel macro universo c’è sempre un micro cosmo di persone che hai incontrato o che conosci e che segui nella distanza o nei momenti in cui non sei in contatto fisico. Twitter dà al gruppo il “we sense”, lo fa percepire come tale. Realizza le forme possibili di comunicazione mediata dando il senso dell’esserci comunitario.

Certo ci sono anche quelli che godono della crescita di facce nel loro twitterroll. O forse hanno la forza del dott. Manhattan che in Watchman osserva costantemente il mondo da un muro di televisori.  O forse i loro occhi tra le miriadi di facce e messaggi vedono solo quelli del loro “we sense”.

Ci basta ancora? Le Audience al tempo di Heroes

 

Le nuove audience. Il loro valore performativo, produttivo, di connessione e creazione attorno ad un prodotto mediale. E’ sempre più visibile. Oggi evidente più di ieri.

C’è stata una mutazione antropologica delle audience quella che passa dall’idea del pubblico in generale – e dei fan in particolare – da textual poachers (bracconieri testuali) a textual perfomers (Henry Jenkins).

I linguaggi dei new media, dell’interattività, della ricombinazione di forme e contenuti, dell’ubiquità crossmediale, sono stati interiorizzati e fanno parte dell’habitus mediale degli individui che hanno imparato ad abitare i media, contribuendo concretamente a forgiarne i territori. Le fan culture analizzate da jenkins, con il loro plus di partecipazione, rappresentano una modalità di relazione tra individui e media, tra soggetti e mercato, che sta diventando sempre di più la condizione normale e normativa. Da subculture a forze mainstreamizzate, nel bene e nel male.

Forse anche la costruzione dei palinsesti ne dovrà sempre più tenere conto. Heroes rappresenta un ultimo caso paradigmatico di prodotto che viene programmato in un paese le cui audicence sono già attive sul prodotto.

Ci troviamo di fronte ad audience che hanno fruito già dei prodotti in lingua scaricandoseli, vedendoli assieme ad altri, costruendo ed aggiornando siti dedicati, traducendo serie, diffondendole, costruendo costumi per sfilate cosplayers, producendo narrazioni alternative partendo dal plot, creando filmati con parodie-citazioni-straniamenti…

Prima o poi dovremo tenere conto di queste audience, del “modo” di essere audience. Dovremo farlo perchè forniscono indicazioni sulla qualità del pubblico, sulle logiche di consumo; producono tracce utili per la pubblicità, per i modi di pensare i palinsesti; sono fondamentali per co-produrre i prodotti mutando la direzione delle storie, pilotando gli scenari; diffondono culture e pratiche connesse…

Se poi vogliamo vedere i numeri, pensare le audience come “spettatore” ecco quelli delle puntate trasmesse ieri di Heroes: il primo episodio “Un grande passo” (ore 21.07) ha ottenuto 2.316.000 spettatori (9,97%), il secondo episodio “Collisione” (ore 22.02) ha avuto 2.490.000 spettatori (11,61%).

Nei dati mediaset:

Su Italia 1, in prima serata, ottimo risultato per il secondo appuntamento con la nuova serie “Heroes” che ha registrato il 12.17% di share sul target commerciale (2.316.000 telespettatori totali) nel primo episodio e il 14.28% di share sul target commerciale (2.490.000 telespettatori totali) nel secondo episodio.

Ci basta ancora?

Heroes in Italia: sotto lo sguardo attento di audience evolute

Avete mai avuto la sensazione di essere destinati a qualcosa di straordinario?

Il palinsesto invernale di Italia1 si apre con la prima stagione di Heroes (che tante soddisfazioni già ci ha dato) e su NBC la seconda stagione è in programmazione dal 24 settembre.

Strategia di palinsesto definita dalla lotta domenicale per una serie considerata alla stregua di Smalville con bollino rosso anche se promossa da teendrama.

Ascolti: il primo episodio “Genesis” (ore 20.40) ha avuto 2.415.000 spettatori (pari al 12,29% di share), il secondo episodio “Non voltarti indietro” (ore 21.39) ha avuto 2.324.000 spettatori (pari al 11,95%). Poco Così così, ma un palinsesto invernale così anticipato ci dice poco di quello che succederà (confrontate con i dati delle altre reti: anche se I Cesaroni, (15.91%), Il fuggitivo (15,71%). 

[Update] Un po’ diverso il giudizio di Mediaset che considera l’audience sul target commerciale 14-64 anni:

Su Italia 1, in prima serata, ottimo debutto per il telefilm “Heroes” che ha registrato il 15.59% di share sul target commerciale (2.415.000 telespettatori totali) nel primo episodio e il 14.93% di share sul target commerciale (2.324.000 telespettatori totali), nel secondo.

L’arrivo di questa serie in Italia è paradigmatico di come funziona oggi il mercato televisivo. Le nuove audience sempre più performative supportano attraverso blog, siti, newsletters, ecc. la conoscenza della serie e il suo sviluppo anticipandone l’arrivo, creando attesa, ma funzionando anche in modo critico (come si legge qui in un forum di discussione in tempo reale):

L’adattamento non è male per ora, hanno tolto un po’ di citazioni come quella del fratello di Clinton e sopratutto hanno adattato troppo i dialoghi secondo me. Perchè se in inglese dicono in un modo lo devono stravolgere anche se “all’incirca” e “quasi sempre” il significato è sempre quello?!
Mi hanno levato il mito Claire-Bear….non orsetta, ma tesoro…

La culture partecipative nate attorno a Heroes hanno sviluppato forme del “FarsiMedia”come ad esempio le parodie, come la strepitosa Zeroes, che giocano con i linguaggi della serie promuovendola in modo virale.
[Youtube=http://www.youtube.com/watch?v=IWJJBwKhvp4]

Segnalo anche il sito mediaset - sul lato della “produzione” – con alcuni menu che saranno “disponibili a breve” come – al momento – episodi fotogallery, originals, video… ok quasi tutti ;-)