Sul myspace per adulti™

vs.

Ci sono le “conversazioni dal basso” e il “myspace per adulti™” (paternità di Fabio , ma libertà di diffondere)

Due modi diversi di osservare la realtà contemporanea.

Quelli del terreno su cui si confrontano media mainstream e social media.
Tra contenuti generati dagli utenti e contenuti generati per la pubblicità.
Quelli degli indigeni e dei civilizzatori. Quelli dei Wu Ming e dei “baricco” (mettetici voi i link).
Quelli dell’economia come mezzo e dell’economia come fine.
Quelli di Margherita e di certi settimanali.
Quelli di intruders e del Porta a Porta.

Il gioco potete continuarlo voi.
Quel che conta è che ci troviamo di fronte ai segnali di un mutamento di paradigma. Ad una mutazione che ha a che fare con una possibile rottura rispetto ai linguaggi della modernità. Con la necessità di ripensare i processi produttivi, della politica, dei media, dell’istruzione, dei rapporti tra individuo e gruppo, di quelli tra pubblico e privato… di rivedere i linguaggi e le forme che la modernità ha prodotto.

Vale la pena parlarne. Un altro tassello nelle conversazioni. Magari in quei luoghi che rischiano di riprodurre il myspace per adulti™  invece delle “conversazioni”.

 PS. La mutazione in atto non richiama a logiche oppositive, se ne deve dedurre che gli elenchi di coppie sopra prodotti sono ad uso e consumo del myspace per adulti™.

Togliere le mutande ad Heidi

Va bene, abbiamo un po’ giocato con Heidi al gioco della globalizzazione (vedi anche qui e qui).
Ma visti molti dei commenti al post precedente vorrei provare ad evitare il gioco del NOI/LORO. O almeno renderlo più complesso.

Noi sappiamo quel che sappiamo della vicenda turca di una Heidi islamizzata… dai media. Da quelli turchi prima di tutto. Sì, perchè sono stati alcuni quotidiani, come Hürriyet, a trattare come problema la cosa, a metterlo a tema – potete leggere qui, se conoscete la lingua. Uno tra i primi a scagliarsi contro questa forma di pedagogizzazione occulta è stato il presidente del sindacato dei docenti Alaadin Dincer accusando il ministero di avere “aperto il cammino alla distorsione dei testi scolastici, come vediamo nel caso di Heidi”.

Le forme differenziate sono quindi presenti “dentro” i confini proprio perchè tutti confini sono dissolti. Non è solo un problema del tipo NOI/LORO inteso come INTERNO/ESTERNO. Perchè i LORO, in questo discorso, sono dei NOI, sono dentro i confini. Solo che di confini ha sempre meno senso parlare.

Heidi NON viene islamizzata in Turchia. La cosa è più complessa.
La casa editrice Karanfil pubblica il libro della svizzera Johanna Spyrii (che è tra i 100 volumi raccomandati dal ministero della Cultura di Ankara) con adattamento delle immagini. La sua forma islamizzata presente nelle figure di un libro convive con la trasmissione – come ci ricorda Fabio - della anime sulla Tv turca (Alps no Shojo Heidi, “Heidi, ragazza delle Alpi” è a cura dello studio Giapponese Zuiyo Eizo – più tardi Nippon Animation, quindi risente già di una “semantizzazione” diversa dall’originale. OFF TOPIC: una curiosità per i fan: Hayao Miyazaki ha solo collaborato per ambientazione e layout).

Per capirci ci saranno bambini che potrebbero “consumare” le figure dell’islamheidi e i cartoni in TV, ci sono i Fan dell’anime che osservano la cosa e diffondono nei forum il loro immaginario (non leggo il Turco e l’ho preso da qui):

Heidi era una bimba dai capelli neri e le gote rosse come pomodori. Aveva un camicetta rossa, una gonna rosa e un gran posteriore. Quando correva giù dalla montagna, la gonna le si alzava sulla testa e vedevamo i suoi mutandoni bianchi. Probabilmente è stato il primo personaggio dei cartoni animati a cui si sono viste le mutande.

C’è una generazione televisiva turca che ha interiorizzato l’heidità di Hedi, come potete vedere in questo video ;-) (siccome vi conosco, ricordatevi che 1. il fazzoletto in testa Heidi ce l’ha molto spesso e di solitole vola via; 2. voi maschietti italiani vi sareste messi una parrucca bionda per stereotipizzare le femminucce)…

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=INbxEIL7bFE]

… e che ha caricato spezzoni del cartone in rete.

Poi c’è il fatto che nel libro vedrai le figure femminili con velo ma nella lettura non troverai mai nessun cenno specifico alla cultura islamica o a comportamenti conformi.

Il quadro è complesso. Non si può dire “la Turchia” nè che Heidi è stata “islamizzata”. Ci muoviamo fra livelli di pratiche che coinvolgono tattiche individuali e strategie delle organizzazioni. Qui c’è stato un tentativo top/down di imporre una visione del mondo. Ma in quel mondo ci sono anche tanti tentativi dal basso, quelli che ad Heidi le mutande le tolgono..

Le mutande di Heidi

Circola in Turchia una publicazione che islamizza la novella di Heidi attraverso immagini che ad esempio coprono mutande e cannottiere che la bambina sfoggia nelle sue corse estive per i prati. La signorina Rottermeier e la nonna di Clara vedono sostituiti agli abiti ottocenteschi l’hijab e vestiti di riferimento per i musulmani più osservanti.

Si tratta di una forma di colonnizzazione dell’immaginario attraverso le immagini che annulla le differenze di punti di vista. Un modo di pedagogizzare attraverso l’intrattenimento lavorando sulle matrici simboliche dell’immaginario, attraverso una modalità propria della comunicazione guerriglia, del tipo: camoufflage.

Questa è la denuncia che gli stessi media turchi fanno, come potete leggere qui.

Essere blogger

post2.jpg 

Invitato da Federico rispondo alle domande che girano dalla mia parte della blogosfera:

Cosa ti ha spinto a creare un blog?
Il desiderio di entrare nelle conversazioni e di fare circolare opinioni ed idee.

Il tuo primo post?
Il blog è partito come progetto collettivo come espressione di un percorso di ricerca che poi si è affinato e ha portato i tre autori, me, Fabio e Luca a dare nel tempo voci stabili diverse alle conversazioni dal basso. Il primo post coincide quindi con il trasloco su wordpress dei mediamondo e con il viaggio a Boston e ha a che fare con Media in Transition. Titolo simbolico e programmatico che ben si è sposato con l’evoluzione.

Il post di cui ti vergogni di più
Nessuno. Alcuni troppo frettolosi. Altri occasioni mancate. Altri ancora di una banalità disarmante. Ma sono conversazioni. Capita.

Il post di cui sei più fiero
Forse quello su Gli indigeni digitali, nativi mediali che mi è servito per mettere a punto una prospettiva per una serie di temi che ho poi trattato.

Vittima della “catena” rilancio trasgredendo alle regole della stessa per coinvolgere le due forme di prossimità che la mia vita nella blogosfera mi porta a vivere: Fabio, Luca, Roberta, Laura e Giuseppe, Luca, Antonio, Lele, Massimo.

PS. So che queste cose sceme richiamano comunque una dimensione conflittuale. Se scegli uno, si chiede “perchè mi ha indicato?”; se non lo scegli “perchè non mi ha indicato?”. Fosse per me li avrei indicati tutti. Giusto per capire cosa vuol dire per te essere blogger a partire dalle risposte semplici, semplici :)

Dalla parte sbagliata del web. Imparare a fare le scuse

 

Un po’ viene da piangere. Di rabbia. Per le occasioni perse.

Puntata dopo punata i media mainstream proseguono gli “approfondimenti” sulla via dei social media dal lato sbagliato della storia. Ne ho parlato con sempre più frequenza qui, qui, e qui. Dipende dal fatto che l’interesse, a tratti morboso, per una forma emergente della comunicazione di cui molti sentono parlare ma non praticano, cresce di giorno in giorno. E anche su questo i media maintream agiscono.

Esce oggi questo approfondimento su Panorama.it dal titolo “La peggio gioventù si mette in mostra online“. 
Il titolo “giornalettistico” già costruisce un frame cognitivo che inquadra la lettura.

Ma vorrei andare oltre. Perchè conosco la natura del percorso che ha costruito questo pezzo. Una parte almeno. Si, perchè uno degli autori mi ha telefonato per una lunga chiacchierata venerdì convincendomi che il tentativo era di riflettere sull'”altro lato della rete”. Benissimo, non ci dobbiamo nasconedere dietro un dito. Forse vale la pena di riflettere anche sulle forme di violenza, di eccesso, ecc. esistenti.

Abbiamo parlato così di anoressia, delle forme di rappresentazione della violenza, del razzismo, ecc. Ho chiarito che non è possibile generalizzare e ricondurre queste forme ad una realtà generazionale. Che esite una modalità di racconto dei media mainstream sollecitati dai fatti di sangue ad esaltare le connessioni tra giovani e forme perverse del web attraverso banalità e qualunquismo.

Qua e là ci sono tracce di questa chiacchierata. Ma sono sotto traccia. Così come le intenzioni che muovevano le ricerche per l’articolo, che credo sincere. Questo allora mi fa dire che le strutture editoriali hanno esigenze che dirigono lo sguardo altrove. Dalla parte sbagliata. Ad esempio con i titoli, con le immagini proposte, con il collage dei pezzi scritti.

Si perchè il risultato, come potrete leggere, esalta lo “strano ma vero” della Rete, gli usi beceri, quelli “malati”. Non che non esistano, ma raccontati così tendono a tipizzare una realtà che ha sfumature ben differenti. Il caso diventa rappresnetativo di un comportamento generazionale, lascia ad intendere di essere quantitativamente rilevante, svuota dal contesto alcuni esempi.

Come quello relativo al video ironico e con funzione di beffa mediatica che Margherita (nick labassista) posta su YouTube con il titolo “Cronaca di una lunga scopata dei miei vicini”, stanca delle loro performance. Come racconta nei commenti all’articolo:

 i miei vicini, due maleducati, amano svegliare l’intero condominio 3 volte a settimana, alle 4 di notte, con le loro urla. e persino di giorno ogni tanto, quando ho a pranzo mia madre che mi viene a trovare dalla sicilia.
scommetto che chi ha scritto questo articolo non ha neanche visto il video. saprebbe che sono solo i rumori (poco) divertenti che sono costretta a sentire dalla mia stanza: per come lo presenta lui sembra quasi che sia un filmato porno.
Ci conto. se è serio (lavora per una rivista seria) mi contatterà per scusarsi.

Ecco, quello che questo articolo con commenti aperti mostra, è la natura conversazionale della rete. Quella per cui i media mainstream se entrano nelle conversazioni non possono sottrarsi.
Al momento un confronto non c’è stato. Tanto meno le scuse. Nel frattempo i tre giornalisti hanno risposto. Me lo hanno detto. Non ho trovato dove ma l’hanno fatto.

Upgrade

Le prime scuse sono mie. Perchè, poichè i tempi editoriali e quelli della rete non coincidono, per un misunderstending l’esito della chiacchierata con me è uscita più tardi con una serie di approfondimenti conenssi all’articolo principale, che è quello che invece tratto sopra. Parte della mia posizione la trovate qui. La scelta, legittima, del giornalista rispetto alla molteplicità di temi trattati è stata quella di concentrarsi sulla nuova forma di relazione tra pubblico e privato.

E’ interessante però osservare come gli approfondimenti rappresentino solo una seconda natura, presente solo in rete. Mentre la linea editoriale cartacea preferisca trattare le forme “estreme”.

Credo che continueremo a parlarne. A lungo.

Perchè queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti?

 

Non ho fatto in tempo a scrivere il post che compare su Panorama.it di oggi la riflessione di Bruno Vespa sul senso dei blog, ovviamente a partire dai fatti del delitto Meredith. Praticamente sono le posizioni espresse nella puntata di Porta a Porta di cui vi parlavo.

Mi limito alle domande che Vespa si fa (e ci fa)

Eppure Raffaele scrive sul blog: “Ormai sei cambiato e non si può tornare indietro. Si può sperare di trovare un giorno emozioni più forti che ti sorprendano ancora…”. Quali emozioni? Quelle tragiche sospettate dal giudice che lo tiene in carcere immaginando una reazione atroce alla noia quotidiana? O emozioni innocenti di altro genere?
“Sono molto onesto, pacifico, dolce, ma qualche volta completamente pazzo…”. Che vuol dire? E soprattutto perché queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti? Un tempo certe introspezioni si confidavano a un diario e guai se i genitori si permettevano di ficcarci il naso: legioni di psicologi e di sociologi erano pronte a stracciarsi le vesti per la violazione inammissibile, per il turbamento definitivo e fatale al ragazzo o alla ragazza in fiore. Adesso tutto è pubblico. E nessuno si preoccupa di capire e di interpretare certi messaggi prima che un oscuro delitto imponga letture tardive e magari improprie. I genitori leggono i blog dei figli?

“Perchè queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti?”. Se l’idea di Vespa è quella di vedere il fenomeno come forma postmoderna dell’introspezione allora la domanda equivale a chiedersi: come cambia la prospettiva di auto-osservazione oggi? Ma è solo “introspezione”? O ha a che fare con un diversa percezione della relazione pubblico/privato all’epoca del FarsiMedia?

La metafora del diario (già usata dal buon Romagnoli) è fuorviante. Non pensare il blog come una realtà di (potenziale) conversazione , porta fuori strada. I blog sono strutturalmente dialogici, e anche se neghi questa loro natura impedendo di fare commenti (cosa che Sollecito non aveva fatto) resta la loro caratteristica di “esposizione” alla discorsività (ad esempio di un amico che ti ha letto e te ne parla quando lo incontri).

Parlare di sè con la consapevolezza (più o meno esplicita) di avere dei lettori, pensarsi nei termini del tuo pubblico, trovare  modalità di auto-rappresentazione attraverso formulazioni narrative, osservarsi attraversi gli occhi dei tuoi lettori (ad esempio quando ti commentano)… creano una realtà nuova dell'”introspezione” – se proprio vogliamo usare la prospettiva vespiana. E’ l’introspezione all’epoca dei meccanisimi di (auto)osservazione e di (auto) rappresentazione che si generalizzano, vengono resi disponibili ed accessibili…

Nati consumatori di rappresentazioni mediali nelle quali eventualmente riconoscerci diventiamo produttori di rappresentazioni dei nostri vissuti costruite da noi e che utilizzano gli stessi linguaggi (per lo più mainstream) con cui siamo cresciuti. Inserite però un ambiente ad alta potenzialità dialogica e discorsiva, quello dell “conversazioni dal basso”. Quello dei social media.

Affermazioni come :”E nessuno si preoccupa di capire e di interpretare certi messaggi prima che un oscuro delitto imponga letture tardive e magari improprie.” impone di tracciare ex post, sull’onda delle emozioni di massa sollecitate dai media mainstream, nei percorsi di un’indagine che trova prove indiziarie, percorsi che magari trovano “senso” da un’altra parte.

Se poi i genitori leggano o meno i blog dei figli in  Italia non ho dati per rispondere. So che i giovani americani sono fuggiti da MySpace quando hanno cominciato ad avere richieste di friendship dai loro genitori. Ma so anche che molti dei lettori di questo blog (che spero non sia traccia indiziaria per una qualche mia infrazione futura delle norme) sono genitori, e molti di loro hanno un blog. Frequentano un ambiente che è frequentato o che frequenteranno i loro figli. Ma non so se questo porterà due generazioni a capirsi meglio ma sicuramente avremo a che fare con persone che abitano dalle stesse parti. Mentre le domande di Bruno Vespa mi fanno pensare a tutt’altro :)

Rappresentare la vita e la morte in rete

 
Immagine da Girodivite

Nelle ultime settimane i media mainstream italiani hanno esaltato la connessione tra le nuove realtà della rete (blog, YouTube, ecc.) e le forme del disagio sociale e della devianza.

Non c’era servizio dei quotidiani sull’uccisione di Meredith che non citasse il blog di Raffaele Sollecito – che ha ricevuto commenti di insulto ed è stato chiuso - o di  Amanda Knox, ricavandone immagini – come quella di Sollecito bendato tipo mummia. Porta a Porta ha dedicato parte di una sua trasmissione al fatto che avessere dei blog – fenomeno incomprensibile per ammissione dello stesso Bruno Vesapa – con partecipazione di una psicologa che collegava i post alla “desertificazione dell’anima” o cose così. Unico a mettere in luce la natura puramente “narrativa” dei post un Michele Cucuzza frastornato.

C’è stato poi il caso della morte per incidente di Sara Hamid, studentessa dell’Istituto d’Arte Venturi di Modena, che ha avuto la dignità delle notizie nazionali per il sospetto che su YouTube circolasse un video raccapricciante girato da studenti (idioti).

Su questo, con lucidità diversa da quell’opacità che ha caratterizzato il pezzo di Gabriele Romagnoli – di cui ho parlato qui - si è espresso, sempre su La Repubblica, Michele Serra: “Se davanti alla tragedia resta solo il videofonino“.

 Nel pezzo viene ristabilito un confine importante che è quello tra realtà e rappresentazione. Si, perchè i blog, i video su YouTube… sono forme contemporanee di rappresentazione. Spesso ce ne dimentichiamo e li scambiamo per “fatti” puri e crudi, per eventi.

Naturalmente – ristabilito che la realtà è molto spesso meno degenere, meno abbruttita della sua rappresentazione – rimane la questione di quella minoranza che ha filmato la scena, e ha poi sentito il bisogno di accompagnarla, in rete, con le spiritosaggini ciniche tipiche degli adolescenti che vogliono darsi un tono. Potremmo dire che al grave vizio etico dell’insensibilità individuale, i piccoli videomaker necrofili hanno aggiunto la colpa del tradimento della realtà. Le lacrime e il dolore dei loro compagni, il lutto della piccola collettività scolastica, non erano evidentemente cose da internet.

Oppure sono anche quelli rappresentati da Internet, magari attraverso dei post.

Come quello di questa ragazza che era presente.

Beh ke dire….. io ero presente ed è stata una mezz’ora allucinante! La corriera stava pertendo cm solito ma a un certo punto la gente ha iniziato ad urlare e l’autobus si è fermato ma la tragedia era già avvenuta… Sara scivolando era finita sotto la ruota dell’autobus, SCUSATE X IL RACCONTO MA MI DEVO SFOGARE SONO SOTTO SHOC, Sara e li stesa sotto quegli autobus di merda ke partono e vanno veloci cm nn so cosa. La gente piangeva, urlava, tremava… una scena orribile!!!!! L’ambulanza arrivò subito ma.. la ragazza è morta sul colpo (tralascio i dettagli)…… “

Anche questi sono modi di rappresentare la realtà, agganciandola ai propri vissuti, definendo altri contesti, raccontando frammenti di vita che sono anche stati emotivi (alla faccia della “desertificazione dell’anima” del salotto di Bruno Vespa).

(Se volete altri li trovate qui).

Dietro c’è la complessità della Rete, di quella che sta crescendo attorno ai social media, che si interfaccia sempre più ai vissuti dei giovani, al nostro modo di rappresentare ed osservare la realtà. Ed è una modalità che indica il mutamento in atto, così forte da diventare essa stessa un “evento” da trattare nell’informazione dei media mainstream. E spesso dimentichiamo la loro natura di rappresentazioni. Linguaggi complessi in cui entrare per capirne il senso. Oppure da descrivere quasi fossero semplice intrattenimento scandalistico.