Sul myspace per adulti™

vs.

Ci sono le “conversazioni dal basso” e il “myspace per adulti™” (paternità di Fabio , ma libertà di diffondere)

Due modi diversi di osservare la realtà contemporanea.

Quelli del terreno su cui si confrontano media mainstream e social media.
Tra contenuti generati dagli utenti e contenuti generati per la pubblicità.
Quelli degli indigeni e dei civilizzatori. Quelli dei Wu Ming e dei “baricco” (mettetici voi i link).
Quelli dell’economia come mezzo e dell’economia come fine.
Quelli di Margherita e di certi settimanali.
Quelli di intruders e del Porta a Porta.

Il gioco potete continuarlo voi.
Quel che conta è che ci troviamo di fronte ai segnali di un mutamento di paradigma. Ad una mutazione che ha a che fare con una possibile rottura rispetto ai linguaggi della modernità. Con la necessità di ripensare i processi produttivi, della politica, dei media, dell’istruzione, dei rapporti tra individuo e gruppo, di quelli tra pubblico e privato… di rivedere i linguaggi e le forme che la modernità ha prodotto.

Vale la pena parlarne. Un altro tassello nelle conversazioni. Magari in quei luoghi che rischiano di riprodurre il myspace per adulti™  invece delle “conversazioni”.

 PS. La mutazione in atto non richiama a logiche oppositive, se ne deve dedurre che gli elenchi di coppie sopra prodotti sono ad uso e consumo del myspace per adulti™.

Togliere le mutande ad Heidi

Va bene, abbiamo un po’ giocato con Heidi al gioco della globalizzazione (vedi anche qui e qui).
Ma visti molti dei commenti al post precedente vorrei provare ad evitare il gioco del NOI/LORO. O almeno renderlo più complesso.

Noi sappiamo quel che sappiamo della vicenda turca di una Heidi islamizzata… dai media. Da quelli turchi prima di tutto. Sì, perchè sono stati alcuni quotidiani, come Hürriyet, a trattare come problema la cosa, a metterlo a tema - potete leggere qui, se conoscete la lingua. Uno tra i primi a scagliarsi contro questa forma di pedagogizzazione occulta è stato il presidente del sindacato dei docenti Alaadin Dincer accusando il ministero di avere “aperto il cammino alla distorsione dei testi scolastici, come vediamo nel caso di Heidi”.

Le forme differenziate sono quindi presenti “dentro” i confini proprio perchè tutti confini sono dissolti. Non è solo un problema del tipo NOI/LORO inteso come INTERNO/ESTERNO. Perchè i LORO, in questo discorso, sono dei NOI, sono dentro i confini. Solo che di confini ha sempre meno senso parlare.

Heidi NON viene islamizzata in Turchia. La cosa è più complessa.
La casa editrice Karanfil pubblica il libro della svizzera Johanna Spyrii (che è tra i 100 volumi raccomandati dal ministero della Cultura di Ankara) con adattamento delle immagini. La sua forma islamizzata presente nelle figure di un libro convive con la trasmissione – come ci ricorda Fabio - della anime sulla Tv turca (Alps no Shojo Heidi, “Heidi, ragazza delle Alpi” è a cura dello studio Giapponese Zuiyo Eizo – più tardi Nippon Animation, quindi risente già di una “semantizzazione” diversa dall’originale. OFF TOPIC: una curiosità per i fan: Hayao Miyazaki ha solo collaborato per ambientazione e layout).

Per capirci ci saranno bambini che potrebbero “consumare” le figure dell’islamheidi e i cartoni in TV, ci sono i Fan dell’anime che osservano la cosa e diffondono nei forum il loro immaginario (non leggo il Turco e l’ho preso da qui):

Heidi era una bimba dai capelli neri e le gote rosse come pomodori. Aveva un camicetta rossa, una gonna rosa e un gran posteriore. Quando correva giù dalla montagna, la gonna le si alzava sulla testa e vedevamo i suoi mutandoni bianchi. Probabilmente è stato il primo personaggio dei cartoni animati a cui si sono viste le mutande.

C’è una generazione televisiva turca che ha interiorizzato l’heidità di Hedi, come potete vedere in questo video ;-) (siccome vi conosco, ricordatevi che 1. il fazzoletto in testa Heidi ce l’ha molto spesso e di solitole vola via; 2. voi maschietti italiani vi sareste messi una parrucca bionda per stereotipizzare le femminucce)…

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=INbxEIL7bFE]

… e che ha caricato spezzoni del cartone in rete.

Poi c’è il fatto che nel libro vedrai le figure femminili con velo ma nella lettura non troverai mai nessun cenno specifico alla cultura islamica o a comportamenti conformi.

Il quadro è complesso. Non si può dire “la Turchia” nè che Heidi è stata “islamizzata”. Ci muoviamo fra livelli di pratiche che coinvolgono tattiche individuali e strategie delle organizzazioni. Qui c’è stato un tentativo top/down di imporre una visione del mondo. Ma in quel mondo ci sono anche tanti tentativi dal basso, quelli che ad Heidi le mutande le tolgono..

Le mutande di Heidi

Circola in Turchia una publicazione che islamizza la novella di Heidi attraverso immagini che ad esempio coprono mutande e cannottiere che la bambina sfoggia nelle sue corse estive per i prati. La signorina Rottermeier e la nonna di Clara vedono sostituiti agli abiti ottocenteschi l’hijab e vestiti di riferimento per i musulmani più osservanti.

Si tratta di una forma di colonnizzazione dell’immaginario attraverso le immagini che annulla le differenze di punti di vista. Un modo di pedagogizzare attraverso l’intrattenimento lavorando sulle matrici simboliche dell’immaginario, attraverso una modalità propria della comunicazione guerriglia, del tipo: camoufflage.

Questa è la denuncia che gli stessi media turchi fanno, come potete leggere qui.

Essere blogger

post2.jpg 

Invitato da Federico rispondo alle domande che girano dalla mia parte della blogosfera:

Cosa ti ha spinto a creare un blog?
Il desiderio di entrare nelle conversazioni e di fare circolare opinioni ed idee.

Il tuo primo post?
Il blog è partito come progetto collettivo come espressione di un percorso di ricerca che poi si è affinato e ha portato i tre autori, me, Fabio e Luca a dare nel tempo voci stabili diverse alle conversazioni dal basso. Il primo post coincide quindi con il trasloco su wordpress dei mediamondo e con il viaggio a Boston e ha a che fare con Media in Transition. Titolo simbolico e programmatico che ben si è sposato con l’evoluzione.

Il post di cui ti vergogni di più
Nessuno. Alcuni troppo frettolosi. Altri occasioni mancate. Altri ancora di una banalità disarmante. Ma sono conversazioni. Capita.

Il post di cui sei più fiero
Forse quello su Gli indigeni digitali, nativi mediali che mi è servito per mettere a punto una prospettiva per una serie di temi che ho poi trattato.

Vittima della “catena” rilancio trasgredendo alle regole della stessa per coinvolgere le due forme di prossimità che la mia vita nella blogosfera mi porta a vivere: Fabio, Luca, Roberta, Laura e Giuseppe, Luca, Antonio, Lele, Massimo.

PS. So che queste cose sceme richiamano comunque una dimensione conflittuale. Se scegli uno, si chiede “perchè mi ha indicato?”; se non lo scegli “perchè non mi ha indicato?”. Fosse per me li avrei indicati tutti. Giusto per capire cosa vuol dire per te essere blogger a partire dalle risposte semplici, semplici :)

Dalla parte sbagliata del web. Imparare a fare le scuse

 

Un po’ viene da piangere. Di rabbia. Per le occasioni perse.

Puntata dopo punata i media mainstream proseguono gli “approfondimenti” sulla via dei social media dal lato sbagliato della storia. Ne ho parlato con sempre più frequenza qui, qui, e qui. Dipende dal fatto che l’interesse, a tratti morboso, per una forma emergente della comunicazione di cui molti sentono parlare ma non praticano, cresce di giorno in giorno. E anche su questo i media maintream agiscono.

Esce oggi questo approfondimento su Panorama.it dal titolo “La peggio gioventù si mette in mostra online“. 
Il titolo “giornalettistico” già costruisce un frame cognitivo che inquadra la lettura.

Ma vorrei andare oltre. Perchè conosco la natura del percorso che ha costruito questo pezzo. Una parte almeno. Si, perchè uno degli autori mi ha telefonato per una lunga chiacchierata venerdì convincendomi che il tentativo era di riflettere sull’”altro lato della rete”. Benissimo, non ci dobbiamo nasconedere dietro un dito. Forse vale la pena di riflettere anche sulle forme di violenza, di eccesso, ecc. esistenti.

Abbiamo parlato così di anoressia, delle forme di rappresentazione della violenza, del razzismo, ecc. Ho chiarito che non è possibile generalizzare e ricondurre queste forme ad una realtà generazionale. Che esite una modalità di racconto dei media mainstream sollecitati dai fatti di sangue ad esaltare le connessioni tra giovani e forme perverse del web attraverso banalità e qualunquismo.

Qua e là ci sono tracce di questa chiacchierata. Ma sono sotto traccia. Così come le intenzioni che muovevano le ricerche per l’articolo, che credo sincere. Questo allora mi fa dire che le strutture editoriali hanno esigenze che dirigono lo sguardo altrove. Dalla parte sbagliata. Ad esempio con i titoli, con le immagini proposte, con il collage dei pezzi scritti.

Si perchè il risultato, come potrete leggere, esalta lo “strano ma vero” della Rete, gli usi beceri, quelli “malati”. Non che non esistano, ma raccontati così tendono a tipizzare una realtà che ha sfumature ben differenti. Il caso diventa rappresnetativo di un comportamento generazionale, lascia ad intendere di essere quantitativamente rilevante, svuota dal contesto alcuni esempi.

Come quello relativo al video ironico e con funzione di beffa mediatica che Margherita (nick labassista) posta su YouTube con il titolo “Cronaca di una lunga scopata dei miei vicini”, stanca delle loro performance. Come racconta nei commenti all’articolo:

 i miei vicini, due maleducati, amano svegliare l’intero condominio 3 volte a settimana, alle 4 di notte, con le loro urla. e persino di giorno ogni tanto, quando ho a pranzo mia madre che mi viene a trovare dalla sicilia.
scommetto che chi ha scritto questo articolo non ha neanche visto il video. saprebbe che sono solo i rumori (poco) divertenti che sono costretta a sentire dalla mia stanza: per come lo presenta lui sembra quasi che sia un filmato porno.
Ci conto. se è serio (lavora per una rivista seria) mi contatterà per scusarsi.

Ecco, quello che questo articolo con commenti aperti mostra, è la natura conversazionale della rete. Quella per cui i media mainstream se entrano nelle conversazioni non possono sottrarsi.
Al momento un confronto non c’è stato. Tanto meno le scuse. Nel frattempo i tre giornalisti hanno risposto. Me lo hanno detto. Non ho trovato dove ma l’hanno fatto.

Upgrade

Le prime scuse sono mie. Perchè, poichè i tempi editoriali e quelli della rete non coincidono, per un misunderstending l’esito della chiacchierata con me è uscita più tardi con una serie di approfondimenti conenssi all’articolo principale, che è quello che invece tratto sopra. Parte della mia posizione la trovate qui. La scelta, legittima, del giornalista rispetto alla molteplicità di temi trattati è stata quella di concentrarsi sulla nuova forma di relazione tra pubblico e privato.

E’ interessante però osservare come gli approfondimenti rappresentino solo una seconda natura, presente solo in rete. Mentre la linea editoriale cartacea preferisca trattare le forme “estreme”.

Credo che continueremo a parlarne. A lungo.

Perchè queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti?

 

Non ho fatto in tempo a scrivere il post che compare su Panorama.it di oggi la riflessione di Bruno Vespa sul senso dei blog, ovviamente a partire dai fatti del delitto Meredith. Praticamente sono le posizioni espresse nella puntata di Porta a Porta di cui vi parlavo.

Mi limito alle domande che Vespa si fa (e ci fa)

Eppure Raffaele scrive sul blog: “Ormai sei cambiato e non si può tornare indietro. Si può sperare di trovare un giorno emozioni più forti che ti sorprendano ancora…”. Quali emozioni? Quelle tragiche sospettate dal giudice che lo tiene in carcere immaginando una reazione atroce alla noia quotidiana? O emozioni innocenti di altro genere?
“Sono molto onesto, pacifico, dolce, ma qualche volta completamente pazzo…”. Che vuol dire? E soprattutto perché queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti? Un tempo certe introspezioni si confidavano a un diario e guai se i genitori si permettevano di ficcarci il naso: legioni di psicologi e di sociologi erano pronte a stracciarsi le vesti per la violazione inammissibile, per il turbamento definitivo e fatale al ragazzo o alla ragazza in fiore. Adesso tutto è pubblico. E nessuno si preoccupa di capire e di interpretare certi messaggi prima che un oscuro delitto imponga letture tardive e magari improprie. I genitori leggono i blog dei figli?

“Perchè queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti?”. Se l’idea di Vespa è quella di vedere il fenomeno come forma postmoderna dell’introspezione allora la domanda equivale a chiedersi: come cambia la prospettiva di auto-osservazione oggi? Ma è solo “introspezione”? O ha a che fare con un diversa percezione della relazione pubblico/privato all’epoca del FarsiMedia?

La metafora del diario (già usata dal buon Romagnoli) è fuorviante. Non pensare il blog come una realtà di (potenziale) conversazione , porta fuori strada. I blog sono strutturalmente dialogici, e anche se neghi questa loro natura impedendo di fare commenti (cosa che Sollecito non aveva fatto) resta la loro caratteristica di “esposizione” alla discorsività (ad esempio di un amico che ti ha letto e te ne parla quando lo incontri).

Parlare di sè con la consapevolezza (più o meno esplicita) di avere dei lettori, pensarsi nei termini del tuo pubblico, trovare  modalità di auto-rappresentazione attraverso formulazioni narrative, osservarsi attraversi gli occhi dei tuoi lettori (ad esempio quando ti commentano)… creano una realtà nuova dell’”introspezione” – se proprio vogliamo usare la prospettiva vespiana. E’ l’introspezione all’epoca dei meccanisimi di (auto)osservazione e di (auto) rappresentazione che si generalizzano, vengono resi disponibili ed accessibili…

Nati consumatori di rappresentazioni mediali nelle quali eventualmente riconoscerci diventiamo produttori di rappresentazioni dei nostri vissuti costruite da noi e che utilizzano gli stessi linguaggi (per lo più mainstream) con cui siamo cresciuti. Inserite però un ambiente ad alta potenzialità dialogica e discorsiva, quello dell “conversazioni dal basso”. Quello dei social media.

Affermazioni come :”E nessuno si preoccupa di capire e di interpretare certi messaggi prima che un oscuro delitto imponga letture tardive e magari improprie.” impone di tracciare ex post, sull’onda delle emozioni di massa sollecitate dai media mainstream, nei percorsi di un’indagine che trova prove indiziarie, percorsi che magari trovano “senso” da un’altra parte.

Se poi i genitori leggano o meno i blog dei figli in  Italia non ho dati per rispondere. So che i giovani americani sono fuggiti da MySpace quando hanno cominciato ad avere richieste di friendship dai loro genitori. Ma so anche che molti dei lettori di questo blog (che spero non sia traccia indiziaria per una qualche mia infrazione futura delle norme) sono genitori, e molti di loro hanno un blog. Frequentano un ambiente che è frequentato o che frequenteranno i loro figli. Ma non so se questo porterà due generazioni a capirsi meglio ma sicuramente avremo a che fare con persone che abitano dalle stesse parti. Mentre le domande di Bruno Vespa mi fanno pensare a tutt’altro :)

Rappresentare la vita e la morte in rete

 
Immagine da Girodivite

Nelle ultime settimane i media mainstream italiani hanno esaltato la connessione tra le nuove realtà della rete (blog, YouTube, ecc.) e le forme del disagio sociale e della devianza.

Non c’era servizio dei quotidiani sull’uccisione di Meredith che non citasse il blog di Raffaele Sollecito – che ha ricevuto commenti di insulto ed è stato chiuso - o di  Amanda Knox, ricavandone immagini - come quella di Sollecito bendato tipo mummia. Porta a Porta ha dedicato parte di una sua trasmissione al fatto che avessere dei blog – fenomeno incomprensibile per ammissione dello stesso Bruno Vesapa – con partecipazione di una psicologa che collegava i post alla “desertificazione dell’anima” o cose così. Unico a mettere in luce la natura puramente “narrativa” dei post un Michele Cucuzza frastornato.

C’è stato poi il caso della morte per incidente di Sara Hamid, studentessa dell’Istituto d’Arte Venturi di Modena, che ha avuto la dignità delle notizie nazionali per il sospetto che su YouTube circolasse un video raccapricciante girato da studenti (idioti).

Su questo, con lucidità diversa da quell’opacità che ha caratterizzato il pezzo di Gabriele Romagnoli – di cui ho parlato qui - si è espresso, sempre su La Repubblica, Michele Serra: “Se davanti alla tragedia resta solo il videofonino“.

 Nel pezzo viene ristabilito un confine importante che è quello tra realtà e rappresentazione. Si, perchè i blog, i video su YouTube… sono forme contemporanee di rappresentazione. Spesso ce ne dimentichiamo e li scambiamo per “fatti” puri e crudi, per eventi.

Naturalmente – ristabilito che la realtà è molto spesso meno degenere, meno abbruttita della sua rappresentazione – rimane la questione di quella minoranza che ha filmato la scena, e ha poi sentito il bisogno di accompagnarla, in rete, con le spiritosaggini ciniche tipiche degli adolescenti che vogliono darsi un tono. Potremmo dire che al grave vizio etico dell’insensibilità individuale, i piccoli videomaker necrofili hanno aggiunto la colpa del tradimento della realtà. Le lacrime e il dolore dei loro compagni, il lutto della piccola collettività scolastica, non erano evidentemente cose da internet.

Oppure sono anche quelli rappresentati da Internet, magari attraverso dei post.

Come quello di questa ragazza che era presente.

Beh ke dire….. io ero presente ed è stata una mezz’ora allucinante! La corriera stava pertendo cm solito ma a un certo punto la gente ha iniziato ad urlare e l’autobus si è fermato ma la tragedia era già avvenuta… Sara scivolando era finita sotto la ruota dell’autobus, SCUSATE X IL RACCONTO MA MI DEVO SFOGARE SONO SOTTO SHOC, Sara e li stesa sotto quegli autobus di merda ke partono e vanno veloci cm nn so cosa. La gente piangeva, urlava, tremava… una scena orribile!!!!! L’ambulanza arrivò subito ma.. la ragazza è morta sul colpo (tralascio i dettagli)…… “

Anche questi sono modi di rappresentare la realtà, agganciandola ai propri vissuti, definendo altri contesti, raccontando frammenti di vita che sono anche stati emotivi (alla faccia della “desertificazione dell’anima” del salotto di Bruno Vespa).

(Se volete altri li trovate qui).

Dietro c’è la complessità della Rete, di quella che sta crescendo attorno ai social media, che si interfaccia sempre più ai vissuti dei giovani, al nostro modo di rappresentare ed osservare la realtà. Ed è una modalità che indica il mutamento in atto, così forte da diventare essa stessa un “evento” da trattare nell’informazione dei media mainstream. E spesso dimentichiamo la loro natura di rappresentazioni. Linguaggi complessi in cui entrare per capirne il senso. Oppure da descrivere quasi fossero semplice intrattenimento scandalistico.

La coda della coda lunga

long long tail

[Questo post è stato scritto in più momenti della giornata di ieri e di oggi e attraverso diversi mezzi. In treno mentre caricavo il computer. Con il PC per 5 minuti mentre assistevo alla conferenza, il tempo che la banda si saturasse e decidessi di spegnerlo - e tanti slauti al live blogging. Sul taccuino con una matita regalata dall'organizzazione e con il mio fido tratto pen customizzato in giallo. Dopo la "Lunga cena" in albergo, ma sempre senza connessione chè qui mica siamo a Boston - a meno che non consideriate che 5 euro all'ora sia una transazione seria e sensata. Editing finale a casa.]

Mettetevi seduti. Aumentate la luminosità dello schermo. Si comincia.

ore 9:45 

L’occasione è ghiotta. E non si tratta solo di poter conoscere live Chris Anderson e di sviscerare le forme della Lunga Coda. Ma di poter osservare come la platea di invitati, CEO e operatori di importanti aziende infocom e di media mainstream, consulenti del new marketing, blogger, istituzioni universitarie, ecc. si relazioneranno alla Teoria.

Si, perchè dietro c’è l’attenzione di “innovatori” e “consolidati” – ma anche di indigeni e civilizzati - per le nuove caratteristiche del mercato, ma anche degli individui e delle relazioni tra loro e di come queste si rovescino sul mercato: non saremmo qui a parlare se no di buzz marketing, di brand tribe, ecc.

C’è un nuovo linguaggio, quello del web 2.0, e una nuova grammatica, quella dei social media, che pervade la mediasfera (anche italiana): quali temi verranno toccati nell’incontro? Quali risvolti della “lunga coda” saranno toccati? Quale linguaggio verrà utilizzato? Quale orizzonte semantico si produrrà?

L’incontro per me, Aca/Blogger , è questo, un luogo di osservazione delle sensibilità nei confronti di una realtà che si percepisce in mutamento e la possibilità di osservare quale scenario disegneranno i presenti.

Ore 16.30

Puntuale mi presento al Four Season dove subito incontro Vittorio Bo, editore italiano della “Lunga coda” e vedo di sfuggita Gentiloni che si apparta per chiacchierare con l’organizzazione. Il lato “civilizzatori” è presente. Sullo sfondo un gruppetto di blogger – ne riconosco subito un paio - che, amabilmente, seduti chiacchierano. Anche i “nativi” sono comparsi. Riesco anche a chiacchierare con i Ninja, così li “costringo” a venire a Pesaro ;-)

Puntualissimi si comincia in una sala pienissima con 200 persone all’incirca.

Chris (lo hanno chiamato tutti così… e perchè io no?) racconta fondamentalmente le cose contenute nel libro, che sono state apparentemente note ai “nativi” – commenti di vicinato, confermano – ed estranee ai “civilizzatori”, come dimostrano soprattutto alcuni commenti dal tavolo dei relatori.

[Youtube=http://www.youtube.com/watch?v=QMWvAID9DqM] 
Le prime battute nel video messo gentilmente a disposizione da David Orban (che ha educatamente chiesto il eprmesso a Chris di postarlo su YouTube).

La chiave di lettura è che la cultura della hit è omologa alla diffusione e pervasività dei media di massa mentre dal 2001 cominciano ad emergere le differenze che erano latenti. La parola chiave utilizzata da Anderson (chè Chris mi sembra troppo confidenziale) è FRAGMENTATION: il pubblico, pensato come singolare, si presenta come multivariato.

Una conseguenza sta nel fatto che la dimensione di valorizzazione della distinzione del gusto oggi si generalizza. E questa generalizzazione viene sia incorporata che promossa sia dai brand che dagli intermediatori. Come nel caso fatto da C.A. di zappos.com che introduce il cliente nella frammentazione fino a proporti scarpe vegentarian. O di Converse che le fa.
 Un’altra nella (co)produzione user-generated. Come nell’used-generated fashion che ti propone di farti la tua t-shirt (ok, Chris – riprendo confidenza- ha fatto l’esempio di Threadless che è più calzante, ma mi andava di farne un altro).

Siamo di fronte ad una nuova forma culturale, che Anderson ha sintetizzato così: “C’è una cultura punk rock che diventa mainstream”.

Un altro interessante punto del suo intervento ha a che fare con la relazione tra raccomandazione da una fonte fiduciarie ed influenza. E’ evidente che le nuove forme di “connessione” di conversazioni promosse dai social media crea un modello differente fondato su fiducia e reputazione: ogni link si porta dietro un po’ reputazione. E le tecnologie di monitoraggio – attentissimo a questo è il mondo business -propongono modelli di misurazione dell’influenza che verranno giocati sempre più nell’advertisement, nella costruzione di legami fiduciari al brand, ecc.

In pratica ci troviamo di fronte ad emergenze che possiamo cogliere solo osservando la coda della lunga coda e i microfenomenti che lì si mostrano.

Le domande sono state molte, senza necessità di essere sollecitate. E mi sembra abbiano confermato la distinzione (solita) tra nativi e civilizzatori.

I secondi hanno utilizzato il linguaggio proprio di una semantica del moderno, attraverso affermazioni e domande del tipo “è interessante parlare di mercati di nicchia”, “ma noi che in Italia siamo fatti di PMI come dobbiamo fare?”; oppure: “non è che cresce anche l’omologazione? che ad esempio se crescono i modelli di birre disponibili da una parte, dall’altra diventiamo tutti più obesi?”; e anche: “si creeranno due società: una sempre più partecipativa e l’altra sempre più trash?”.

I primi hanno mostrato una competenza che è riuscita a toccare punti “vivi” della Teoria della Lunga Coda: due per tutti il problema della qualità all’interno della “coda” e quello di elementi della “coda” che passano alla “testa”.

Il resto è la Cena Lunga, più di ottanta presenze, veramente impossibile parlare con tutti.

Titoli di Coda.

Grazie ad Antonella che nonostante Matteo ha portato me, Gianluca, e Lele al ristorante. Grazie a Giovy che ha pensato a tutto e tutti preparandoci anche i badge. Un saluto e un ringraziamento per le interessanti chiacchiere (oltre ai già citatati) a Gianluca, Valerio, Adriano, Federica, MarcoElena … Troppi! A sfumare…

Il disagio di essere avatar: una notte con gli 01.org

sintetica

In occasione di PERFORMA07  gli o1.org  hanno organizzato tre Synthetic Performances che contemporaneamente si svolgono nell’Artists Space, a New York, e in SecondLife nello spazio Odyssey.

L’idea di fondo è quella di rimettere in scena performance celebri dentro lo spazio di SecondLife. Si tratta di performance che storicamente hanno rappresentato momenti significativi nell’evoluzione storica del concetto stesso. 
Stanotte alle 4SL ho assistito con Liu Lunasee e Asian Lednev alla riproposizione di tre di queste azioni peformative:
- GILBERT & GEORGE’S “THE SINGING SCULPTURE” (1969)
-VITO ACCONCI’S “SEEDBED” (1972)
-MARINA ABRAMOVIC AND ULAY’S “IMPONDERABILIA”(1977)
Gli avatar di Eva Mattes e Franco Mattes hanno cercato di costruire un rapporto tra ambiente, pubblico e azione performativa.

La più efficace forse l’ultima che costringeva gli avatar dei presenti a passare fra i corpo/avatar nudi dei due.

Se nella sua proposizione originaria con Abramovic e Ulay venivano messe in discussione e rotte delle convenzioni sociali, veniva indotta una forma di disagio nel pubblico che strusciava sulle nudità, qui il disagio è dato dalle difficoltà connesse ai movimenti, al disagio di essere avatar e quindi all’avere uno scarso controllo nelle situazioni costrittive. Molti gli avatar infatti bloccati di fronte ai corpi nudi, titubanti nei movimenti, impacciati, a volte irrompenti. Molti i commenti sulla difficoltà di passare, nel non riuscirci, di frustrazione per i tentativi.
abramovic

Appropriarsi del proprio corpo/avatar richiede forse do passare proprio da queste forme di disagio che inducono consapevolezza.

Tra banalità e incompetenza: LaRepubblica attacca il cuore della rete

da Blogosfere 

immagine da Blogosfere 

Capita che stia lavorando ad una ricera sulle generazioni. Capita che trovi segnali sulla YouYube generation in un articolo di Repubblica di Gabriele Romagnoli (di cui ha già evitato di parlare ;-) Mantellini)
Tenete pure conto del fatto che non mi piacciono generalizzazioni come questa che tendono a determinare una generazione dall’uso tecnologico estendendo poi fatti di cronaca all’universo degli utenti. Per capirci: la generazione del treno non deraglia. L’Ipod generation non playlista il mondo. La tv generation non ha una visione catodica della realtà.

Quello che mi stupisce è l’approccio banalizzante al tema. Leggetevi il sottotitolo/contorno:

Stragi annunciate, biografie virtuali di carnefici e vittime: nel cuore della Rete dove si perdono sempre più spesso i giovani.
Giovani aspiranti omicidi che fanno le prove su YouTube. Non c’è fatto di cronaca che non abbia aggancio su Internet.

E’ un manifesto programmatico. Così pieno di luoghi comuni che dovrebbe portarvi a non continuare nemmeno nella lettura del pezzo.
Ma diciamo che lo vogliate fare (capita infatti che siamo attratti per un malcelato senso dell’orrido a sguazzare tra la melma), allora potrete leggere:

Quali sono le ragioni che spingono un numero crescente di persone, sempre più giovani, verso questo altrove? La risposta, probabilmente, si chiama “SEM”, acronimo che comprende Solitudine, Esibizionismo, Mercato. Tutte e tre le componenti esistono da tempo, ma nell’universo parallelo si coalizzano. Prendiamo il blog. In fondo è la versione contemporanea del diario. Il diario è, inevitabilmente, solitudine. Lo si scrive in prima persona, in una stanza chiusa, soli contro il mondo, confessando, analizzando, per abitudine adolescenziale, suggerimento del terapista, ossessione di documentare, almeno a se stessi.

A parte il fatto che l’unica sindrome SEM connessa alle tecnologie e che io conosco è la “Sindrome da Esclusione dal Mondo” e ha a che fare con il contrario di quanto viene trattato nel pezzo, non sarebbe opportuno accompagnare affermazioni come queste da solidi basi di ricerca scientifica? (Se uno le ha, certo. Se esitessero.)

E’ vero che all’inizio dell’articolo c’è anche scritto:

Non c’è bisogno di dimostrazioni scientifiche, è sotto gli occhi di tutti, a distanza di un clic.

ma possiamo continuare ad accettare la scrittura di opinioni come se fossero fatti dimostrabili?

Il coacervo di insensatezze, scarsa competenza sulla realtà dei social media (ma secondo voi uno ha un blog per solitudine e per promuovere la propria solitudine?), scrittura affermativa che non lascia spazio alla dimensione dubitativa, ecc. mi fa pensare che i media mainstream, ancora una volta, annaspino tentando di leggere una realtà attorno che non gli corrisponde più.

Sono tanti i passi dell’articolo che potrebero essere commentati e smontati, ma uno mi sembra indicativo per capire cosa c’è in gioco:

Se, in una qualsiasi sala chiedete di alzare la mano a chi è stato almeno una volta ripreso dalla televisione vedrete metà delle persone sollevarla. Le altre tengono un blog. È la rivincita degli esclusi. Di più: è la speranza di accedere al mercato. Gli editori solcano la rete in cerca di blog da trasformare in libri.

Ecco: vedere i blog come il terreno degli esclusi è guardare le praterie come la terra dei reietti e non come la forma dell’abitare dei nativi.
E la speranza di accedere al mercato è il modo che il mondo dei media mainstream – il cui presupposto si fonda sul mercato – ha di osservare quello delle conversazioni dal basso. Non che non ci sia la dimensione economica nella realtà dei social media, ma vogliamo tenere conto delle relazioni sociali che si stano costruendo? Delle forme che stanno mutando? Vi volete mettere in testa che il “linguaggio” e le “grammatiche” sono mutate? Non vendeteci le vostre opinioni come se fossero fatti. Gli indigeni non sono stupidi, vi lasciano credere che lo siano ;-)

Upgrade:
Concordo invece con quanto scrive Lapilli qui.

Upgrade 2:
Concordo anche con Antonio Sofi da leggere qui e ascoltare qui.