Plastilina e abiezione

Tra le cose fatte nelle ultime settimane ho visto la mostra di Nathalie Djurberg “Turn into me” alla Fondazione Prada. C’è chi ne ha già parlato con maggiore competenza. A me qui interessa mettere a fuoco alcune cose che i lavori in stop motion con protagonisti in plastilina dell’artista svedese richiamano mediologicamente e la relazione con l’ambiente espositivo.

Il visitatore/spettatore visiona da schermi inseriti in un contesto metaforico/archetipico che richiama il corpo femminile nella sua potenzialità creatrice. Il richiamo esplcito sia del contesto che dei video alla sessualità femminile deturpata, frantumata, mangiata dai vermi… viene giocata attraverso l’uso di personaggi/pupazzi in palstilina e stoffa, che si muovono grazie alle continue riconfigurazioni del regista come in quei cartoni animati per l’infanzia o, per noi figli di Carosello, come nelle pubblicità di Armando Testa con i rortagonisti del pianeta Papalla.

Come se Pingu vivesse innocenti depravazioni. Lo spettatore, calato nel dispositivo favolistico, straniato dalla familiarità fanciullesca per forme e colori (sempre accesissimi) del girato, spinto nel baratro di una violenza perpetrata ai corpi plastilinici, entra in un meccanismo di attrazione/repulsione violento.

Una poetica potente resa attraverso un’estetica da pongo-abiezione.

Gli italiani non sono felici

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=P4o5Sx7SnJE]

Viedeo virale per la campagna 2008 Aquafan.

Ma anche assunzione di responsabilità dell’industria del divertimento che si rende conto della realtà del contesto in cui opera e non può sottrarsi facendo finta di niente.

Come scrive Pier Pierucci -responsabile del parco- nei suoi segnali deboli – in anteprima agli amici:

Per noi che vendiamo il divertimento, quest’anno è stato difficile pensare ad una comunicazione che in maniera disinvolta potesse “vendere” serenità e felicità in formato 6×3 oppure 70×100.

In qualche modo una forma ecologica della comunicazione pubblicitaria. Perchè “video virale” non è sempre uguale a “far ridere”.

Sulla liquidità di un certo pensiero

//Exolucere – “Liquid” spill

Quando gli intellettuali (ri)producono conoscenza scientifica attraverso slogan del mainstream saggistico, il rapporto con il lettore viene dirottato tra i marosi della banalizzazione, ondate in cui si rischia di affogare mentre si è felici nel pensare di aver ottenuto una qualche chiave di interpretazione del mondo.
Così Carlo Carboni – che prendo a pretesto – oggi sul Sole24Ore pone un forte interrogativo sulla correlazione fra crescita del PIL e aumento del disincanto in merito alla democrazia. Perché le democrazie del benessere si accompagnano a bassi livelli di partecipazione?
Si dice:

La “società liquida” teorizzata da Zygmunt Bauman ha letteralmente liquefatto l’idea di società, mentre i processi di democratizzazione della vita quotidiana hanno proiettato individui a operare scelte civiche, di fatto, sempre più separate dagli interessi collettivi e dalla democrazia minima.

Ora, dire che la società si è liquefatta è una sbrigativa scorciatoia di un pensiero accessorio e semplificatore. Rappresenta l’incapacità di dare conto della complessità assunta dal mondo e corrispettivamente dalla conoscenza scientifica; è la rassegnazione ad utilizzare le categorie del moderno ma con segno negativo: la famiglia? È liquida! L’amore? È liquido.

L’amore non si è liquefatto, ha mutato la sua semantica diventando “passione”. I legami sociali non si sono liquefatti ma de- territorializzati, soggetti a scomposizioni e ricomposizioni ricorrenti, capaci di incarnare la contingenza dei vissuti.

Se la capacità di astrattizzazione e riflessione di un certo pensiero si è liquefatta è un altro discorso.

La superficie di qualcosa che verrà

Ci sono volte in cui la comunicazione rallenta. Quando i mutamenti sono in atto. Quando le cose si fanno rarefatte. Oppure quando le cose rarefatte preludono a mutamenti.

Le cose fatte in questi mesi qui e qui ci porteranno presto qui.

Prima ci sarà questo che non sarebbe stato possibile senza questo.

Ma un passaggio annuale per me importante è, naturalmente, questo.

Intanto lavoro su quest’altro che tenta di mettere in pratica quello che abbiamo capito con questa ricerca.

Ma c’è tempo anche per il volontariato dell’immaginario che mi ha portato prima qui e poi qui.

Ovviamente, per i tanti motivi, che chi mi conosce sa, aspetto questo; che alcune cose importanti per capire la mutazione le dice. Altro arriverà, dicono le mie conversazioni con l’altra parte del mondo.

Cose che ho scritto escono sparse, come briciole, e si allontanano dalla strada di casa.

Ma si tratta solo della superificie di qualcosa che verrà. Se provate ad unire i punti un’immagine sembra comparire… non la vedete?

L’università che verrà, secondo Grillo

Invitato da Stiglitz in occasione di una sua lezione alla Facoltà di Economia di Ancona, Beppe Grillo prende la parola, entra in collisione con parte della platea, viene supportato e criticato.

Ma questo è nelle cose. Quello che mi interessa è il discorso che ha fatto prima di andarsene, parlando ai docenti:

Siete persone finite, insegnate concetti vecchi.
Imetodo di insegnare l’economia di questi anziani docenti che si sentono bypassati da nuove regole, che non conoscono assolutamente la rete. Io volevo fare un discorso sulla rete, ma vedo che si oppongono con le unghie e con i denti; la rete taglierà fuori queste università barocche.
Ognuno poi è libero di pensare ciò che vuole, le università devono essere al centro di un pò di casino, no?
Se no se stiamo sempre lì a sentir parlare questo barocco ottocentesco dell’economia; non parlo di Stiglitz, ma di quasi tutti i docenti di oggi, che sono ancorati a principi vecchi.

Lo lascio qui. Se sarà il caso ne riparleremo.

Per capire il contesto…

[YouTube=http://it.youtube.com/watch?v=9coBqUXgJJM]

L’esperienza della politica e le conversazioni dal basso

La lucida analisi di Giuseppe e i commenti al post precedente mi offrono spunti per chiarire alcuni passaggi per la chiacchierata di domani.

Politica e sfera pubblica
E’ evidente che se pensiamo alla Rete e alle forme conversazionali e dell’abitare praticate ci troviamo di fronte ad un doppio mutamento.
Uno “quantitativo” che è caratterizzato dalle nuove possibilità e capacità di partecipazione alla sfera pubblica grazie ad una convergenza fra architettura distribuita della rete ed abbattimento crescente dei costi. Il vero effetto è però al momento quello di una crescita progressiva e diffusiva di un ruolo mutato rispetto alla natura di lettore/spettatore che ci ha caratterizzato all’interno dei linguaggi del ‘900.
L’altro, appunto, “qualitativo”: l’esperienza di essere potenzialmente soggetto della conversazione invece che oggetto di questa. Non solo quindi un cittadino, consumatore, elettore di cui si parla ma un individuo che prende la parola. Una presa di parola che sarà sempre più percepita non come evento straordinario ma come parte della quotidianità.

a. Cambia la percezione che come individui abbiamo della nostra posizione nella comunicazione della società. Questa un frame capace di contenere l’emergere di una cultura partecipativa a base mediale.

b. Cambiano sia i modi dell’ascolto che i modi di osservare ed elaborare gli eventi dell’esistenza: non dobbiamo più considerarli fatti strettamente privati ma possiamo farli diventare oggetto di comunicazione pubblica.

Problemi di rappresentazione
A questo punto si tratta di capire in quali modi la sfera pubblica contemporanea viene rappresentata.
È evidente che i media svolgono nella società la funzione rilevante di rappresentazione della sfera pubblica, attraverso modi di selettività dell’informazione e costruzione di un’agenda che “impone” i temi della società. Per farlo “costruiscono” una realtà comunicativa che è trasparente rispetto agli eventi in corso (si crea cioè un dato sapere tematico attraverso “oggetti” concretizzati di volta in volta: i rifiuti a Napoli) e allo stesso tempo non trasparente su chi reagisce ad essi e come: non sappiamo come chi legge la notizia reagisce, cosa ne pensa. La potenza diffusiva è proprio questa – dall’invenzione della stampa in poi: anonimato e astrattezza rispetto al ricevente, con buona pace delle lettere al direttore.

La realtà delle “conversazioni dal basso”, la realtà grassroots, è post-rappresentazionista, può riagganciare cioè vissuto a rappresentazione. Prendete un post che “mette a tema” un oggetto a partire dal proprio spazio vicino, dai propri pensieri, dagli accadimenti che stanno dove sati tu. E prendete i commenti a questo, quelli diretti e quelli sotto forma di altri post. La trasparenza sui due lati come presupposto delle conversazioni.

E allora?
Ora: come queste due realtà, dei media di massa e delle conversazioni, entrano in relazione è il vero nodo del problema.
Come verrà costruita l’“agenda” nel futuro, quando le opinioni saranno discusse con rilevanza anche in Rete – cioè quando, in Italia, si uscirà dalla provincializzazione della blogosfera?
Se prendiamo i primi dati della nostra ricerca LaRica  sui socil media in Italia, oggi abbiamo quasi 3 milioni di blog e circa 10 milioni di lettori. Il 75% di chi scrive è un/una giovane tra i 18 e i 29 anni: è la generazione Y che sta arrivando! E questa è una realtà che va monitorata.

Quale occasione rappresenterà la Rete per mettere in connessione i vissuti degli individui con quelli della politica?
Anche qui credo che le sperimentazioni di blog di politici o forum imposti dall’alto come quelli del Partito Democratico – effetto desertificazione – siano solo segnali deboli di qualcosa che accadrà.

Il vero punto sta nel capire che la sfera pubblica in Rete non è fatta dagli strumenti ma dalle pratiche di produzione sociale che si rendono disponibili, sulla produzione culturale che si riesce a generare. Sono i progetti di questo tipo che vanno promossi, osservati e monitorati. Perché il punto non è “la Rete” ma la capacità di generare trasformazioni culturali. La Rete mi sembra rappresentare un luogo di osservazione privilegiato per le pratiche e i linguaggi della mutazione. Si tratta ora di tentare di costruire progetti che supportino e diffondano un mutamento culturale.