Letture estive

In occasione del convegno al MIT sui Comparative media studies assieme a Bernardo Parrella abbiamo girato una intervista che potete vedere qui sotto.

Dopo l’uscita di Fan, blogger e videogamers Bernardo propone la trascrizione e traduzione integrale qui.

Da leggere sotto l’ombrellone :)

Esperienze di cittadinanza futura

A volte gli incontri sono illuminanti. Credo che quello con Claudio Ricci, Sindaco di Assisi e avatar lo sia stato.

Lo abbiamo invitato ad unAcademy perchè l’apertura di un suo ufficio in SecondLife nella land di Assisi rappresenta una duplice innovazione ed ha un duplice valore:

a. è veicolo d’innovazione e l’esempio di un modo qualitativamente diverso di pensare i rapporti tra cittadinanze e publica amministrazione; è il primo esempio di un uso di SL che non esalta tanto la spettacolarità del mezzo utilizzato quanto la capacità di laorare in un’ottica di comunicazione ntegrata e multidimensionale – non a caso Claudio – “il tu è d’obbigo per me” – ha dato a noi come ai suoi cittadini il suo numero di cellulare;

b. rappresenta un modo evoluto di pensare e praticare i mondi metaforici.

Questo secondo versante ce l’ha raccontato con la sua presenza e con l’efficace antiproblematicità nel pensare ed usare il mezzo, affermando una necessità neo-umanistica capace di plasmare con le tecnologie la comunicazione.

La comunicazione non è più solo uno strumento ma una materia prima.

E’ evidente come l’operazione di “abitare ” SL e riconoscere l’esistenza di una cittadinanza in divenire inworld sia frutto anche di una pianificazione strategica di comunicazione politica e di marketing territoriale. Eppure la seconda parte della serata, che abbiamo progettato per portare il pubblico/avatar nella stanza del sindaco ricostruita in SL iperrealisticamente e proseguita con una visita guidata di Assisi raccontata da Claudio tra sensibilità francescana e consapevolezza di governo, ha rappresentato qualcosa di più.

La potenza immersiva guidata dalla narrazione e la vicinanza comunicativa costruita con gli avatar hanno sgretolato nelle oltre due ore il muro delle pubblica amministrazione e riconvertito la necessità dei rapporti con la cittadinanza attraverso un recupero mediato di solidarietà organica, orientata alla emozionalità dei corpi… anche solo dei corpi degli avatar.

Spock in love

La narrativa slash prodotta dai Fan – di norma dalle Fan – di serie televisive come Star Trek o Starsky e Hutch circolava negli anni’70 come apazin¸ versione cartacea di un forum di discussione tra aderenti che producevano contenuti narrativi dove i personaggi delle serie ridefinivano i loro confini relativi alle preferenze sessuali – bello il lavoro che fa Jenkins da Aca/Fan in questo senso.

La propensione al FarsiMedia, l’acquisizione di abilità produttive testuali e di diffusione partecipativa, ridefinisce oggi i confini di questo genere attraverso interessanti contributi video. Segnalo tra i molti materiali questo video capace di sintetizzare lo spirito dello slash all’epoca di YouTube, fondendo montaggio video e colonna sonora in una narrazione efficace.

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=1PwpcUawjK0&eurl=http://www.google.it/reader/view/?hl=it&tab=wy]

Prospettiva di studi interessante, questa, se pensiamo a come oggi la lezione della narrativa slash e l’interesse per un pubblico per la tematizzazione delle differenze sessuali sia stata consapevolmente incarnata da prodotti mainstream non omofobici, né tantomeno misogini, come The L Word, serie con protagoniste lesbiche e non, che ha un pubblico che oltrepassa i confini di genere. Come dichiara Ilene Chaiken, creatrice, sceneggiatrice e produttore esecutivo della serie «Ho collaborato anche con uomini e donne etero, ma in L word racconto soprattutto le storie del mondo in cui ho vissuto negli ultimi vent’anni. Guardandolo, le donne lesbiche possono finalmente sentirsi rappresentate e le donne eterosessuali possono semplicemente riconoscesi in quanto donne».

Ovviamente è materiale per tesi sperimentali.

Media e generazioni: prospettive di ricerca

Post gemellato con le news LaRiCA.

I primi risultati della Ricerca Prin su Media e generazioni (approfondimenti sul progetto qui) verranno discussi a Manchester in occasione del 4th International Conference on e-Social Science all’interno del panel Exploiting new kinds of data.

Di seguito l’abstract del nostro paper e le slide della presentazione.

Analysing User Generated Content for social science. Generational “we sense” in the Italian blogosphere

The goal of this paper is to present an innovative methodology to exploit user generated content as a data source for sociological research. The methodology will be presented by discussing a specific research case study project. The discussed research project goal is to describe the role of media contents in the construction of generational identity through a two step question. May specific media-products get user generated generational discourses started? If so, may those discourses be used to investigate the shared generational we sense?

Mario e la scimmia: un mockumentary generazionale

Prima. Prima che Mario diventasse super e scoprisse un fratello. Prima. Quando giocare ai videogames significava trovarsi in una sala giochi sotto gli occhi attenti di potenziali concorrenti. Prima. Quando i campioni nascevano “sul campo” e ci si spostava di sala gioco in sala gioco per le sfide.

Il mockumentary sui campioni di Donkey Kong “King of Kong: A Fistful of Quarters” è uno spaccato generazionale interessantissimo.

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=YPLjXjObEms]

“Mica vorrai essere tu lo stronzo che…”

L’Art Directors Club Italiano promuove la vision del nuovo direttivo con un video che fa il punto sulla condizione della comunicazione pubblicitaria professionale nel nostro paese.

A tutti i creativi e professionisti un messaggio che usa uno style and tone nuovo.

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=SkWm1B2jTNw]

E in questa intervista di TG Cannes la posizione sull’evoluzione dell’ADCI anche in direzione web2 e in merito alla controversa questione freelance – senza dimenticare gli studenti.

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=53heYw1TSII&feature=related]

L’emergere delle culture partecipative nell’era digitale.

E’ ufficialmente uscito. Henry Jenkins, Fan, blogger e videogamers. L’emergere delle culture partecipative nell’era digitale è qui.

In omaggio stralci dalla mia introduzione (chi ha voglia di scaricarsela la trova qui).

[...] I saggi contenuti in questo volume costituiscono l’evoluzione di un pensiero che rappresenta un cambiamento paradigmatico sul piano teorico e metodologico nell’ambito dei media studies, mostrando in quali modi i meccanismi di partecipazione “dal basso” entrino in risonanza con le strutture produttive. In particolare l’analisi raffinata del lavoro dei fan sui prodotti culturali, tra appropriazione e modalità attive di ricezione, all’interno di un contesto mediale mutato, porta Jenkins a mostrare come le media companies debbano rivedere la natura del coinvolgimento di consumo e il valore partecipativo delle audience in una direzione in cui ogni spettatore, ascoltatore, ecc. va pensato come un fan. L’idea di fandom diffusa crea un range di possibilità che vanno dalla semplice passione per, poniamo, una serie televisiva fino al coinvolgimento diretto contribuendo attraverso dialoghi online con gli sceneggiatori o alla revisione della traduzione di dialoghi, ecc.
Ma il cuore di questo lavoro di Jenkins sta proprio nella capacità di delineare attraverso un linguaggio semplice ed efficace, quasi anti-accademico per sua natura, uno scenario nel quale cogliere l’emergere delle culture partecipative, che oggi trovano nei territori mediali un ambito di stimolo, crescita e sviluppo, e che da qui si muovono verso gli ambiti del mercato, dell’educazione e della società civile.

[...]
L’emergere delle culture partecipative nello scenario del mutamento i linguaggi che la svolta digitale introduce, crea quindi un nuovo contesto in cui il mercato delle produzioni culturali, dell’informazione e dell’intrattenimento si trova ad operare. In particolare aprendosi alla necessità di incorporare strategicamente le “tattiche” di individui e gruppi che dal basso sollecitano forme di apertura e di innovazione nei rapporti tra produttori e consumatori, tra cittadini ed istituzioni, tra mainstream e non mainstream.
In particolare è sul rapporto tra popular culture ed industria dei media che Henry jenkins mette a fuoco questa dinamica, e nel farlo presenta un percorso – di vita e di analisi, spesso intrecciato, come nei divertenti capitoli Columbine e oltre. Il professor Jenkins va a Washington e Sotto un altro!
Un’imboscata su Donahue
– che è esemplificativo di un nuovo modo di fare ricerca sui rapporti tra media e audience, che è poi la storia di una nuova generazione di analisti mediali che, anche sul piano metodologico, integrano la dimensione partecipativa nelle prospettive di osservazione. Non a caso Jenkins si definisce un Aca/Fan, sintesi di accademico studioso dei prodotti culturali e delle pratiche sottese e appassionato degli stessi, capace di osservare dall’interno quegli stessi meccanismi che lo riguardano. Questa svolta metodologica nel pensiero di Jenkins è una svolta di prospettive esemplificativa, da una parte, del mutamento che i media studies hanno compiuto in merito agli studi sulle audience e, dall’altra, di un mutamento socio-antropologico della relazione tra individui e sistema dei media.
[...]

luce Laval: le sensibilità dello script

Ieri sera vernissage alla GRoom di Roberta Greenfield presso la sim di Post Utopia per una nuova opera in solitaria: COME IN di luce Laval, artista giovanissima (tempo di SecondLife, il che racconta molto dell’evoluzione di questo mondo post “myspace per adulti”).

Si tratta di un lavoro doppiamente sensibile: perché capace di tocare corde emotive e perché reattivo alla presenza dell’avatar.
COME IN è un invito ad entrare tra “braccia” che si schiudono: aprirsi, “sbocciare”, accoglierti; lasciare cadere il proprio sguardo attraverso i giochi di luce e i riflessi sulla superficie delle forme: vera scripting art.

Lavoro “consapevole”, questo, capace di comunicarti una finta semplicità di superficie mentre “al di sotto” risiede l’alta complessità di programmazione/progettazione. Solo così i “tentacoli” possono aprirsi e chiudersi in modo fluido e naturale al passaggio degli avatar, come un anemone di mare che fluttua nell’acqua – o lo sciabordio di un flusso di dati nello spazio digitale.

Una considerazione a latere poi sulla dimensione di contesto.

Mi affascina l’idea proposta da Roberta Greenfield di uno spazio con una sola opera. Perché l’attività di osservazione è concentrata e distratta. Il primo rapporto che si ha è di “sacralità” del lavoro: l’opera viene presentata e discussa con l’artista di turno e… vissuta: siamo in SL e i lavori spesso sono oggetti/ambienti che richiedono all’avatar di agirli.

Ma poi c’è il livello di desacralizzazione, proprio perché l’opera è unica e si è presa confidenza con lei e con il gruppo (che di solito rimane a chiacchierare attorno). Allora subentra l’intrattenimento, l’uso del lavoro dell’artista come occasione relazionale.

Insomma l’arte (in SL) che lavora sul tuo rimosso ma che mette anche in circolo la relazione attorno al suo sé oggettuale.

Giornalista esploratore e indigeno lettore

Un interessante scambio di opinioni tra un autore e un lettore che è reso possibile dalla mutazione dell’era degli UGC.

 Scambio che comincia dal post di una lettrice a proposito del libro di Gianluca Nicoletti sul vissuto di un avatar in SecondLife. L’avatar in questione è presumibilmente l’aka di Nicoletti, Bitser Scarfiotti, le cui avventure a lungo sono state radioraccontate nel programma Melog

Scrive Bitser/Gianluca:

cara picchiatasti Alice (ma non si chiama Monica?)
non contesto il tuo disgusto per il mio libro, ma vorrei solo aggiungere che non sempre un punto di vista può essere onnicomprensivo e soddisfare le aspettative di chi legge. La mia cronaca è giustamente parziale e abbraccia un particolare aspetto che a me interessava: quello della protesi emozionale. E’ un tema su cui penso e osservo da tempo e quello ho osservato nei sei mesi che ho passato in SL. (Conosci bene quel mondo per dire che è molto diverso da quello che racconto?) Ti assicuro che la cronaca è se vuoi parziale , ma fedele nel racconto delle sue osservazioni. Non volevo fare un trattato massmediologico ma uno spaccato di contemporanee patologie emotive. Uno sporco lavoro se vuoi, ma qualcuno dovrà pur farlo?

 Risponde Monica (o Alice):

Conosco SL abbastanza da non mettere affatto in dubbio che accada quello che hai raccontato tu. Contesto l’idea che si tratti *solo* di quello, la contesto per esperienza diretta (sono in SL da 9 o 10 mesi), e la contesto perché l’idea di «abbracciare un particolare aspetto» (che di emozionale a mio avviso aveva poco o niente, dato che si trattava di «forme becere dell’immaginario» – definizione non mia, ma di qualcuno che studia, davvero, certi fenomeni), dicevo, la scelta del tema è caduta guardacaso sull’unico aspetto che non solo annoia i residenti ben prima di sei mesi, che o mollano o si mettono a far altro, ma, soprattutto, si allinea benissimo all’idea «giornalistica» di SL, ai soli «scoop» che si leggono sui giornali, ovvero pornografia, truffe e via dicendo.

Robe da altro mondo. Di un mondo in cui le competenze anche del serio giornalista/esploratore vengono discusse (messe in discussione?) dal lettore/indigeno, capace di riportare il suo punto di vista che è frutto di un vissuto e non di un’idea fatta in modo astratto – magari sull’ennesimo testo.

Due vite da avatar contrapposte… oltre il paradigma scrittura/lettura.