Taggare i REM

Per chi produce contenuti nel mainstream (di come la distinzione mainstream/non mainstrem vada problematizzata parlerò un’altra volta) diventa oggi fondamentale confrontarsi con le possibilità aperte dalle forme di produzione “ingenua” ed istantanea da parte del pubblico e dalla condivisione in tempo reale che l’adesione ai social network rende possibile.

Ecco allora che partecipare ad un concerto significa non solo essere presente nel luogo dell’agire ma produrre comunicazione su questo e renderla visibile e, soprattutto, raccordata ad altra comunicazione prodotta sullo stesso fatto.

Ciò che rende possibile tale raccordo è la logica del tag. Perciò il coordinamento circa le modalità di tagging diventa essenziale.

Prendiamo ad  esempio i R.E.M. che, seguendo le logiche pure delle culture partecipative , in un’ottica di convergenza fra produzione e consumo, stimolano i propri fan a condividere i contenuti prodotti dal basso durante il loro tour mondiale.

In una pagina apposita del loro sito spiegano come taggare i video prodotti con i cellulari, le foto fatte e i messaggi scambiati via twitter:

For example, for R.E.M.’s show in Berlin, Germany, you would do the following:

In Flickr, tag your photos “remberlin”
In Twitter, add “#remberlin” to your Tweets
On YouTube, tag your video “remberlin”
If you blog about the show, please add “#remberlin” to your blog entry.

Ma non basta. Durante i concerti il gruppo proietta sul maxi schermo quali tag utilizzare, orientando così i fan in tempo reale e stimolando la pubblicazione e condivisione dei contenuti (si veda questo articolo).

Ora: è evidente che si tratta di una intelligente apertura al mutamento in atto relativo all’intreccio tra “essere fan” e UGC e come la produzione mainstream possa sperimentare circa le forme di produzione dal basso.

L’ultimo degli infinite jest di Wallace

E’ morto David Foster Wallace. Uno dei più lucidi narratori e saggisti della postmodernità, quando questa ha superato la soglia di se stessa.

Si è impiccato a 46 anni. Lo ha trovato la moglie nella sua casa di Clermont, sud California.

I suoi lavori sono uno straordinario e suggestivo modo per riflettere sulla natura dell’osservare e dell’osservatore.

Per DFW la consapevolezza dell’essere osservatori non è calata unicamente nella prospettiva del lettore/spettatore ma coinvolge lo stesso autore:

Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori.

La sua tesi presuppone, mediologicamente, che tale condizione derivi dall’influenza pervasiva del medium televisivo:

La televisione, compresi i suoi minimi dettagli del processo produttivo, è diventata parte della mia – la nostra – interiorità […] l’abitudine a “guardare” tende a crescere spontaneamente. In modo esponenziale. Basta che passiamo un po’ di tempo a guardare, ed ecco che poco dopo iniziamo a guardare noi stessi che guardiamo. E altrettanto in fretta cominciamo a “percepire” noi stessi che “percepiamo”, e a desiderare di “sentire” le “sensazioni”.

È questa la condizione di esistenza che la frequentazione dei media – qui la televisione si fa centrale – ha partecipato a costruire. Ed è tale condizione che viene praticata nel romanzo postmoderno, anche nella versione critica della letteratura americana di metafiction:

se il realismo diceva le cose come le vedeva, la metafiction non faceva che dirle come si vedeva mentre si vedeva vederle.

Wallace è un osservatore interno al sistema, non si pone in modo distaccato e ironico secondo le forme mainstream della pura letteratura postmoderna. Persegue una scrittura che vuole riaffermare una distanza fra semplice osservazione distaccata – che rende l’oggetto osservato freddamente distante – e centralità del vissuto individuale, che l’oggetto osservato intende riattivare. Per farlo reintroduce una dimensione emotiva che i linguaggi dell’intrattenimento hanno spesso lenito attraverso forme caustiche che descrivono ironicamente la realtà, strizzando l’occhio al lettore/spettatore che si autocompiace nel riconoscimento delle forme della rappresentazione.

È in tal senso che nel suo racconto Lyndon (1989) introduce una differenza fra realtà reale e fiction interna alla narrazione stessa, attraverso la creazione del protagonista Boyd, giovane omosessuale che entra a far parte dello staff del futuro Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson. È attraverso un’oscillazione continua fra sguardo esterno, garantito dalle vicende reali raccontate dai media (Cambogia, Vietnam, l’omicidio Kennedy), e sguardo interno, esercitato attraverso il punto di vista di Boyd sulla malattia di Lyndon, sul rapporto con la moglie ecc., che viene a generarsi una iperrealtà che costringe il lettore a non limitarsi al ruolo di osservatore distaccato e a districarsi tra la propria memoria (mediale) dei fatti reali e l’emotività dei vissuti dolorosamente raccontata.
La narrazione da una parte tratta la realtà reale, dall’altra si struttura come un mondo autonomo, grazie ad elementi distopici, particolari che una volta lasciati cadere nel testo come indizi, disorientano le capacità osservative del lettore chiedendogli di non limitarsi a riconoscere (autocompiacendosi) ma di oscillare tra realtà “reale” e fiction attraverso un’emotività che implica il coinvolgimento del suo vissuto (anche in quanto memoria).
Questa scrittura che è capace di mettere in movimento le cellule e il sangue, spingendo e riscaldando il lettore, scatenando la metamorfosi dell’oggetto semplicemente osservato in oggetto vissuto.

The falling man

Ho visto le cartine, i disegni, le foto prese da giornali e riviste e da Internet, e quelle che avevo scattato io con la macchina del nonno.

C’era tutto il mondo lì dentro. Finalmente ho trovato il corpo che cadeva.
Era papà?
Forse.
Chiunque fosse, era qualcuno.
Ho strappato le pagine dal libro.
Le ho rimesse in ordine al contrario, in modo che l’ultima fosse la prima e la prima fosse l’ultima. Le ho sfogliate velocemente e sembrava che l’uomo stesse alzandosi in cielo.

E se avessi avuto altre fotografie, sarebbe volato dentro una finestra e dentro la torre, e il fumo sarebbe stato aspirato nel buco da cui l’aereo stava per uscire.

[…]

E saremmo stati salvi.

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino

La notte dei morti viventi

L’articolo Il deserto degli Avatar sulla Stampa di ieri ha suscitato molte risposte, anche indignate (vedi qui, qui e qui e anche qui, e con questi ultimi mi trovo molto d’accordo).

Eppure l’articolo contiene dati esatti della condizione attuale di SecondLife:

sono quasi quindici milioni gli iscritti in tutto il mondo, ma solo 460 mila quelli che si sono connessi almeno una volta nell’ultima settimana.

Vero.

E soprattutto aumentano le aziende che chiudono le sedi aperte appena qualche mese fa con grande dispiego di comunicati stampa: in silenzio però, perché ormai Second Life non fa più notizia.

Vero. O meglio: quasi vero. Da un’analisi sui media a stampa che sto conducendo gli articoli su SecondLife sono calati di quasi un 20% rispetto allo stesso periodo del 2007 e soprattutto hanno cambiato il tono. Non è quindi che non faccia notizia ma “fa notizia il fatto che non faccia notizia”. Infatti, come continua l’articolo:

E’ stata prima una curiosità, poi un’opportunità economica e un mezzo per acquistare visibilità. Infine, dopo qualche scandalo amplificato più o meno ad arte, sul mondo inventato nei Linden Labs è sceso il silenzio.

O per meglio dire: aziende e megaBrand hanno usato SecondLife come occasione di notorietà nei media di massa attraverso un utilizzo tradizionale di comunicati stampa eclatanti per progetti spesso vuoti o inesistenti. Il gioco è evidente: associo il mio nome e la notorietà del marchio a un territorio dell’innovazione di cui i media parlano. Per capirci: la sola Repubblica ha pubblicato nel 2007 oltre 250 articoli di diversa lunghezza e rilevanza su SL.

Ora, non credo che il problema sia tanto nel difendere la propria dignità di avatar in SecondLife o di lamentarsi di una scarsa opinione relativa al mutamento culturale in atto (peraltro per nulla messo in discussione nè negato dall’articolo della Stampa, in quanto ininfluente ai fini dell’articolo stesso). Il problema semmai è capire se e come nei blog, nei social network e in SecondLife si può costruire un’opinione pubblica capace di interagire con politica, economia, ecc.

Il resto è espressività del singolo, autocelebrazione ed autocompiacimento.

Se, coem dice Bruno Ruffilli nel suo articolo:

la seconda vita, oggi, è uno sterminato cimitero. Di avatar.

io mi chiederei quali siano le eventuali conseguenze di una corrispondente notte dei morti viventi.

Epilogo in forma di apologo

Ecco l’epilogo di Etnografia dell’acquisto di libri online

Il legittimo proprietario del pacco deve accompagnare la bambina delle elementari dagli occhi azzurri dalla pediatra. Si chiede come fare per ricevere il pacco che, a quanto sa, deve arrivare solo nelle sue mani.

Il pacco intanto si prepara per essere accolto dalle mani del legittimo proprietario ed uscire dal furgone chiuso che gli impedisce di vedere la luce. E’ l’ultimo miglio, ma i una busta  a soffietto che giace sotto di lui e amante di letture americane gli dice “Non ti rallegrare, è il tuo miglio verde!”. Accanto buste, piccoli paccheti e scatoloni urlano “Pacco morto in movimento!”, strusciandosi contro le pareti del furgone e producendo un assordante rimbombo metallico. Dal suo posto di guida l’uomo dei pacchi sobbalza, ma il rumore cessa in pochi secondi – “Sarà una folata di vento” pensa.

Il legittimo proprietario del pacco decide che il legame consanguineo sarà sufficiente a garantire l’acquisizione del pacco, quindi impone alla videoadolescente di aspettare in casa l’arrivo.

“Ma io mica posso firmare!” sostiene la videoadolescente.
“Ma certo! – dice il legittimo proprietario del pacco- Sei sangue del mio sangue e questo sarà sufficiente a garantire la transizione!

Quaranta minuti nel futuro.

Il legittimo proprietario del pacco torna a casa e trova il pacco a rilassarsi sulla tavola di legno.

- Tutto bene, quindi.
– Si, ma mica mi ha fatto firmare niente. – dice la videoadolescente – Mi ha detto ” Ho un pacco per il legittimo proprietario del pacco“. “Si, mi hanno avvertita” – “Toh!” – “E se n’è andato”.

- Strano – pensa il legittimo proprietario del pacco – la centralinista obbligatoriamente cortese aveva detto che “la firma deve essere la mia e lo possono consegnare solo a me“. Niente vicini dunque… per questo ho pensato al legame di sangue.

Tre minuti nel futuro.

Il pacco è divelto, squarciato, lacerato. Accanto un coltello, Mirto, manico in ulivo, lama in Aisi 420, perni in ottone, distanziali in ottone, lama da 10,5 cm.

- Sei solo l’involucro – pensa – solo cartone e trucioli, ma io credo nel riciclo. Risorgerò a nuova vita.
E’ il suo ultimo pensiero.

Dieci minuti nel futuro.
La mano del legittimo proprietario del pacco apre un bidone verde della spazzatura, quella generica. Non c’è quello della carta in zona. Peccato.

Pensa: – Nessuna firma significa che questo pacco potrebbe non essere mai arrivato. E’ la parola dell’uomo dei pacchi contro la mia.

Ma il pensiero sfugge subito. Il cellulare squilla. Risponde.

La morale? Trovatela voi.