Nativi inconsapevoli

/http://www.flickr.com/photos/ram_/

Quando si tocca la Rete (e la si mette a tema) ovviamente si scatena sempre una conversazione che parte da un punto e arriva ad un altro. E di solito l’altro è la lotta di classe: giornalisti/insegnanti, ad esempio… La sensazione sembra essere questa. Indipendentemente dalle volontà. E su entrambi i lati i pregiudizi rischiano di emergere.

Il post di Vittorio e le risposte di Lorenza rappresentano bene la cosa. Apparentemente.

Perché il discorso di Vittorio ha statisticamente una sua sensatezza: “come farà una persona che sa niente di quella materia a valutare la congruità e proprietà di espressioni che in italiano non hanno facili corrispondenze e un linguaggio che è pieno di neologismi? La valuterà come povertà di linguaggio, come errori…”

E ovviamente non parlava a quelli che stanno nella parte abitata della Rete e che, come Lorenza, possono entrare in conversazione. Gli altri, magari si fanno un’idea leggendo giornali o seguendo notiziari. E allora, come dice nel suo “contrappunto” Massimo:

la riduzione folcloristica che i media fanno nella stragrande maggioranza dei casi alle tematiche sociali su Internet è in grado di scatenare discreti disastri prima ancora sui docenti chiamati a giudicare che sui discenti invitati ad esprimere pareri e punti di vista.

Continuando su questa posizione ci arrocchiamo. Ma il punto credo sia l’assenza di una media literacy che anche in Italia entri nelle scuole su entrambi i lati (studenti e docenti) e che in casi come questi rende evidente il rischio associato alle carenze.

Ma i pregiudizi emergono pure sugli alunni tacciati in molti post (vedi, ad esempio qui) di qualunquismo o moralismo da tema:

Vale a dire: Internet è un rischio, i social network sono pericolosi, nessuno può più stare da solo in silenzio nemmeno un attimo, non si sa mai chi si incontra, bisognerebbe controllare chi si iscrive a Facebook, ci sono tanti pericoli… Ve lo garantisco: praticamente tutti così, con questo tono da grande fratello orwelliano, che nemmeno l’onorevole Carlucci.

Ma per generalizzare secondo me servono dati, non sensazioni dei singoli docenti. Di qui l’idea della ricerca su questi temi.

Il fatto che il tema venga trattato con toni moralistici è un dato interessante. Ma le argomentazioni che toccano per essere moralisti, il linguaggio utilizzato, la tipologia di scuola, il territorio di riferimento, ecc. sono variabili interessanti da indagare. Sarà così dappertutto? Per ogni tipologia di scuola? Per ogni tipo di territorio? Nelle realtà metropolitane e in quelle periferiche?

Non mi stupisco che un tema come questo sia trattato anche così, e magari dalla maggior parte dei ragazzi. Che siano nativi digitali non significa che siano early adopters entusiasti delle possibilità di certa democratizzazione ed assoluta parità partecipativa (che è poi una panzana che magari adesso, dopo alcuni anni di tecno-entusiasmo dovremmo cominciare a rivedere in chiave critica).

Come commenta Mario Tedeschini Lalli:

Questi primi risultati tendono a confermare una ipotesi che facevo, che cioè si sarebbe trattato di cose generiche, probabilmente influenzate dal “coverage” dei media mainstream. Anche in un ambiente “avanzato” come la scuola di giornalismo (post laurea) dove insegno da 15 anni sono andato scoprendo nei giovani un atteggiamento molto “vecchio” alla Rete e agli strumenti della conoscenza digitale. Non dobbiamo “giudicare”, solo cercare di sapere, avere finalmente dei dati. Se dall’indagine risultasse preponderante un atteggiamento come quello descritto in questo minuscolo campione, avremmo almeno demolito alcuni luoghi comuni sui “giovani” e la loro omogeneità all’universo digitale. Che, magari, utilizzano questi strumenti come utilizzano il motorino, senza necessariamente riflettere sulle conseguenze personali e sociali. Ne sarebbe valsa la pena no?

Questa è la cultura del digitale che possiamo rintracciare, senza enfasi ed entusiasmo. Semplicemente per quella che è, non quella che ci piacerebbe: possono essere nativi consapevoli o inconsapevoli idioti (abbastanza preparati) o solo figli dei loro tempi… vederemo.

PS. Questo post cerca di riprendere le fila di alcune conversazioni su blog e Facebook tracciate fra post e commenti, per tenere traccia e dare organicità. Ma ovviamente rappresenta solo il mio punto di vista.

Modernity 2.0

longo e danah

/credits: FG

Come sapete bene, voi lettori di questo blog, i social media rappresentano una prospettiva per osservare il mutamento di questi anni.

Dicendo social media ci riferiamo a quell’insieme di pratiche web based che hanno trasformato la Rete in una direzione che la realtà dei blog, dei siti di social network e dei mondi online stanno raccontando.

E lo fanno attraverso la narrazione delle nostre vite connesse, di contenuti che come utenti generiamo, di quelle culture partecipative che costruiamo attraverso il nostro “abitare” la Rete e che ci coinvolgono come cittadini, consumatori, pubblico.

Di questo e d’altro parleremo da Lunedì per una settimana a Urbino dove ospitiamo la conferenza mondiale Modernity 2.0. E lo faremo attraverso una cinquantina di papers suddivisi in diverse aree tematiche: “Cultura convergente e Pubblici connessi”, “Media, politica e potere”, “Metodologie emergenti”, “Studi di media comparati”.

Tra i guest speakers avremo – per la prima volta in Italia –  danah boyd che è Social Media Researcher a Microsoft Research New England e che molti di voi conoscono per gli studi su siti di social network e giovani, con particolare attenzione anche al rapporto che gli insegnanti possono avere con i nuovi media – ricordo che il campo della media literacy è particolarmente vuoto in Italia e sarebbe il momento di colmarlo: oggi in particolar modo.

Avremo anche Giuseppe O. Longo, epistemologo ed esperto di scienze cognitive, che con rara sensibilità in questi anni ha saputo raccontare la trasformazione dell’uomo in connessione con la macchina.

Insomma una full immersion tra interpretazioni, prospettive e strumenti di ricerca, di cui cercherò di tenervi informati qui e da qualche altra parte in Rete.

Un ringraziamento particolare va a Fabio che ha portato questa conferenza da noi e ha saputo darle la “curvatura” necessaria.

Quando i social network diventano maturi

/Photo by Esther_G

Il fatto che una delle tracce del tema di maturità di quest’anno riguardi i social network è un segnale del fatto che questa realtà si sia sempre più quotidianizzata e normalizzata.

O forse no. Il tema è infatti nell’area “tecnica” il che  – come si dice qui - lascia dubbi sulla liceità di trattare i temi della rete come mutazioni culturali ed antropologiche profonde. O forse dipende solo dal fatto che serve un pretesto per collocare i temi in aree differenti. Ma la nostra è, in fondo, la società della tecnica, in cui la tecnica si fa cultura.

Quello che sembra interessante è però che la scuola osserva i giovani e propone in fondo a loro di raccontarsi. Sì, perché non si tratta di un semplice tema  nel quale parlare di cose che si è studiato o di cui si è letto o più probabilmente di cui si è sentito raccontare nei mass media. Qui si tratta di parlare della propria vita, di quei rapporti mediati ed intimi che li (ci) connettono in pubblico dentro l’ambiente mediale. Si chiede un’operazione riflessiva nella quale raccontare se stessi e un pezzo di mondo che sta cambiando. A partire da quelle esperienze di consumo, informazione o intrattenimento che in Rete si hanno. Una sfida che 1 ragazzo su 3 ha scelto. Forse ci saranno banalità, forse riflessioni profonde, la sfida è interessante, comunque.

I nativi digitali scrivono e i “migranti” o gli estranei del digitale (i “tardivi”) correggono. Forse, se va bene, alcuni di quelli che leggono le tracce sono gli “ibridi”, nati senza la rete ma che hanno imparato ad abitarla. Competenze diverse, dunque, per correggere un tema certamente difficile, perché parla di una mutazione palpabile, percepita ma ancora poco interpretata e vissuta.

A voi che correggete mi rivolgo: non leggete i temi pensandoli come commenti agli stimoli dati, come se dovessero parafrasare il pensiero altrui. Lo dico perché uno degli stimoli è il mio (preso da qui e che potete leggere qui) e so che è il frutto di una riflessione personale ma anche collettiva che si fa nella Rete e nelle accademie, tra pensieri e ricerche…. su di loro, questi nativi, che sono il germe del mutamento.

Leggeteli allora con i loro occhi, leggeteli come “conversazioni dal basso” e misurate le loro idee e competenze, ma senza pregiudizi.

Mario ha lanciato una sfida che mi piacerebbe raccogliere: analizzare con piglio etnografico un campione di questi temi per interpretare come i nativi italiani pensano sé stessi nei social network, per come mettono in narrazione la Rete, per capire come pensano il mutamento e che consapevolezza critica hanno, ecc. E mi piacerebbe farlo assieme a molti dei colleghi che con me condividono il fatto di abitare questo pezzo di Rete e di occuparsi in Italia di social network.

Lancio la sfida quindi al Ministro Mariastella Gelmini e al ministero della pubblica istruzione affinchè collabori a questa ricerca che potrebbe raccontarci un pezzo del futuro a venire.

Overcoming all barriers

cinema pesaro

Un buon connubio tra street performance e comunicazione non convenzionale quella realizzata dagli studenti per la COLONIA della comunicazione (altre informazioni qui e qui) per la 45esima edizione del Nuovo Cinema di Pesaro.

Il tema raccontato è relativo alla rassegna del nuovo cinema israeliano, aspetto monografico del Festival quest’anno.

L’idea è di trattare in forma stereotipica (rendendola quindi accessibile e riconoscibile da tutti) la “distanza” israelo-palestinese ma innovando emotivamente coinvolgendo l’attenzione di passanti distratti (Pesaro e Rimini sono due delle location scelte) attarverso la costruzione della scena dell’azione dal vivo, come potete vedere di seguito…

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=nZ8gjVG01U4]

In questa riuscita forma dal vivo dell’arte “comportamentale” ritroviamo tutta la forza espressiva della comunicazione al servizio di un messaggio. Non è solo un modo di fare marketing degli eventi in modo nuovo, seguendo ad esempio la nuovelle vague dei linguaggi guerriglia. Non si tratta solo di “forme” ma di saper dare contenuto, di pensare alla costruzione del modo di comunicare a partire dal “senso”. Senso che si produce e genera nella forza corporea di una performance che rinuncia alla leggerezza e all’ironia cui il non convenzionale ci ha abituati per rimettere in moto la pellicola dell’immaginazione come sogno. Anche di pace.

Facebook e l’ascesa della cyberborghesia 4

Morale pubblica connessa

Nell’epoca dei contenuti generate degli utenti, in cui è possibile produrre e mettere in circolo materiali diversi, il rapporto tra appartenenza ad un sito di social network o ad una piattaforma di condivisione di contenuti e policy del sito/piattaforma sui temi da condividere è un nodo centrale.

Nodo che viene al pettine quando in un’epoca in cui la morale pubblica è connessa sono i tuoi “friend”, coloro che hai accettato nella tua rete di connessioni, a valutare quanto sia “moralmente” corretto ciò che pubblichi.

Capita allora che posti un video su Facebook e puoi trovarti una mattina una mail così in posta:

Hello,

You uploaded a video that was reported for violating Facebook’s Terms of Use. After reviewing the video, we have decided to remove it. Facebook removes reported videos that are hateful, threatening, graphic, or that attack an individual or group. We also remove videos that are not of a personal nature, meaning they were not created by and do not feature either you or your friends. Continued misuse of Facebook’s features could result in your account being disabled.

If you have any questions or concerns, you can visit our FAQ page at http://www.facebook.com/help.php?topic=wvideo

The Facebook Team

La cui conseguenza immediata è:

Ciao,

I nostri sistemi indicano che hai fatto un uso improprio di alcune funzioni del sito. Questa è un’e-mail di avviso. L’utilizzo improprio delle funzioni di Facebook o la violazione delle Condizioni d’uso possono portare alla disattivazione del tuo account. Ti ringraziamo in anticipo per la comprensione e la collaborazione.

Per ulteriori informazioni, fai riferimento a questo http://www.facebook.com/help.php?page=421.

Il Team di Facebook

Immaginiamo che “i nostri sistemi” che indicano l’uso improprio siano segnalazioni che provengono dalle persone (i “friend”) che Facebook, a scanso di equivoci, prende per buone. Perché se hai offeso qualcuno e questi segnala di essere offeso tu togli la cosa che offende. Semplice. Trasparente.

La conseguenza è che adesso tu che hai postato qualcosa per cui qualcuno si è sentito offeso rischi la chiusura del tuo account sul sito di social network, cioè di perdere non solo la tua identità online ma i contenuti prodotti da te e dagli altri nel tuo profilo, le conversazioni, ecc.

E questa possibilità di sanzione (cancellazione) ti viene specificata “dentro” al tuo profilo, a monito “panottico”: sappi che ti osserviamo.

disattivare account

E’ questo che è capitato a Paolo Palmacci (aka Neupaul Palen), ora sotto la sapda di damocle di Facebook, per aver caricato un video da lui prodotto “Silvio has a dream” il cui contenuto ha a che fare con una pratica artistica di satira sociale che utilizza una tecnica di remix di video tratti da documentario o telegiornale.

Lo riporto per completare il quadro.

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=zegBcF4N2J0]

Ora: si pone un doppio problema sulla pratica censoria di Facebook. Il primo è relativo ai segnificati veicolati, il secondo ai contenuti utilizzati.

Sul primo versante la risposta può venire solo dalla capacità di generare una morale pubblica connessa che sappia crescere attraverso partiche mediali che non hanno nulla di nuovo sotto il profilo delle forme di comunicazione veicolte dai media di massa: avete presente blob?, ma che si trovano di fronte i nuovi pubblici connessi.

Sull’uso pubblico di materiali sotto copyright occorre aprire, anche in Italia, un dibattito serio sul fair use.

Il resto ha a che fare con l’abitare un nuovo territorio in cui la cyberborghesia cresce imparando giorno per giorno.