Generazione, memoria e riflessività

Generazioni, memoria e riflessività attraverso due frammenti in questo 12 settembre.

Oggi, un anno fa, David Foster Wallace ha ucciso lo scrittore americano più brillante ed amato della sua generazione: David Foster Wallace.

Assassino e vittima coincidono in una perfetta e dolorosa simmetria.

(riscrittura del primo post che annunciava la sua morte)

David Foster Wallace: la buona scrittura dovrebbe aiutare i lettori a diventare meno solo dentro.

media+generazioni

Capita, a volte, che il lavoro di ricerca esca dalle logiche di condominio dell’Università italiana, dai principi di protezionismo ed egemonia tematica, per diventare un’occasione di lavoro collettivo e di scambio aperto e franco, anche fra generazioni di studiosi.

E’ quello che ci è capitato con la ricerca Media e generazioni finanziata dal Ministero come progetto PRIN, dove abbiamo avuto l’occasione di lavorare a strettissimo contatto con i colleghi di Milano, Bergamo, Roma e Trento – con qualche punta di Udine.

Oggi la ricerca è arrivata alla fine del suo percorso e abbiamo deciso di creare un’occasione di dissemination dei risultati con un convegno internazionale molto ricco (programma qui) nel quale discutere il tema con colleghi stranieri ed italiani, confrontare gli approcci ed individuare gli ambiti di analisi a venire.

Per quanto ci riguarda risponderemo a queste domande di ricerca:

Come possono specifici prodotti mediali generare discorsi generazionali generati dagli utenti? E’ possibile utilizzare gli UGC per osservare l’emergere del discorso generazionale?

I prodotti culturali mediali forniscono la materia prima per le pratiche discorsive, il linguaggio da utilizzare e i luoghi di riferimento. In pratica rappresentano uno sfondo comune e condiviso (anche se a vari livelli: di qui la necessità di riflettere in termini generazionali) che offre occasioni di riflessività all’individuo e “materia” prima per elaborare le forme condivise dell’immaginario.

L’idea centrale è che, poiché la semantica si produca attraverso le dinamiche conversazionali che si realizzano nella società, il versante degli UGC rappresenta una semantica “non curata”, cioè non ancora stabile nei significati che si connettono ai concetti. È però a partire da questo materiale “grezzo” che nel tempo la società stabilizzerà una certa semantica che poi diverrà patrimonio condiviso e comune che verrà rappresentato nella sua forma stabile (“semantica curata”) nel sistema dei mass media. È così ad esempio che l’analisi di libri e quotidiani ci dicono come una società “intende” se stessa.

L’ipotesi è quindi lavorare sulla semantica non ancora stabilizzata, cioè sulle premesse della semantica che verrà. Tentare di analizzare il mutamento mentre sta avvenendo, perdendo di precisione e di univocità ma cercando di cogliere la direzione.

Essendo le “conversazioni dal basso” una forma della comunicazione mediata dal computer e da Internet caratterizzata da a. permanenza, b. cercabilità, c. replicabilità e d. rivolta a un pubblico indistinto, è possibile vedere la Rete come luogo nel quale individuare un bacino della semantica “non curata” che rappresenta il modo in cui gli individui elaborano e rielaborano discorsivamente con gli altri i significati alimentando la semantica della società.

Per questo i Blog, Flickr, YouTube, Google Video, MySpace ecc., rappresentano un territorio da monitorare.

La ricchezza che la Rete rappresenta è dato per chi fa ricerca, anche, dal materiale lasciato spontaneamente dai soggetti che depositano tra blog, siti di social network, forum ecc. pensieri, emozioni, ecc. in forma di conversazioni possibili. Osservare questa realtà significa aprirsi quindi alle tracce del futuro.

Quando l’umanità è accresciuta

Non amo le riflessioni a caldo, di getto, umorali, sul pensiero scritto. La realtà che spesso va affermandosi del fast think che tritura idee ed informazioni in forma di neo Haiku da distribuire tra twitter e friendfeed ha per me il sapore dell’estemporaneità e la sola funzione di una memorizzazione per un successivo soffermarsi, un pretesto lanciato lì per creare un momento di riflessione a venire, attraverso un approfondimento che possa essere utile ed utilizzabile.

Così “leggere” un libro richiede per me un coinvolgimento temporale che unisce immediatezza a distanza. Il che mi allontana dalla tentazione del commento “a caldo” e mi porta ad un pensiero “depositato”.

Tutto questo per dire che solo oggi posso parlare del nuovo libro di Giuseppe GranieriUmanità accresciuta”, miscelando l’esperienza di lettura e la distanza “riflessiva”. L’operazione è ancora più complessa, poi, perché Giuseppe è un amico e un intellettuale con cui ho condiviso e condivido un percorso di ricerca e divulgazione sulle “culture connesse”. E questo va tenuto a mente come premessa: non è il fine di quanto scrivo.
Partiamo allora con due letture meta testuali per tentare di inquadrare l’approccio di fondo, analizzando le intenzioni implicite ed esplicite del testo.

1. E’ un libro ambizioso questa “Umanità accresciuta” di Giuseppe Granieri perché rappresenta un lucido spaccato della necessità e dei limiti di una crescita della cultura sul digitale in Italia.
Da una parte esiste una componente élitaria che con approccio scientifico analizza il fenomeno Internet, i siti di social network e i mondi online producendo manuali, saggi e ricerche che impattano sulle realtà disciplinari specifiche e nell’ambito della formazione specializzata, soprattutto universitaria; dall’altro esiste una élite costituita dagli intellettuali da Rete (non è una diminutio, sia inteso) che tra blog, siti, articoli in riviste più o meno specializzate, giornalismo informatico, ecc. esprimono la loro opinione, informano, dibattono facendo leva sull’esperienza dell’abitare la Rete e dell’essere innovatori di vocazione e disegnando i profili presenti che facciano da bussola per capire gli umori e i cambiamenti. Poi c’è la divulgazione mainstream, quella dei media di massa, più attenta a cogliere tendenze traducibili in fatti di costume o a proporre critiche di facile appeal per un pubblico largo che a raccontare il mutamento in atto.
In questo contesto si inserisce questo libro che lavorando sullo stile di scrittura si propone come operazione di divulgazione scientifica dei temi del digitale, orientandosi cioè ad una accessibilità di linguaggio e ad una modalità dell’argomentare che sappia parlare a quella larga fetta della popolazione che si trova e si troverà ad essere “umanità accresciuta”.

Come dice Granieri:

Il cambiamento oggi non è più una questione di proiezioni future, ma una condizione in cui una buona parte della nostra società sta già effettivamente vivendo. Ci sono sempre nuove frontiere […] ma la colonizzazione degli spazi sociali del digitale è già ad uno stadio molto avanzato […] L’Italia è in ritardo, nell’elaborazione culturale del cambiamento più che nella dotazione di infrastrutture per la connettività e nella diffusione dei dispositivi” (p. 15, p. 144).

Questo, credo, sia uno dei motivi del suo scrivere e di una scrittura “così” di questo libro. Il che porta con sé delle conseguenze : si rischia di non alimentare il dibattito con le élite (attente da una parte ai linguaggi disciplinari e dall’altra ai dibattiti “interni” al Mondo) per parlare alla (e con la) cyberborghesia e con coloro che stanno ascendendo.  In apparenza. Perché il dibattito dovrebbe proprio essere sui modi di ripensare al rapporto tra “élite” (e lo dico con moderata ironia) intellettuali “da” Rete e umanità in accrescimento.
2. Il concetto di “accrescimento” dell’umanità è trattato in modo anti ideologico usando una serie di distinguo, propri del pensiero ecologico di matrice post-panglossiana.

Se si va oltre il titolo (e si arriva almeno a pag.46) si evita di cadere nello stereotipo del libro di filone “ottimismo neoteck” – questo “accresciuta” vorrà dire che “l’umanità è migliore e più felice di prima”?
Basta leggere:

Accresciuta perché […] cresce un sistema di possibilità  e di aspettative . Perché aumenta il range di possibilità per ciascuno di noi, non la certezza del risultato.

E così pure l’autore si districa da sospetti di determinismo prendendone le distanze attraverso una descrizione della tecnologia come artefatto abilitante che lascia dischiuse dentro di sé possibilità diverse che le pratiche vive e i comportamenti sociali produrranno.
Questo va detto perché credo che il rischio di pre-giudizio da parte delle élite sia alto. Anche perché stiamo entrando, fortunatamente, anche in Italia nella fase di necessità di una visione “critica” della Rete. Ed è proprio in questa direzione che, nello stile che ho richiamato prima, va questo volume. E lo fa mettendo a tema le parole che usiamo oggi per descrivere il mutamento che sta avvenendo e mostrando come contengano spesso una carica di ambiguità che porta a pensare in modo pregiudiziale il nostro rapporto con le tecnologie e spesso attraverso forme stereotipiche.
Attraverso le parole costruiamo mondi che abitiamo. Usare parole diverse potrebbe portarci ad abitare mondi diversi o lo stesso mondo in modi diversi.
3. Non posso sottrarmi però da una notazione critica sulla tematizzazione di alcune parti, perché chi,  come me, si trova quotidianamente a confrontarsi con l’evolversi della comunicazione scientifica su questi temi, sente il peso della letteratura in materia che ci ha introdotto nel secolo scorso – anche in Italia – dentro un dibattito speculativo che oggi viene superato dal concretizzarsi di una realtà che abbiamo sotto gli occhi.
In questo senso l’appunto va fatto – se vogliamo parlare di appunto e non di contrappunto – all’incedere su alcuni problemi già molto tematizzati (penso al dibattito reale/virtuale o quello sul post-umanesimo o sulla dimensione del cyborg) come se fossero nuovi (ma forse per molti lettori, quelli cui il libro è vocato, lo sono!) mentre li si poteva  storicizzare nella loro portata anticipatoria anni ’90 oggi forse superata dalla nuova condizione di umanità connessa; condizione per la quale molto pensiero ideologico va ripensato a partire dalle pratiche effettive.
Resta il fatto che lo “stato di necessità” che questo lavoro coglie rappresenta un vero e proprio starting point per aprire la riflessione contemporanea ad una serie di tematiche centrali capaci di presentare sia linee evolutive del pensiero scientifico necessarie (come ad esempio l’attenzione per la dimensione biocognitiva dell’esperienza immersiva ) sia gli ambiti di ricerca da osservare per cogliere la mutazione in atto.

Il sorriso di Joker: tra Obama e Berlusconi

Questo post nasce (letteralmente) come commento alle domande di Vincenzo Cosenza e al post di Henry Jenkins.

La vicenda è nota: il volto del Presidente Barack Obama viene manipolato con photoshop per renderlo simile al Joker da uno studente, Firas Khateeb, che lo carica su Flickr. Questa potente immagine viene sfruttata da qualcuno per farne manifesti che compaiono sui muri di alcune città americane con lo slogan “socialism”.

E’ solo allora che i media mainstream se ne interessano (vedi ad esempio qui) considerandolo come messaggio “razzista”, che lo studente cancella da Flickr la foto e dichiara

che il suo lavoro non voleva avere un connotato politico, tanto è vero che la dicitura “Socialism” è stata aggiunta successivamente dai misteriosi affissori di L.A.

Vincenzo commenta la vicenda e rilancia manipolando un’immagine di Berlusconi il Joker style e caricandola sotto creative commons su Flickr. E si (ci) chiede:

E se una foto di Berlusconi-Joker iniziasse a circolare sul web, in un momento in cui le TV rifiutano il trailer di Videocracy e parte l’assalto a Rai3, quali dinamiche si scatenerebbero nel nostro paese ?

Da qui alcune mie considerazioni.

Ogni gesto in pubblico è un gesto politico. Per questo mi convince poco l’affermazione del ragazzo che “si è affrettato a precisare che il suo lavoro non voleva avere un connotato politico”. E’ solo un’ingenua e sbrigativa replica.

L’uso dei mezzi come photoshop per ritoccare immagini e di piattaforme per condividerle in pubblico come Flickr cambiano le prospettive di scalabilità di ogni comunicazione “personale” e quindi la portata delle stesse. Caricare e condividere su una piattaforma come Flickr un’immagine significa consegnarla alla logica di appropriazione e diffusione degli spreadable media.

Le forme di appropriazione dell’immagine per giocarle nei contesti urbani secondo percorsi “tattici” mostra bene come sia impossibile (rimozione o meno) censurare l’immaginario. Ci sono altri modi per farlo. Ad esempio attraverso produzione di nuove immagini-immaginario, che scalzino e si sovrappongano a quelle da censurare. Che operino una rielaborazione di secondo livello che nella nuova appropriazione depotenzi quelle immagini che volevano denunciare, scuotere, produrre detournement. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo in là.

Ma partiamo dal Joker per affrontare poi la contaminazione della sua immagine con quella di Obama e Berlusconi.

Joker è una figura anti-umanista, anti-sapienziale che sfrutta i linguaggi di massa (la televisione è il suo mezzo per eccellenza) e le logiche spettacolari, che deturpa le forme elitarie del bello e della ricchezza (come nella sequenza cinematografica del Joker-Nickolson che devasta un museo sfregiando le opere d’arte). Joker è in alcune versioni un imbonitore sguaiato,  una figura macchiettistica un po’ folle.  In altre è un sovvertitore dell’ordine costituito e i suoi crimini servono solo a destabilizzare. Bob Kane xs Alan Moore. E già questo dovrebbe farci pensare.

Se vogliamo affrontare il confronto fra Obama-Joker/Berlusconi-Joker ci troviamo di fronte, a mio parere, ad una medesima operazione che porta a risultati diversi.

Da una parte ci troviamo di fronte ad una desacralizzazione del corpo del leader, con un Obama che incarna un messaggio politico (socialismo) potente e un’immagine che vìola – e per questo può essere tacciata di razzismo – l’aura del Presidente Americano che incarna il sogno.

E’ un’immagine che incontra lo sguardo urbano di chi attraversa gli spazi della città, che copre i muri delle strade che percorriamo nella quotidianità della nostra vita, “significa” la città in modo diverso. Per questo è immagine dirompente: perché sfida lo sguardo e gli spazi di attraversamento impedendoci di sottrarci e colonizzando lo sguardo (e la coscienza) metropolitano. E’ un meccanismo, quello del manifesto sui muri urbani, di colonizzazione dell’immaginario metropolitano, di messa in circolo di significati che si colgono nell’immediatezza di uno sguardo rapido di chi passeggia e butta l’occhio da un mezzo in movimento.


La scelta stessa, invece, dell’immagine del Berlusconi-Joker mostra la natura ironico-iconica di un corpo del leader che è già desacralizzato per (auto) definizione. Berlusconi “è” un Joker, lo è per ammissione (barzellette, colpi di teatro, follie in pubblico, giocosità d’assalto…) e per riconoscimento (leggersi la stampa- soprattutto internazionale-al riguardo). Non c’è contrasto d’immagine/immaginario – come con Obama – ma sovrapposizione.
La diffusione delle immagini di un Berlusconi-Joker sul web non indebolirebbero la sua “aura” ma la rinforzerebbero (esagero: ma il processo è lo stesso che abbiamo avuto con le trasformazioni degli slogan di campagna elettorale di qualche anno fa. Tra trasformazioni ironiche e pecorecce ha fatto gioco all’affermarsi di un’immagine dominante).

E comunque: in America tutto si è scatenato quando le immagini hanno ricoperto la superficie della città, si sono mostrate “inquinando” lo spazio civico. Allora il loro volersi “mostrare” più in pubblico ha trasformato l’amatorialità del “giochino” in uno sfregio, in un taglio, quello del Joker. Per avere la stessa efficacia anche in Italia serverebbe uno sfregio. Se no si rischia di cadere nel rumore di fondo del web a tratti ripreso da qualche giornale.

La partenza di un meme sul web, con rimando di sito in sito dell’immagine, ha più (per ora) il senso di un gesto da farsi (Secondo me non scatena un bel niente, ma la metto lo stesso), capace di legare fra loro coloro che lo fanno ma che ha poco della dirompente potenza dell’immagine “socialista” dell’Obama-Joker sui muri cittadini.

Ma l’immagine c’è. Nasce qui dentro ma può trasformarsi in un fuori. Per diventare un “taglio”, per sfregiare, deve trovare un contesto performativo cui dare senso.

Resto in attesa.