Il senso comune sui social network

E’ una questione di responsabilità.

Dopo la scoperta dei social network da parte del mondo dell’informazione – scrivo “social network” ma dovrei dire “Facebook” – i pezzi di costume al proposito, le analisi su fatti del giorno al tempo della connessione, si moltiplicano.

È una cosa molto utile. Ed è una responsabilità.

È una cosa molto utile perché le tecnologie mediali non sono oggetti della natura ma articolazioni complesse di codici culturali, di abitudini d’uso, di percezioni e credenze che si modellano socialmente a partire dalle caratteristiche tecniche possedute e dalle possibilità che racchiudono (anche non espresse chiaramente, ad esempio dal marketing). Quindi la “tecnologia immaginata” è il modo che abbiamo per calare nel contesto quotidiano l’innovazione e tentare di normalizzarla rendendola familiare e vicina a noi.

E allo stesso tempo divulgare le tecnologie nuove, delinearne possibili profili e sviluppi, immaginare i mondi che schiuderanno e chiuderanno è una responsabilità sociale. I giornalisti, come gli scrittori, i registi, gli artisti, ecc. sviluppano narrazioni che, da una parte rappresentano, dall’altra costruiscono il senso comune delle tecnologie.

Nel nostro caso il “senso comune sui social network”.

In questi ultimi giorni due articoli di questi narratori del senso comune hanno colpito la mia attenzione: L’amicizia svuotata nell’era di Facebook di Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera e Il mondo finto di Facebook di Roberto Cotroneo sull’Unità (questo come contrappunto del primo).

Non li ritengo particolarmente informativi riguardo ai contenuti: il tono è un po’ enfatico (“non più una frequentazione continua fatta di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene si sono visti due volte”, “i membri dei social network tendono a mandarsi regali finti, fiori finti (non virtuali, finti, ribadisco), e naturalmente auguri finti”), ci sono affermazioni generiche prive di dati (“Ci sono stati meno incontri anche brevi per salutarsi.”, “Quello che nessuno dice è che gli adulti (per i ragazzini è un’altra cosa, ed è vero) stanno staccando la spina.”), spesso domina un approccio “delle sensazioni” anche se il contesto è quello di rappresentazione/costruzione dell’opinione pubblica (è sempre la stampa, no?).

È invece interessante dal punto di vista della cultura mediale leggere come venga messo a tema Facebook attorno alle forme di de-umanizzazione dei rapporti:

Non più legame affettivo e leale tra affini che fa condividere la vita e (nella letteratura classica) la morte. Assai più spesso, un contatto collettivo labile che fa condividere video di Berlusconi, Lady Gaga, Elio e le storie tese. Non più una frequentazione continua fatta di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene si son visti due volte.

Come si vede si generalizza dando per scontato che la semantica della parola “friend” utilizzata su Facebook sia coincidente con quella che utilizziamo nel quotidiano per definire gli appartenenti al mondo vicino e che gli uni “amici”, oggi, sostituiscano gli altri. D’altra parte siamo in una seconda vita no? E non ne abbiamo più una prima. Le ricerche fatte sembrano andare in altra direzione, sembrano mettere le cose in prospettiva e privilegiare un pensiero più complesso sulla faccenda, fatto di relazioni molteplici, connessioni deboli e forti che utilizzano le capacità gestionali della comunicazione mediata e, per gli adolescenti, conversazioni mediate che proseguono quelle che si fanno in real life. Ma pazienza. Qui non ci interessa la prospettiva della realtà delle cose ma gli immaginari connessi ai social network e la costruzione di questi immaginari da parte dei narratori del senso comune. Il versante de-umanizzante, quindi, dal quale rifuggire.

E infatti

c’è una cosa nuova e importante. È un titolo di merito, di stile e di eleganza non esserci su Facebook. E quando incontriamo qualcuno, sempre più raro, che dice: non sto su Facebook lo guardiamo con ammirazione. Uno che non ci è caduto, uno che non ha bisogno di taggare, di cliccare il “mi piace”, di scrivere la nota, di mettere lo stato quotidiano. Uno che se vuole parlare con qualcuno lo invita a colazione o per un aperitivo.

Il vero snob negli anni ’90 non ha il cellulare, il resto è cyberborghesia – e talvolta demagogia.

D’altra parte nel 1893 si legge sul “Lightening”:

[Il telefono] è stato recentemente sperimentato, con esiti soddisfacenti, in una residenza di campagna, come utile strumento per alleviare la gravosa incombenza di intrattenere la nobiltà. Temo tuttavia che, appena svaniti gli effetti della novità, anche il divertimento verrà meno. Personalmente, poche cose mi fanno più orrore del telefono.

Una delle tante “tracce” di narrazione dei mondi che si possono leggere su “Quando le vecchie tecnologie erano nuove” (oggi non disponibile ma molto utile da leggere per chi vuole mettere le cose in prospettiva) di Carolyn Marvin che scrive, anche:

Anziché scaturire direttamente dalle tecnologie che le ispirano, le nuove consuetudini vengono improvvisate a partire da quelle vecchie, non più funzionanti nei nuovi contesti. Si cerca insomma di ristabilire l’equilibrio sociale, con tutti i rischi che ciò comporta. In definitiva, dunque, non è tanto nelle consuetudini indotte dai nuovi media (le quali si determinano in un secondo tempo e tendono ad imporre, se non una soluzione, almeno una tregua temporanea a quei conflitti), quanto piuttosto nell’incertezza delle consuetudini di comunicazione che emergono o sono contestate, che è possibile osservare più agevolmente lo sforzo compiuto dai gruppi per definire e collocare se stessi.

Un po’ più di attenzione dunque. Divulgare il nuovo comporta la responsabilità di costruire gli immaginari sui quali si colloca il senso comune e i contesti di narrazione hanno un loro peso. Per questo ritengo che i mezzi di informazione generalisti (radio, quotidiani, televisione) oggi abbiano più che mai una responsabilità nel prefigurare una realtà che è già qui.

PS La frase di Cotroneo “Ma nessuno, tra i sociologi e gli psicologi che si occupano dei social network va al fondo delle cose.” mi è sembrata di una superficialità imbarazzante e la ripropongo provocatoriamente rispedendola al mittente “Ma nessuno, tra i giornalisti e gli scrittori che si occupano dei social network va al fondo delle cose.”

Aggiornamento.

Consiglio la lettura sullo stesso argomento del bel post Friending vs. Friendship di Mario Tedeschini Lalli che discute con giornalisti in formazione con argomentazioni, da entrambe le parti, molto interessanti.

I doni di Facebook

Tra i 15 termini più presenti nel 2009 negli status update di Facebook troviamo “Farmville”:

people of all ages have become addicted to Zynga’s hit farming game FarmVille since it launched in June. The app is by far the largest game on Facebook, with more than 73 million monthly active users as of today.

La funzione dei giochi, delle applicazioni ludiche, su Facebook ha a che fare sì con l’intrattenimento ma è anche alla base della logica di messa in connessione tra individui. Dai quiz che misurano gradi di affinità e competenza tra amici ai giochi tormentone come Vampires o Zombies nei quali devi coinvolgere e sfidare più persone possibili. Queste forme di intrattenimento puro funzionano come attivatori di reti attorno ad una dimensione relazionale debole, che sviluppa e rende evidente i meccanismi della socievolezza che sono orientati alla costituzione di forme “pure” delle relazioni sociali.

Sono forme che – come scrive Simmel nel 1910 –  “acquistano una vita propria libera da qualsiasi legame dai contenuti per compiersi come fini a se stesse in virtù del fascino che emana dall’essere distaccate” e che consentono di far società come valore in sé e per sé. Dietro a queste forme banali del tempo libero risiede una pulsione a dare tangibilità a tutte quei legami materiali ed immateriali che attraverso la rete prendono consistenza come connessioni pure, al di là del valore specifico. Connessioni che contano per il fatto che ci sono e sono potenzialmente attivabili.

Tanto più a Natale.

Quante volte verrete taggati in un’immagine natalizia in cui sarete una pallina di Natale, un dono sotto l’albero o parte di un paesaggio con slitta e renne?

Quanti virtual gift riceverete nel vostro wall, costringendovi, per vederli e magari ricambiare, ad accettare di installare applicazioni che si nutrono dei vostri profili?

Con un tocco di personalizzazione in puro stile “era dei contenuti generati dagli utenti”, come nel caso di Santa Yourself che consente di aggiungere il tuo volto ad un Babbo Natale danzante da inviare ai tuoi friend.

Economia del dono all’epoca dei social network. Forme di reciprocità che servono a costituire il tessuto connettivo tribale dei vissuti online.

E a mettere a disposizione di aziende che costruiscono applicazioni professionalmente sia i propri contenuti, che la propria creatività (anche bassa) che le proprie relazioni. L’altro lato delle cose, nella friendship diffusa di Facebook.

Ecco allora Playfish che lancia un concorso (grazie a Luca per la segnalazione) tra gli iscritti alla sua fan page per produrre ambienti natalizi nei loro giochi (come Pet Society) o anche in real life, magari ispirandosi alle ambientazioni del gioco playfish preferito:

Here at Playfish we know how creative you guys are and how much you love decorating, both in Playfish games and in real life. “So!” We thought “How about a festive decorating competition!” And that’s what we did!

It’s clear you like to create all kinds of amazing ideas so we don’t want to limit you too much – maybe you’d like to make your home in Pet Society look just like your home in real life with all its traditional decorations?

Or perhaps you could use inspiration from your favourite Playfish game to make decorations in real life

Nell’assoluta sincronizzazione fra tempo dentro e tempo fuori dai media su Farmville trovate ora la possibilità di personalizzare la vostra fattoria con decorazioni natalizie, neve che ricopre gli appezzamenti liberi da coltivazioni, ecc. e trovate doni da fare ai vostri “fattori” vicini, compresa una renna. Naturalmente a pagamento.

Un Buon Natale.

Tra forme dell’intrattenimento e della socievolezza e sfruttamento da parte del mercato dei nostri rapporti.

Al di là di ogni dipendenza, se non quella dalle relazioni sociali.

Dalla plancia del Titanic guardando… Babbo Natale

I fatti sono minuziosamente descritti da Mizio in un post intitolato l’ADCI e l’iceberg: il primo è l’Art Directors Club Italiano, con iscritti moltissimi dei creativi delle agenzie più illustri e il secondo è l’Iceberg per antonomasia, quello che ha affondato il Titanic mentre l’orchestra faceva danzare nella sala da ballo spensierati passeggeri.

Si tratta di una storia tutta interna al mondo della comunicazione pubblicitaria italiana che però è una buona metafora del mood che, chi lavora in pubblicità, sta vivendo.

Al di là dei fatti in sé il valore sta nel mettere a nudo un disagio che, secondo me, prosegue il discorso fatto sul futuro della pubblicità.

Come scrive Mizio:

I personaggi presenti in questa storia rappresentano la nostra élite. Sono coloro che danno l’immagine della nostra professione, a prescindere dal fatto che siamo o no iscritti al club. E questa élite ricorda tanto un’altra élite del nostro Paese. Polemiche, bisticci, minacce velate, dimissioni dichiarate e poi subito ritirate, gente che sfrutta la sua carica, giudizi emessi ma trascurati, potere che temporeggia e poi tira diritto per la sua strada ignorando le opinioni della minoranza, opposizione che alza i toni, voci istituzionali e autorevoli che rimangono inascoltate… Per i nostri insuccessi e le nostre frustrazioni possiamo dare la colpa ai clienti e alla contingenza economica, ma la verità è che noi creativi siamo lo specchio fedele del nostro Paese, della nostra società. Alla responsabilità e all’agire in modo diretto e trasparente anteponiamo sempre la furbizia e le scorciatoie. Questo è il motivo principale per cui quello che produciamo fa pena.

Una descrizione spietata, lucida, volutamente sopra le righe (ma chissà poi quanto) per mostrare l’altro lato della crisi della creatività che non è solamente frutto della crisi economica.

C’è una responsabilità etica nel fare comunicazione che passa dalle agenzie che fertilizzano un terreno in cui i giovani creativi si trovano e che, in qualche modo, ha dato la forma al  campo pubblicitario oggi. Se pensiamo agli annunci fake creati ad hoc per vincere premi a Cannes, momenti di pura auto celebrazione, ci accorgiamo della distanza che si crea tra la pubblicità e il modo di far crescere la comunicazione del mercato:

Assecondare e promuovere i fake è una cosa eticamente sbagliata e irresponsabile. Non solo perché i fake compromettono il valore del lavoro di chi fa pubblicità sul serio: tolgono la possibilità ai seri artigiani dell’adv di ottenere riconoscimenti (ci sarà sempre un fake con logo più piccolo e un pensiero laterale più arguto ma comprensibile solo agli addetti ai lavori, ndb). Ma soprattutto perché i fake minano la linfa vitale di questo mestiere. Se il meccanismo del fake viene promosso e incentivato dall’associazione di creativi più importante in Italia, chi avrà più voglia di combattere contro ogni impercettibile modifica nel mondo reale? E come cresceranno le prossime generazioni di creativi? Avranno voglia di lottare per la qualità del lavoro oppure diventeranno sempre più cinici e distanti dalla pubblicità vera? “Il cliente vuole questa merda? Diamogliela. Tanto ci mettiamo cinque minuti… poi dedichiamo la nostra intelligenza a produrre fake da caricare su adsoftheworld”.

“La pubblicità vera” … quella che mette in relazione consumatori e impresa attraverso il rispetto e che può contenere un messaggio etico della comunicazione, quella che ha una funzione sociale (nel bene e nel male ricordate Carosello per l’Italia?), quella che fa crescere entrambi i lati del mercato, ecc.

Senza cercare di strizzare per forza l’occhio al “nuovismo” della comunicazione, come troppo spesso oggi capita quando chi fa pubblicità cerca a tutti i costi di dire “la Rete”.

Come nel caso del “virale” per la campagna di Babbo Natale prodotto giocosamente da una grande agenzia italiana (come si legge qui):

Lowe Pirella Fronzoni scopre le sue carte, o meglio, apre il suo regalo. Il misterioso cliente, dal peso internazionale, di cui vi abbiamo parlato questa mattina, altri non è che Babbo Natale.
L’agenzia ha infatti realizzato una campagna virale raccontando il rilancio di Santa Claus, in difficoltà come tanti tra crisi, problemi di immagine, credibilità e appeal della marca.

Vediamolo…

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=8As-RhNqAPo]

“Virale? Ma per favore… ” come si è molto discusso qui, a casa di markettara.

Ecco, potremmo cominciare dal linguaggio che viene utilizzato, dalla capacità di applicare correttamente le categorie, dal non strizzare l’occhio ad un pubblico che ha conoscenze di superficie (il virale) e generaliste (Babbo Natale) per sfruttare l’occasione che il linguaggio pubblicitario ha: essere sincronizzato con la realtà che ci circonda e saperla raccontare… davvero.

Twitter hackerato

Un’ora. Dalle 10 PM alle 11 PM Pacific Time. Un tempo lungo per la Rete quello nel quale la schermata di Twitter è stata sostituita da quella che vedete qui sopra. Twitter è stato hackerato. Una seconda volta.

Iranian Cyber Army

THIS SITE HAS BEEN HACKED BY IRANIAN CYBER ARMY

iRANiAN.CYBER.ARMY@GMAIL.COM

U.S.A. Think They Controlling And Managing Internet By Their Access, But THey Don’t, We Control And Manage Internet By Our Power, So Do Not Try To Stimulation Iranian Peoples To….

NOW WHICH COUNTRY IN EMBARGO LIST? IRAN? USA?
WE PUSH THEM IN EMBARGO LIST ;)
Take Care.

Sembrerebbe una pura azione di guerriglia online per produrre un contenuto simbolico: chi oscura chi? Chi ha il potere di oscurare l’informazione? Di creare black list?

Uno sfregio mediale. Politicamente compatibile con la rivoluzione verde via Twitter in Iran. Come dire: “Twitter è la nostra patria… ricordatelo”

A meno che sotto non ci sia dell’altro. Ad esempio il fatto che affidiamo a piattaforme online il mosaico della nostra identità (online!): contenuti che generiamo e diffondiamo generosamente, immagini che descrivono noi e i nostri amici, i nostri cari e le nostre emozioni, video montati frettolosamente o semplicemente frutto di citazioni… Il tutto protetti dietro l’uso di una password che custodiamo gelosamente e magari replichiamo ogni volta che entriamo in un nuovo social network, perchè anche lei è parte della nostra identità.

Dietro al gesto simbolico c’è anche la possibilità che username e password di Twitter siano state rubate. Una cosa che ci tocca direttamente, che va al cuore della Rete.

Come dice chi se ne intende anche da noi:

As a precaution, once Twitter is back up, it would be a good idea to change passwords of your accounts that share the same password as Twitter.

O forse non dovremmo farci prendere dal panico perché potrebbe essersi trattato solo di un DNS hijack.

Sia come sia l’obiettivo è stato raggiunto: mettere il dubbio.


E’ una questione di misura

È una questione di misura.

Spesso le conversazioni in Rete mancano di questa “misura”.

Lo abbiamo visto in questi giorni, ne abbiamo parlato. La condizione di “privato in pubblico” che spesso si crea in un social network porta ad esaltare il linguaggio semplificato ed emotivo della contrapposizione e la forza delle idee spesso retrocede di fronte all’attacco alla persona.

Non è che però fuori della Rete si scherzi:

A dare un’idea di quel potrebbe essere il “limite” da imporre ai contenuti che viaggiano in Rete è stato il presidente del Senato, Renato Schifani, il quale ha affermato, in sostanza, che Facebook è più pericoloso dei gruppi extraparlamentari degli anni 70. “Si leggono dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni 70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange”

Mi chiedo cosa pensi il Presidente Schifani di quando l’etero-alimentazione all’odio corre in prime time nei telegiornali di maggior ascolto sulle corde delle dichiarazioni di Ministri della Repubblica, senatori, deputati e giù a scendere. La maggioranza degli italiani si informano lì, su TG1 e TG5 la sera.

Gli “inni all’istigazione alla violenza”… è una questione anche di linguaggio. Qualcuno si ricorda Brunetta che dice:

“lo standard con la mia riforma diventa esigibile cosicché il cittadino che non riceve un dato bene o un servizio, secondo lo standard può dire al funzionario: ‘Io ti faccio un mazzo così’. Io non voglio un paese di contenziosi, ma questa riforma è il bastone in mano al cittadino”

Lo trovate nel suo sito, in Rete.

È una questione di misura.

Essere un gruppo in Facebook: usati dalla Rete

Provate ad immaginare.

Immaginiamo che decidiate di iscrivervi ad un gruppo su Facebook perché vi riconoscete nei suoi contenuti esplicitati nel nome del gruppo come “noi che siamo cattolici”, che vi sentite rappresentati dall’essere lì dove, magari, ci sono altri come voi di cui siete “friend” e che nell’essere connessi, così, anche simbolicamente, è una cosa in cui vi riconoscete. Poi immaginate che un giorno il gruppo muti il titolo in “noi che vorremmo il Papa morto”. D’accordo ho estremizzato ma ho reso l’idea?

Voi ci mettete la “faccia” lì, o almeno la vostra iconcina-avatar, c’è il fatto che venite definiti “fan”, c’è, in qualche modo, la vostra reputazione esposta. Se il gruppo cambia di segno e non vi rappresenta più rischiate di mettere la “faccia” rappresentando ciò che non vi rappresenta.

Se poi pensate a quanti gruppi ci si iscrive spesso con leggerezza e superficialità, spesso dimenticandosene… Come mettersi una spilletta carina che ti dimentichi lì sulla maglietta. Solo che durante la notte la spilla cambia e inneggia all’odio, ad esempio, e che la tu maglietta è in pubblico e sopra c’è la tua faccia.

Ieri, dopo il gesto di aggressione di Tartaglia a Berlusconi e l’escalation di conversazioni (e conflitti) in Rete, abbiamo cominciato ad assistere al mutamento del nome di alcuni gruppi, nati con i fini dichiarati più diversi,  per trasformarsi in gruppi di “Solidarietà a Silvio Berlusconi”.

Gruppi in qualche modo “fake” con numeri elevatissimi di iscritti che hanno lasciato straniati molti degli stessi:

ATTENZIONE:GLIAMMINISTRATORI DI QUESTO GRUPPO HANNO MODIFICATO IL NOME DA “SOSTENIAMOIL MADE IN ITALY” A “SOSTENIAMO SILVIO BERLUSCONI”…altro che 390mila iscritti. siete4gatti..PER FAVORE COPIATE, INCOLLATE E USCITE DAL GRUPPO

ma vergognatevi ! come siete ridotti sepre a manipolare le persone a vostro favore. mai mi sono iscritta a questo gruppo pur condannando l’ episodio di violenza e tantanto meno ne voglio far parte ora . che venduti che siete

I gruppi che hanno mutato la loro natura sono diversi (grazie a Jacopo, Pier Luca e Catepol per alcune segnalazioni), come “I LOVE ITALIA” che diventa “BiDPLUS AUGURA UNA PRONTA GUARIGIONE AL PRESIDENTE SILVIO BERLUSCONI”, “No a facebook a pagamento nel 2010, servono 10.000.000 iscritti!” che diventa “SOLIDARIETA’ A SILVIO BERLUSCONI” o “Made in Italy” che diventa “Sosteniamo SILVIO BERLUSCONI contro i FAN di massimo TARTAGLIA” (ne abbiamo parlato ieri anche su FriendFeed – e questo post, di fatto, si deve alle conversazioni dei tanti che sono intervenuti).

Da un gruppo in cui sei iscritto che aveva un contenuto tutto sommato light ti ritrovi a sostenere una posizione “politica”. E forse non ti sei veramente iscritto a quel gruppo e reagisci con forza:

chi mi ha iscritto a stò gruppo??? andatevene a fanculo…

La crescita di numero degli utenti Facebook, le diverse esperienze dei linguaggi digitali e gli analfabetismi correlati, la scarsa percezione della propria sovraesposizione e la leggerezza della partecipazione (“accetto il gruppo, tanto che mi costa?”) richiedono una crescita della cultura dell’uso e dell’abitare i social network che deve partire anche dalla Rete stessa. Questo è il senso ad esempio del gruppo su Facebook “LE BUFALE SU FACEBOOK: NON CASCATECI!!!” o dell’approccio pedagogico all’uso dei settaggi nelle informazioni relative alle variazioni di nome dei tuoi gruppi.

Resta il fatto che i gruppi su Facebook sono forme di potere e di controllo che semanticamente si discostano dal’idea di “essere un gruppo”. Il fondatore ha un potere sugli iscritti che può esercitare accettando ed eliminando,  costruendo ed oscurando conversazioni e mutando la natura del gruppo stesso come nei casi estremi citati. Dietro l’appartenenza spesso risiede una superficialità della connessione che però può essere utilizzata strategicamente da chi gestisce il gruppo, ad esempio attirando “quantità” di utenti per trasformare “qualitativamente” i numeri: i 403.299 membri di Sosteniamo SILVIO BERLUSCONI contro i FAN di massimo TARTAGLIA iscritti per sostenere il Made in Italy.

Pensiamola nei termini del Marketing: io mi iscrivo al gruppo “quelli che amano il cioccolato” e mi ritrovo dopo alcuni mesi nel gruppo “quelli che amano Nutella”.

Forse dovremmo avere più attenzione, Anche l’iscrizione superficiale e deresponsabilizzata, giocosa e fatta per intrattenimento, diventa così un gesto politico. Come tutto l’abitare la Rete.

E anche chi osserva dall’esterno per alimentare un giudizio sulla Rete, giornalisti, politici, ecc. prima di giudicare a partire dai numeri dovrebbero tenere conto della fenomenologia dell’abitare la Rete, con le sue storture e le sue bellezze.

Il “lancio” dell’odio in Rete: sovraesposizione e controllo

L’atto violento del lancio di una riproduzione del Duomo di Milano da parte di Massimo Tartaglia, persona con problemi psichici, che ha spaccato un paio di denti a Berlusconi lasciandolo sanguinante dopo un comizio non è privo di conseguenze per la Rete.

Se prendiamo quella grande metafora che è diventata Facebook (o forse una sineddoche) nel descrivere la Rete e quello che accade in Rete, allora il moltiplicarsi di status update sulla vicenda Tartaglia-Berlusconi, di gruppi, di fan page, ecc. costituisce una buona argomentazione per quotidiani ed approfondimenti giornalistici in TV che riprendono le “conversazioni” e il loro tono. Finalmente, si dirà, la Rete riesce ad avere una sua centralità nel rappresentare l’opinione pubblica. Dipende dal tono e dallo stile che le “conversazioni” adottano.

Per capirci ecco alcuni gruppi/fan page (non riporto link, se volete cercateveli. Riporto invece dei contenuti delle bacheche in ordine casuale a mo’ di esempio e i numeri di membri/fan alla mezzanotte del giorno del fatto):

Santifichiamo subito Massimo Tartaglia per aver colpito Berlusconi!!! 223 membri

XXX “Massimo Tartaglia ha fatto ciò che tutti noi abbiamo solamente pensato e mai fatto perchè la violenza è sbagliata e non giusta… Tuttavia se lo merita per tutte le stronzate che ha fatto in Italia e per tutti i soldi che ha rubato… Ma come tifoso milanista ho solo una cosa da dire: “GUARISCI PRESTO PRESIDENTE”…”

XXX “l’odio che ho per quest’uomo mi fa gioire anche davanti ad un atto di violenza. berlusconi è un criminale quindi non mi dispiace affatto che sia stato toccato. visto che la giustizia non lo può toccare…”

XXX “Ke skifo di persone ke siete.. cm potete ridere su una cosa del genere?.. Vorrei vedere se accadesse a voi.. vergognatevi..”

MASSIMO TARTAGLIA VERGOGNA! SOLIDARIETA’ A BERLUSCONI 235 membri

XXX “DI PIETRO VERGOGNA …. (non sai nemmeno parlare)!!!!!!!!!! FORZA SILVIO….”

XXX  “povero silvio! appena ti riprendi rompigli il culo a quel bastardo!”

XXX “no alla violenza ma io sa quante botte darei a di pietro!”

Siamo tutti Massimo Tartaglia (aggressione a Berlusconi) 294 membri

XXX QUESTO GRUPPO E’ CONTRO LA VIOLENZA. E’ NATO PER PROVOCARE GLI ANIMI E ACCENDERE UNA DISCUSSIONE SULLE VIOLENZE MEDIATICHE CHE ABBIAMO SUBITO E SUBIAMO OGNI GIORNO DALL’ATTUALE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO IN MODO DIRETTO E ANCHE INDIRETTO

XXX MA VERGOGNATEVI, FATE SCHIFO ! BASTARDI COMUNISTI !

XXX quante stronzate…tanti discorsi,tante minchiate sulla violenza,su tonnellate di minchiate…vai massimo,hai fatto bene,…io avrei fatto di peggio

XXX s”siamo tutti massimo tartaglia? no siete tutti degli idioti

Anche sul versante Europeo:

Yo me alegro de que Massimo Tartaglia le partiera los piños a Berlusconi 8 fan

Oppure la pagina di Massimo Tartaglia, pagina fake aperta a poche ore dal fatto su Facebook, che ha 33.316 Fan (per ora) e in un suo status update dice:

Massimo Tartaglia  o mia bela madunina, che te tiro de luntan…” con 1492like e 432 commenti

È evidente, non è “opinone pubblica”, ma rappresenta il paese?

Quello che è certo è che da ieri sera i media generalisti (lo speciale del TG1 ad esempio) hanno mostrato  della Rete solo questo volto, soffermandosi sulle forme “becere” e quelle capaci di rappresentare “violenza”. E che le dichiarazioni che troviamo oggi sui giornali tematizzano il clima dell’odio nel Paese rappresentato in Rete. Durante una conversazione a Mattino 5 Belpietro chiede all’Onorevole Mantovani cosa ne pensa del clima d’odio che è emerso su blog e siti (pensa a Facebook, ma dice “blog e siti”) e se si stia facendo qualcosa. Mantovani risponde che interverrà certamente la polizia postale nell’individuare coloro che in Rete… ecc.

Un’occasione per riprendere il tema del controllo della Rete… dall’alto.

È evidente che la Rete non è semplicemente la rappresentazione della società ma è il luogo nel quale le forme della società si esplicitano e si riproducono e diventano oggi sempre più permanenti e ricercabili – pensate a GoogleReal Time Search e a come rende esplicite con una semplice ricerca le conversazioni su temi e persone nei social media. Le conversazioni “pubbliche” (profili aperti, gruppi, ecc.) sono (anche) un condensato di umori in tempo reale, urgenze spesso dettate da bassa riflessione, come se ci si trovasse in un luogo semi-pubblico (un bar di quartiere che frequentiamo? metafora da prendere con le pinze, solo per capirci) e si urlassero le proprie opinioni esponendosi a quelle altrui, quasi sempre sopra le righe (come quando si parla di ploitica o di sport). Il senso di (ir)responsabilità rispetto a ciò che si afferma nella volatilità delle parole dette al bar non trova un corrispettivo in una conversazione in Rete dove la permanenza e la visibilità pubblica  è potenzialmente illimitata nel tempo e nel numero di lettori (quante (e quali) persone possono “leggere” quel che diciamo al bar?).

Quello che è accaduto ieri in Rete è un po’ simile e un po’ diverso. Abbiamo l’apertura di spazi ad hoc su un evento nel quale le persone hanno aderito spesso “umoralmente”, per riconoscersi e distinguersi, con una conversazione “urlata”, con forte contrapposizione, con una percezione senza fine tuning della propria esposizione pubblica. È interessante ad esempio vedere come a gruppi inneggianti l’atto di sfregio a Berlusconi si siano iscritti, risultando fan, persone per controbattere ed offendere coloro che inneggiavano. Si è trattato quindi spesso di conversazioni non monocolore, dove stupidità ed opinioni si sono miscelate nel basso continuo dell’esprimersi in Rete, quindi pubblicamente, ma con l’emotività mediale che la vita sovraesposta nei social network produce. Una situazione complessa, certo.

Ho la sensazione che questo fatto rappresenti oggi un punto di non ritorno per la consapevolezza dell’esistenza della Rete e delle comunicazioni di massa sovraesposte in tempo reale.

Benvenuti a Twitterlandia

Twitter in lingua italiana. Una buona cosa per stimolare l’accesso della cyberborghesia. Non che la via non sia abbastanza tracciata. Se confrontiamo i dati di FriendFeed (160.000 visitatori unici) e quelli di Twitter (700.000) in Italia è evidente quali delle due piattaforme di social network sia più clanica . Si tratta unicamente di una comparazione sulla diffusione “generalista” di due realtà che hanno funzioni comunicative e pratiche diverse. E la comparazione, a onor del vero, dovrebbe tener conto anche dalle forme comunicative prodotte in questi sSN.

Come la pensano a twitterlandia è però evidente: in Italia twitter sarà (è?) un mix giocoso tra informazione leggera ed intrattenimento giovanilistico. Almeno a leggere il loro comunicato stampa via blog:

Potrete seguire famosi giornalisti come @beppesevergnini oppure radio come @radiodeejay, la radio di Linus & C. o ancora una delle più famose cantanti italiane, Laura Pausini (@officialpausini).

Non proprio tra i miei contatti. Ma vediamo i loro ultimi tweet.

Severgnini ammiccante…

Radio DeeJay che twitta da FriendFeed :)

Pausini markettara, nell’impersonale uso dell’ufficio stampa via Twitter…

Se pensiamo alla vision che Twitter propone

Ora che le conversazioni su Twitter si arricchiscono di punti di vista sempre più diversificati a livello globale, il network di informazioni continuerà a crescere in ogni angolo e fessura del pianeta. Più eventi saranno condivisi, più conoscenza e consapevolezza si diffonderà e i milioni di persone che alimentano Twitter influenzeranno altri milioni di persone con i loro tweet.

… direi che il loro modo di presentarsi in Italia risulti abbastanza miope. O meglio: è pensato per chi si riconosce come parte di un “pubblico”, quello dei media generalisti. Un primo passo. Magari l’abitare l’ambiente twitter farà poi scoprire la dimensione conversazionale che forse è più interessante. Sarà per quello che la proposta di mettere in connessione i pubblici passa per una proposta pizzatwit:

E quale modo migliore di festeggiare il lancio di Twitter in Italia? Un bel Tweetup a base di pizza, amici e tweet. I nostri amici di @pizzatwit saranno felici di organizzare un pizza party e se volete incontrare un sacco di nuovi amici e twittare tutta notte, vi consigliamo di seguire il loro account e di aiutarli ad organizzare uno dei loro famosi Twitter Pizza Party!

La “normalizzazione” mediale del male

Papa Benedetto XVI tematizza la “normalizzazione” mediale del male e lo fa con durezza:

Ogni giorno [...] attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci [...] tendono a farci sentire sempre spettatori, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti attori e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri

I giornali, la televisione, la radio. La responsabilità è dei media di massa, quindi, di quelli che rappresentano (costruiscono?) l’opinione pubblica. O forse, piuttosto, di coloro che producono l’informazione professionalmente.

Se penso ai recenti problemi tra Chiesa e media mi vengono in mente le vicende della Padania e Tettamanzi o di Boffo e Il Giornale (o dovrei dire Feltri). Ma non penso che il discorso del Pontefice come “atto di venerazione a Maria” abbia questa natura politica.

Culturalmente sottolinea in maniera forte un rapporto tra Media e Male che mette in relazione la natura novecentesca della comunicazione e la natura banale del male, che si è quotidianizzato più dietro all’incapacità di pensare che alla stupidità (e qui la lezione di Hannah Arendt credo resti un punto fermo) e attraverso il suo modo di essere trattato e rappresentato negli strumenti del comunicare. E il trattarci dei media come pubblico “passivizza” e quindi “immunizza” al male, creando estraneità.

Ma c’è un secondo punto, sottolineato in un altro passaggio:

Nella città vivono o sopravvivono persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. È un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà

Gli invisibili. Oggetto della comunicazione, spesso in negativo. Protagonisti perché marginali. Le luci si accendono su di loro quando sono trasformabili in immagini-notizia, quando vale la pena rappresentarli. Fino a dimenticarli.

Non è che da questa parte dei media, nella Rete cioè, si faccia molto di meglio. Sarà per la natura molle del nostro abitare. Eppure è forse solo da qui, dentro territori mediali dove possiamo esporre ed esporci “senza falsa pietà”, dove possiamo rappresentare senza consenso di share, che troviamo oggi le gemme di un modo diverso di raccontare e di fare informazione. Se solo contassimo qualcosa