L’IA come dispositivo culturale e la mimesi dell’artificiale

Domani parteciperò al seminario “Dall’Intelligenza Artificiale alle tecnologie sociali: l’attualità del pensiero di Achille Ardigò” dove coordino la tavola rotonda su “Il micro-macro link fra asimmetrie e mediazione tecno-sociale”. Si tratta di riprendere le fila ed attualizzare il pensiero di uno dei padri fondatori della sociologia italiana – la cui voce su wikipedia non rappresenta al momento al meglio il suo lavoro e la sua influenza intellettuale sul pensiero di stampo post-modernista in Italia all’intreccio fra socio-cibernetica e teoria della complessità.

Trattare il pensiero di Achille Ardigò in quel passaggio d’epoca per la sociologia italiana rappresentato dalla svolta della cibernetica di secondo ordine e della complessità – che ha trovato un proficuo terreno epistemologico nelle convergenze tra scienze sociali e riflessione teorica sull’Intelligenza Artificiale – è un’operazione non banale. Non lo è per chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire il suo corso di sociologia avanzata a Scienze Politiche all’Università di Bologna e di impattare con le molte iniziative – presentazione di volumi, seminari, convegni, visiting professor – che hanno costituito l’attività continuativa del Cerdsi, Centro di Ricerca e Documentazione «Sociologia e Informatica» del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna, che Ardigò ha diretto assieme a Lella Mazzoli. Il Centro ha rappresentato un ambiente capace di generare l’humus culturale di una sociologia aperta alle forme transdisciplinari, capace di risposte “forti” in termini epistemologici e pronta a fare dell’innovazione tecnologica un ambito di riflessione interno alla disciplina. D’altra parte come Ardigò dice di sé:

non amo fermarmi a valutare il passato, il cammino percorso da me e dagli altri, a fare storiografia della sociologia. Sono di preferenza sollecitato – c’è forse in tale mia inclinazione una qualche forma di nevrosi – a gettarmi su aspetti e problemi sempre nuovi del presente/futuro, possibilmente aspetti e problemi da cui sperare qualche ricaduta di bene comune.

Sono tre le motivazioni che hanno spinto Achille Ardigò ad occuparsi di IA.

1. La prima è relativa al mutamento socio-culturale nel quale la società di allora è immersa. L’IA rappresenta in tal senso un dispositivo culturale capace di forgiare l’immaginario della mutazione introdotta dalle scienze computazionali attraverso i prodotti dell’informatica, anche in chiave sociale, alimentando speranze e preoccupazioni delle persone circa una relazione con la “macchina” cibernetica, pensata come analogon dell’uomo e capace di operazioni percepite come autonome.

2. La seconda, più connessa all’ambito disciplinare della sociologia, vede la cibernetica alla base degli avanzamenti dell’IA come ambito di riflessione analogico per la teoria e l’epistemologia sociologica.

Esiste un’analogia di fondo tra il pensiero che è alla base della progettazione di macchine intelligenti e quello sociologico che si rifà ad un sistema sociale pensato come autoreferenziale (il riferimento al neo-illuminismo di Niklas Luhmann è qui centrale) che porta la società a pensarsi in una direzione artificiale ed astratta con conseguenze rilevanti sia sul piano epistemico che del governo delle società (e su questo si può vedere la connessione con le riflessioni di Simon).

3. La terza via è relativa all’impatto sociale relativo alla diffusione dei prodotti IA nella vita relazionale e produttiva. L’interesse è, da una parte, per i sistemi esperti, applicazione della tecnologia IA, che consentono di supportare processi analitici e decisionali – pur nel rischio di una crescita di “mentalizzazione” rispetto alla prassi; dall’altra è relativo alle forme di interazione uomo-macchina e uomo-macchina-uomo.

Rispetto a questi percorsi mi piacerebbe lasciare due rapide – ne scrivo più diffusamente qui – linee di sviluppo.

La prima ha a che fare con le questioni poste da Ardigò relative all’irriducibilità della persona e ai confini antropologici tra natura e cultura, ma anche all’aprirsi alle forme di intelligenza diversa, à côté de l’humain. Temi che la riflessione sul post-umano tratterà vent’anni dopo ma che già Ardigò aveva intuito ipotizzando il processo mimetico con le macchine.

La seconda, di vaglio critico rispetto alla mutazione in atto, è quella dell’inclusione sistemica per via tecno-comunicativa. Gli individui operano una forma di “inclusione” volontaria rendendo le loro comunicazioni interpersonali, comprese quelle affettive e di solidarietà, funzionali alla riproduzione sistemica di comunicazione. Pensiamo alla natura odierna dei Social Network (ad esempio Facebook, MySpace, Orkut, ecc.) e al loro rendere disponibili, ricercabili ed aggregabili le comunicazioni connesse di milioni di persone che possono così meglio essere trattate a fini di mercato o di “manipolazione” politica. Le opinioni personali su prodotti, tendenze, personaggi vengono rese pubbliche dagli utenti stessi e visibili agli altri ma anche a chi quei prodotti li promuove, a chi progetta tendenza e a chi “costruisce” personaggi. Le conversazioni connesse diventano cioè fungibili alle strategie di sistema. Le logiche sistemiche possono alimentarsi dei vissuti individuali, delle storie dei singoli, dei processi amicali, ecc. appropriandosene in chiave trasformativa, mutandoli in linguaggi pubblicitari o politici, ad esempio.

Westward Google: cartoline americane

Siamo negativamente colpiti dall’odierna decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google inc. per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi. Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider. Il principio fondamentale della libertà di internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore.

Queste le parole che gli Stati Uniti d’America fanno calare come macigni sul caso Italiano Google-ViviDown per bocca dell’ambasciatore americano a Roma David Thorne.

Ora, proviamo a distinguere il lato tecno-giuridico da quello tecno-culturale.

Si dice: “non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider”.

Tecnicamente, però, non essendo stato riconosciuto agli imputati (tre dirigenti Google) il reato di diffamazione (in associazione a quello di lesione del diritto alla privacy) sembrerebbe scampato il pericolo di una censura preventiva richiesta agli hosting provider, come affermano gli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Vaciago, legali dei tre dirigenti di Google (cosa di cui, leggendo quanto scrive Elvira su Apogeo, non sarei del tutto certo).

Diciamo che comunque sembra che la sentenza abbia cercato di evitare il “pericolo giuridico e culturale”, così lo definisce Vittorio Z., visto il clima del Paese. Anche se – aspetteremo di leggere la sentenza – il vero rischio sarebbe nel veder collassare queste strutture web di disintermediazione sulla pubblicazione dei contenuti dentro le maglie del (pessimo) decreto Romani, ad esempio con una sentenza che sostenesse che “ Google aveva obbligo di registrarsi presso l’autorità delle comunicazioni e della privacy (sono due diverse) come stazione televisiva, assumendone quindi gli obblighi”.

E qui troveremmo tutto il limite di una classe dirigente (politica, giuridica, amministrativa, ecc.) profondamente televisiva, incapace di uscire dal proprio immaginario di egemonia mediale sulle masse – ne ho già scritto qui, quindi non torno sulla cosa.

Sul versante tecno-culturale, invece, il fatto che la voce del Governo americano si faccia ufficialmente sentire in queste ore  non è una questione di poco conto.

La Casa Bianca ha infatti formalmente legittimato la mutazione in atto sostituendo al termine “social network” quello di “social media” e legittimato, corrispondentemente, i nuovi strumenti del comunicare interpersonale-di-massa e lo scenario sociale che si sta generando.

Dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente

Siamo così inevitabilmente precipitati dentro una realtà in cui le pratiche legate agli User Generated Content si legano alle piattaforme di produzione e distribuzione connessa come Facebook, Twitter ecc. e quelle di blogging in modi indissolubili e nuovi.

Non prendete la cosa come fosse “letteratura”, speculazione intellettuale, ma dal punto di vista degli interessi economici in gioco. L’America dicendo quello che dice intende: l’innovazione per me passa dalla Rete e come Paese io sostengo politicamente e culturalmente questa trasformazione socio-economica. E l’Italia? L’Italia delle televisioni e degli editori di carta che con fare sonnolento sono adagiati sulle loro audience e pubblici polverizzati mentre questa condizione si sta lentamente dissolvendo, l’Italia della cultura e della politica, cosa sta facendo?

Google Alerts : il difficile equilibrio fra libertà di parola (connessa) e diritto alla privacy

Come si poteva temere una giurisprudenza che ha le sue radici nel moderno (qui calcherei la mano sulla differenza fra norme e sentenze) non è riuscita ad interpretare la struttura di pratiche sociali che ruota attorno ai contenuti generati dagli utenti e alle piattaforme che le ospitano. O meglio: lo ha fatto a suo modo. È così che il tribunale di Milano responsabile del processo a Google condanna tre dirigenti per “diffamazione e violazione della privacy per non avere impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca” di un video con maltrattamenti ad un ragazzo down – video tolto immediatamente dalla visibilità dopo la segnalazione.

La posizione a caldo di Google che ho letto mi sembra chiara:

Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato se questo principio viene meno, cade la possibilità di offrire servizi su internet.

Lo spiega bene anche Luca.

Quella meditata – forse un po’ enfatica, ma decisamente puntuale – anche di più:

But we are deeply troubled by this conviction for another equally important reason. It attacks the very principles of freedom on which the Internet is built. Common sense dictates that only the person who films and uploads a video to a hosting platform could take the steps necessary to protect the privacy and obtain the consent of the people they are filming. European Union law was drafted specifically to give hosting providers a safe harbor from liability so long as they remove illegal content once they are notified of its existence. The belief, rightly in our opinion, was that a notice and take down regime of this kind would help creativity flourish and support free speech while protecting personal privacy. If that principle is swept aside and sites like Blogger, YouTube and indeed every social network and any community bulletin board, are held responsible for vetting every single piece of content that is uploaded to them — every piece of text, every photo, every file, every video — then the Web as we know it will cease to exist, and many of the economic, social, political and technological benefits it brings could disappear.

Il punto è proprio questo: tutelare il difficile equilibrio tra libertà di parola in pubblico (e creatività diffusa) e diritto alla privacy chiede di ripensare, nell’epoca dei pubblici connessi, forme e modi di garanzia ricomprendendo la novità assoluta di media personali di massa (blog, social network, ecc.), per evitare di comprimere la rivoluzione comunicativa in atto all’interno di paradigmi di controllo pensati per un’epoca delle comunicazioni di massa.

In particolare nel nostro Paese, che non brilla per capacità di supporto normativo all’innovazione.

La sentenza non è definitiva. Le questioni che pone però sì.

Dietro l’esplosione degli UGC abbiamo trovato in questi anni il vero sviluppo di innovazione possibile della Rete, il moltiplicarsi delle sue funzioni raccordando conversazioni (immagini, video, parole) tra apertura di percorsi di senso e strade irrimediabilmente chiuse. È un territorio che stiamo imparando ad abitare, con molti errori, con contrasti e nuovi modi di negoziare la democrazia dell’informazione. Creare dei filtri forti alle forme di spontaneismo della produzione, all’entusiasmo anche ingenuo, significa mettere il coperchio ad un vapore sociale che ha bisogno di queste forme di effervescenza, come i fatti sembrano dimostrare. Questo non significa tollerare l’illegalità o tacere della stupidità. Ma vi siete chiesti quali effetti produrrà il vapore sociale tenuto compresso nella pentola dell’informazione inespressa?

Post aperto a Andrea Celli proprietario del marchio John Ashfield

Gent.mo Celli, potevo scrivere ad Alessandro Gilioli, come ha fatto Lei, una lettera aperta sul caso Sybelle che, in parte, La riguarda – il resto riguarda WordPress.

Preferisco farlo invece in questo luogo connesso, il mio blog, che è comunque pubblico anche se non così mainstream. E che forse non leggerà, come Le può capitare con parti della Rete connesse ad editori che magari può ritenere più reali (in fondo escono in edicola con prodotti). Ma qui, come molti altri blog – e social network -, ci si è occupati del diritto ad esprimere opinioni in connesse in pubblico, anche su una pubblicità come la Sua.

La prego innanzitutto di non considerare la Rete una Sua controparte, come mi sembra di cogliere dalle Sue parole:

far cessare tutto questo casino che è scaturito dal mondo di Internet contro la mia azienda

Internet non è un soggetto unico, assomiglia più ad un ambiente in cui molte voci parlano con tono diverso. Nè Internet mi sembra si sia scagliata lancia in resta contro la Sua azienda. Molti dei post che ho letto si ponevano domande sul comportamento di WordPress. Altri sulla Sua scelta (dico Sua per dire: la Sua azienda) di aver scritto alla piattaforma (WordPress) e non alla persona (Sybelle) per chiedere di rimuovere i commenti.

Il “casino” poi non si può fare cessare. Mi spiego: a differenza di un articolo di giornale che magari solleva un tema per qualche giorno per poi uscire dall’agenda nei giorni successivi, in Rete ciò che viene scritto è permanente e ricercabile. Il che significa che il vero punto non è tanto “fare smettere” o fare cancellare post e conversazioni ma pensarli come la base della propria reputazione online. In tal senso costruirsene una dialogando e proponendo il proprio punto di vista, rispondendo a domande e facendone altre è una buona cosa.

Sulla natura dei commenti presenti nel post di Sybelle, che come Lei stesso dice sono la causa della Sua richiesta (dico Sua per dire: la Sua azienda) di rimozione a WordPress, non entro. Ma, nella logica comunitaria della Rete, mi sembra che a fronte di una persona che parlava male della Sua azienda altre si siano strette attorno a Jhon Ashfield. Certo c’è chi su questo fa polemica sostenendo che:

Nei commenti del post originale di Altezzosa, Gigi e Mario (i primi commenti positivi per JA) sono la stessa persona, basta vedere il monsterid di Gravatar.

Se così fosse e se si trattasse di una strategia aziendale di risposta, mi permetta, consiglierei un approccio diverso: è giusto che l’azienda parli con la sua voce in Rete e sostenga – anche con vigore – con competenza le proprie ragioni. Senza trucchi. Di solito ripaga.

Lo so, c’è sempre un po’ di spocchia nei toni di chi parla in Rete e dà consigli su marketing e pubblicità, ad esempio. Ma qui abitano molti professionisti reali e molti consulenti che commentano continuamente comportamenti comunicativi delle aziende, specialmente quando agiscono in Rete, ma non solo.

A questo proposito ritengo che la conversazione aperta da Sybelle sulla Sua pubblicità sia congruente sia con ciò che lei tratta nel blog “Altezzosa e poco loquace“. E che  la sua formazione professionale pubblicitaria e il suo attuale lavoro in una agenzia di Digital P.R. giustifichino l’interesse per la Sua pubblicità – e comunque ne abbiamo discusso anche con professionisti su un social network: sì perché anche lì abitano esperti disposti a condividere la loro conoscenza con gli altri e, se serve, a dispensare qualche buon consiglio .

A questo proposito ho trovato il tono che Lei ha usato un po’ troppo sopra le righe – stiamo sempre parlando di costruzione della propria reputazione online:

Vorrei comunque anche avere l’opportunità di conoscerLa meglio per capire perché ha fatto questo e quale vantaggio può esserle venuto da questa situazione. Se posso darLe comunque un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri.

Spesso dietro a un post in Rete non c’è una strategia di marketing guidata da qualcuno. Spesso c’è solo la passione per i temi, la voglia di condividere idee, di aprire conversazioni. Di supportare idee e diritti. Credo che la mobilitazione di questi giorni di molti nella Rete in fondo lo dimostri. E se qualcuno dice qualcosa che non ci piace allora si può rispondere nello stesso spazio, ad esempio nei commenti, o nella propria “casa”, ad esempio il proprio blog.

Per questo la mia non può essere una lettera aperta da affidare a qualche media mainstream – perdonami Alessandro, ma credo che tu ne capisca il senso – ma un post aperto, come tutti gli altri.

Come è l’abitare questa parte della Rete.

Il paese reale e la spirale del silenzio

Sono sempre stato alla fortuna come Fassino ai comunisti, ma ho sempre tenuto duro.
Figlio di operai, mai avuto un cazzo, tranne quattro o cinque auto usate.
Poi alla sfiga si aggiunge la crisi e inizi a prenderla male, ma vabbe’.
Vendi un bar, hai un occasione di lavoro, che non si realizza, a vabbe’, tieni duro, fai il disoccupato qualche mese e tiri avanti.
Trovi un lavoro (uno, perche’ mia moglie, a 41 anni e’ tagliata fuori a quanto pare) che ti permette di sopravvivere, ma le rate del mutuo ti strozzano.
Metti in vendita una casa che nessuno compra, perché chi ha soldi compra per fare affari e lucrano, agli operai non danno mutui per crearsi un futuro, e non possono comprare.
Tieni duro e di lavoro ne trovi uno part time il fine settimana, ma il tasso variabile lo viene a sapere e te lo mette in culo.
L’agenzia delle entrate per non sentirsi da meno ti fa un accertamento per l’anno duemilasei e ti verbalizzano seimila euro di multa, ed io, essendo un coglione come pochi, pago, a rate ma pago.
I tassi aumentano, gli stipendi no, e allora molli, parli coi direttori di banca, che ti vedono, ma non ti guardano.
passa il tempo ne succedono troppe per un solo 3D e molli la presa, perche’ prima hai una “blogger” di 10 anni da crescere.
Arrivano lettere, telefonate, prima discrete, poi via via sempre piu’ “minacciose”
Riparli con uomini in cravatta per trovare un punto di incontro che non c’e’.
Poi arrivano 6 raccomandate dagli uffici legali, e capisci che e’ finita.
Tua figlia che si avvicina e dice: avrei un problema, avrei finito la colla per la scuola.
Ti giri di scatto e guardi fuori, maledicendo di abitare al primo piano.
Intanto continuo a sedere in cucina con mia moglie, a programmare viaggi che non faremo mai.

Ho letto questa traccia di vissuto raccontata in Rete in un blog il cui proprietario si occupa di narrazioni (a fumetti) e conosce bene (medialmente) la persona che scrive (blogger, lui come la figlioletta di 10 anni).

Ci troviamo di fronte a quel capitale narrativo che risiede in Rete sotto forma di racconti attraverso cui le persone si riappropriano della loro rappresentazione, rinunciando a farsi rappresentare dai media di massa e dai loro racconti, spesso, sfuocati. Uscendo dalla spirale del silenzio che li porta a dubitare dalla propria lettura dello stato delle cose per aderire all’opinione pubblica, anch’essa rappresentata nei media, televisione e stampa in primis.

Il Giornale: Berlusconi è tornato a sottolineare la necessità di un clima di fiducia per fare uscire il paese dalla crisi, clima non aiutato da alcune stime “diramate da certuni che fanno opposizione non tanto al governo ma ai cittadini”. Questo, ha detto il premier in occasione della conferenza conclusiva del G8 lavoro contribuisce alla costruzione di “un clima di paura che attanaglia”. Per il premier, invece, “dobbiamo insistere e fare di tutto affinchè gli italiani non cambino stile di vita”.

Poi c’è chi ha problemi, anche con la colla. E con il resto, come raccontano molti dei commenti al post. Commenti di un paese reale, con prospettive quotidiane e un orizzonte sul futuro abbassato a saracinesca.

Allora anche il gesto di re-blog, di rilanciare attraverso la connessione, anche in un piccolo posto come questo, diventa un gesto politico di una comunicazione che vuole uscire dalla spirale del silenzio.

WordPress censura un post su John Ashfield (e altre considerazioni)

Un giorno una persona scrive un post su wordpress.com dove scrive che non le piace una campagna pubblicitaria, capita che a qualcuno non piaccia (al momento non è dato sapere chi è stato) e che segnali la cosa a wordpress.com e che qualche solerte censore oscuri il blog.

Così sintetizza Wolly ciò che è accaduto a Sybelle, che ha scritto un post dal titolo “John Ashfield  ADV: pleeease!” in cui commenta criticamente una pubblicità dell’azienda forlivese e si ritrova il post tolto senza essere avvertita in alcun modo.

In un appassionato thread su FF in cui molte voci della blogosfera italiana si levano, Sybelle scrive:

Mi dice [wordpress] di contattare la persona che si è lamentata del mio post (n.b. io non so chi sia), poi scrivono che nel caso la cosa non venga sistemata, gli sarà consigliato (alla persona che si è lamentata) di inviare un ordine del Tribunale.

io non ho mai ricevuto nessuna spiegazione precisa del perchè il post è stato censurato. Non so se sia per il post in se’ o per i commenti (il che è più probabile). Mi piacerebbe sapere chi mi ha segnalato a WordPress e perchè non mi ha contattata prima. Aspetto una risposta da WordPress: mi hanno appunto detto di rivolgermi a chi ha segnalato il post. E io non so chi sia stato. Non vedo una soluzione logica. Sono perplessa.

Il post è di fatto pulito e attento, divertente e critico. Come sa scrivere Sybelle – che è una bella persona, acuta e sagace – il fatto che sia una mia (ex) studentessa non c’entra, basta che chiediate in giro (in Rete).

Nei commenti si sviluppa invece un contrasto tra un ex dipendente (così si dichiara) dell’azienda, un attuale dipendente, un concessionario di John Ashfield, ecc. Uno spaccato del Belpaese. Sta di fatto che nessuno ha contattato in alcun modo Sybelle, autrice del post, per chiederle spiegazioni e, magari, richiedere azioni sul post stesso o (meglio) sui commenti. Ne ho visti di post puliti con commenti focosi, anche recentemente. Ma nessuna censura.

A difesa del diritto di espressione (di conversazione?) in Rete molti hanno risposto ri-postando il post incriminato e/o trattando la vicenda  (potete guardare qui).

L’intero fatto è emblematico di alcune cose: 1. il rapporto tra piattaforme espressive e libertà di espressione (ad esempio wordpress) ; 2. il diritto di produrre conversazioni collettive in pubblico (ad esempio su una campagna di pubblicità); 3.la capacità di un’azienda di gestire la sua reputazione in Rete; 4. la capacità di produrre azioni collettive sfruttando le connessioni e la forza del crowdsourcing.

Non so come si svilupperà la vicenda ma, al di là delle focose prese di posizione che spesso in Rete ci sono quando accadono queste cose, qui siamo di fronte ad una serie di problemi che interessano il nostro modo di “abitare” un mondo in cui la Rete è parte della realtà e non sua controparte.

Comunque sia, io sto con Sybelle.

Political Valentine

Spesso la creatività della comunicazione politica si annida più negli interstizi locali e territoriali che nelle scelte istituzionali dall’alto.

Se prendiamo il manifesto (segnalato da Leonardo) che PD e Giovani del PD di Milano hanno firmato per S. Valentino troviamo alcuni spunti interessanti (al di là del lavoro grafico decisamente perfettibile).

L’idea che c’è dietro è quella di giocare sul proprio campo lo slogan creato dall’avversario politico, quel “L’amore vince sull’odio” che Berlusconi ha lanciato attraverso il sito del PDL dopo l’aggressione a Milano.

Rendere concreto l’astratto. Ecco allora che, in perfetta sincronizzazione tra tempo della comunicazione e tempo della realtà il tema dell’amore viene declinato sulle difficoltà di costruire e mantenere rapporti di coppia e familiari a causa delle difficoltà economiche, di lavoro, di esclusione sociale, ecc.

Un’idea semplice ma credo efficace di costruzione di una semantica politica che sappia muoversi territorialmente, radicarsi alla realtà ma anche declinarsi in chiave emotiva e passionale. Magari aiutata dalla professionalità del visual, anche se, sui muri di Milano un’immagine “povera” come questa credo possa avere un suo impatto significativo.

Ma esistono anche campagne politiche di San Valentino più complesse che sfruttano le relazioni tra le persone, come quella  creata dal partito Repubblicano in USA sulle Valentine’s Day e-cards che permette di spedire delle Valentine con foto di democratici e messaggio che sottolinea la fallacia della politica del Partito Democratico.

L’invito esplicito è:

Share them with all your family and friends, especially those Democrats who need to know how you feel about the wrong direction their party is dragging our country.