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Wired Italia si è assunto una funzione di raccordo tra un immaginario che ha a che fare con lo sviluppo della cultura Internet nel nostro Paese e le forme di istituzionalizzazione di questa cultura. Per capirci, una campagna come quella della candidatura al Nobel per la Pace di Internet che parte dall’Italia ha anche questa vocazione.
Astrattamente il significato è riconoscere il valore sociale di Internet; concretamente significa aver candidato Tim Berners-Lee, Larry Roberts e Vint Cerf che hanno guidato i tre team che hanno incrementato la rete. Senza poi considerare il rischio di cadere entro interpretazioni che hanno a che fare con operazioni di marketing (editoriale).
Dal mio punto di vista vuol dire aver sviluppato un dibattito interno ed esterno alla Rete (con pesi differenti) che ha mostrato posizioni diverse, entusiasmi e denigrazioni, eccessi e cautele. Spesso questo modo di porre le questioni, di lanciare le campagne, di costruire notizie “forti” su Internet si muove in un difficile equilibrio tra la proposta utopica e il tentativo di produrre consenso intorno ad una realtà dei nostri tempi che pervade la vita quotidiana.
Gli effetti, conseguentemente, hanno più a che fare con la costruzione di un immaginario per l’opinione pubblica (e per una Politica che spesso si muove su posizioni di retroguardia) che faccia associare alla parola Internet dei contenuti valoriali (come “pace”) che sono degli universali, svestendola da quei pregiudizi presenti nella divulgazione mediale. E facendo parlare gli stessi media della cosa. Una specie di soluzione omeopatica.
Ora Riccardo Luna, direttore di Wired It, si spinge più in là proponendo di portare Internet dentro la Costituzione italiana. Diritto fondamentale? Porre l’accesso per tutti come un diritto?
Ci stanno ragionando, consultano costituzionalisti – dice durante una sessione del convegno FarGame a cui ero presente. Posto la cosa su FriendFeed e si apre un’interessante discussione. Questa parte della Rete non trova l’idea lucidissima (“si può dire cazzata ?” o “Il passo successivo è fargli spazio tra i 10 comandamenti
”) o la pensa una trovata comunicativa (“e’ un abile uomo di comunicazione se vuole possiamo rilanciare” “Bah, una trovata per 5 minuti di pubblicità? lo spero”) o si fa domande sul rapporto tra un giornale sull’innovazione che va mainstreamizzandosi sempre più (“vedendo il livello che ha raggiunto Wired Italia (vi ricordo che sull’ultima copertina c’è Fiorello, come se fosse TV Sorrisi e Canzoni”) e una campagna “politica” come questa. Zona critica questa di FriendFeed. E va apprezzato Riccardo Luna che, comunque, è intervenuto da subito e legge.
Non vorrei però che Riccardo “tollerasse”, pensasse per ceti i social network, dando per scontato che su FriendFeed trova l’élite polemica, quelli che qualsiasi cosa provi a fare con entusiasmo te la smorzano, quindi meglio Twitter dove sta il pubblico più generalista (sic!). FriendFeed ha sia strutturalmente che a livello di pratiche sociali una sua natura conversazionale, di scontro e confronto, capace di dare il polso di un certo modo di pensare alla Rete in Italia che forse non è esattamente generalista, che non rappresenta le maggioranze silenziose ma che contiene quella vis polemica che talvolta manca quando si parla di questi temi.
Sarà per questo che la battaglia che da qui viene lanciata attiene meno all’immaginario e più alla dimensione politica: investimenti sulla banda larga, ad esempio, ed educazione al digitale. L’arretratezza digitale del nostro Paese è il tema centrale (che so che Riccardo Luna condivide) e toglierci fuori da questo stato di cose modificherebbe certamente una cultura del Paese che non ha a che fare solo con il digitale.
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