Mettere Internet dentro la nostra Costituzione

Wired Italia si è assunto una funzione di raccordo tra un immaginario che ha a che fare con lo sviluppo della cultura Internet nel nostro Paese e le forme di istituzionalizzazione di questa cultura. Per capirci, una campagna come quella della candidatura al Nobel per la Pace di Internet che parte dall’Italia ha anche questa vocazione.

Astrattamente il significato è riconoscere il valore sociale di Internet;  concretamente significa aver candidato Tim Berners-Lee, Larry Roberts e Vint Cerf che hanno guidato i tre team che hanno incrementato la rete. Senza poi considerare il rischio di cadere entro interpretazioni che hanno a che fare con operazioni di marketing (editoriale).

Dal mio punto di vista vuol dire aver sviluppato un dibattito interno ed esterno alla Rete (con pesi differenti) che ha mostrato posizioni diverse, entusiasmi e denigrazioni, eccessi e cautele. Spesso questo modo di porre le questioni, di lanciare le campagne, di costruire notizie “forti” su Internet si muove in un difficile equilibrio tra la proposta utopica e il tentativo di produrre consenso intorno ad una realtà dei nostri tempi che pervade la vita quotidiana.

Gli effetti, conseguentemente, hanno più a che fare con la costruzione di un immaginario per l’opinione pubblica (e per una Politica che spesso si muove su posizioni di retroguardia) che faccia associare alla parola Internet dei contenuti valoriali (come “pace”) che sono degli universali, svestendola da quei pregiudizi presenti nella divulgazione mediale. E facendo parlare gli stessi media della cosa. Una specie di soluzione omeopatica.

Ora Riccardo Luna, direttore di Wired It, si spinge più in là proponendo di portare Internet dentro la Costituzione italiana. Diritto fondamentale? Porre l’accesso per tutti come un diritto?

Ci stanno ragionando, consultano costituzionalisti – dice durante una sessione del convegno FarGame a cui ero presente. Posto la cosa su FriendFeed e si apre un’interessante discussione. Questa parte della Rete non trova l’idea lucidissima (“si può dire cazzata ?” o “Il passo successivo è fargli spazio tra i 10 comandamenti :)”) o la pensa una trovata comunicativa (“e’ un abile uomo di comunicazione se vuole possiamo rilanciare” “Bah, una trovata per 5 minuti di pubblicità? lo spero”) o si fa domande sul rapporto tra un giornale sull’innovazione che va mainstreamizzandosi sempre più (“vedendo il livello che ha raggiunto Wired Italia (vi ricordo che sull’ultima copertina c’è Fiorello, come se fosse TV Sorrisi e Canzoni”) e una campagna “politica” come questa. Zona critica questa di FriendFeed. E va apprezzato Riccardo Luna che, comunque, è intervenuto da subito e legge.

Non vorrei però che Riccardo “tollerasse”, pensasse per ceti i social network, dando per scontato che su FriendFeed trova l’élite polemica, quelli che qualsiasi cosa provi a fare con entusiasmo te la smorzano, quindi meglio Twitter dove sta il pubblico più generalista (sic!). FriendFeed ha sia strutturalmente che a livello di pratiche sociali una sua natura conversazionale, di scontro e confronto, capace di dare il polso di un certo modo di pensare alla Rete in Italia che forse non è esattamente generalista, che non rappresenta le maggioranze silenziose ma che contiene quella vis polemica che talvolta manca quando si parla di questi temi.

Sarà per questo che la battaglia che da qui viene lanciata attiene meno all’immaginario e più alla dimensione politica: investimenti sulla banda larga, ad esempio, ed educazione al digitale. L’arretratezza digitale del nostro Paese  è il tema centrale (che so che Riccardo Luna condivide) e toglierci fuori da questo stato di cose modificherebbe certamente una cultura del Paese che non ha a che fare solo con il digitale.

Media Mutations

Nei prossimi giorni mi troverò a discutere delle frontiere del “popolare” tra vecchi e nuovi media al convegno Media Mutations, un’importante occasione di confronto sui territori della “mutazione” in campo audiovisivo che il DAMS di Bologna e la Soffitta organizzano.

Come scrive Claudio Bisoni nell’introduzione al tema:

Nel corso del Novecento è stato un luogo comune definire il cinema o la televisione come media di massa. Ma questi old media oggi, nel circuito intermediale reso possibile dalla rivoluzione digitale, hanno visto eroso e ridefinito il terreno della pro- pria popolarità. In che modo è possibile ripensare in prospettiva estetica e mediologica le categorie di ‘massa’ e di ‘popolare’ proprio in un periodo in cui anche in campo politologico queste stesse categorie sono al centro di una nuova attenzione? Esiste ancora la dimensione-massa?

Oggi dobbiamo rivedere le cose. Ed occorre ripensarle per capire meglio le prospettive di evoluzione del mercato del cinema e della televisione, per comprendere le nuove audience e i fenomeni emergenti che vedono al centro le dinamiche di convergenza fra le grammatiche delle conversazioni dal basso e le logiche dei media mainstream.

Da parte mia cercherò di spiegare come l’esperienza dell’intrattenimento audiovisivo novecentesco abbia avuto le sue radici , da una parte, nell’idea di pubblico – che costituisce il nuovo soggetto “moderno” sulla scena – e, dall’altra, in un’industria culturale che ha prodotto forme di rappresentazione grazie a professionisti che hanno lavorato esaltando i meccanismi di spettacolarizzazione di opere “chiuse” (mono-medialmente) ma che hanno vocazione di mercato per il franchise. Questo contesto si trova oggi ad essere mutato sui due lati in modo significativo: la realtà transmediale, da una parte, e quella corrispondente dei pubblici connessi, dall’altra, stanno caratterizzando in modo nuovo forme di produzione e fruizione dell’audiovisivo, secondo percorsi inediti in continua evoluzione.

I prodotti transmediali rappresentano oggi la risposta del mondo dell’industria culturale al mutamento dei bisogni di informazione ed intrattenimento di un nuovo soggetto che si presenta sulla scena sociale e sul mercato: il pubblico connesso. Ma sono ancora spesso ancorati a logiche e linguaggi del ‘900 e dovranno imparare (e sperimentare) nuove logiche di messa in relazione con uno spettatore/consumatore che comincia ad acquisire la consapevolezza di non essere più unicamente oggetto di comunicazione – che delega la rappresentazione di sé stesso, delle proprie aspirazioni e del proprio immaginario all’esterno – ma diventa soggetto di comunicazione in grado di partecipare a processi co-creativi attraverso forme di riappropriazione (di sé stesso, delle proprie aspirazioni e del proprio immaginario) sempre più profonde.

La lezione di Giampaolo Fabris

Se abbiamo imparato a pensare in modo diverso il mondo dei consumi e a capire la qualità socio-antropologica che l’atto di consumo assume nella nostra società lo dobbiamo anche a Giampaolo Fabris.

Il fatto che se ne sia andato in questi giorni rende più vuoto il panorama intellettuale italiano, quello capace di coniugare la forza del pensiero teorico con la ricerca e la propensione al mettere in pratica il sapere anche fuori dall’accademia.

Ci ha però lasciato una traccia su cui lavorare ancora per molto e che rappresenta una svolta del modo di pensare il marketing e la vocazione al consumo, sia sul versante dell’analisi teorica che di ricerca. Una traccia che ha sintetizzato nella necessità di un passaggio al Societing:

Perché il marketing, nel suo percorso verso Damasco per approdare alla nuova epoca, non può che realizzare un proficuo incontro, non soltanto strumentale come è successo in passato, con la società. Instaurando con questa un rapporto che sia anche di servizio, rispettoso, tendenzialmente simmetrico. Non esistono ricette miracolose per fare evolvere il marketing verso il societing: bensì una profonda rivisitazione delle sue frontiere alla luce dei nuovi scenari di una società postmoderna e delle nuove responsabilità sociali da cui non può astenersi dal confrontarsi.

Societing come pulsione utopica alla trasformazione, come richiamo forte alle aziende, ad una loro assunzione di responsabilità nei confronti dei consumatori e del mondo sociale.

Societing come sguardo alle cose dei  mercati, come vocazione interpretativa, come necessità di cambiare prospettiva, anche nelle discipline così ancorate alla loro tradizione moderna.

A Fabris era chiaro che c’era una trasformazione in atto, tanto che, come era solito giocare semanticamente con le definizioni, aveva riportato al centro dei processi di consumo l’individuo definendolo consumATTORE. Aveva così provato ad indicarci una mutazione comportamentale di cui possiamo osservare tracce sparse nelle forme emergenti di rielaborazione dei prodotti nelle pratiche di consumo e nella costruzione di universi simbolici correlati. Si può così porre l’accento sulla creatività, sulle caratteristiche uniche e personalizzate di rielaborazione, sia di significati che delle componenti materiali dei prodotti che consumiamo, sottolineare il mutamento che sembriamo scorgere oggi nel gesto di consumo.

C’è una critica che muovo a tale posizione che rischia di essere consolatoria. Un approccio come quello raccontato rischia di supportare una visione prodotto-centrica che vedrebbe il consumatore nell’atto del consumo, nelle forme di appropriazione, nelle forme di rielaborazione, ecc. attivo rispetto a quel prodotto o contenuto progettato e costruito su un versante di produzione che gli è estraneo, che non gli appartiene. Come dire: ogni rielaborazione è possibile ma a partire da una qualità simbolica e materiale estranea, progettata da altri e con vincoli imposti.

So però che per Fabris, avendo chiacchierato con lui in diversi occasioni – se nella dimensione pubblica era un perfetto oratore in quella conviviale e privata non si sottraeva mai al confronto – il punto rilevante sta in quella trasformazione straordinaria che attraversava l’appropriazione di mezzi di produzione materiali/mediali e che vede l’emergere di un consumatore che si fa produttore e che si mette in connessione con gli altri. “Il Web”, scrive Fabris, “si pone come fonte di apprendimento, di socializzazione al consumo: diviene una comunità epistemica che mette in comune la conoscenza, laddove il consumatore si è sempre dovuto barcamenare da solo, sulla base delle sue esperienze, come autodidatta”.

La sua capacità di leggere la nostra realtà e raccontarcela con semplicità ci mancherà.

Facebook prova a cambiare il suo racconto sulla privacy

(photo by mmarchin)

Ho già scritto altrove che ci troviamo al centro di una contro-narrazione a proposito di Facebook che contrasta con l’idea di “trasparenza assoluta” che  Zuckerberg ha promosso in questi anni.

Ci sono le tracce di un movimento di opinione che tenta di diffondersi come tale, a partire dalle polemiche degli ultimi giorni provenienti dalla stampa e dalla parte informata della Rete. Ma che ha trovato anche un terreno di sviluppo di movimenti in Rete che propongono azioni di protesta degli utenti FB. Come quella organizzata per il 6 giugno da Face book Protest , che invita a non collegarsi in quella data, o di Quit Facebook Day, che invita ad abbandonare il social network, con poco più di 6.000 persone che promettono di andarsene. Che promettono, non che se ne vanno (puoi anche farti mandare una mail per farti ricordare la tua promessa): la costruzione di un racconto da parte degli utenti.

Cresce anche l’uso di applicazioni che consentono di osservare quanto siamo esposti in pubblico dai nostri profili Facebook, come zesti.ca (“What does Facebook publish about you and your friends?”) o openbook, che ho aperto e mi ha mostrato tutti i contenuti pubblici FB ricercati con la stringa “rectal exam” e ad un secondo tentativo con “going to a strip club” … tanto per rendere concreto e visibile ciò che c’è dietro la massima che troviamo sul  sito: “Facebook helps you connect and share with the people in your life. Whether you want to or not”: un altro modo di raccontare la cosa.

E Facebook decide di reagire. E lo fa con una strategia di risposta che prova a costruire un nuovo racconto: promettendo di creare scelte per la privacy più semplici in un paio di settimane: “We are going to be providing options for users who want simplistic bands of privacy that they can choose from”, racconta il responsabile della public policy Tim Sparapani. E continua costruendo un punto di vista rovesciato sulle cose:

We have built a privacy setting for every new type of sharing [users] are allowed to have. What that means is that in fact we have come up with an extraordinary number of privacy settings. This should be compared to almost any other company out there where there are no privacy settings at all. So Facebook should be getting credit here for giving tools in the first place.

Come dire: avremo settaggi complessi per la privacy ma lo abbiamo fatto per garantire il racconto delle vostre vite, cioè consentendo di pubblicizzare o meno tutti i tipi di contenuti che avreste prodotto. Ora vi veniamo incontro semplificando le cose.

L’origine della preoccupazione di FB per i propri utenti dipende forse da quanto è accaduto in questi giorni oppure dipende dal fatto che la crescita di un movimento d’opinione contrario alla politica di FB sulla privacy potrebbe fiancheggiare eventuali azioni promosse dalla Federal Trade Commission – che si sta occupando del modo in cui i social network usano i dati personali – la quale, si dice,  si stia sempre più focalizzando su FB.

Il silenzio e l’informazione

Il rapporto tra informazione e democrazia oggi in Italia si sintetizza anche con il silenzio. Così almeno mi pare osservando più da vicino una forma organizzata di protesta che prende le mosse da Facebook per tradursi in azioni dirette e simboliche contro i luoghi del potere dell’informazione. In un intreccio che oggi si esplicita sempre di più fra spazio dei flussi e spazio dei luoghi che manda a gambe all’aria la distinzione tra una realtà dentro la Rete e fuori dalla Rete.

Ci sono oltre 200.000 persone che hanno aderito al gruppo Facebook La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini (qui anche la fanpage in lenta crescita) nato per promuovere una battaglia culturale dopo che il Tg1 del 26 febbraio ha proclamato la falsa assoluzione di Mills. Si tratta di una modalità di contropotere che opera nell’ambito della nuova cornice tecnologica (vedere Castells) e che consente una connessione tra i consumatori di informazione, le silenziose audience dei TG, che trovano visibilità e raccordo nelle forme orizzontali di comunicazione sviluppate attraverso le modalità del web sociale, con possibilità di organizzare azioni concrete rivolte ai centri di potere informativo Rai. Così sono stati organizzati incontri di protesta (tre, al momento) davanti alle diversi sedi Rai; è stata inviata una lettere al direttore del Tg1 Augusto Minzolini, al presidente della Commissione di vigilanza Rai Sergio Zavoli e al presidente della Rai, Paolo Garimberti senza mai aver ricevuto risposta; si è arrivato ad un’azione  simbolica che ha costruito un presidio permanente di osservazione delle edizioni del TG1, pronto a segnalare anomalie, discrasie, ambiguità.

Questo movimento abita anche la Fanpage del TG1, dove ad ogni edizione segnalata spuntano commenti forti, talvolta al limite nei toni, risentiti e accorati:

Siete un cancro per la democrazia, uno si sforza di fare una vita onesta, poi seguendo un tg come il vostro mi rendo conto della disonestà imperante di questo paese. Prendete in giro milioni e milioni di italiani semplici ed onesti (i soli che sono rimasti e non si rendono conto delle notizie censurate o deliberatamente falsate), tutto questo con grave dolo. Prescrizione non è assoluzione. Cappellacci non è Castellacci. Il TG1 non è un telegiornale…. Minzolini non è un giornalista. L’ordine deve intervenire. Queste sono notizie e alla mia bambina insegnerò a non guardare mai e poi mai il TG1 che una volta tanto amavo.

Venti o trenta commenti più o meno di questo tono ad ogni edizione.

E la risposta? Il silenzio. Un silenzio bilaterale, da ogni organo istituzionale (Ordine dei giornalisti compreso), da ogni livello gerarchico, da ogni singola voce ufficiale. Ignorare come pratica contro-contro-informativa. Anche dentro i social media, se pensiamo a come nella Fanpage del TG1 non ci sia mai un intervento interno, un post di confronto, di presa in considerazione. Il wall come se fosse un muro di cinta di un palazzo su cui alcuni facinorosi lasciano una scritta di protesta. Solo che i “facinorosi” ci mettono la faccia, cioè il nome: scrivono con nome e cognome quello che pensano, edizione dopo edizione, con puntualità. Non solo non si nascondono dietro l’anonimato ma mostrano il loro essere un gruppo allargato in crescita, connesso ed auto-organizzato: un movimento di contropotere, appunto. Che non accetta il silenzio come risposta, il laissez faire come strategia per disinnescare il dissenso, la negazione della parola a chi dell’informazione fa un mestiere.

Per tale motivo abbiamo pensato di riaffermare la centralità della parola. Lo faremo ospitando giornalisti appartenenti a testate di orientamento diverso che traducono con le parole l’informazione in un incontro su Informazione e Democrazia in un luogo della parola come l’Università. Giornalisti appartenenti a testate nazionali e locali, compresi alcuni “rimossi dal video” da Minzolini (Paolo Di Giannantonio e Tiziana Ferrario). Dall’altro lato gli studenti e noi, quelle audience silenziose che oggi diventano sempre più visibili nella loro connessione. Credo che costruire luoghi terzi di contatto tra chi produce (professionalmente) informazione e chi la consuma (e talvolta amatorialmente la produce) sia un’occasione per rompere i silenzi e riempire i vuoti e le distanze tra informazione e democrazia che spesso in questo Paese mi sembra di osservare.

Leggere il popolo viola

popolo viola

Quali relazioni esistono oggi fra forme di auto-organizzazione online ed impatto concreto sui territori? In che modo le forme pre e post politiche stanno sviluppando nuovi discorsi?

Per capire cose come queste (e altre) abbiamo organizzato per domani una tavola rotonda internazionale su Participatory Politics and Social Media che, a partire da una serie di ricerche ed esperienze, cercherà di mettere a confronto metodologie di analisi e prospettive di relazione fra le forme della comunicazione dal basso, la realtà mainstream e le mutazioni della politica in forme social.

Yenn Lee (Royal Holloway, University of London) tratterà la relazione tra piano individuale e collettivo delle forme di protesta in Rete a partire dall’esperienza coreana attraverso le forme organizzative e di comunicazione che si strutturano nell’ambiente del Web 2.0.

Corinna di Gennaro (Oxford Internet Institute), porterà uno sguardo dall’esterno – vista la sua esperienza di ricerca all’estero – al fenomeno legato a Beppe Grillo con focus sul V-Day, centrando l’attenzione sulle forme di civic engagement dal basso e le possibilità auto-organizzative che i social media consentono nella sollecitazione di temi nella sfera pubblica.

Antonio Sofi racconterà l’interessante forma di “demedializzazione” della comunicazione elettorale nel caso della campagna per la Regione Toscana che ha visto lo strutturarsi di rapporti specifici ed inediti fra forme web e comunicazione sul territorio, consentendo raccordi efficaci tra la realtà dentro e fuori la Rete.

Luigi Ceccarini (Università di Urbino “Carlo Bo”), affronterà le forme “individualizzate” di impegno mostrando come il consumerismo politico e l’attivismo via internet quali esempi diffusi e significativi.

Noi presenteremo i primi dati esplorativi della ricerca sulle “Forme di auto-rappresentazione politica online: il caso del popolo viola” che tenta di mettere a punto un modello esplicativo dell’uso di Facebook nelle forme di partecipazione politica costruito sulle variabili rappresentazione/organizzazione, adesione/azione.

Il tutto in streaming, per gli interessati.

Spot.us e la sfida dei pubblici connessi a questo giornalismo

Il contesto di cultura convergente che porta la sfida dei pubblici connessi ai modi di produzione di contenuti di informazione ed intrattenimento, sembra aver aperto, anche nella realtà italiana, una piccola faglia nel mondo del giornalismo. Parlo di progetti come Dig-it a Youcapital e Spot.us Italia che abbiamo cominciato ad osservare come forma di disintermediazione (nuova modalità di intermediazione leggera?) tra lettori e giornalisti.

Ho spiegato altrove, nella rubrica Mutazioni Digitali, il rapporto che secondo me si va delineando nel contesto culturale italiano e che pone differenze rispetto alle esperienze anglosassoni.

Per osservare più da vicino le motivazioni ed i bisogni di informazione su cui questi progetti fanno leva ne ho parlato con Federico Bo, che assieme a Antonella Napolitano e Antonio Badalamenti è responsabili della trasposizione italiana di Spot.us.

Ecco la versione completa del confronto avuto con Federico.

[GBA] Com’è nata l’idea di sviluppare in Italia un progetto come quello di Spot.us, anzi di portarlo in franchising?

[FB] Io e Antonio Badalamenti, giovane economista e project manager, ci siamo occupati per quasi un anno di un progetto legato a giornalismo e web. A febbraio, per dissidi con gli altri due soci, lo abbiamo lasciato. Ci siamo chiesti se dovevamo sprecare esperienze, contatti, informazioni, strumenti – una piattaforma che avevo messo su per il precedente progetto – accumulate fino ad allora. La risposta è stata: no. E abbiamo rilanciato. Ci diciamo:”Portiamo in Italia la filosofia di Spot.Us”, un progetto americano, spesso presente nelle nostre discussioni. Conoscevo da Kublai Antonella Napolitano, che si interessa tra le altre cose di informazione indipendente e giornalismo. L’ho chiamata per coinvolgerla. Scopriamo che Antonella conosce David Cohn, l’ideatore di Spot.Us! Tramite lei ci mettiamo in contatto con David, chiedendogli consigli, appoggio e il permesso di utilizzare il nome “spot.us” (il “brand”…); David non solo è d’accordo, è entusiasta e ci propone di entrare in un suo gruppo che raccoglie tutti coloro che tentano di esportare in altre città degli Stati Uniti e di altre nazioni la filosofia Spot.Us. Il nostro impegno con David è quello di tenerlo informato e di cercare di costruire insieme un ecosistema tecno-sociale dedicato all’informazione indipendente improntato agli stessi principi e ideali.

Io mi occupo dell’infrastruttura tecnologica e della gestione generale, Antonio della parte finanziaria e dei contatti con finanziatori, partner ecc., Antonella della promozione e della redazione. Ma ovviamente il più delle volte non ci sono confini netti: siamo così in pochi che dobbiamo occuparci di tutto.

[GBA] Secondo te quale tipo di cittadini e giornalisti si lasceranno coinvolgere?

[FB]  Giornalisti in grado di cogliere il cambiamento in atto nel loro settore, a loro agio con le nuove tecnologie e con le nuove filosofie della Rete, attenti al territorio dove vivono e lavorano, ansiosi di poter produrre e pubblicare contenuti di qualità, in grado di esplorare la realtà oltre la superficie.

Cittadini che hanno scoperto il potere aggregativo e partecipativo della Rete, stufi di vedere una rappresentazione distorta e addomesticata della realtà imposta loro dalla quasi totalità dei media mainstream. Cittadini e lettori attivi, responsabili, attenti, in grado di rivelare storie, vicende, fatti e misfatti che avvengono vicino a loro, nel loro quotidiano. Lettori attivi, che non solo vogliono finanziare le inchieste, ma vogliono contribuire con il loro impegno, collaborando con il reporter che effettua l’inchiesta. Ho sempre in mente l’esperimento del Guardian, che ha “arruolato” i lettori per spulciare tra le migliaia di documenti dell’inchiesta sulle note spesa gonfiate dei parlamentari.

[GBA] Non ti sembra che ci siano prospettive diverse rispetto al modello anglosassone che dipendono dalla cultura giornalistica e politica del nostro paese? E quindi: quali limiti del crowdfunding e quali inchieste possibili?

[FB]  Secondo me non è un caso che la nostra, come altre iniziative simili, stiano nascendo in Italia prima che in altri paesi europei. La “fame” di giornalismo d’inchiesta è alta ovunque – proprio oggi la Reuters dice che i lettori divorano i servizi d’inchiesta, 10 a 1 rispetto agli altri – ma in Italia questa domanda, sotterranea ma palpabile, è prioritaria (vedi il successo di trasmissioni “di resistenza” come Report). Dico, riprendiamo e riprendiamoci il racconto della realtà, la realtà che vive oltre la superficie, al di là degli slogan, dietro l’(auto)-illusione

Il crowdfunding è un sistema nuovo – almeno concepito in questo modo, Telethon esiste da anni, quindi tutto da sperimentare. Noi speriamo, da un punto di vista tecnico, di affiancare le donazioni via PayPal a sistemi di pagamento via sms, più famigliari a molti cittadini.

Siamo convinti che le inchieste legate al territorio (lo so, parola abusata e logorata…), al quotidiano, al mondo del lavoro saranno quelle che più beneficeranno di questo sistema di finanziamento, grazie anche alla possibilità, per reporter e cittadini, di entrare in contatto tra di loro. La georeferenziazione e la ricerca per competenze dei reporter potrebbe essere uno strumento utile, per esempio.

Pensiamo anche a tutte le associazioni, i comitati o i gruppi che si auto-organizzano online per sostenere una causa o denunciare una situazione: ottimi “committenti” per questo tipo di inchieste.

Inoltre le testate giornalistiche, specie quelle locali o quelle online, potrebbero beneficiare del sistema che permette loro di finanziare anche solo il 50% delle inchieste (che lo ricordo possono essere articoli, fotoreportage, videoinchieste) per poterle pubblicare in anteprima.

Pensiamo di cooperare anche con altri progetti in qualche modo legati al nostro, perché con sperimentazioni di questo tipo è auspicabile un ecosistema collaborativo piuttosto che solo competitivo. 4. ci sono già inchieste in campo o che prevedi?

Per il momento siamo in fase di “rodaggio”: accogliamo le prime proposte dei reporter, spieghiamo loro il modo migliore di presentarle e di sostenerle, facciamo “call” per spingere i reporter a iscriversi ma soprattutto a fare proposte.

L’operazione più difficile sarà far conoscere e apprezzare ai cittadini l’esistenza di questa nuova forma di giornalismo collaborativo, questa join venture tra cittadini e professionisti dell’informazione.

[GBA] Una riflessione a margine …  con il fatto che l’agenda viene dettata da coloro che desiderano fare un’inchiesta e che le inchieste vengono fatte se vengono finanziate… nel contesto italiano ci potrebbe essere il rischio di finanziatori “occulti” ad hoc (sia delle minoranze politiche che possono far emergere i disagi calcando la mano o nelle maggioranze, per ragioni diametralmente opposte?)

[FB]  Il rischio esiste. Noi abbiamo fatto in modo che un singolo non possa versare più di 50 euro per inchiesta; inoltre è pubblico l’elenco di finanziatori di ciascuna inchiesta.

Il meccanismo migliore è quello stile “wikipedia”: se anche un gruppo finanzia un’inchiesta “di parte” un altro gruppo può finanziare una contro inchiesta. E comunque le inchieste sono soggette a supervisione dalla redazione, che effettua un controllo sulla qualità, le fonti citate, i dati e le informazioni raccolte per evitare la pubblicazione di inchieste senza basi solide e smaccatamente “di parte”.