La reginetta del ballo

Non posso farci niente. Una certa tristezza mi prende quando vedo una comunicazione come questa.

Mortificazione del femminile in una logica da pubblico delle comunicazioni di massa.

La Reginetta del ballo (la Repubblica, il PD?) che, alla sua età, si emoziona come un’adolescente in un contesto da teatro di posa della televisione, ingioiellata nella sua parure borghese e con un fascio di rose rosse tenute su dal braccio sinistro. Unico riferimento a qualcosa di rosso e di sinistra, richiamo simbolico ad un contesto della tradizione, la Festa dell’Unità, che ha perduto anche il suo nome unitario in un moltiplicarsi territoriale di Feste con diverse declinazioni “democratiche”.

Il giorno dopo via la coroncina, che la usa la nipotina per fare la Principessa a Carnevale, le rose in un vaso di cristallo (?) preso con i punti della COOP, il vestitino nell’armadio che aspetta sabato quando l’Armando mi porta a ballare il liscio e i gioielli restituiti all’avvocato del piano di sopra che è così gentile che quando le faccio le pulizie mi compra sempre i prodotti meno tossici.

Famolo Foursquare: l’insostenibile leggerezza dell’innovazione

Vincenzo ha scritto un post che mette il dito su una piaga aperta quando si ha a che fare con innovazione: la previsione di tendenze e la descrizione della mutazione in atto.

La “vulgata” giornalistica e di marketing comincia a parlare di un boom, anche in Italia, dei Location-based social networks mentre dai dati Forrester il quadro (su popolazione americana) non sembra proprio così esplosivo.

Ora, dal mio punto di vista ci troviamo di fronte ad una possibile linea evolutiva aperta dalle forme di geolocalizzazione unite alla dimensione di social networking, pensate a Foursquare e Gowalla.  In tal senso, come ho scritto nel mio altrove, è possibile cominciare ad immaginare forme di relazione sociale mediata georeferenziata e di passaparola connettivo che diventa, per le linee di possibile sviluppo del marketing, un interessante mix di evoluzione del linguaggio promozionale capace di connettere luoghi fisici e relazioni im-materiali tracciabili, visualizzabili e strutturabili attorno a spazi nuovi: contemporaneamente concreti ed intangibili.

Lavorare sulle linee di tendenza ha, per me, a che fare con logiche non-darwiniste che si devono confrontare con una “deriva evolutiva” della tecnologia, cioè con percorsi dove l’imprevedibilità e la contrapposizione di forze generano percorsi non lineari, picchi evolutivi osservabili solo nell’emergenza e momenti in cui l’innovazione non prelude sempre a forme di stabilizzazione verso l’alto (ad esempio uso di massa di una tecnologia).

Potremmo sintetizzare l’analisi Forrester con le loro parole: “Geolocation Users: Small But Influential… Potential Doesn’t Match Hype . . . Yet”.

Quindi ci troviamo di fronte alla solita linea (curva) evolutiva di adozione della tecnologia (con immediate finalità nei termini del marketing) che vede la centralità nella fase dell’innovazione degli early adopters – che vengono, per consistenza, subito dopo i veri e propri “innovatori” e che possono fare la differenza in termini di possibilità di diffusione.

Ora: si tratta di un modello evolutivo che – tendenzialmente – funziona come realtà (auto) esplicativa e si auto valida. All’inizio sono quelli che per primi “adottano” un tecnologia a comprarla e usarla :) E di solito sono persone influenti per potere d’acquisto, lavoro che fanno, interessi … veri e propri innovatori :) – È estate, concedetemi un po’ di scherzare, anche se è evidente che pensare le cose così come fa il modello significa prevedere – a priori – quali categorie sociali useranno una tecnologia secondo il principio del marketing. Se no non si spiegherebbe come mai vengono inviati fior fior di telefonini a blogger, personaggi televisivi, giornalisti, ecc. con-fondendo early adopters ed opinion leaders.

Comunque, per quel che riguarda i Location-based social networks ci troviamo, appunto, nel momento in cui si genera un’innovazione che costruisce possibili strade di stabilizzazione (compreso l’abbandono se non si supera il “chasm”). In realtà abbiamo a che fare con la diffusione di pratiche connesse all’uso di applicazioni che sfruttano il possesso di tecnologia cellulare adatta. Il che è un po’ diverso dal pensare alla diffusione di una tecnologia in sé e per sé autonoma. Come dire: una cosa è pensare alla propagazione del cellulare, altra pensare alla diffusione di pratiche d’uso di applicativi che su certi cellulari possono funzionare e ti consentono di fare “chek-in” dei luoghi.

Nella fase di propagazione iniziale hanno ovviamente una funzione fondamentale coloro che possono produrre racconti sulla tecnologia e sulle pratiche connesse: come i giornalisti e, nel caso citato da Vincenzo, consulenti di marketing. Questi ultimi cercano di “usmare” tra dati ed intuizione le possibilità di innovazione per i propri potenziali clienti così che, stirando al limite il ragionamento, ci si può presentare ad una riunione dove tra le altre cose si propone di fare qualcosa con il social network trendy del momento: “famolo 4square”. Parlarne in chiave ottimistica è anche un modo per crearsi consenso preventivo.

Il resto sono analisi e dati. Per dire, Foursquare sembra affermarsi più di Gowalla:

  • Foursquare ha quasi 2 milioni di utenti e Gowalla 340.000
  • Foursquare cresce del 75% al giorno rispetto a Gowalla
  • Foursquare ha caricati 5.6 milioni di luoghi contro 1.4 milioni di Gowalla
  • 1 luogo su 3 su Foursquare ha avuto 1 solo check-in o nessuno (1 su 4 per Gowalla)
  • Il luogo più popolare è “Casa” seguito dalle catene “McDonald’s” e “Burger King”

Su questi possiamo ragionare, tenendo conto che l’innovazione può essere sia letta che sospinta. Voi lettori/blogger early adopters avete anche questa doppia responsabilità.

User Generated Visual

In queste giornate sarò impegnato al convegno annuale della International Visual Sociology Association. IVSA 2010 si tiene a Bologna, nella mia Alma Mater, lì, a Scienze Politiche, che è stata per alcuni anni (di formazione, prima, e di insegnamento – a contratto – poi) la mia casa.

Il tema è Thinking, Doing and Publishing Visual Research: The State of the Field? e abbiamo pensato di proporre un panel che ha per titolo: User Generated Visual: SNS and online worlds. Visual research methods

L’idea è questa:

Internet in itself is already a visually relevant phenomenon. The development of Social Network Sites and online worlds (such as Second Life) is characterised by the use of images and by the way in which users generate spontaneously even iconic contents.

So the internet is a relevant place of contemporary experience and of visual analysis of individual and group life-experience.

The net offers the unmissable chance of gaining useful information for sociological research in a non directive way. In fact users share contents and materials and are “naturally” inclined to share their experiences and everyday lives.

The web is suitable, from one hand, for the specific type of research characterising sociology on images: the analysis of contemporary collective imagery, consumption’s processes, different forms of advertising, the use of images and the construction of identity and social networked relations, etc.

On the other hand the web makes possible also the research with images: images created by users – researchers and subjects of research – could be used for photo elicitation interviews, also inworld.

This panel looks for papers based on research “in the field” about Social Network Sites (such as Facebook, Flickr, Twitter, etc.) and online worlds (such as SecondLife, World of Warcraft, etc.), to prove the possible use of visual approaches to study the web, an even more important field in socio-communicative research.

So proposals have to highlight:

  1. the methodological support that could be provided by the web to Visual Sociology and to sociological research;
  2. the benefit that Visual Sociology could provide to the analysis of the web as “inhabited” environment and privileged place of observation of contemporary experience.

Se volete sapere cosa ne è uscito potete passare a trovarci o leggere qui :)

(l’immagine è un omaggio a Doug Harper e a tutti gli amici della visual con cui abbiamo fatto un pezzo di strada assieme)

Effetto farfalla ed editoria digitale

Ci sono giorni in cui hai la fortuna di vedere una farfalla nell’esatto momento in cui batte le ali. Se il movimento d’aria che produce genererà un uragano sul mondo dell’editoria non posso saperlo. So però che con il progetto 40k Books ci troviamo di fronte ad un caso di “sensitive dependence on initial conditions” che ha, secondo la logica della Teoria del Caos – e parlando dell’editoria mi sembra pure appropriato –, la possibilità di introdurre (anticipare?) un movimento evolutivo che può sollecitare l’intero sistema.

Giuseppe spiega bene – e in tono consapevolmente narrativo – come sono andate le cose:

Una mattina di fine aprile a Milano, durante una colazione all’aperto, ragionavamo con Marco Ghezzi e Marco Ferrario su cose di cui, in fondo, discutevamo da mesi sui blog e ai convegni. I temi erano quelli di questi tempi: come sta cambiando l’editoria, gli ebook e i formati nuovi che si possono immaginare.
In particolare ci piaceva l’idea di poter pubblicare libri in diverse lingue e di lavorare su racconti, novelette e brevi saggi focalizzati. Abbiamo discusso a lungo su come caratterizzare i testi (non sapevamo ancora che avrebbero avuto le bellissime copertine di Roberto Grassilli). Ma concordavamo già allora su una cosa: dovevano essere lunghi sulle quarantamila battute, ci dicevamo, usando questa “distanza narrativa” come esempio. «Chiamiamola 40k», ha detto Marco Ghezzi.

Artigianalità ed innovazione, esperienza editoriale e visione.

40k lavora sul formato aperto ePub che garantisce, sul piano della personalizzazione, di sfruttare le dinamiche reflowable dei contenuti, cioè di adattare il testo al proprio lettore e di resizable, adattamento alle proprie “pratiche” di visione (ridimensionamento del carattere). Sul piano culturale rappresenta la sfida lanciata dall’organizzazione International Digital Publishing Forum in termini di standard free e open. Se la mancanza di DRM (in soldoni: protezione dei contenuti) sia da considerarsi una debolezza o una sfida lanciata alla sensibilità del mercato e della cultura digitale è tutta da vedere e da monitorare.

La produzione/distribuzione multilingua garantisce la possibilità di sprovincializzare l’idea editoriale del formato elettronico e di abbracciare pubblici numericamente interessanti (penso al mercato in lingua spagnola ed inglese) potendo però sfruttare la potenzialità cumulativa dei mercati più ridotti (Italia, ad esempio). Il che permette di evitare di produrre domande del tipo: “Può funzionare per il mercato italiano l’editoria elettronica?”. Se ti pensi solo come editore localizzato allora hai capito poco di come funziona la coda lunga della Rete. Soprattutto perché qui non abbiamo a che fare solo con un distributore ma con la costruzione di un progetto editoriale che va alla ricerca di narrazioni e saggi inediti da proporre.

E qui viene, a mio parere, un elemento culturale che caratterizza il battito di ali di questa farfalla: progettare attorno ad un formato “adatto” alla tipologia di fruizione da supporto elettronico e che si sintonizzi sulla nuova sensibilità di lettura del pubblico che legge a video. 40 mila battute. Una “distanza narrativa” che è una vicinanza cognitiva e di pratiche a chi “consuma” lettura digitale. Non si tratta solo di produrre contenuti più brevi ma di creare un formato che respiri il mood di lettura da video, che sia in sync con la lenta evoluzione che la pratica di lettura diffusa di contenuti in Rete sta generando. Sfruttando poi – e penso qui alla collana saggistica: Thinking – le possibilità iper-testuali, iconiche e di rappresentazione visiva dei contenuti dialoganti con le linee di testo mettendole in relazione con il bisogno di agire che la lettura video-digitale produce, quindi mettere segnalibri, prendere appunti, condividere spunti…

La distanza esperienziale e cognitiva rispetto alla pratica di lettura “a stampa” ce la racconta Kevin Kelly nel paper il occasione del 40° anniversario dello Smithsonian, Reading in a Whole New Way. As digital screens proliferate and people move from print to pixel, how will the act of reading change?

Books were good at developing a contemplative mind. Screens encourage more utilitarian thinking. A new idea or unfamiliar fact will provoke a reflex to do something: to research the term, to query your screen “friends” for their opinions, to find alternative views, to create a bookmark, to interact with or tweet the thing rather than simply contemplate it. Book reading strengthened our analytical skills, encouraging us to pursue an observation all the way down to the footnote. Screen reading encourages rapid pattern-making, associating this idea with another, equipping us to deal with the thousands of new thoughts expressed every day.

Vedremo se le ricerche neuro cognitive e comportamentali confermeranno nei prossimi anni. Per ora godiamoci la brezza di novità estiva di 40k. Tra l’autunno e l’inverno si moltiplicheranno le correnti generate dagli editori di libri fisici che porteranno i loro cataloghi in digitale e vedremo se e come sapranno innovare.

Intanto il progetto gemellato Bookrepublic, che distribuisce in digitale una serie di editori indipendenti, è già partito. Il movimento d’aria si è fatto più forte.

De-sign (e da-sein) the future

/image by Joshua Held/

C’è coraggio ed impegno nelle iniziative Venice Sessions. Impegno perché si trattano temi di frontiera: questa volta il design. Coraggio perché lo si fa mettendo in connessione architetti, progettisti, direttori di riviste di design con blogger, analisti dell’innovazione ed il “pubblico” della Rete – la complessità della relazione la potete leggere qui, nel fluire dei tweet, oppure nella narrazione parallela “non ufficiale” di Gianluca o magari, giusto per affacciarvi al clima, gustatevi il resoconto auto-etnografico di Galatea.

D’altra parte, come ha detto Luca De Biase (re-twittato in giro) “questo non è un evento è 1 modo di mettere insieme le idee”. Solo per questo andrebbe avviato il processo di beatificazione di Salvo, patron illuminista dell’iniziativa ;)

Questa quindi è una modalità operativa per mettere in narrazione la cultura dell’innovazione, un momento che si propone di fare da agente catalizzatore. È questa sua natura processuale, di attivatore culturale e di alimentatore di prospettive che mi interessa di più. (Qualcuno di noi – io e lui, ad esempio- non si dimentica la troppo breve esperienza della collana Mediamorfosi Telecom/Utet che ha rappresentato un progetto di sviluppo culturale per una generazione italiana di analisti dell’innovazione mediale).

Un resoconto sintetico della giornata lo trovate scritto proprio da Luca, moderatore ed attivatore di conversazioni. Qui lascio qualche mia considerazione emersa dall’ascolto, dalle conversazioni, dalle chiacchiere durante e dopo (è “1 modo di mettere insieme le idee” ma è un modo “totale”, ti assorbe per tutto il tempo).

Ragionare oggi del design richiede a mio parere di “forzare” la natura della semantica cui siamo abituati, pragmaticamente abituati, per abbracciare tutta la portata della sua definizione: “design underpins every form of creation from objects such as chairs to the way we plan and execute our lives” (data da uno sviluppatore di Video Game come Dino Dini). Il design si occupa di sedie e corpi. Architetture e relazioni sociali. Cartelli stradali ed emozioni. E del software, quello culturale.

Ho trovato per questo particolarmente “irritativo” (capace cioè di “smuovere” e farsi domande non banali) un intervento come quello di Elio Caccavale, interaction designer al Royal College of Art,che ha posto al centro l’intersezione tra design, ricerca neuro cognitiva, etica, sociologia …

Prendiamo Neuroscope, pensato come un modo per creare (disegnare?) una nuova relazione tra ambiente domestico e laboratorio di ricerca, rendendo quotidiani complessi processi di laboratorio. È così che attraverso un microscopio connesso a un PC è possibile osservare a distanza una cultura di cellule cerebrali che crescono in remoto. Si esplorano e ridefiniscono contemporaneamente anche le relazioni tra entità umane e nuove classi di soggetti post-umani.

Oppure Lifestyle Pets, che consente di ri-disegnare animali domestici rendendoli ipo-allergenici (da leggersi alcune “perle” scritte nell’area Testimonial di persone che finalmente possono sfregarsi musetti di gatti sulla faccia). Fino ad arrivare alle forme di design del proprio figlio.

Un interessantissimo esempio riguarda il design delle emozioni e dell’etica, come nel prodotto bambola Susie smoke for two, un barattolo di vetro contenente un feto nel liquido amniotico e la testa di bambola che fuma. Fumare fa diventare giallo il liquido amniotico alterando l’equilibrio vitale del feto.

Design di emozioni per la user experience, design per la produzione di comportamenti etici. I confini vanno ampliandosi rispetto alle esigenze industriali novecentesche ed esplorano i nuovi confini delle relazioni e del postumano.

Altra suggestione che indirizza la riflessione sul design è venuta, a mio parere, da Justin McGuirck – che è direttore della rivista di culto ICON Magazine – quando ha ripreso la dimensione “artigiana” di Sennett. Craftsdesigner, potremmo dire, per sottolineare la natura di “bottega” del gesto di progettazione, di cura dettata dalle abilità e dal ragionamento più che dall’adattamento di modelli. Tradotta in termini contemporanei fa venire in mente la realtà del designer diffuso, l’appropriazione di mezzi e di metodologie da parte di un pubblico allargato che da fruitore si fa progettista. In chiave amatoriale, certo. Ma è proprio la messa in discussione dei confini tra professionalità ed amatorialità in un’epoca di UGC che ci può aprire a nuove prospettive: quando saremo designer delle nostre emozioni e delle nostre relazioni sociali. Un po’ come già facciamo quotidianamente nei social network.