Sui modi di pensare la ricerca da queste parti

E’ ospite qui da noi Jean Burgess (Queensland University of Technology) che forse in Italia conoscete per essere uno degli autori di questo libro. L’idea che abbiamo nel Dottorato di Ricerca in Sociologia della Comunicazione e Scienze dello Spettacolo è quello di ospitare per un periodo (minimo una settimana) ricercatori che vengano da noi a terminare un loro progetto (scrivere un paper di ricerca, rivedere una pubblicazione, scalettare il loro prossimo libro…). Jean, ad esempio, è venuta a lavorare a questo. È una bella occasione per tutti noi di chiacchierare sui reciproci field di ricerca, condividere idee e mettere in circolo in modo informale la conoscenza tra livelli diversi di esperienza di ricerca nell’accademia.

Ci è sembrato, poi, un bel modo di iniziare il nuovo anno del Dottorato – aspettando che venga svolto il concorso per portare fra noi nuovi dottorandi – approfittare della presenza di Jean e mettere a tema il modo di fare ricerca sulla Rete e con la Rete per chi fa ricerca sociale. Hanno risposto in diversi. Si tratta in generale di giovani ricercatori, quelli che sperimentano metodi che hanno voglia di farsi domande. Alcuni porteranno presentazioni altri ci aiuteranno a fare le domande giuste. Questo è il nostro WARM (Workshop on Advanced Research Methods).

Il senso dell’incontro WARM è quello di ragionare su come coniugare ricerca sociale e grandi basi dati online, come analizzare i nuovi pubblici, confrontarci sulle metriche per analizzare le conversazioni … Tra i luoghi che il programma propone come ambiti di ricerca troviamo una centralità dei siti di social network (con tutte del sfumature definitorie del caso) e una proposta diversificata di metodologie ed approcci.

Se avete voglia potrete seguirci giovedì  30 settembre sul canale video del dottorato.

PS: quella che trovate nell’immagine non è, ovviamente, una domanda di ricerca ;)

Le nuove parole per raccontare i “barbari”. Lettera aperta ad Alessandro Baricco

Blank Sheet of Paper by Marco Murray

Caro Alessandro Baricco, mi permetto di inserirmi nel dialogo a distanza che con Eugenio Scalfari avete costruito sulle pagine del quotidiano La Repubblica nelle scorse settimane. Prima la Vittoria del barbari proiettata al 2026, poi la replica di Scalfari e oggi la risposta conciliatoria ed esplicativa. Mi permetto, mi ripeto, di inserirmi … anche se, a dire il vero mi era stata chiesta un’opinione in merito al vostro primo scambio, opinione che ho costretto a sintetizzare ad una brava giornalista di Wired Italia a cui mi sono spiegato, forse, non benissimo. Comunque: era evidente a chiunque che parlare di “imbarbariti” e di “barbari” significa fare riferimento a due semantiche diverse e quindi osservare due fenomeni diversi trattandoli come unitari.

Ma sto divagando. La ragione per cui le scrivo è perché oggi mi sento direttamente chiamato in causa. Lei infatti scrive:

Solo quarant’anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l’indomani involtola l’insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori?

Le scrivo perché sono sociologo e proprio di queste cose mi occupo e ne parlo. Quotidianamente. Senza sottrarmi. E come me lo fanno molti colleghi sociologi e di altre discipline – anche se, mi si permetta, forse mantenere confini così netti ha a che fare con una modernità che sta sparendo. Io e loro non tacciamo smarriti. Fare ricerca sulla mutazione e sui barbari, scriverne, discuterne prende parte della nostra attività quotidiana. E lo facciamo, praticamente, nell’assenza di finanziamento da parte dello Stato che alla ricerca oggi riserva pochissimo ma con la certezza che sia il modo per interpretare il presente e per costruire mappe per aiutare chi si sente smarrito.

Allora mi sono chiesto: da dove viene la nostra invisibilità? Certo: noi non siamo “famosi” e non scriviamo su testate con una diffusione così di massa. Forse perché l’interpretazione del presente è oggi riservata alle forme di opinionismo diffuso associato ad una certa celebrità.

Ma la riflessione collettiva la accompagniamo. Da dove? Ma da questi territori “barbari”. Su questo blog come su quello di molti altri. E, sì, anche su Facebook, su FriendFeed… e in molti altri luoghi. Qualcuno, talvolta, sbuca pure in televisione o su una qualche rubrichetta di giornale. Certo, in qualità di “esperto”, storpiato, confinato nel linguaggio sospetti di specialismo. Devices, taggare, dating online … Colpa nostra. Eppure spesso sappiamo anche trovare le parole per raccontare la mutazione che osserviamo ad un pubblico più allargato, tra la meraviglia generale. Stiamo imparando. Ma quello che conta è che occorre capire che l’opinione pubblica oggi non viene rappresentata solo su giornali e televisioni. E che una certa fetta di “pubblico” si rappresenta da solo ed è capace di portare avanti la riflessione collettiva grazie al fatto di essere diventato parte della conversazione, senza che qualcuno debba portarla avanti per lui.

Infatti, a pensarci bene, io in questi territori “barbari” non sono mica solo con i miei colleghi accademici nell’analizzarli, nel riflettere, nel tentare interpretazioni. E non porto avanti la conversazione ed il dibattito pubblico solo con qualche sparuto intellettuale che racconta le sue stranezze da un blog. Accanto agli amici sociologi, antropologi, filosofi (immagino che quando lo dice intende “in modo assoluto”, che so, appunto, docenti nelle accademie) leggo e mi confronto sulla mutazione socio-antropologica con molte persone diverse, “nativi” – so che questo termine è abbastanza mainstrem da dover essere usato – di 24 o 50 e passa anni. Lo faccio quotidianamente. Da loro ho imparato molto.

E insieme abbiamo imparato ad abitare questo territorio, capendo che non si tratta di una realtà “altra” rispetto a quella “reale”. Abbiamo imparato ad immaginare un modo diverso di produrre e consumare conoscenza sfruttando le dinamiche di superficie (non di superficialità: altro banale fraintendimento di Scalfari). E abbiamo imparato modi di costruire le relazioni mediate a distanza che sono proficui. Abbiamo imparato e sbagliato. E stiamo continuando a farlo.

Nella mia Rete quotidiana non ho magari Larry Page, Sergey Brin,Steve Jobs o Jimmy Wales. Ma conosco persone che hanno creato start up dal niente, altre che stanno crescendo inventando le professioni del domani e altre ancora che insegnano a seguire il “senso” dell’abitare il nostro tempo e lo fanno sempre aprendosi al confronto, con una logica di necessità: basta tenere i commenti aperti e rispondere. Ecco, ad esempio, per parlarvi in pubblico, lei e Scalfari, sarebbe bastato un post di Alessandro che Eugenio commentava e così via. E avrebbero potuto partecipare anche altri. Sostenendo l’uno o l’altro o, addirittura, inventando posizioni diverse.

Quando mi è capitato di confrontarmi con le persone che guardano dalla loro distanza siderale i territori barbari non gli racconto come Scalfari “la stessa ansia che hanno anche loro, cioè quella di poter essere barbari senza imbarbarire” ma preferisco portarli dentro la “normalità” di questo luogo, nel suo chiaroscuro. Senza farli sentire in colpa, lavorando sull’ansia.

Si tratta di riuscire a rappresentare il racconto che stiamo costruendo. E ci vogliono le parole giuste, questo è vero. Come dice Luca (De Biase) lei è “un grande scrittore… con sapiente qualità intellettuale, grande senso delle proporzioni e molta umanità”. Ma per costruire il racconto serve anche il senso dell’abitare un luogo come quello barbaro. Si faccia vedere un po’ di più da queste parti. Entri anche lei nella conversazione. Forse potrà osservare – studiare? – la mutazione in atto ed aiutarci a trovare le nuove parole che sono necessarie per raccontarla.

Il NewTwitter: tra Facebook e Justin Bieber?

Non sempre la vita si riesce a concentrare in 140 caratteri. È così che Twitter introduce il cambiamento in atto con il #NewTwitter, elegantemente presentato con un video e con un’interfaccia preventivamente sperimentata ed apprezzata dagli utenti iPad e che, praticamente, è stata ottimizzata per il web –anche se internamente affermano “There’s a shared thinking, but different methods in the creation of the new Twitter.com”.

Di fatto si tratta di sviluppare una doppia immediatezza in profondità, gestita da una finestra di approfondimento, relativa alla fruizione di contenuti ed informazioni: 1. restare all’interno del flusso per vedere immagini e video che vengono incorporate (immediatezza multimediale); 2. ottenere informazioni aggiuntive sull’utente che si sta leggendo (il suo mini profilo, i suoi tweet, una mappa georeferenziata dei luoghi da cui ha tweettato …), il tutto senza saltare da una pagina all’altra (immediatezza informativa).

Non credo che si tratti di una vera e propria facebookizzazione di Twitter, come qualcuno ha scritto, anche se, ormai, Facebook è diventato la metafora del nostro pensare la Rete in chiave sociale. Certo è che la mission iniziale di sintesi informativa – “The constraint of 140 characters drives conciseness and lets you quickly discover and share what’s happening” – cede alla necessità e ai bisogni di condivisione di socialità più allargata. Che è, in definitiva, un modo per sviluppare tempi di permanenza più lunghi sul social newtwork – questo sì mira ad emulare i comportamenti sociali degli utenti Facebook con compulsivo controllo degli status update, video segnalati dai friend da guardare, giochini in cui disperdersi …

Restano però le differenze di comportamento sociale degli utenti di Facebook e Twitter e le attitudini all’uso dei due social network nei diversi paesi  – sia relativamente alle differenze fra i due che dell’uso dello stesso social network da parte di una diversa popolazione (pensiamo all’utilizzo essenzialmente informativo degli americani…).

Certo è che i fan di Justin Bieber, che, pare, ingolfa il 3% di Twitter, richiedendo server dedicati per il suo traffico e che un giorno sì uno no portano la loro star tra i trending topics, potranno cominciare a condividere anche video e foto a migliaia senza spostarsi dalla piattaforma, a condividere fanart e altri contenuti che prima si disperdevano fra siti e Facebook. Perché la loro vita connessa non si riesce a confinare ai 140 caratteri.

Lavare via l’11 Settembre

La copertina di Istvan Banyai del New Yorker del 2004 dedicata all’11 settembre contiene tutta la densità della tragedia, riannodando i fili della memoria visiva di uno skyline di New York dove l’assenza delle Torri Gemelle si sovrappone con forza al nostro immaginario.

Nel gesto di pulizia del lavavetri sospeso fuori da un grattacielo si disegna l’impermanenza di un ricordo che è stampato negli occhi e nella mente di ognuno di noi. Bastano pochi momenti di sovraimpressione sulla realtà di due fugaci strisciate d’acqua e sapone per riaccendere la memoria collettiva. E’ la potenza di un’immagine che urta il nostro immaginario, celebrandolo nei toni di un azzurro sfumato.

Molti sono gli autori che con il loro segno hanno catturato il crollo delle Torri come crollo dell’immaginario novecentesco, con la potenza che un’immagine ha, spesso, su ogni parola scritta.


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Farsi Cyborg

Scrivere l’introduzione per il libro di Thierry Crouzet La strategia del cyborg”edito da 40K mi ha portato a conoscere l’autore francese e ad intrattenere con lui una lunga chiacchierata sui temi del suo saggio attraverso uno scambio di mail per alcuni giorni. Un estratto è anche comparso su La Stampa.

Qui pubblico la versione integrale togliendo le digressioni, le chiacchiere serali via mail dalle nostre scrivanie tra una domanda e una risposta, i chiarimenti sulle rispettive posizioni… Quello che resta è un approfondimento sulle implicazioni antropo-filosofiche del suo pensiero e alcune acute osservazione sul rapporto tra produzione e consumo di conoscenza e fra le forme collettive e gli stati di connessione contemporanei.

GBA : Thierry, la visione che hai del cyborg mi sembra un tentativo di superare una certa metafora culturale nata negli anni ’90, penso a Donna Haraway, per esempio, che esaltava l’ibridazione uomo/macchina e che è stata la base per lo sviluppo di molta letteratura scientifica e fiction, così come di una parte del cinema che rifletteva sul futuro del rapporto tra il corpo e la tecnologia. Il tuo cyborg è invece frutto di una visione più ecologica e attenta all’atto creativo, una vera e propria simbiosi tra network di individui e tecnologie di connessione con finalità di produzione di opere che mi sembra andare oltre il problema corpo/tecnologia e da un’altra parte. Cosa significa per te quindi oggi essere “cyborg”?.

TC : Un giorno ho scoperto di essere un cyborg. Dopo aver scritto il saggio Le cinquième pouvoir usando il mio blog come un laboratorio aperto, ho voluto lavorare su un nuovo libro da solo, alla vecchia maniera. Ma qualcosa non funzionava. Mi sentivo meno intelligente. È stato in questo modo che ho scoperto che il mio blog, e soprattutto i miei commentatori, avevano, in un certo modo, aumentato le mie capacità cognitive. Ero diventato un umano esteso e tornare alla mia vecchia umanità mi produceva uno strano stato di insoddisfazione. Mi sentivo letteralmente stupido.

E’ così che ho immaginato che diventiamo dei cyborg, dei nodi di un’immensa rete di interdipendenze, con i nostri amici, le nostre relazioni virtuali, con gli oggetti e, in qualche modo, con tutto ciò che esiste nella biosfera.

Non si tratta certo di un fenomeno nuovo ma ritengo che la sua potenza sia oggi moltiplicata. Talvolta ho l’impressione che i miei neuroni si estendano lontano dal mio cervello. Con questa estensione noi stiamo, probabilmente, umanizzando tutto ciò che ci circonda, stiamo facendo saltare il dualismo che vede l’uomo separato dal resto del mondo (e dagli altri uomini). Il cyborg è un’entità sociale.

Donna Haraway usa la metafora del cyborg per farci uscire dalle vecchie classificazioni, come quelle di genere. Io estendo questa idea, tranne che, per me, il cyborg non è una metafora ma uno stato che ci è diventato accessibile. Ho la certezza che oggi per essere un creatore occorra essere un cyborg. Il tempo dei creatori solitari è andato (ma è mai esistito?).

GBA : Sono d’accordo con te sul fatto che oggi la « connessione » sia più visibile e gestibile e che sia diventata, al di fuori di ogni metafora, uno stato dell’esistenza. Siamo sempre più fisicamente in uno stato di connessione continua e costante gli uni con gli altri e con gli oggetti del mondo (materiale o immateriale) in una maniera che ricombina in modo nuovo immediatezza e mediazione, localizzazione e delocalizzazione.

Ma diventare un cyborg richiede una presa di coscienza che non dipende solamente dall’uso di strumenti di connessione (cellulari, palmari, computer, ecc.). Quello che, secondo me, cambia è il nostro “senso della posizione” nella comunicazione: da oggetto della comunicazione (pubblici, consumatori, cittadini, lettori) diventiamo soggetto della comunicazione. E diventiamo consapevoli di questa nuova centralità nelle forme di produzione. Con il nostro blog, ad esempio. Eppure, come hai scritto nel libro La strategia del cyborg: “bloggare, scrivere sui blog, può forse essere necessario alla cyborghizzazione, ma in nessun caso sufficiente”. E inoltre: “La probabilità che delle opere collettive vengano create in maniera totalmente consapevole [come Wikipedia] è debole”. Qual è allora il rapporto fra queste forme di creazione e la natura cyborg? E le differenti forme di UGC (User Generated Content), cioè le opportunità di crescita di produzione e distribuzione di opere prodotte, per così dire, dal basso (ovviamente nel continuum tra amatorialità e professionalità) che ruolo hanno nella strategia del cyborg?

TC: Da un lato non credo alla possibilità di creatori solitari; dall’altro non credo alle creazioni collettive. Ad ogni modo non ci credo per quel che riguarda opere d’arte o anche delle teorie filosofiche o scientifiche. Questo potrà sembrare ambiguo. Il creatore deve aumentare se stesso con l’aiuto degli altri secondo la strategia del cyborg, ma gli altri senza la presenza del creatore non possono creare delle opere. Il creatore è una sorta di catalizzatore. Rimane indispensabile, il suo nome è importante. Non torneremo al Medio Evo quando gli artigiani non firmavano le loro opere.

Gli UGC senza un catalizzatore restano contenuti incoerenti, privi di bellezza … informazioni brute, materia da polverizzare che non è stata ancora trattata. È quello che fanno spesso i giornalisti. Non amano sentirselo dire ma abbiamo bisogno di tutta questa materia per creare. I granelli di sabbia si accumulano per preparare le opere. Il creatore non è più solo nel produrre il mucchio di sabbia ma è ancora colui che gli dà la forma.

E’ qui che interviene la consapevolezza. Senza la consapevolezza della creazione a venire, a volte solo un desiderio, non abbiamo alcun motivo per impastare gli UGC, per produrre. Naturalmente può essere il tempo a produrre l’impasto. È quello che accade nelle città d’arte. Ogni casa è un UGC. La consapevolezza si fa luce a poco a poco, in un tempo troppo lento per noi, un tempo inumano. Se c’è un’opera collettiva è senza consapevolezza, credo. Non conosco nessun esempio di una folla che si sia riunita per creare un’opera. Quale, innanzitutto? Ma se anche avvenisse, l’idea sarebbe nata da qualcuno, no? Pensiamo alle cattedrali, ad esempio.

Lo statuto professionale (remunerato) o amatoriale (non remunerato) non cambia più di tanto le cose nella cyborghizzazione. I giornalisti disprezzano spesso gli UGC ma essi stessi producono contenuti di questo tipo. È una tappa necessaria, preliminare alla costruzione del mucchio di sabbia … è il terreno di partenza per diventare cyborg.

GBA : In Italia, in realtà, abbiamo, tra gli altri, un esempio di successo di lavoro collettivo nella letteratura con la « band di scrittori » Wu Ming. È un esempio di narrazione prodotta attraverso una tecnica di lavoro che crea “fusione” e “con-fusione” fra gli autori e i loro stili di scrittura, fino a perdere la possibilità di attribuzione di ogni parte del libro e di ogni singola riga. Si tratta di un’opera collettiva “con” consapevolezza, credo.

E, d’altra parte, dalla scrittura in avanti (la stampa non fa che radicalizzare le cose)  non è possibile pensare l’autore come una realtà solitaria, come entità isolata. Oppure: pensiamo al lavoro del copista che in realtà è l’altro autore del testo, colui che lo riscrive.

Qual è dunque la vera mutazione oggi? Né i blogger né i giornalisti, tu dici, sono un esempio di autore che si fa cyborg. Quali sono allora i laboratori dei cyborg?

TC : Quando parlo di collettivo penso sempre a un collettivo decentrato e non gerarchico (ne La strategia del cyborg parlo della differenza fra cyborg e gestalt). Sono un grande difensore del decentramento e dell’auto-organizzazione in politica (mi si tratta da anarchico razionale). Ma ho l’impressione che l’auto-organizzazione non funzioni per la creazione, più precisamente per la produzione letteraria che è il mio campo di sperimentazione.

Non dico che delle persone non possano collettivamente produrre testi. Le cadavre exquis [gioco collettivo inventato dai surrealisti]. Le esperienze de l’Oulipo [OUvroir de LIttérature POtentielle]. O dei WuMing di cui parli. Tutto ciò non è nuovo, web o non web. Ma anche se apprezzo queste esperienze le opere prodotte mi interessano meno. Infatti non ho mai letto opere collettive auto-organizzate che mi abbiano colpito (parlo di opere create con consapevolezza, non della Bibbia o anche dell’Iliade, di tutti i testi aggregati da copisti e studiosi). Sarà perché non so percepirli o non ho mai avuto la fortuna di incrociarli, sarà perché sono difficili da produrre. La verità sta senza dubbio nel mezzo.

Ad ogni modo la strategia del cyborg non è il collettivismo ma l’estensione della nostra potenza creativa attraverso la potenza degli altri ( ed essi stessi attraverso lo stesso processo possono estendersi). Più che partire per una nuova direzione si tratta di allontanarsi di un passo. D’altra parte la strategia del cyborg va di pari in passo con una strategia della gestalt, non vi si oppone.

GBA: Non si tratta quindi di tecnologie che consentono l’estensione quanto, piuttosto, di modalità di estensione che abilitano e forme in cui le usiamo.

TC: Parlo della strategia del cyborg perché l’ho sperimentata. Perché il mio blog è diventato un laboratorio di cyborghizzazione. E questo pone molti problemi ai nuovi lettori perché si immergono in una rete neuronale in cui non capiscono nulla – che non è proprio il modo migliore di promuovere i miei lavori. Le cose si sono fatte così, poco per volta. Non sono molto dotato nel marketing.

Un blogger non è un cyborg. D’altra parte un autore che usa il suo blog come un laboratorio aperto può diventare un cyborg. Ed è quello che ho sperimentato.  Mi sembra che in Francia François Bon sia allo stesso punto. Negli USA, McKenzie Wark ha scritto Gamer Theory come un cyborg. Mi hai fatto ripensare a lui. Avrei dovuto citarlo, consacrargli un aforisma nel mio testo. Fortunatamente è un’opera aperta Potrei aggiungerlo nella post fazione. È questa la strategia del cyborg. Il testo non è mai finito. Si nutre di scambi attraverso il lavoro creativo, ma anche in seguito.

È qui la novità. Nel passatogli autori comunicavano attraverso le lettere, si incontravano nei caffè, poi ricominciavano a lavorare. Oggi posso scrivere stando in un caffè e scrivo simultaneamente a più livelli: il testo e i suoi commenti. Gli altri sono sempre lì presenti, esattamente come la mia memoria, le mie mani, i miei occhi essi mi estendono. Abbiamo stabilito una rete attraverso il cyberspazio, una rete che si deforma senza sosta ma che non si rompe mai.

Può essere difficile capire ciò di cui parlo per chi non ha provato. Quando scrivo, per esempio, non penso ai miei piedi. Allo stesso modo non penso alla mia estensione che mi fa cyborg. Posso restare concentrato come uno scrittore del passato. Talvolta una mosca si posa sulle mie dita dei piedi, allora penso ai piedi e questo può cambiare il filo dei miei pensieri (parlo dei piedi per colpa di una mosca che mi ronza veramente attorno da stamattina). Allo stesso modo la mia estensione neuronale può sollecitarmi oppure posso aver voglia di muovere le mie dita, ad esempio ponendo alla mia estensione una domanda. Credo che anche se alcuni autori hanno potuto sperimentare questa sensazione di estensione nel passato, oggi essa sia molto più potente e soprattutto facile da provocare.

GBA: La strategia del cyborg è dunque una via alla creatività contemporanea che ci insegna come la nostra condizione di connessione – garantita, ad esempio, dalle nostre vite supportate dal web – sia una modalità di potenziamento ed estensione che garantisce l’individualità senza annullarci in una dimensione collettiva, in un superorganismo.

TC: Ripenso alla gestalt. Può essere creativa se l’insieme dei cervelli connessi crea un super cervello o un meta cervello, se gli autori creano un super autore che dispone alla fine di un’identità propria che va al di là delle identità individuali (teoria del superorganismo). Occorre che si produca una transizione verso un meta sistema, che vi sia emergenza…

Il cyborg è al di sotto di questo livello: la strategia del cyborg è meno ambiziosa. Non ha bisogno di “emergenza”, cioè di una rottura che ci conduca verso l’ignoto, ma di una evoluzione.

Per essere onesti, ho lavorato a questa idea del superorganismo prima di rifiutarla. Non la trovo feconda (e ho anche paura di fondermi in un’entità superiore). E se partecipo ad un super organismo non vedo cosa posso dire in quanto singola cellula. Dubito che possa essere consapevole di ciò che fabbrica il superorganismo. Se crea un’opera geniale non lo saprei mai. E dubito che potrei apprezzarla.

Voglio essere più chiaro. Affinché la gestalt diventi creativa deve formare un superorganismo scappare totalmente dall’umanità mentre il cyborg vi resta attaccato.