Quer pasticciaccio brutto via WikiLeaks

Alcune delle cose che ci sono da dire sul caso Wikileaks le ha già scritte Massimo Mantellini:

quello che i giornali producono ogni mattina è il risultato di una gigantesca e continua mediazione fra migliaia di cablogrammi, il cui principale gestore è il sistema mediatico stesso che in questo modo sostenta se stesso. Come avviene spesso in questi casi i peggiori hanno molto da perdere, quelli che hanno per anni utilizzato le informazioni come merce di scambio proclamandosi contemporaneamente orgoglioso ingranaggio del sistema democratico. Per il grande giornalismo Wikileaks è un valore aggiunto (e anche una formidabile complicazione) ma stiamo parlando di una frazione miserrima delle parole ogni giorno inchiostrate nel pianeta.

E lo ha fatto usando una visione di sistema, quella che a me piace, cercando di prescindere dalle pastoie pruriginose in cui un certo giornalismo di maniera e il linguaggio politico si sta crogiolando.

E trattare come puro gossip il linguaggio della diplomazia, eludere con una risata i giudizi su cui si formano le opinioni dei governi, significa sottostimare i meccanismi di rappresentazione della realtà, quei meccanismi che nel rappresentare la realtà la creano.

Ma non è questo il punto. Il punto, per me, è che Wikileaks non fa giornalismo e non va confuso con le operazioni del tipo “gola profonda”. Mi spiego: qui abbiamo un data base pubblicato senza filtri particolari né selezioni. L’esposizione in pubblico di contenuti con gradi di segretezza – e privatezza – diversi. Non è solo il rendere trasparente la comunicazione diplomatica, cioè ciò che per sua natura e linguaggio è ufficialmente non trasparente (sullo specifico del linguaggio della diplomazia tra backstage e faccia pubblica consiglio di leggere il post di Fausto). Ma più in profondità siamo di fronte ad un metodo che propone di, anche radicalmente, di fondare sulla trasparenza i contenuti a partire dall’impossibilità costitutiva di tenere  celati quei contenuti che hanno lo statuto del digitale. Due cose si associano, quindi: l’estremizzazione dell’ambizione open data in campo open gov e il riconoscimento di uno statuto diverso rispetto alle esigenze di riservatezza dei contenuti digitali: pubblici perché potenzialmente pubblicabili.

Sì, perché al di là del privilegio strategico di anticipare alcuni contenuti ai media, Wikileaks rende “diffusa” l’interpretazione e l’analisi dei contenuti. Come scrivono sul sito di condivisione cablegate invitando alla condivisione:

Pick out interesting events and tell others about them. Use twitter, reddit, mail whatever suits your audience best.

E vale la pena di dare anche un’occhiata  ai Groups to contact for comment.

La privacy nei social network è un problema per vecchi

La privacy nei social network è un problema per vecchi. È così che possiamo raccontare in sintesi l’analisi comparativa Forrester Research’s North American Technographics su 2009 e 2010.

Guardando i dati correlati alle coorti generazionali è possibile osservare come all’affermazione ““I’m very concerned about my privacy on social networking sites.” la generazione Y, quella più giovane (18-29 anni), cresca pochissimo nella preoccupazione (dal 29% al 30%) e la generazione X cresce solo dal 30% al 33%. Con gli Younger Boomers (dal 31% al 39%) la preoccupazione sembra salire mentre esplode negli ultra 54enni con Older Boomers dal 32% al 50% e Senior dal 28% al 43%.

Credo che possiamo ricondurre questa crescita essenzialmente a due fattori che rappresentano le due facce della stessa medaglia. Innanzitutto va osservato che il confine pubblico/privato ha per i più giovani una natura più sfumata e diversa da quella della Boom generation, concezione che trova nei siti di social network modi nuovi per essere espressa. E con questo modo di essere privatamente in pubblico dovremo imparare a fare i conti socialmente. I più adulti, poi, abitando la Rete si accorgono di questa crescita di “spudoratezza” online, cioè di un livello di sovraesposizione dei più giovani che ai loro occhi rappresenta una forma di potenziale pericolo rispetto alla riservatezza di vite raccontate in privato.

Penso che in questo caso l’uso delle coorti generazionali possa cogliere un atteggiamento che non sia solo legato all’età come momento di vita. Non credo, quindi, che i giovani siano così oggi perché alla loro età si preoccupano meno del fatto che qualcuno possa tracciare in Rete i loro contenuti mentre quando entreranno nel mondo del lavoro (anche se la gen Y arriva a 29 anni e in America, non in Italia!) avranno paura che nei colloqui gli spiattellino in faccia le foto di laurea in cui erano ubriachi. Credo invece che questo dato possa essere un indicatore del salto generazionale e che una generazione cresciuta condividendo le vite attraverso i social network abbia trovato uno spazio di elaborazione e sperimentazione della privacy in pubblico.

Profili di cartoon

Quanto la televisione sia centrale nella costruzione del nostro immaginario lo capite in questi giorni stando dentro Facebook. Le immagini del profilo dei vostri friend sono cambiate. Là dove c’erano seri professionisti, colleghi, amici, ecc. trovate Lamu, Daitan III, Remi, Lupin III …

L’iniziativa è stata lanciata da Alessandro Donald Schultz Loi con la creazione della pagina evento “Cambia La Foto Del Tuo Profilo Con Quella Di Un Eroe Dei Cartoni Animati”. L’invito esplicitato è:

Dal 15 al 25 novembre cambia la foto del tuo profilo di Facebook con quella di un eroe dei cartoni animati della tua infanzia e invita i tuoi amici a fare lo stesso…lo scopo? Per diversi giorni non vedremo una sola faccia”vera” su Facebook

Molti blog e siti (ma non la pagina evento su Facebook: strategia del virale?) la riportano associandola alla settimana dei diritti dell’infanzia che ricorda la ratifica della Carta dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, avvenuta il 20 novembre 1995.

Si tratta comunque di un’attività generalizzata di massa che passa dal network delle relazioni sociali connesse e “spinge” con forza sfruttando la logica dell’intrattenimento e l’ancoraggio all’immaginario dell’infanzia. E sappiamo come in Italia, a partire dalla frangia più vicina nel tempo della generazione X, i cartoni animati, in particolare l’arrivo di quelli “giapponesi”, abbiano rappresentato un momento evolutivo della “coscienza di classe” generazionale, in termini di valori emotivamente condivisi attorno agli stessi eroi ed antieroi passati sul piccolo schermo. Come ho già scritto i cartoni giapponesi sono alla base sia di meccanismi di nostalgia generazionale che di occasioni di riconoscimento e produzione di un we sense generazionale.

I modi in cui bambini ed adolescenti hanno assunto dosi così massicce di valori ed etiche provenienti da una cultura non occidentale ha creato un imprinting culturale generazionale differente rispetto ai padri. La frequentazione di anime prima e manga poi, ha saputo “creare significati in una società senza punti di riferimento”: si tratta di prodotti culturali che sono ancorati alla valorizzazione delle differenze, ad una conoscenza emotiva e che contempla l’irrazionale, perché la filosofia giapponese – secondo i principi di shintoismo e buddhismo – non si fonda su una conoscenza speculativa ma sulla trasmissione di sentimenti condivisi. Per esemplificare, come spiega Cristiano Martorella:

Molte serie a fumetti giapponesi raccontano lo stravolgimento operato dall’uomo contro la natura, e denunciano la distruzione provocata dall’inquinamento. Spesso propongono di recuperare l’antico equilibrio e l’armonia fra essere umano e natura tramandato attraverso le credenze shintoiste. Questo è il caso della Principessa Mononoke di Hayao Miyazaki. Ulteriore importante elemento è il relativismo delle categorie di bene e male. In regola con i princìpi buddhisti che non concepiscono una natura maligna in assoluto, il bene e il male sono considerati come conseguenze dei comportamenti dei personaggi. Così non è raro che un personaggio cattivo decida di cambiare atteggiamento, convinto dalla determinazione e generosità del buono, e passi dall’altra parte. Accade nel fumetto di Dragon Ball, dove Junior diventa grande amico di Goku e tutore di suo figlio Gohan. Infine, ultimo ma non meno incisivo, è l’elemento sessuale. I fumetti giapponesi sono l’unico prodotto per giovani che narrano spontaneamente e senza tabù la sessualità, senza nascondere nemmeno i desideri pruriginosi e le perversioni. Si tratta di una libertà sessuale che gli altri mezzi narrativi stanno conquistando con fatica e fra innumerevoli polemiche.

Noi siamo Paola

Sciopero della fame e della sete, le prime 24 ore.
Mi sento un po’ debole, ma sto bene. Oggi al telefono ho sentito qualche collega. Nessun altro. Al giornale lo sanno tutti e la direzione tace. Bene.
Spero che la mia protesta rappresenti la battaglia d’inizio di una guerra, la guerra dei precari che non accettano più di essere trattati da reietti.
Non so se riuscirò a far sentire la mia voce. Ci provo.

La narrazione di Paola Caruso, giornalista precaria al Corriere della Sera, che ha cominciato lo sciopero della fame (gli amici l’hanno convinta a sostenersi bevendo qualcosa) la potete trovare sul suo Tumblr.

Da una parte la commozione e l’impegno della blgosfera (breve elenco sotto) – con la chiusura del blog di Macchianera per portare l’attenzione sulla vicenda di Paola –, dall’altra chi si è detto interessato ad un cambiamento culturalee che ora sta in silenzio, sindacato compreso.

La storia di Paola non è certo unica, ma questo è un messaggio nella bottiglia nel mare della Rete che non possiamo ignorare.

Il valore della storia di Paola resta. Resta la portata emotiva e la forza della denuncia. E per questo il racconto va seguito anche nelle sue derivazioni, da chi lo segue su FriendFeed, o chi ne scrive come Alessandro GilioliVittorio PasterisNicola MattinaDelymithChe cosa ci faccio io qui?Blaster’s HomeInfoserviNon guardo la tivùTelcoeyeI divagatori scientificiWally’s weblogBatchiara, macchianera, Il nuovo mondo di Galatea, Quotidiano.net, Steff’ Blocknote, Infoservi, Luca Sartoni, il Post, il Fatto Quitidiano … e i molti altri si aggiungono di ora in ora.

Ma proprio perché stiamo parlando del valore del giornalismo varrebbe la pena andare in profondità, per non lasciare che sia solo la parte emotiva ad indignarsi. Come mi ha scritto un’amica, brillante giornalista precaria con la gastrite, dobbiamo prendere il fatto raccontato ma non smettere di farci delle domande: “cosa prevedeva il suo co.co.co (quanto prendeva, quante cose faceva oltre il dovuto?), e a lui, il concorrente assunto, cos’hanno dato? chi è? quali curricula hanno entrambi? e a lei quando è stato promesso un posto? con chi ha parlato di questo? ha mai allertato il cdr o un assostampa locale? se sì, hanno fatto qualcosa? lei parla al plurale di altri precari. in quanti sono nelle sue condizioni ad aspettare l’art 2? e loro, parlano? fanno qualcosa?”

E continua:

visto che questa storia la stiamo inserendo – giustamente – come esempio di un’annosa e vera questione che atrofizza il giornalismo in Italia, allora siamo precisi raccontiamo tutto, anche l’omertà di qualcuno ma spieghiamo, altrimenti sarà lei contro i mulini a vento, e affamata.

Upgrade

Per chi vuole seguire in modo connesso la vicenda c’è il gruppo Facebook Io sono Paola.

Poi per chi vuole riflettere al di fuori dell’onda emotiva del tipo “il Popolo Della Rete dice” si può leggere cosa ne pensa Matteo Bordone. E so che nei prossimi giorni, in particolare la stampa, si riempiranno di “il web prende posizione”, “la Rete sceglie Paola” ecc. Atteggiamento che mi piace molto poco perché per me: 1. vale la pena “sfruttare” la cosa per dare visibilità al tema del precariato (come se ce ne fosse bisogno) ma solo continuando ad approfondire per non fare di Paola una martire ma un’occasione per capirne di più, anche del suo caso; 2. eviterei l’effetto “ha subito un’ingiustizia” perché non conosciamo tutti i dettagli, non sappiamo nulla del ragazzo che hanno assunto (secondo lei al suo posto) è che ha diritto al nostro rispetto così come Paola; 3. eviterei anche il ridicolo effetto della guerra fra precari che mi sembra cominci a serpeggiare in Rete (ad esempio fra collaboratori interni ed esterni o fra Paola ed il precario assunto), 4. mi piacerebbe che non si trattasse in modo unitario la Rete (cosa che accadrà nei prossimi giorni, dicevo) come se fosse un soggetto unico che appoggia Paola senza saperne nulla, perché ognuno porta le sue posizioni e io rispetto il disagio di Paola e sono convinto che al precariato come modalità normale di gestione delle cose occorra mettere fine.

Per me il bannerino ha quel significato lì, non di facili condanne ma di rispetto del disagio. E la speranza che cambi idea e smetta con lo sciopero della fame.

La risposta di De Bortoli e quella di Paola.

Di quella volta che FriendFeed salvò Nevruz: elogio semiserio e (iper)valutazione dei pubblici connessi

[visual di Poggy ఠ_ఠ e copy di Teodoro]

Da un paio di anni seguo le puntate del talent show X-Factor nella versione italiana con il portatile sulle ginocchia, connesso alla stanza di FriendFeed XFactorItaly il cui momentaneo payoff è “Quando la musica ha toccato il fondo, la X indica il punto dove scavare”. Questo dovrebbe farvi capire la natura ironica che i pubblici connessi di XFactor sovrappongono al pathos che la televisione pretende di costruire rispetto alla gara.

Il programma che seguo io settimanalmente ha una doppia natura che è rappresentata dalla fruizione audiovisiva della televisione e dalla meta comunicazione del flusso dei partecipanti alla stanza. Pubblici connessi che commentano, ironizzano, costruiscono in tempo reale immagini che fanno da contrappunto spoof a quanto seguiamo in diretta, si azzuffano sui diversi cantanti…

Dicono delle “imprecisioni” vocali di Stefano quello che i giudici non dicono:

“mi è piaciuto Stefano che canta a suo modo Micheal Jackson.Perde le intonazioni..”, “Una canzone per Stefano. Però checcazzo. SMETTILA COL FARSETTO. E SMETTILA PURE CON IL TREMOLIO DI VOCE.”, “il vero problema di Stefano è che ha una voce fastidiosa. Tutto il resto è noia” .

Caricaturizzano alcune stravaganti uscite del giudice Tatangelo:

“Tatangelo, ti sei bevuta un grappino stasera?”, “Se la Tatangelo parla di imperfezioni nel canto, allora io mi metto a discettare di filologia greca”, “scusate: tanto x capire quanto sono scema ma… che cazzo ha detto tatangelo?”.

Individuano e sottolineano la prosopopea del giudice Ruggeri:

“Ruggeri tira già un pippone infinito intriso di gelosia perchè Morgan ne tirerà di più lunghi. Di pipponi. ah no… volevo dire… cioè non voleva essere un doppio senso…”, “Ci mancava il pippone di Ruggeri stasera”, “i miei gatti quando parla ruggeri fanno la lotta!”.

Adorano certe intelligenti uscite del giudice Elio:

“beh… ma una twitpetition per dare x factor in mano ad elio?”, “Elio <3”, “ahahahhahahaaah tentativo disperato di innalzare il livello di xfactor, grande elio!”

Tendenze che non sono regole. Perché la realtà di XFactor si genera di puntata in puntata, di critica in critica, di battuta in battuta, di confronto in confronto fra i pubblici connessi della stanza.

Stanza. Appunto. Come se condividessimo uno spazio comune di visione del programma di natura familiare. Che richiama quindi dinamiche proprie del pettegolezzo da salotto di casa, una costruzione comune di linguaggio che produce una semantica di gruppo specifica dei partecipanti e che nel tempo diventa meno trasparente ai nuovi entrati. Ci sono, ovviamente, anche dinamiche di potere comunicativo, con alcuni partecipanti che risultano più letti, apprezzati (like) e commentati dagli altri, indipendentemente dal tipo di affermazioni. Ma ci sono anche logiche di micro gruppo di friend che si trovano nella stanza ma che si conoscono (medialmente) da prima e che seguono nel flusso (apprezzando e commentando) soprattutto i propri amici di primo livello. Si tratta in pratica di una struttura comunicativa complessa di supporto all’esplicitazione del pubblico contemporaneo dei prodotti televisivi: i pubblici connessi qui acquisiscono consapevolezza del loro essere pubblici (le loro conversazioni orbitano attorno al prodotto televisivo XFactor) e lo fanno in pubblico (in una stanza aperta, accessibile a chi ha un profilo su FriendFeed e in cui se vuoi puoi esplicitare la tua “voce” scrivendo quello che pensi, commentando o semplicemente apprezzando con un like).

Nella puntata di sabato 6 novembre la micro comunità dei pubblici connessi della stanza di FriendFeed ha esplicitato come questa forma possa muoversi fra la dimensione espressiva e quella dell’azione.

Si tratta del “ballottaggio” per la possibile eliminazione tra il giovane diciassettenne Ruggero (commenti casuali dalla stanza: “ruggero è idiota anche quando non canta”, “Ruggero cantante dei ristoranti italiani in ameriga” “Ruggero, accasa!”) e il rocker disadattato Nevruz (commenti: “Nevruz c’ha l’XFactor e il FriendFactor”, “mi fa morire che Nevruz si presenta così fuori dagli schemi, provocatore e poi quando lo “intervistano” diventa un timido coniglietto :)”).

Sia chiaro da subito: Nevruz ha cantato peggio di altre volte (la stanza ironizza: “elio ha appositamente fatto cantare male Nevruz perché così finisce al televoto con Stefano e lo elimina”), ma la serata è stata surreale. Si sono cantate le sigle dei sabato sera della Rai (dice la stanza: “è vero però: la categoria sigle del sabato sera è stata messa apposta x mandare nevruz al ballottaggio”), Nevruz ha cantato Gioia e Rivoluzione degli Area – quanto di meno adatto al pubblico generalista del sabato Rai – e al momento del ballottaggio Ruggero, che ha 17 anni, per un’arcaica regola televisiva che impedisce ai minorenni di andare in video dopo la mezzanotte, sostiene le prove attraverso una registrazione del giorno prima e lo sostituisce in video, per l’appello al voto, il padre. A scegliere chi passa il turno sono i giudici ed in caso di parità si ricorre alla formula “tilt” in cui vota il pubblico. E per la prima volta osservo una mobilitazione generale: “io ve lo dico: se è tilt voto”.

Ora, dovete sapere che questo pubblico connesso differisce dalle community di supporto a specifici cantanti proprio perché si costruisce attorno alle dinamiche del programma televisivo e ha un atteggiamento disincantato (anche se singoli fan dei singoli cantanti ci sono, ma sempre secondo la logica istantanea del programma) che porta a dissacrare il cantante che magari la volta prima piaceva (e ieri sono piovute le critiche sulle performance di Nevruz. Non è quindi nella logica di questo pubblico supportare attivamente con il voto, se non a titolo personale, certamente non collettivizzato e, anzi, un certo snobismo rispetto ai meccanismi di voto di massa serve a sentirsi parte di un “pubblico a casa” ma diverso rispetto a quello che vota senza tener conto delle abilità effettive dei cantanti, colto ad esempio da supposta compassione per Stefano.

I giudici si esprimono ed è pareggio. Parte quindi il Tilt, 200 secondi per votare attraverso telefoni e cellulari.

Tra gioco ed emotività la stanza di FriendFeed si chiede ironicamente: ““stasera in casa a votare ci saranno più bimbeminkia minorenni o più disadattati come noi?”

E i commenti che cominciano sono del tipo:

“farò una cosa che nn ho mai fatto. datemi il codice e il numero per votare Nevruz”, “01 ragazzi nn vi sbagliate 01 x ELIMINARE Ruggero”, “beh io ho rivotato, credo in tempo :) due euro. nevruz mi devi due euro”, “fatto. nevruz, rendimi orgogliosa dell’euro di merda che ho sprecato x un televoto”, “passo un attimo per dare la buonanotte e dire che ho fatto il primo televoto della mia vita. immagino non ci sia bisogno di dire per chi :)”, “i due euri meglio spesi di questa settimana….. ne vado fiera, anche perchè erano condivisi con voi :) “, “Però stasera avete televotato. #ammettetelo”

Nevruz passa il turno. Merito del pubblico votante di FriendFeed? I pubblici connessi hanno a mio parere un qualche livello di consapevolezza che, al di là dell’effetto community, non necessariamente li porta a sopravvalutarsi.

Scrive laura elle: “però se è vero che siamo stati noi a salvare Nevruz… direi che in totale votano un po’ pochini queste sottospecie di cantori…”

E anche come pubblici, spesso, sono consapevoli della loro “posizione”. Scrive Raflesia: “Buonanotte a tutti, è sempre un piacere commentare con voi X-Factor, anche se il programma fa cagare. :)”

Ecco, anche se siamo di fronte all’intrattenimento, a luoghi parzialmente deresponsabilizzati della comunicazione, vediamo emergere modi nuovi della fruizione connessa e del nostro modo di pensarci rispetto alle dinamiche dell’essere pubblici e del “valore” che possiamo produrre con il nostro uscire dall’ombra dell’essere audience passive.