La riforma della ragione

Merry Christmas? Art by Luca Rossi

Si sentono molte cose in questi giorni che hanno visto il DDL Gelmini approvato alla Camera e in votazione caotica al Senato. Alcune cose sono vere. Altre controverse. Le abbiamo vissute tutte assieme. In un vorticare di sensazioni che ci accompagnano al Natale con uno spirito un po’ diverso.

Ho sentito di ricercatori rinunciare a tenere i corsi che amano fare per sottolineare la contraddizione tra uno status giuridico che non prevede che insegnino (per questo sono “dott-“ e non “prof.”) e una normativa che li fa “contare” nei requisiti quantitativi e qualitativi necessari per fare esistere i Corsi di Laurea. Ho sentito di colleghi associati ed ordinari che si sono rifiutati di tenere i corsi rifiutati dai ricercatori per salvaguardare il loro diritto. Ho sentito di Presidi di Facoltà bandire i corsi rifiutati dai ricercatori, anche a 0 euro di compenso. Ho sentito di professionisti, assistenti disperati, gente che passava di lì fare domanda. Ho sentito di presidenti di corsi di laurea rifiutarsi di mettere a bando i corsi rifiutati dai ricercatori nel primo semestre. Ho sentito di ricercatori che non prenderanno i corsi neanche nel secondo semestre. Ho sentito di ricercatori che hanno rinunciato a lottare per la modifica del loro status giuridico in cambio di pagamenti per i corsi tenuti.

Ho sentito di finanziamenti ordinari da dare alle Università che sono legati all’approvazione di una legge – quasi fossero straordinari – e ho sentito del rischio di molti Atenei di finire in bancarotta. Ho sentito di finanziamenti sottratti alle Università pubbliche a favore di quelle private.

Ho sentito di corsi di laurea con 5 iscritti e anche meno che vengono mantenuti aperti e di corsi di laurea con molti iscritti chiudere per l’assenza di strategie da parte della governance degli Atenei. Ho sentito anche di Università telematiche che vengono pensate come il futuro di un certo modello di università.

Ho sentito di borse di studio tagliate drasticamente e ho sentito di studenti già iscritti e meritevoli di borsa dover rinunciare al sogno dell’istruzione universitaria e tornarsene a casa.

Ho sentito di precari – borsisti, assegnisti, contrattisti… – di cui quasi nessuno ha parlato. E li ho visti sentirsi abbandonati anche da chi protesta. Ho sentito di una spaccatura che si è generata fra studenti, precari, ricercatori a tempo determinato, ricercatori a tempo indeterminato e docenti: come se fossero da parti diverse della barricata.

Ho sentito sputare sentenze sulla formazione universitaria italiana generalizzando situazioni diverse e non ho sentito l’Università rispondere puntualmente alle accuse.

Ho sentito spacciare come un’innovazione il lavoro di insegnamento dei docenti che la riforma introdurrebbe quando molti di noi quei carichi di lavoro li fanno da anni, spesso superandoli. Non ho sentito parlare di obbligo della ricerca – se non come vincolo minimo di pubblicazione epr adeguamento degli stipendi – quando è la ricerca la vera risorsa dell’università e del Paese.

Ho sentito di un Ministro della Repubblica che ha detto che “la cultura non si mangia” e ho sentito che la Costituzione italiana ha tra i principi fondamentali un articolo, il 9, che dice “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”.

Ho sentito di studenti che sono saliti sui tetti e sui monumenti ed hanno occupato le Facoltà e ho sentito di studenti che hanno tranquillamente continuato le loro lezioni.

Ho sentito che la tensione sociale sullo stato dell’Università ha prodotto scontri violenti di Piazza e ho sentito di studenti che hanno regalato fiori ai poliziotti e pacchi agli extracomunitari.

Non vorrei che le ragioni della riforma si riducessero alla riforma della Ragione.

I giovani, Facebook e la sifilide

Dai dati di una ricerca di Save the Children Italia riportata dai media in questi giorni in occasione del convegno “Adolescenti, sesso, internet e tv: comportamenti virtuali e rischi reali” della Società Italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) scopriamo che:

Il web è ormai nella nostra vita, una realtà che diventa una minaccia se a farne uso sono numerose teenager le quali condividono foto e video a sfondo sessuale in cambio di miseri regali come ricariche telefoniche, denaro e oggetti di altro genere, purché siano utili a farle mettere al “passo” con le loro amiche

Si tratta di pratiche che vengono attribuite al 14% dei giovani italiani tra i 12 e i 19 anni, con un bilancio del 10% di under 15. Non avendo trovato nel sito di Save the Children la ricerca prendo per buoni i risultati ma sarei curioso di conoscere il campione, la metodologia e il tipo di domande fatte. Tutte cose che “costruiscono” questo risultato e ne determinano il senso.

Dati che metterei in relazione con quelli Eu Kids Online, relativa alle esperienze d’uso di genitori e figli e alle opportunità e rischi di internet per i minori (9-16 anni) in 25 paesi europei di cui ho già parlato su Apogeonline.

Negli ultimi 12 mesi, il 15% dei ragazzi di età compresa fra gli 11 e i 16 anni (il 3% dei coetanei italiani) ha ricevuto da coetanei “messaggi o immagini a sfondo sessuale” e il 3% (il 2% in Italia) ha riferito di aver inviato o pubblicato online messaggi di questo tipo. Fra quanti hanno ricevuto tali messaggi, circa un quarto dichiara di esserne stato infastidito. La metà di quest’ultimi inoltre, ha riferito di essere rimasto abbastanza o molto turbato da quest’esperienza.

Se si tratta dello stesso web c’è qualcosa che non torna nelle due ricerche.  Pur tenendo conto di una forbice diversa di età. Ma non è questo il problema, potete farvene voi un’idea.

Proviamo a vedere come il dato viene usato ed interpretato nella costruzione dell’opinione pubblica da Emilio Arisi, consigliere nazionale Sigo, che commenta:

La soglia del pericolo è più bassa nei ragazzi che trascorrono ore in rete scambiandosi messaggi, foto o video ad alto contenuto erotico. La nostra pratica clinica ci conferma quanto emerge da diverse indagini internazionali: gli adolescenti usano sempre meno precauzioni, con un aumento di gravidanze indesiderate ma, soprattutto, di malattie sessualmente trasmissibili. Un esempio in tal senso arriva dalla Gran Bretagna, dove si è riscontrata una forte correlazione tra le aree in cui Facebook è molto popolare e il numero di persone affette da sifilide.

Tema serissimo. Anche se riguardasse una percentuale minima della popolazione giovanile, o diversa: le due ricerche offrono differenze troppo significative. Onestamente, però, non ho trovato elementi per una possibile generalizzazione, per dire: tutti i giovani… o per mettere in relazione un fenomeno come la sifilide e la diffusione di Facebook (e i cellulari o le lavatrici?). Il che significa che trovare anche modi di informare, prevenire ecc. diventa complesso.

Una corretta conoscenza dei fenomeni significa una corretta individuazione di forme di supporto. Il resto è costruzione di un immaginario illusorio che non fa bene al dibattito pubblico.

Education in the networked publics era

In questi giorni sono al convegno/seminario di confronto “New Media Art Education & Research: Always Already New” che ha come sottotitolo esplicativo Thinking Media, Subversing Feeling, Scaffolding Knowledge: Art and Education in the Praxis of Transformation.

E’ una bella occasione per discutere in un ambiente molto prossimo (art&tech) e spesso distante. Questione di linguaggi, di paradigmi o, forse, di una sottile disattenzione da parte di questo universo per la mutazione in atto. Spesso leggo paper che risentono un po’ troppo dell’eredità mcluhanniana, portano con sé un’idea di ambiente mediale che risulta limitata per capire quello che oggi avviene in termini di produzione/diffusione della conoscenza e della forma diffusa dell’arte (come scrive Laura).

Il mio intervento cercherà di delineare il framework che caratterizza la relazione education /media environment.

Ve lo lascio qui.

Education in the Networked Publics Era. Spreadable Knowledge from Virtual Classroom to Amateur Online Practices.

Giovanni Boccia Artieri (giovanni.bocciaartieri@uniurb.it)

Dept. of Communication Sciences, University of Urbino Carlo Bo

From a sociological and mediological point of view we must force an important challenge that deals with the Net and the introduction of new possibilities for the communication and for the “mass personal” connection (blogs, social networks, etc.). In other words we are nowadays the witnesses of a dramatic mutation.

It’s a qualitative and quantitative change. Individuals feel they’re not anymore the object (as audience, users,  citizens, consumers, etc.) of a conversation, but they could be the subject of it (Boccia Artieri 2009). Both individuals and organizations could also communicate in a simple and personalized way with a very wide networked audience. This is a fundamental step to change the general audience/consumers/citizens into “networked publics” (Kazys 2008).

A few things change: 1. the sense of position in communication – the perception that we have as individuals of our communicative role in the society and 2. the ways we listen or watch and elaborate what’s happening.

We’re facing an accumulation of occasions in which individuals “play” with some self-representation forms and construct a “media attitude” (become media) thanks to a) the spread of reproduction and production technologies in daily life, from digital photocameras to editing softwares, allowing people to give life to media forms similar to the ones found in mainstream media, b) the growth of systems for disintermediation and contents sharing, from the web platforms to the social networking systems, and c) the acknowledgement of logics for the construction of contents and languages similar to mass media ones, but used in an environment where each individual is connected to each other.

This is what blogs and social networks are teaching us.

The reality of the web 2.0 represents a networked space where the reality of the “networked publics” can be produced and observed. In the social networks sites, inside the conversational reality of blogs, besides the video of everyday life posted on YouTube, we may observe ourselves while we’re constructing and sharing knowledge in a different way. The experience is networked trough the friendship languages of Facebook or trough the references system of the blogosphere: the reflexivity and the networked practices come into resonance in the reality of the world wide web. Here even the forms of hetero-representation generated by media products – movie, tv fiction, anime, etc. – become an opportunity for the self representation providing us the tools and the raw material for the production of new meaning in the UGC form: remix, mash up, etc.

These networked practices (re-production, sharing, conversations) trigger the mechanisms of the reflexivity that link an individual to a collective reality and produce new forms of learning.

In these context the learning environment has changed through a paradigm shift: from a culture of ownership and originality to a culture of sharing; from a knowledge economy that favors the building of stocks of knowledge to the need to continually update our inventory by participating in relevant “flows” of knowledge i.e. interactions that create knowledge or transfer it across individuals (Hagel, Brown and Davidson ); from top-down and informational forms of education to conversational and reciprocal ones.

We are facing a participatory culture (Jenkins 2008), including opportunities for peer-to-peer learning, a changed attitude toward intellectual property, the diversification of cultural expression, the development of skills valued in the modern workplace, and a more empowered conception of citizenship.

This paper will introduce some  example of the new educational environment were live networked publics:

- virtual classroom: from Facebook group to social learning network (e.g. edmodo) to Second Life experiences (e.g. UnAcademy, Unconventional Academy of Digital Culture);

- spreadable education: projects that combine WYSIWYD ,open-source and widespread creativity,  building collaborative learning environments (e.g. the ‘pedagogical suitcase’ designed to ‘react’ to various environmental stimuli and to establish different types of interaction which can be used to produce artwork, performance, and research on urban and social transformation).

“Changes in the media environment are altering our understanding of literacy and requiring new habits of mind, new ways of processing culture and interacting with the world around us.”



Anticorpi e metastasi di WikiLeaks

Il sito Visa.com è stato abbattuto da un gruppo di hacker per un’azione dimostrativa a favore di wikileaks, spiegando le azioni fatte attraverso un account Twitter Anon_Opertion che la momento è sospeso.

L’operazione denominata simbolicamente “Operation Payback” ha seguito questo schema:

  • After pulling the plug on payments to WikiLeaks, Mastercard’s website was taken down and remains out of service.
  • Senator Joe Lieberman’s website was taken down for 12 minutes (the first .gov site to be attacked).
  • Sarah Palin’s website was taken offline by a small group of Anonymous attackers.
  • The group sent spam faxes to Joe Lieberman’s office and to PostFinance.
  • PostFinance was attacked the hardest, leaving customers without the ability to conduct online banking.
  • They took down the website of the lawyer representing the two women who were allegedly raped/assaulted by WikiLeaks founder Julian Assange.
  • The group took down Assange’s Swedish prosecutor’s website.

Gli anticorpi di WikiLeaks risiedono in quella cultura hacker che sta nel suo DNA e in una idea di citizenship simbolicamente rappresentata dal gesto di Ken Loach e altri cittadini pronti a pagare una cauzione per Assange. Oppure vanno pensate come metastasi, come molti credono, di un corpo che sta mutando verso la degenerazione? O forse la diagnosi è sbagliata perchè gli strumenti medici di analisi che usiamo non sono in grado di cogliere queste forme come semplici variazioni evolutive che domani potrebbero essere selezionate portando a nuovi corpi.

Una banda che poteva essere larga

Giovedì parteciperò ad un seminario che ha come titolo Conoscenza e servizi nella Rete. Comunità creative, modelli d’impresa, servizi pubblici, politiche che si pone domande importanti: Come funzionano le imprese e i servizi che viaggiano sulla Rete? Come cambiano conoscenze, produzioni e consumi? Come evolve il settore pubblico con la diffusione delle ICT e dei servizi elettronici?

Le risposte stanno – in parte – nei risultati di una ricerca sui Comuni italiani ed il digitale (la sintesi la trovate qui) portata avanti dai colleghi di Economia:

Municipalities involved in e-government are larger, carry out more in-house ICT activities and are more likely to have intranet infrastructures than PAs that do not offer front-office digitized services. They are also generally located in regions having relatively large shares of firms using or producing ICTs, where many other municipalities offer digitized services, and where population density is relatively low. The range and quality of e-government services supplied by local PAs tend to increase with their stock of ICT competencies, their efforts to train workers, and with their ability to organise efficient interfaces with end-users. Moreover, there is a correlation between the range and quality of e-government services offered and the broadband infrastructure development in the area where local PAs are located.

Rileggiamo l’ultima riga: c’è una forte correlazione tra la gamma e la qualità dei servizi di e-government offerti e lo sviluppo delle infrastrutture a banda larga. Che in Italia vuol dire ritardi continui e mancanza di una visione di sistema.

La banda larga in Italia interessa il 49 per cento delle famiglie vs. 57 per cento della media Ocse; famiglie che navigano mediamente con più lentezza rispetto alle altre europee. Anche il nostro mobile non gode di buona salute. Non siamo quindi pronti per quelle applicazioni che potrebbero cambiare la cultura della cittadinanza digitale nel nostro Paese e ristrutturare l’e-government portandoci fuori dalla sperimentazione continua, per fornire servizi generalizzati a larghe fasce della popolazione.

Per non parlare poi dell’interpretazione tutta italiana dell’e-government come settore di puro sviluppo della “macchina pubblica e poco della creazione di servizi innovativi per i cittadini e le imprese”, come scrivono Arturo Di Corinto – che sarà presente a Urbino – e Alessandro Gilioli.

Ma il vero ritardo, ovviamente, è culturale. Certo, se non ci fosse anche questo spasmodico interesse politico per difendere il sistema televisivo contrapponendolo a Internet…