La funzione del blog in Italia

Non amo i bilanci da chiusura del vecchio anno e il ripromettersi le cose per il nuovo. Amo però riflettere su come siamo stati e come vorremmo essere. E questa cosa ha a che fare, apparentemente, con il nostro abitare questi spazi, con il senso del nostro risiedere qui dentro. Attraverso la scrittura di un blog, ad esempio e con il senso che dobbiamo dare al nostro scrivere. WordPress, ad esempio ha deciso di  incentivare per il 2011 la scrittura quotidiana o almeno settimanale attraverso iniziative ad hoc. Piattaforma commerciale e non di senso.

Se invece guardiamo meglio, non lasciandoci distrarre, il senso del nostro abitare qui attraverso la scrittura ci dice qualcosa di più ampio che mette immediatamente in connessione il nostro risiedere narrativamente nella Rete con la nostra realtà nazionale.

Ecco, fare i bilanci su questo senso significa, per me, sottolineare la funzioni che tenere un blog ha oggi. Qui, in Italia.

Una funzione che ha a che fare con la natura della scrittura in un Paese che vede il Sapere in caduta libera e in cui la popolazione assume massicce dosi di finzione senza possibilità di retroattività.

Provo a spiegarmi, prendiamocela calma, che il linguaggio per raccontarlo non è semplice e la lettura difficile come stridente è la scrittura. Se ve la sentite continuiamo.

Partiamo dal rapporto tra disagio psichico e condizione della cultura nel nostro Paese.

L’Italia è il massimo consumatore in Europa di psicofarmaci (dalle benzodiazepine ai triciclici di quarta generazione). Un fenomeno che accade nel momento in cui, con il crollo dei saperi e la conseguente avversione generalizzata verso la cultura come riparatrice e sutura terapeutica autoconsapevole, il paradigma di cura psichica subisce determinanti trasformazioni. È un boom di terapie psichiche a breve durata, la cura è stupida poiché misura il sintomo e lo fa regredire (Giuseppe Genna, Italia De Profundis, p. 63).

“la cultura come riparatrice e sutura terapeutica autoconsapevole” …  Nel momento in cui la cultura viene delegittima sia nel Palazzo che nei salotti, sia nel mondo del lavoro che in quello della formazione (scuola ed Università) – per non parlare dei media – viene a mancare una forma di terapia fondata sull’auto-consapevolezza. Restano rimedi chimici. E accanto agli psicofarmaci possiamo pure aggiungere le forme alternative rappresentate dalla quantità di gocce di Resource Remedy che quotidianamente vengono auto-somministrate per lenire stati di ansia e di stress.

Di contro assumiamo massicce dosi di finzione senza possibilità di replicare. I diversi ambiti della realtà (lavoro, economia, politica, ecc.) costruiscono narrazioni fittizie alle quali aderiamo. Per dirla in termini radicali, come fa Christian Salmon, lo storytelling diventa un’arma di distrazione di massa:

Diventata grazie alla globalizzazione e alla cinica ferocia dei comunicanti, l’arma di distruzione sognata dal mercato: quando “l’arte di raccontare storie” diventa l’arte di “formattare gli spiriti” per alienarli.

È la prospettiva del nuovo ordine narrativo, capace di dare forma al nostro immaginario, espropriandocelo, sottraendoci la possibilità/necessità di costruzione auto-consapevole delle storie, per limitarci ad “aderire” a quelle professionalmente costruite dalla politica, dall’economia, dalla pubblicità…

Dire “nuovo” è, ovviamente, sbagliato,  le radici sono più profonde e l’analisi di Salmon superficiale e, spesso, raffazzonata –  lo spiega bene Wu Ming 2. E lo storytelling non è necessariamente finzione (da intendersi come inganno) né tutti i narratori partecipano alla costruzione di questo nuovo ordine narrativo. Ma non è questo il punto. Caliamoci nella realtà dell’opinione pubblica italiana, in quella del nostro immaginario nazionale, e, senza necessità di prove, la relazione fra condizione culturale/espropriazione dell’immaginario/ordine narrativo/assunzione massiccia di dosi di finzione è auto-evidente.

La maggior parte delle narrazioni mediali, se ci pensiamo, produce (rubando le parole per raccontarlo)

Vicende di un intimismo irreale e, per questo, realistico secondo i canoni mentali della popolazione rimbecillita che assiste a uno spettacolo indifferente da quello che crede di ravvedere fuori [dai media] Raffigurano ciò che gli altri, la gente, desidera desiderare. Non è applicabile alcuna strumentazione analitica raffinata a questo décalage nazionale, debordante, inarrestabile.

Abbiamo quindi bisogno di riappropriarci della narrazione, di ritrovare percorsi di auto-consapevolezza che si strutturano attorno ad un sapere più vicino alle nostre emotività corporee:

le storie ci fanno emozionare e le emozioni, lungi dal contagiarla, sono invece un ingrediente essenziale della ragione. Senza rabbia, passione, tristezza e speranza non saremmo in grado di ponderare la più piccola scelta. Ci comportiamo in modo da essere felici, non per massimizzare l’utilità attesa.

Il blog può rappresentare questa possibilità di riappropriarci delle narrazioni, di costruire storie che mettono in connessione e che sono connesse, che partecipano a ricostruire “dal basso” un immaginario e che svolgono una funzione “terapeutica” per la desertificazione emotiva.

Se il blog viene pensato ed usato come terreno di costruzione e diffusione del sapere, come tecnologia di cultura, allora non solo la sua funzione “riparatrice” del tessuto slabbrato del reale diventa evidente ma consente, in quanto forma di scrittura auto-consapevole, di sviluppare quella retroattività che tutta la finzione in cui siamo immersi non permette.

Come ho già detto vissuti e rappresentazioni dei vissuti tendono a risincronizzarsi in questa forma di letteratura dal basso, personale e di massa. Da lettori/spettatori a scrittori/performer capaci di produrre ed abitare uno spazio letterario di massa a vocazione emotiva, che tenta – come può – di ri-accoppiare sapere e corpo.