Sanremo connection

Prima puntata del 61 Festival della Canzone Italiana detto Festival di Sanremo, ieri sera.

Solito tono celebrativo da televisione generalista e strutturazione dell’evento mediale come una grande cerimonia (sul punto torneremo). Unica eccezione – che però non fa altro che confermare il clima celebrativo – la dimensione virale immediatamente emersa attorno al pezzo satirico di Luca e Paolo, su cui vi lascio leggere le cose che racconta il mio amico Davide.

Il tutto prevedibile, va detto. Una canzone satirica su Berlusconi e Fini che si ispira in modo classico al modello del Tetro di rivista. Ma già questo su RAI1, in prima serata, durante Sanremo, con la sua audience … sembra essere celebrato come un gesto rivoluzionario. E infatti molto del pubblico presente li ha fischiati, come se avessero sfidato l’ordine (mediale) costituto. Ma come scrive Antonio Dipollina su “La Repubblica”

Insomma lo scandalo e l’arditezza sta tutta nel fatto che siamo su Raiuno, che un telespettatore che fosse rimasto sintonizzato solo su questa rete negli ultimi mesi avrebbe una vaghissima idea di quanto accade in Italia.

Una novità che forse vale però la pena di segnalare è che questa è la prima versione del tradizionale Festival sanremese che ha visto istituzionalizzarsi la presenza dei pubblici connessi.

Con Opensanremo, ad esempio. Del progetto che dà la possibilità di connettersi attraverso il proprio account Facebook e di votare e commentare la gara ho parlato altrove. Abbiamo 4699 votanti che hanno stilato una loro classifica da fan, più o meno generalista e che alla fine potrebbe non essere dissimile dalle preferenze del pubblico, lo vedremo. Facebook in Italia ha una penetrazione abbastanza rappresentativa del pubblico tele-votante.

Molti hanno potuto seguire via Twitter le vicissitudini sanremesi. E se guardiamo i Tweet per ora possiamo osservare un crescendo che ha seguito la manifestazione in relativa indipendenza dai cantanti.

Basta guardare il grafico:

E poi ci sono tutte le conversazioni online attivate attorno (a favore e contro il Festival). Quello che resta è il fatto che Sanremo è una grande cerimonia mediale con valore ritualistico ed una storia che mostra inevitabili connessioni tra l’Italia e la sua televisione. È una forma di istituzionalizzazione della memoria che va osservata in quanto tale e nella volontà di rappresentarci  che il medium televisivo avoca a se stesso. È in questa dimensione e solo in questa – non certo giudicando il valore delle canzoni o il livello dello spettacolo – che possiamo coglierne la natura intima che ha incollato alla televisione 16 milioni 234 mila telespettatori (share del 56,75 %)  con punte di ascolto di 20 milioni 427 mila spettatori e parte finale con oltre il 71 % di share. Il senso sta nella capacità di attivazione di conversazioni, di consenso e dissenso, e nel produrre un rituale annuale di attraversamento del medium televisivo che affonda le radici in quella sporcizia pop del “sacro” mediale che ci circonda.

Sanremo può quindi essere terreno di scontro mediale che è di scontro politico. E quando tiriamo i nostri sanpietrini durante la lotta contro la televisione e il suo pubblico io mi trovo a pensare alla rovescia, come il Pasolini di Valle Giulia, e magari mi trovate dall’altra parte della barricata. Anche solo per una sera.

Noi non sappiamo niente di voi: se non ora, quando?

Se non ora, quando? Una domanda che in molti si sono fatti in questi giorni e che oggi, domenica 13 febbraio ha portato alla presenza nelle Piazze italiane di molte donne e uomini, con i loro pensieri e i loro modi di affermare la loro presenza, come possiamo capire osservando ad esempio il torrente di Tweet.

Ed è lì, come in molte affermazioni ascoltate nei media negli scorsi giorni o trovate sparse in Rete, che vedo il sovrapporsi di piani diversi. Una lotta culturale – e perciò politica – da una parte e il confondersi con l’anti berlusconismo dall’altra.

Non che non vi siano attinenze se leggiamo il berlusconismo come una condizione mediatico-culturale del Paese. Se rileggiamo le parole di Concita De Gregorio il quadro sembra anche chiaro:

Credo che il “sistema” di cui parla Lele Mora e che da decenni è un modello di riferimento per generazioni di ragazze – quelle sulle copertine dei rotocalchi, in tv – proponga come strada per la realizzazione di sé una libertà condizionata alla sottomissione. Un mondo di cortigiane, dice Carla Corso. Il problema non è mai chi vende, è chi compra. L’amore è gratis, si può fare in quanti e come si vuole. Anche vendersi è lecito. E’ l’acquisto all’ingrosso, della società intera, che fa schifo.

Come padri, fratelli, amici, mariti, datori di lavoro, colleghi … di donne, non possiamo che essere d’accordo. Anche se, ipocritamente, siamo quelli che si sono divertiti al cinema con i film – rivalutati come stracult – di “Pierino” o abbiamo avuto la nostra educazione sentimentale televisiva attraverso le ragazze del Drive In o abbiamo pensato di satireggiare contro “quella TV” grazie alle ragazze Coccodé di Arbore o abbiamo passato pomeriggi da pensionati con i nostri nipoti commentando le lolite di Non è la Rai

Anche quando pensiamo di lottare per quei “corpi”, per quei “vissuti”… beh, credo che non ne sappiamo niente. Come mi è stato raccontato una volta: “Voi uomini non sapete niente di cosa significa essere guardata in un certo modo quando passi in minigonna al centro del paese, dai padri e dai loro figli”.

Non è moralismo il mio, badate, ma sono convinto che il rischio di avere pretese maschili di difesa di quei corpi non sia una condizione diversa da quella che vorremmo combattere.

Per questo mi chiedo che senso deve avere per noi il “Se non ora, quando?”. Scendere in piazza come gesto politico avendo in mente l’hashtag #dimettiti è un rischio troppo grosso e va allontanato. La vera lotta è nel quotidiano.

Ha ragione Luisa Muraro che dalle pagine de Il Corriere ci fa notare che le cose sono un po’ più complesse di come ce le raccontiamo:

A questo punto della faccenda si fa appello alle donne. Che senso ha? Come altre, io ci ho visto una strumentalizzazione dei loro sentimenti. Il sentire femminile, per me, è una cosa profonda e delicata che attiene alla vita del corpo sociale. Comunemente le donne, e io sono una di loro, detestano la prostituzione. Ed è su questo sentire che, dopo l’ultimo scandalo berlusconiano, si è fatto leva: gesto criticabile perché il nostro sentire immediato, in sé giusto, non può tradursi in atti politici senza le necessarie mediazioni. […]  Che una decida di partecipare oppure di stare altrove e altrimenti, in ogni caso la discussione in corso tra donne significa non consegnarci ciecamente a operazioni politiche nelle mani di uomini i cui orizzonti non oltrepassano la bottega del politico vecchia maniera.

Non voglio strumentalizzare i sentimenti delle donne, il loro sentire, fare leva sulla loro indignazione sfruttando il loro “corpo” intaccato. Per questo posso solo condividere la loro posizione simbolicamente, come nell’abbandonare per un giorno il mio avatar nei social network e assumerne uno femminile (io ho scelto Susan Sontag).

E cercare di condividere un percorso comune nella differenza ed autonomia dei “corpi” che ha radici vicine ma che sembrano così lontane:

La rivolta femminile degli anni Settanta è nota per le sue manifestazioni pubbliche ma il suo aspetto non appariscente è stato e rimane molto più efficace. Questo aspetto riguarda l’esserci in prima persona con il proprio desiderio, non delegare niente di essenziale ad altri ma creare relazioni di fiducia e trasformare la propria esistenza in una libera impresa. Insomma, dare vita a un’economia di mercato non dominata dal profitto ma dalla forza dei desideri.

“dare vita a un’economia di mercato non dominata dal profitto ma dalla forza dei desideri” c’è da riflettere, no?

Gli italiani e l’informazione ai tempi del web. Una ricerca LaRiCA

Oggi viene presentata a Roma la ricerca del LaRiCALe news e gli Italiani: dalla carta stampata, alla rete, al mobile. L’informazione da rito a puzzle” che compara la realtà dell’informazione italiana con quella americana con un’attenzione particolare all’impatto di internet nella formazione dell’opinione pubblica.

Sul versante metodologico va specificato che l’indagine ha coinvolto un campione di 1209 italiani adulti, 1009 sentiti al telefono fisso (metodologia CATI), 200 contattati al telefono mobile, ai quali è stato sottoposto un questionario con circa 50 item specifici. Le domande rivolte agli italiani sono analoghe a quelle della ricerca Understanding the Participatory News Consumer condotta nel 2010 da Pew Research Center’s Internet & American Life Project, e consentono così di comparare i dati ottenuti con il risultato dell’indagine statunitense.

Solo alcuni spunti rimandandovi al sito e future release per approfondimenti.

  • La metà degli italiani usa fonti sia online che off line per informarsi, perché la pluralità dei luoghi informativi si sta normalizzando… soprattutto per chi ha cultura medio alta ed è fra i 30 e i 50 anni.
  • Internet è il mezzo meno usato dagli italiani per informarsi, 51,1 % contro 90,8% della TV nazionale e 63% della stampa nazionale. Per gli americani il valore più alto è rappresentato dalla TV locale (che ha un altro senso mediale, però) con il 78%, poi TV nazionale 73% e Internet con il 61% (contro la stampa nazionale del 17%).
  • Sono omologhi invece i comportamenti di uso della Rete: email 92% praticamente per italiani e americani; social network: 59,3% italiani e 57% americani; Twitter e microblogging: 16,10% italiani e 19% americani.
  • Spulciando i dati si può osservare poi come il 60,9% degli italiani si informa mediante MSN e GoogleNews mentre il 53,0% si informa mediante quotidiani online. Il 23,0% Riceve informazioni da persone o organizzazioni seguite su Facebook. Siamo di fronte ad una prevalenza, quindi, dei portali rispetto ai quotidiani e anche di una natura relazionale (forse in crescita) del modo di abitare l’informazione, il che racconta la realtà dell’informarsi come una frammentata opportunità di incontro, anche casuale – o se volete reputazionale (dipende da chi sono i tuoi amici su Facebook ) – con contenuti news.
  • I motivi che spingono i giovani 18-29 anni ad informarsi vede un’inversione delle principali motivazioni fra italiani ed americani: hanno a che fare con un dovere sociale 84,9% degli utenti Italiani contro 69% degli americani e con la possibilità di attivare conversazioni – “per discuterne” 77,3% degli italiani contro 72% degli americani. Un dato socio-culturale su cui riflettere.

Tra employee 2.0 e docuweb

Questa settimana sarò alla Social Media Week a Roma e parteciperò a due eventi che mi permettono di rimettere a tema due ambiti che mi stano professionalmente a cuore.

Il primo ha a che fare con la realtà d’impresa e con la forma di evoluzione dell’incontro tra domanda e offerta e tra mercato e consumatori. L’occasione è costruita attorno all’evento “Employee 2.0 – Dalle relazioni istituzionali alle relazioni distribuite” che darà vita a

una riflessione sulla comunicazione corporate e sulla relazione tra l’ azienda e la “nuova” utenza che viene dalla rete. Come cambiano le esigenze della comunicazione delle aziende? Quali sono i rischi e le opportunità portate dalla rete? In quale direzione devono muoversi le aziende per andare incontro alle nuove esigenze dell’utenza o – più precisamente – alle esigenze della nuova utenza?

Ne parleremo, moderati da Alessio Jacona, con Luca Sartoni, Stefano Epifani, Alberto Marinelli e Matteo Menin al Palazzo Giannelli Viscardi (9 febbraio 2011 dalle ore 10). Mi piace questa idea di fare incontrare il mondo che legge il mercato 2.something sia sul lato dei professionisti che su quello delle Università. Perché credo che la realtà della formazione nel nostro Paese abbia sia molto da imparare che da insegnare (sì, anche per i corsi di laurea in Scienze della Comunicazione).

Poi in serata (dalle ore 18.30, Tempio di Adriano) mi trovate alla “Proiezione del film Italiani 2.0 , docu-web sulle storie degli italiani al tempo di Internet (qui il trailer).

[YouTube= http://www.youtube.com/watch?v=PR_b_AaO4Q8&feature=player_embedded%5D

Seguirà una chiacchierata con la coppia Mirko Pallera & Alex Giordano, Alfonso Amendola, Luca Leoni (autore di Italiani 2.0), Lino Palena (regista di Italiani 2.0) e Gianfranco Marziano (disoccupato web star), moderati da Barbara Carfagna.

Qui ci spostiamo sul terreno della cultura e dell’immaginario, cioè sulle forme di analisi e rappresentazione dei “fenomeni vivi” del digitale. L’evento è organizzato dal  Ninja LAB in collaborazione con Centro Studi Etnografia Digitale. Del centro, nuovissimo progetto no profit di ricerca web, faccio parte assieme ad alcuni amici e giovani ricercatori e spero possa diventare un modo di mettere in moto la ricerca in modi trasversali tra Università e mercato, tra dentro l’Italia e fuori.