Vertigine della lista

È difficile sintetizzare per punti delle buone regole per abitare in Rete sui social network. Molto di più se pensiamo poi a come farlo nella convivenza con i nostri figli. Un po’ per gioco ho provato a tirare le fila alla fine del piccolo saggio “Facebook per genitori” con 15 regole (le trovate anche su La Stampa). Ovviamente si tratta di un modo di giocare con la cultura digitale. Ma è un gioco molto serio che ha a che fare con i modi che avremo di interpretare il nostro futuro (e quello dei nostri figli) all’epoca del web sociale. Per fare sì che non si tratti di un semplice elenco ho provato a commentarli, un po’ per volta, nella pagina che su Facebook è dedicata a FB per genitori. Li raggrupperò anche nel mio blog man mano che continuerò il gioco durante l’estate…

1. Accetta il fatto che la presenza dei giovani sui social network è un fenomeno culturale destinato a durare e ad espandersi.

Per troppo tempo ho sentito discorsi che presentavano i social network come una sorta di moda, come fenomeno a termine. Anche il telefono è stato all’origine immaginato socialmente come una tecnologie inutile che avrebbe fatto chiacchierare tra di loro donnicciole di cose futili-
La nostra immaginazione sociale ha bisogno di essere alimentata da visioni migliori!

2. Ragiona sulla necessità di capire che la presenza online dei nostri figli sta sviluppando un modo diverso di comunicare tra ragazzi e adulti (genitori, insegnanti, educatori, allenatori, ecc.).

Non possiamo fare finta di niente. Prendiamo te, insegnante, pensi veramente che potrai fare finta che i modi di conoscenza ed apprendimento dei ragazzi che educhi non sono fondati più solo sul paradigma scrittura/lettura del libro? Abbiamo già parzialmente perso l’occasione di introdurre gli audiovisivi nella didattica che sono stati intesi come “facciamo vedere un film che più o meno c’entra e ci passiamo tutti due ore” o quella dell’informatica, con tentativi di insegnare il Pascal alle medie. Il web sociale entra con forza nelle dinamiche della classe. Siamo sicuri non convenga a tutti conoscerne la natura e sperimentarlo per fare formazione quotidiana?

3. Tieni conto che non esistono nativi digitali, solo adulti e ragazzi che imparano o non imparano ad abitare la Rete.

“Cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa, chiamata con un altro nome, profumerebbe come dolce” (W. Shakespeare). Eppure dare un nome significa “costruire” una realtà. Se li chiamiamo “nativi digitali” immaginiamo già una barricata dove dall’altra parte ci sono i non nativi, noi, i loro genitori, ad esempio. E’ come se i ragazzi avessero una qualità innata e fossero tutti uguali nel loro essere nativi. Ma per quanto giovani gli utenti di social network non sono nati con la Rete, quelli arriveranno, avranno 7-8 anni oggi. E molti di quei giovani usano la Rete in modo diversissimo. Prima di etichettarli, catalogarli e innalzare barricate proviamo ad eliminare i pregiudizi e pensarli, innanzitutto come i nostri figli. Basta guardare dietro al nome e riconoscerli dall’odore…

 

4. Ricorda che la vita in Rete non è qualcosa di diverso dalla vita di tutti i giorni, ma ne è parte importante.

Sono passati gli anni ’90 con il loro immaginario tecnologico legato alla realtà virtuale che produce un mondo fittizio in cui ci perdiamo. E anche la trilogia di Matrix, che ci mostra la Rete come l’altro lato di una realtà in cui le macchine hanno preso il sopravvento sugli uomini costringendo le loro menti a vivere in un altrove illusorio mentre i corpi vengono allevati in baccelli ed utilizzati come  “risorse” energetiche, è solo una prospettiva lontana. Oggi ci guardiamo intorno in metropolitana, sull’autobus, nelle nostre case e vediamo persone connesse alla Rete come fosse una cosa normale. Il loro modo di essere cyborg è meno tecno-organico di come immaginavamo e più culturale. E la Rete non è esattamente la Matrice, non la percorriamo grazie agli innesti cibernetici. Assomiglia di più ad un continuo incontro con gli altri – connessi con noi in modi più o meno vicini –  che genera un continuo chiacchiericcio fatto di parole scritte, suoni, filmati condivisi… un rumore di fondo della nostra quotidianità in cui ci informiamo, intratteniamo, organizziamo… Il nostro modo di essere disponibili alla comunicazione fa sì che il nostro essere always on si intrecci con le cose che facciamo tutti i giorni: senza soluzione di continuità.

5. In Rete ci sono dei pericoli. Nella vita quotidiana ci sono dei pericoli. Come genitori dobbiamo insegnare ai nostri figli come abitare il mondo offline e online e imparare a farlo noi per primi.

“Arrestato un maniaco che molestava ragazzine adolescenti sul treno”. Di fronte ad una notizia così non ho mai visto scatenarsi battaglie contro l’uso della strada ferrata ed il ritorno alla carrozza trainata da cavalli, per dire. Non sono i mezzi: sono le persone. Però i mezzi abilitano a fare cose diverse in modo diverso. È questo che dobbiamo imparare a conoscere. Immaginate la Rete come se fosse un territorio, una città ad esempio, con i suoi chiaroscuri, con luoghi che conosciamo bene e quartieri inesplorati. E anche i luoghi che conosciamo – un bar ad esempio – possono avere delle regole diverse – come i bar della nostra città in cui prima paghi poi consumi la colazione, quelli che puoi chiedere “il solito!”, quelli che entri e vedi che ci sono certe brutte facce … E per insegnare ad un figlio come vivere devi avere tu vissuto. E non c’è “esperienza” che possa essere trasmessa: se no gli errori fatti dai genitori non verrebbero rifatti dai figli. Possiamo solo cercare di capire ed imparare abitando negli stessi luoghi, con il nostro sguardo da adulti che prova ad interpretare il loro.

Urlando da una terra sconfinata. L’eredità di Marshall McLuhan

Oggi Marshall McLuhan compirebbe 100 anni. Sulla sua eredità abbiamo già cominciato a riflettere.

E ci sono molte iniziative nel mondo, come quella McLuhan 100, che celebrano un autore il cui pensiero è talmente noto da essere ricordato solo per slogan, le sonde che abilmente costruiva per fare del suo pensiero un brand. Come scrive Douglas Coupland

“in un certo senso le idee di McLuhan sono diventate come una canzone di cui conosciamo tutti la melodia ma non il testo completo, e quindi in lui leggiamo qualsiasi cosa ci venga in mente […] È significativo che gli ammiratori di Marshall in genere siano dei fanatici. Per loro quest’uomo diventa amico e guida personale, un aiuto per decodificare il karaoke della vita moderna con un fervore elettrico”.

Vi lascio qui una riflessione in corso. Sono tracce del mio modo di ripensare all’attualità di McLuhan e provare a capire la portata della sua eredità.

Urlando da una terra sconfinata. L’eredità di Marshal McLuhan

 

1. Alcune premesse cautelative.

Sappiamo tutti che McLuhan rappresenta una rottura epistemologica capace di dare conto dell’esplosione della “comunicazione” come tema autonomo e centrale nell’interpretazione della società perché il suo pensiero:

  1. dà conto degli impatti culturali a lungo termine delle innovazioni tecniche in materia di comunicazione ma ci ha anche insegnato a considerare che il cambiamento tecnico e culturale non può essere spiegato senza fare riferimento al loro legame intimo con i contesti sociali in cui si inscrivono;
  2. adottando, poi, un punto di vista storico McLuhan mette in relazione lo sviluppo tecnico dei modi di comunicare e l’evoluzione delle strutture della società, comprese le strutture di potere (non a caso uno dei suoi riferimenti è Innis).
  3. introduce la specificità di una influenza culturale e politica del medium a livello della sua forma, anche indipendentemente dai contenuti veicolati.

Rileggerlo oggi ci costringe, a mio parere, utilizzare una doppia pista che mi sembra debba essere esplicitata per rendere produttivo il suo sapere.

Innanzitutto l’eredità di McLuhan deve insegnarci a trattare in chiave mediologica la comunicazione ed in chiave comunicativa i media, non dimenticando, quindi, che si tratta di analizzare, più astrattamente, i modi e le forme evolutive che la comunicazione assume nel passaggio mediale e mostrandone le dinamiche evolutive sollecitate e sospinte medialmente.

Poi occorre distinguere i piani di osservazione e per questo motivo un approccio sociologico, nella sua capacità di problematizzare il rapporto individuo/società può essere produttivo. Ricordando però, appunto, che si tratta di piani diversi, irriducibili. Il che ci invita a rileggere McLuhan nel solco di questa distinzione.

2. Il lavoro da svolgere

Il lavoro da svolgere, allora, si posiziona entro quell’orizzonte teorico degli studi sui media che privilegia come metodo l’intreccio di una duplice direttrice di ricerca.

Da una parte uno “scavo” archeologico che tenta di individuare le modalità di co-dipendenza tra forme sociali e determinazioni mediali. Qui le forme particolari e concrete assunte dai media negli accoppiamenti con il sociale dipendono da una co-evoluzione tecnosociale che specifica alcune tra le traiettorie evolutive possibili. Un intreccio reticolare tra occasioni tecnologiche, logiche di mercato, modalità di consumo, dinamiche conflittuali e negoziali tra differenti attori sociali, ecc. scioglie fra i possibili altrimenti alcuni percorsi e non altri.

Dall’altra si privilegia l’attenzione all’emergere, da queste co-evoluzioni, di forme sociomediali che rappresentano veri e propri nodi di complessità e che in tal senso vanno intese:

  • come territori di espressività delle soggettività;
  • come luoghi di cristallizzazione di contenuti comunicativi e materiali della società;
  • come ambiente di definizione delle pratiche comunicative;
  • come orizzonti di orientamento dei percorsi di senso soggettivi e del sistema dei media;
  • come humus sotterraneo del sociale (Maffesoli), spesso invisibile, spesso intuibile attraverso l’analisi di pratiche sociali emergenti, frutto di vere e proprie effervescenze dei mondi vitali;
  • come luoghi nei quali gli archetipi delle modalità dello stare assieme socialmente sedimentati si trasformano entrando in risonanza con i mutamenti del piano sistemico del sociale.

3. La natura del medium

È a partire da McLuhan nella sua funzione di classico della mediologia che è possibile rintracciare i temi ricorrenti nell’analisi contemporanea e mettere a fuoco i crocevia interpretativi utili alle riflessione socio-comunicativa.

Si tratta di percorsi capaci di centrare l’attenzione su un macro sguardo storicistico, di intrecciare il mutamento dei media con macro categorie come quelle di spazio e tempo, di rivelare i tracciati di co-evoluzione tra strutture mentali e cambiamenti mediali, di investigarne la natura rivelando l’autonomia di tali relazioni che diventano un possibile oggetto di studio. Scrive McLuhan:

“Le società sono sempre state plasmate più dalla natura dei media attraverso i quali gli uomini comunicano che non dal contenuto della comunicazione.”

Occorre quindi tracciare percorsi che tentino di esplicitare – con un atteggiamento di scavo teorico che delinea una vera e propria archeologia dei media – quella natura comunicativa di un medium che, secondo la lettura di Marshall McLuhan, influenza le società più dei contenuti della comunicazione stessa.

Un primo sentiero da percorrere è allora la distinzione fra il medium inteso come forma e il suo contenuto. Una riflessione di questo tipo ci porta ad investigare il medium in sè e per sè.

In tal senso McLuhan propone di:

[prendere]in considerazione non solo il “contenuto”, ma il medium stesso e la matrice culturale entro la quale agisce (p. 29)

La nostra reazione convenzionale a tutti i media, secondo la quale ciò che conta è il modo in cui vengono usati, è l’opaca posizione dell’idiota tecnologico. Perché il “contenuto” di un medium è paragonabile a un succoso pezzo di carne con il quale un ladro cerchi di distrarre il cane da guardia dello spirito. (p. 37)

È qui evidente come lo studioso canadese sottolinei la necessità di una linea di ricerca tesa a sondare la “natura” del medium in quanto tale al di là dei contenuti veicolati. Non che il contenuto sia irrilevante né secondario. Il punto è che il medium in se stesso è rilevante, ha una sua natura.

Quello che si propone, dunque, non è una teoria degli effetti dei media sul pubblico che sveli, in modo puntuale e circostanziato, tipologia e modalità di effetto a partire da ciò che viene veicolato. L’accento è messo piuttosto su un approccio che è teso a svelare l’esistenza di una influenza più radicale e penetrante dei media su dinamiche relazionali, vissuti soggettivi e modalità di conoscenza e del pensiero capaci di generare e innestarsi in una “matrice culturale” che si sintetizza proprio a partire dalle specificità del medium. McLuhan marca questa posizione teorica intitolando uno dei suoi più famosi volumi “La galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico” (1XXX). Titolo di estrema sintesi – e in quanto tale fuorviante e sospettabile di un’attitudine deterministica – ma peculiare di una modalità di ragionamento e di scrittura di tipo suggestivo e a mosaico che niente lascia alla serenità di una lettura lineare, circostanziata e motivata.

D’altra parte, come sostiene Debray:

L’universo del mediologo, ribadiamolo, non è di tipo meccanico (una causa, un effetto) ma sistemico (circolarità delle interazioni). L’invenzione tecnica non è determinante ma autorizzante. La staffa non è “causa” del feudalesimo, né il torchio del protestantesimo. Ma senza staffa nessuna cavalleria; senza Gutenberg nessun Lutero. Le causalità sistemiche sono negative. A non produce B, ma se non-A allora nessun B (Debray Abecedaire, p. 269).

Quella di McLuhan è allora una lettura che richiede di collocarsi oltre, di non lasciarsi affascinare o irritare (che è in fondo la stessa cosa) dal suo argomentare, ma di lasciarsi guidare in un nuovo luogo di osservazione che crea una prima frattura storica della mediologia rispetto alle comunicazioni di massa evidenziando che il medium in sé non è neutrale, che è possibile un discorso sul medium prima ancora di trattarne i contenuti.

Come sostiene in modo chiaro Meyrowitz (1993, pp.30-31)

… i teorici del medium sostengono che l’impatto della forma comunicativa tra le persone va oltre la scelta del messaggio… a questi teorici interessa fondamentalmente un livello superiore di analisi, una prospettiva storica ed interculturale.

E ancora:

I teorici dei media non affermano che i mezzi di comunicazione modellano la personalità e la cultura in modo totale, ma che i cambiamenti nei modelli comunicativi contribuiscono ampiamente al cambiamento sociale e che questo aspetto è generalmente trascurato (ibidem, p.29).

Lo stesso McLuhan riconosce la natura ecologica della relazione fra media e società quando a proposito del titolo del suo volume La galassia Gutenberg sottolinea che «Forse sarebbe stato meglio usare al posto di “galassia” la parola “ambiente”… Un ambiente tecnologico non è soltanto un contenitore passivo di uomini, bensì un processo attivo che rimodella gli uomini al pari delle altre tecnologie» p. 20

Medium come ambiente, come un “luogo” nel quale il soggetto è immerso a livello esperienziale, come territorio comunicativo nel quale si strutturano e ristrutturano relazioni, come milieu nel quale emergono e scompaiono forme culturali.

Diventa qui evidente che l’approccio mediologico sottolinea la dimensione di permanente mediazione della realtà attraverso degli apparati di comunicazione che diventano un vero e proprio mondo in cui calarsi sensorialmente e cognitivamente e al di fuori del quale, potremmo provocatoriamente dire, non è in pratica dato avere esperienza.

In tal senso è evidente come il mutamento nei media fornisca nuove piattaforme di possibilità per il sociale e per la comunicazione stessa e, dunque, come l’analisi del mutamento dei media divenga un elemento centrale per addentrarsi nei percorsi di modificazione della forma comunicativa e del sociale stesso.

I media sono in definitiva occasioni evolutive per la comunicazione e ne cambiano il significato sociale.

Oggi è ancora più evidente e tattilmente percepibile che i media si sono fatti luogo dell’esperienza vissuta, luoghi del nostro abitare, ambiente che si fa piattaforma espressiva dove produciamo, condividiamo e consumiamo contenuti informativi e di intrattenimento.

Pensiamo oggi ai social media (blog, SNSs, ecc.) e ai mondi online: sono luoghi (e non solo strumenti) di de-differenziazione e indifferenziazione tra comunicazione di massa e comunicazione (inter)personale. E questo costituirsi di un ambiente mediale unico (se pensato dal punto di vista della comunicazione) richiede approcci critici che sappiano mostrarci l’evoluzione in atto e la trasformazione di ambiti che pensavamo consolidati (pensiamo alla sfera pubblica).

4. Conseguenze estreme: l’inclusione

Ma se portiamo fino in fondo l’eredità di McLuhan possiamo accorgerci di come già allora siano chiari il potere e la logica “inclusiva” della comunicazione e dei media, cioè quella capacità di utilizzare gli individui nelle componenti corporee e psichiche in modi frammentati e ricombinati. Di fatto McLuhan ci mostra già come la comunicazione e la tecnologia mediale siano apparati di funzionalizzazione degli individui alla società.

Quando afferma che il vero e proprio messaggio di ogni medium, cioè quel che un medium significa, sta nel “mutamento di proporzioni, di ritmo o di schemi che introduce nei rapporti umani” (p.16) punta il dito sul fatto che i media omogeneizzano, annullano le differenze attraverso la loro capacità di renderle uniformi. Come quando a proposito dell’alfabeto scrive: “La civiltà si costruisce sull’alfabetismo, in quanto esso è il trattamento uniforme di una cultura mediante il senso visivo esteso nel tempo e nello spazio dell’alfabeto” (p.105). Non c’è bisogno di persuasione: “Perché gli effetti dell’alfabetismo fonetico venissero accolti non occorrevano persuasioni o lusinghe. Questa tecnologia, che traspone il sonoro mondo tribale nella linearità e nella visualità euclidee procede automaticamente” (p. 119).

Si tratta del fatto che i media rendono simile l’accesso all’esperienza e forniscono una medesima esperienza del mondo :

“Tutti i media sono metafore attive in quanto hanno il potere di tradurre l’esperienza in forme nuove (p.76), scrive McLuhan, e significa che abbiamo esperienze diverse in modi simili o, anche, che sempre più spesso abbiamo lo stesso modo e mondo di accesso alla stessa esperienza. Diversità di superficie ed omogeneità di fondo.

Tutta la verità su Spider Truman (Show)

I segreti della casta di Montecitorio su Facebook (blog e Twitter sono stati aperti qualora venisse chiusa la sua pagina) sono, per ora, quelli di Pulcinella. Vaghe e generiche accuse senza nomi e cognomi che dicono ciò che è già stato detto, ad esempio sul libro inchiesta La Casta, di Stella e Rizzo,  o che è merso con costanza da alcuni approfondimenti sulla stampa.

Certo, Spider Truman, nick dietro l’operazione, si presenta così: “Licenziato dopo 15 anni di precariato in quel palazzo, ho deciso di svelare pian piano tutti i segreti della casta”. E pian piano, per ora, sta andando.

Come riassume con lucidità Galatea, nel bel post Lo strano caso del precario anticasta, il sapore di bufala e la corsa della stampa alla ricerca del nuovo Assange sono gli elementi per ora più forti.

Il Corriere della Sera individua in Leonida Maria Tucci, quarantenne che ha fatto causa ad AN per mobbing, una persona “vicina” all’ideatore dei post. Intanto Spider Truman, in puro spirito “V come Vendetta” (quello di Alan Moore, non il film) o, meglio, Luther Blisset, scrive un post dal titolo Io sono Spider Truman: oggi ho deciso di svelare la mia vera identità in cui sostiene di essere un’idea, un’indignazione, la moltitudine che prende corpo: un’identità molteplice e sparsa, frutto di quel malessere diffuso che sentiamo vicino a noi o a qualcuno che conosciamo (giovani, precari, anziani…).

La voglia di indignarsi supporta la logica virale e ad ogni post scattano migliaia di like. Per capirci, quello di oggi, “spider Truman torna a casa dal lavoro alle 16:00. ci si sente per quell’ora”, ha più di 1800 “mi piace”.

L’attenzione dei watchdog della Rete è però alta. Al di là di ogni ideale romantico e rivoluzionario l’operazione ha cominciato ad essere osservata millimetricamente. Così, ad esempio, Luca Longo scrive “il tizio ha ottenuto una pubblicità virale incredibile e in un giorno ha fatto più di 100k fan, aperto blog e pagina twitter. Sul sito però, se guardate il sorgente pagina, si vede che ha già attivato adsense per farci bei soldini sopra… questo è il suo codice cliente su adsense: google_ad_client=”pub-3620​082159807393”.

Arianna Ciccone, oltre a mostrare alcune strategie di viralità sottese all’operazione, puntualizza: “In 15 anni se volevi “sputtanare” la casta avresti anche potuto farlo sempre nascondendoti dietro anonimato. Quindi diciamolo ancora una volta: non è una questione morale che ti spinge a rivelare questi segreti. E questo insieme all’anonimato ti rende ai miei occhi poco attendibile e poco credibile”.

Che sia una possibile operazione di marketing di movimento lo testimonia Gianfranco Mascia in un’intervista in cui spiega “che è la prima operazione online del Popolo Viola in vista di un autunno di mobilitazione politica”. V per Vendetta sarebbe un San Precario clonato. L’indignazione sociale è guidata da un fake. L’assenza di trasparenza viene venduta come valore ma è solo becero marketing politico.

Oppure no: nel suo post delle 16.30 Spider Truman  scrive: “Ma quale popolo viola. piuttosto Thomas Jefferson!”. E il gioco continua, con una tattica di apparente guerriglia che si sta trasformando in un guazzabuglio online e mediale.

Quello che resta è un uso della Rete per far leva su corde emotive che contemporaneamente alzano la tensione e la scaricano in un like, sfruttando commercialmente l’indignazione. Finché non toglierà l’adsense dal suo blog non potrò pensarla diversamente. In questo momento la pubblicità che compare è: “Vuoi candidarti? Acquista a 29,90€ il miglior corso d’Italia di comunicazione politica!”

Meglio chiudere con le parole che Moore fa dire al suo personaggio…

V: “Il finale è più vicino di quanto sembri. Ed è già scritto. A noi resta solo da scegliere il momento buono per cominciare.”

Come il mondo dell’informazione ripensa la Rete

Oggi potete leggere su La Repubblica un articolo sull’invecchiamento di Facebook che si fonda sul lavoro di monitoraggio che sta facendo Vincenzo Cosenza. La sintesi è che la fascia 36-45 anni (18%) ha superato in Italia quella 13-18 (17%). Sensibile inversione da verificare nel tempo ma significativa.

Così come “sensibile ma significativa” mi sembra la mutazione che cominciamo ad osservare quando il mondo della cultura e dell’informazione tratta un tema come un sito di social network. Prendete il commento di Michele Serra “Una piazza virtuale ancora da esplorare” che fa da contrappunto all’articolo.

Scrive, ad esempio, Serra:

Ogni commento o illazione su quanto avviene in Rete lascia il tempo che trova […] Recenti esperienze sconsigliano di emettere giudizi, o anche solo di azzardare ipotesi. Come si è molto detto e molto scritto nelle ultime settimane, Internet e i social-network hanno avuto, nel mutamento profondo del clima politico-culturale del Paese, un ruolo determinante. E se nel diciottenne chiuso nella sua cameretta e perennemente assorbito dal suo computer si poteva sospettare l’asociale o l’autistico, si è poi scoperto che era lecito sospettare al contrario, l’agitatore sociale o l’organizzatore politico.

Noi ve lo avevamo detto da un po’. Non c’è un “qui dentro la Rete” distinto in modo assoluto dal “lì fuori nel mondo”. Il fatto che una cosa come un sito di social network sia un fenomeno culturale complesso fa sì che non possa essere letto perennemente come un ambito rivolto solo al puro intrattenimento o alla gestione tardo-pruriginosa di pulsioni fanciullesche di una popolazione che non si ostina a diventare adulta.

Il fatto è che la lettura dei fenomeni emergenti richiede di conoscerli, analizzandoli, partecipando, usando uno sguardo nativo capace di andare oltre il “ne ho sentito parlare”. E invece, come mondo intellettuale pubblico e dell’informazione (sì: parlo di chi ne tratta nei media, in particolare), tranne poche eccezioni, siamo spesso portati a leggerli “normalizzandoli”, utilizzando categorie rassicuranti che li cristallizzino in qualcosa di riconoscibile (l’autismo tecnologico o il nativo digitale) che ci lascerà spiazzati quando poi l’onda di reale che questi fenomeni alimentano diventa percepibile nella quotidianità.

Il rischio è, allora, che fenomeni come la correlazione tra l’attività partecipativa in Rete e l’andamento elettorale e referendario (in particolare nell’engagement dei giovani), se letti dagli intellettuali-esperti di informazione con vocazione alla “stabilizzazione”, producano una nuova tecno-mitologia che, da una parte, sopravvaluta la partecipazione civica online – facendo perdere i contorni di “emergenza” che ha oggi – e, dall’altra, impregna di tecno-determinismo ogni discorso serio sulla Rete.

Dovremo quindi osservare bene il racconto che la mutazione “sensibile ma significativa” sta generando continuando a cercare i fenomeni emergenti in Rete senza lasciarci distrarre da narrazioni consolatorie.

La lunga notte della Rete e il suo racconto

Bastano poche parole per raccontare cosa sia La notte della rete: “l’iniziativa promossa per protestare contro la delibera dell’Autorità garante per le Comunicazioni che, in presenza di violazioni del copyright, prevede l’oscuramento dei siti italiani e stranieri”. Così la descrive il Fatto Quotidiano che la sostiene.O, se volete, sono semplicemente “4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti”, come la racconta la pagina Facebook a supporto. O saranno tutti i blog e siti che segnaleranno la cosa ospitando lo streaming video.

Ma la verità è che non siamo riusciti a costruire un racconto su cosa sia la libertà di informazione in Rete che non si invischi con le pastoie del copyright, che non utilizzi un lessico di contrapposizione con i media mainstream, che non confonda il diritto a produrre contenuti informativi con la legge bavaglio…

Non credo che la notte della Rete riuscirà a costruire da sola questo racconto. Dovremo lavorarci ancora molto e tutti assieme.