Riformismo e Rete: come (non) cambiare l’Italia

Io non so esattamente se e come il riformismo possa cambiare l’Italia. Certamente non possono farlo uomini e donne con visioni sfuocate su quello che gli sta attorno. Non possono farlo da politici, da soggetti che dovrebbero rapportarsi con l’opinione pubblica e muoversi nelle sfera pubblica alimentando il dibattito e sapendo ascoltare.

Non possono farlo se scrivono (pensano) cose come queste.

La rete è un meraviglioso laboratorio di legami e di saperi , uno strepitoso strumento di giustizia sociale conoscitiva ma , nel suo discorso pubblico, alimenta semplificazioni e il suo stesso linguaggio formale , pollice in su o in giù, rimanda a banalizzazioni esasperate, ad un mondo di tifosi in cui lo spazio per la razionalizzazione e la costruzione si fa più esile. Tutto tende ad essere corto, emotivo, estremo. Proprio quando avremmo più necessità di pensieri lunghi , di progetti grandi, di tempo per realizzarli.

La Rete è una moltiplicazione diffusa di spazi e di discorsi che contengono sia umori e logiche emotive di pura contrapposizione (“abbasso quello”, “viva quell’altro”) che analisi dettagliate, dibattiti profondi, attivazione della cittadinanza… sì, anche nella lunghezza di un tweet. Non credo, quindi, che alimenti solo con semplificazioni il dibattito pubblico, a meno che non si confonda la brevità di alcuni contenuti, che so: 140 caratteri, con una forma di banalizzazione. Capisco che per chi, come lei Veltroni, è nato e si è socializzato all’interno di un paradigma scrittura/lettura fondato sulla stampa sia difficile osservare una realtà in cui la forma scritta in pubblico trova il senso non nel suo isolamento testuale (un saggio, un libro, un articolo) ma nelle sue connessioni. Non è il singolo tweet sull’argomento, i Riot inglesi, l’indignazione spagnola, il referendum italiano, ecc. ad avere senso ma la relazione connessa dei diversi tweet, testimoniata dalla volontà di connettersi attraverso un hashtag. E quella fra questi e post che commentano e il rimando ad articoli sulle testate online, quelle mainstream e di citizen journalism, ecc. Questa conversazione monstrum di difficile monitoraggio nella sua totalità ma con elevata capacità di penetrazione, spesso supportata da forme di auto-organizzazione in tempo reale, genera uno spazio pubblico di opinione diverso da quello che lei ha letto nei testi di Habermas. Ed è importante capire questa differenza perché avere in mente uno spazio pubblico governato dalla razionalità discorsiva significa liquidare come superficiali le forme di comunicazione contemporanee online che alimentano il discorso pubblico attraverso l’ironia, le forme estetiche, le narrazioni personali, ecc. Avere in mente uno spazio deliberativo fondato dalla relazione fra politica e una sola sfera pubblica monolitica significa non cogliere la moltiplicazione di spazi di differenziazione ed autorappresentazione di minoranze ed interessi e i modi che questi spazi hanno oggi di garantire forme di interazione diretta in pubblico di tipo consistente. Anche con i politici come lei. A meno che lei non pensi al web come un luogo per fare semplici PR online verso un pubblico indifferenziato ed indistinto.

Molte delle scarse qualità che, poi, attribuisce alla Rete in relazione al dibattito pubblico mi sembrano specularmente rappresentare le forme di comunicazione che la politica propone quotidianamente. Le semplificazioni che contrappongono schieramenti, il pollice alzato o abbassato con istantaneità emotiva le trovo costantemente in molte manifestazioni della politica sui media: nessun pensiero lungo all’orizzonte, solo slogan da bruciare alla velocità del palinsesto, magari per cambiare idea per la programmazione (mediale) successiva.

Lei dirà: “ma non io. Non molte delle colleghe e dei colleghi che ascolto quotidianamente e che si danno da fare per questo Paese!”.

Ecco vede, basta trattare come un’unità un insieme di differenze ed è facile fare di tutt’erba un fascio.

Trattare come un’unità (la rete) la miriade di differenze (luoghi persone, post, status, ecc.) è non solo riduttivo ma sbagliato.  Lì, all’interno di quegli spazi, dentro quelle conversazioni, fra quelle persone in interazione, si sviluppano discussioni capaci anche di andare oltre l’orizzonte della piccola quotidianità, capaci di produrre discorsi di cittadinanza, capaci di rappresentare minoranze e tematiche non mainstream,  di essere premesse utili per chi deve deliberare…

La differenza è che nel modello di sfera pubblica che io frequento l’agire discorsivo tende a strutturarsi conversazionalmente, producendo contenuti che si allacciano tra loro e si diffondono rendendo trasparente l’attribuzione di pensiero sotto forma di commento, status, tweet, contro post, ecc. Senza troppe mediazioni di pubblicazione.

La differenza è che mentre lei scrive alla nazione facendosi pubblicare su un grande quotidiano nazionale ed aspettando reazioni ufficiali scritte come articoli di opinionisti o sotto forma di intervista fatte a politici (scrive da lì proprio pensando di avere quella visibilità, no?), io le scrivo dal mio blog, che lei non leggerà – non credo che terrà monitorato l’hashtag Veltroni, no? – argomentando solo su un punto del suo lungo scritto e neanche fondamentale. Un punto che ha il sapore di costruzione del contesto, del contorno. Scrivo perché posso auto-rappresentare i miei interessi e dare voce alle mie (in)competenze, perché posso dire che se le premesse di contesto da cui partiamo sono sbagliate allora le soluzioni che proponiamo non possono non esserlo altrettanto. Mi scuso se non sono stato “corto, emotivo, estremo” non fa parte delle abitudini di questa parte della Rete. Non userò neanche il pollice verso perché non concordo con la sua visione della funzione pubblica che può avere la Rete. La invito invece a passare da queste parti più spesso per capire come sta cambiando la sfera pubblica, come si sta moltiplicando ed esprimendo anche in luoghi che non pensavamo deputati. Ma, d’altra parte, laddove ci sono forme discorsive rappresentate pubblicamente la scintilla della cittadinanza può attivarsi.

PS. Invece per un’analisi più strutturata della poetica veltroniana consiglio la lettura del post di Matteo Bordone.

Il lato oscuro della comunicazione connessa

In questi giorni in cui abbiamo visto la scintilla esplodere nella occidentalissima Inghilterra, in cui Riot hanno messo a fuoco diverse città, sino a sventrare il cuore della civilissima Londra, abbiamo anche visto sottomettere ad un giudizio culturale e morale lo stato di perenne connessione in cui ci riconosciamo come abitanti della Rete (e delle telecomunicazioni).

Al di là di facili determinismi e riduzionismi che fanno scrivere su molte testate qualcosa che potremmo sintetizzare con “I Riots corrono su Twitter”, lasciando intendere analogie simmetriche con la vulgata della Twitter Revolution, con cui semplicisticamente sono state descritte le rivolte iraniane e sud africane, comincia ad emergere nelle descrizione dei media il lato oscuro dello stato di connessione.

Come sintetizzano gli analisti di Marketing a proposito dell’uso dei social media nei disordini londinesi:

Over the past horrifying three days, we have witnessed […] the potentially destructive power of this new technology (youths communicating with large numbers of people at the touch of a button).

In realtà il passaparola dei disordini è passato più da “sciccosissimi” BlackBerry (BlackBerry  Messenger) che dai social network, i quali ne hanno mostrato, piuttosto, gli effetti e commentato i risultati, rendendo visibili le opinioni dei cittadini del mondo. La centralità di una rete immateriale di comunicazione via cellulare sembra essere stata cruciale per delineare in modo facile, fuori da sguardi indiscreti e a basso costo la rivolta urbana:

Following three nights of rioting and looting in London, some police, politicians and media organisations singled out Blackberry’s messaging network as being a useful aid for troublemakers. It’s an “encrypted, very secure, safe, fast, cheap, free, easy way for disaffected urban youth to spread messages for the next targets”.

L’appoggio dell’azienda produttrice di telefonini alle forze dell’ordine è, comunque, assicurata, come ha dichiarato Patrick Spence, che è managing director of global sales and regional marketing della RIM. Dichiarazioni simili, ma meno sbandierate, le abbiamo viste dai gestori di telefonia Egiziani durante i giorni della rivolta.

Quello che colpisce è l’unanime condanna dell’uso dei social network sia da parte dei giornalisti che dei politici. Strumento di libertà in Iran (o in Egitto), strumento di anarchia in Inghilterra. Al solito: è la tecnologia che produce libertà o violenza. Inutile pensarla come semplice strumento di possibilità che si innesta in un contesto sociale e culturale, la sua aura salvifica o demoniaca tende sempre a stagliarsi. Non dico che in Inghilterra non ci sia stata violenza o che questa non sia visibile su Facebook o Twitter. I social network (e la telefonia cellulare) consentono forme di auto organizzazione delle azioni di rivolta in modi accelerati che governano lo spazio-tempo secondo i ritmi della connessione. Ciò che produce la rivolta, la violenza che viene generata va comunque collocata nel contesto sociale della civilissima Inghilterra.

In modo graffiante la critica di Massimo Gramellini passa sulle colonne del La Stampa:

Continuo a guardare la foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate. E’ una povera vittima, un relitto disperato della nostra società opulenta, come vorrebbe certa sociologia? Mah. I poveracci sono un’altra cosa: i bambini del Corno d’Africa con gli occhi sbiancati dalla fame, quelli sono vittime e infatti non indossano scarpe griffate.

Credo però sia sbagliato trattare in modo unitario i Riot di Londra, Manchester, Birmingham, Leeds… Come ha twittato mslulurose:

The Youth of the Middle East rise up for basic freedoms.The Youth of London rise up for a HD ready 42″ Plasma TV

E per capire per quale motivo l’Inghilterra è una pentola a pressione basta leggere alcuni dati:

The United Kingdom has a high level of income inequality, its Gini level was 32.4 in 2009 (0 means absolute equality, 100 absolute inequality), a level that is only topped by a few countries in Europe and that is comparable to the level of Greece (33.1) (data source: Eurostat). 17.3% of the UK population had a risk of living in poverty in 2009 (data source: Eurostat). In early 2011, the youth unemployment rate in the UK rose to 20.3%, the highest level since these statistics started being recorded in 1992.

L’uso di social network e telecomunicazioni per i Riot va collocato in questo contesto.

Il rovescio della medaglia rispetto al lato oscuro, una contro narrazione che troviamo sia in Rete che in molte testate, ha a che fare con la diffusione, proprio attraverso diversi social network, di forme di auto-organizzazione per azioni dei cittadini che riportano l’ordine, basta leggere i contenuti con hashtag #CleanupRiot, o guardare i tanti messaggi che denunciano azioni illegali spesso esibite proprio su Facebook o Twitter, come le foto con il bottino saccheggiato o azioni violente su proprietà private – basta seguire l’hashtag #tweetalooter.

La parte “splendente” della Rete sarebbe fatta, insomma, di auto organizzazione per proteggersi e pulire e delazione generalizzata (guardate le foto postate con la richiesta di dare un nome ad ogni rioter e seguite il canale aperto dalla polizia su Twitter @NameThatRioter).

È questa la forma che assume il civic engagement nei Riot UK?

Capitale e cultura nell’epoca del web sociale. Appunti in forma di critica

[SPOILER]: Questo è uno di quei post che richiedono un po’ di attenzione e sforzo nella lettura. C’è molto implicito e un pizzico di linguaggio (forse) troppo teorico. Ma, si sa, l’estate è un momento in cui si è sufficientemente rilassati da potersi concentrare un po’ di più nel leggere un post. Credo si tratti di una cosa che ci riguarda molto da vicino. Dico noi, che stiamo abitando la Rete da un po’ di tempo, che viviamo in un momento storico di passaggio in cui le vecchie cose (le vecchie parole) stanno prendendo un nuovo senso. Cominciare ad osservarle con uno sguardo critico che accompagni la trasformazione in atto diventa così, per me, un’urgenza. Prima di chiederci come siamo arrivati ad un momento di default.

Le sollecitazioni che vengono da alcune cose accadute in queste settimane mi hanno portato a farmi domande circa gli esiti dell’intreccio fra Capitale e Cultura oggi, nell’epoca della Rete. Una Rete che ha sviluppato attorno agli User Generated Content e alla valorizzazione delle relazioni sociali la sua “ideologia”. Si tratta di appunti sparsi da prendere con cautela. Sono solo modi di mettere a fuoco discorsi un po’ troppo teorici e (spesso) sotto traccia.

In particolare: cosa cambia nel momento in cui la cultura diventa “di massa”? E oggi quale stretta relazione ricompositiva e di dominio si genera?

  1. La cultura può essere pensata (oggi) come il luogo di sperimentazione delle nuove forme di produzione e riproduzione del Capitale, laddove il Capitale ha “colonizzato” sia la forma delle relazioni sociali che la dimensione esperienziale ed emotiva degli individui.
  2. In un’epoca in cui la distinzione tra spazio pubblico e privato tende a diventare un “indistinto”, soggetto alla grammatica della sovraesposizione dell’individuo (il web “sociale” docet!), il Capitale colonizza ogni ambito dell’individualità, sino ad iper-socializzare l’individuo (il sociale e il Capitale, direbbe qualcuno, sono già la stessa cosa da un po’). Il mettersi a nudo su un blog, il rendere condivise le proprie immagini familiari, l’essere in definitiva individui in quanto nodi di relazioni visibili e percepibili, assoggetta a logiche di pubblicizzazione del sé che si accompagnano ad una crescita di familiarità con i linguaggi del controllo.
  3. Il Capitale rovescia le logiche della proprietà/individualità a favore di una pubblicità/individualità (im-proprietà individualizzata?) in cui la forza di espansione del linguaggio del Capitale sta proprio nella capacità di diffondersi attorno alla produzione di User Generated Content (ad esempio), liberi di produrre e far circolare, innovando logiche economiche stantie, liberi di suggerire al Capitale nuovi modi di svilupparsi, nuove strade di espansione che ruotino attorno alla condivisione, alla free culture, all’economia del dono, ecc. Prospettive da punk capitalism.
  4. Il Capitale prima imponeva i luoghi (della produzione e del consumo) ma la sua strategia evolutiva lo porta a “rincorrere” le nuove forme di lavoro: quello creativo (leggete Florida). Tanto che cerca di creare le condizioni per favorire comunità creative con capacità di attrazione (e non ditemi che cose come Zooppa non vanno in tal senso).

Le competenze comunicative e creative vengono rese funzionali ad ambiti di mercato; la socialità si svuota di autonomizzazione… verso una salarizzazione della socialità.

Diffusione ed adozione dei social network

Ho sempre apprezzato il modo di Vincenzo Cosenza di affrontare la ricerca sulla Rete a partire dai dati e dalla loro messa in prospettiva attraverso la costruzione di un database utile per l’analisi longitudinale. La sua mappa mondiale dei social network, ad esempio, non solo ci racconta la penetrazione nei diversi paesi ma ci mostra l’evoluzione del fenomeno a partire dal giugno 2009 e ci permette una riflessione comparata che ci porta fuori dall’ “impressionismo” di alcune analisi che si limitano a descrivere la fotografia del momento. Mappare l’evoluzione spaziale dei social network nel tempo mi sembra essere una dimensione necessaria per costruire le nostre previsioni; utilizzare metodi di visualizzazione immediati (mappe, ad esempio) lo ritengo un corollario che, in realtà, diviene strategico oggi, per la necessità dell’immediatezza intuitiva della divulgazione scientifica.

Per questo guardo con interesse la sua costruzione di un ciclo di adozione dei social network fondato sulla comparazione.
Social Networks Adoption Lifecycle

L’idea di fondo è di utilizzare la curva a campana di adozione dell’innovazione(con la variante di Moore che prevede un momento critico di passaggio) per mostrare il posizionamento attuale dei principali SNSs a partire dalla numerosità delle adesioni:

Per ogni social network ho rintracciato il numero di utenti raffrontandolo con una popolazione di potenziali adottanti pari ad un miliardo.

Poiché credo si tratti di un lavoro interessante provo a muovere un’obiezione che vuole introdurre una variabile socio-antropologica all’interno della prospettiva di sviluppo dell’adozione possibile.

Come premessa possiamo dire che occorre distinguere tra diffusione ed adozione – è così che il modello funziona. La diffusione è un processo che porta un prodotto (o un’idea) ad essere accettato socialmente (o dal mercato) e la velocità di propagazione tra gli individui (i consumatori) delinea il suo tasso di propagazione. L’adozione ha a che fare con i meccanismi di decisione e di incorporazione, ad esempio di un prodotto tecnologico, che porta l’individuo a fare una scelta che introduce nelle sue pratiche quotidiane un certo uso della tecnologia stessa. Abbiamo quindi una logica quantitativa, il numero di persone che utilizzano un determinato prodotto tecnologico ne confermano il tasso di diffusione, che si combina con una qualitativa, la scelta del singolo di adottarlo.

Quello che mi chiedo allora è: dal punto di vista quantitativo è corretto parametrare tutti i social network su un potenziale di adozione di 1 miliardo di persone? O meglio: lo è visto che, qualitativamente, l’adozione di un SNSs è una scelta (apparentemente) individuale che dipende (in realtà) dall’effetto network?

Come ha sintetizzato danah boyd:

Esistono meccanismi che conducono gli early adopter su un determinato sito ma il fattore cruciale nel determinare se una persona diventerà o meno un utente del sito stesso è se questo è il luogo dove i propri amici si incontrano [...] Molti dei nuovi social media, infatti, sono come giardini chiusi che richiedono, per essere di una qualche utilità, di essere usati anche dai tuoi amici.

Per questo motivo mi chiedo: un social network come VKontakte, per sua natura di etno-adottabilità (a partire dall’effetto network: gli utenti dell’ex Unione Sovietica si sono condensati attorno a questo social network e devo tenere conto di una popolazione di utenti che sappia leggere e scrivere in cirillico) o RenRen (per i cinesi), possono essere parametrati a partire dallo stesso potenziale numerico di un social network (potenzialmente) mondializzato come Facebook o Goggle+?

Propendo quindi per un’ipotesi che sappia collocare sulla curva dell’adozione sì i diversi SNSs ma pesando i parametri evolutivi a partire dalle effettive possibilità di adozione. Non ho soluzioni pronte in tasca, dobbiamo ragionarci.

Però mi sembra evidente, in questo senso, che MySpace, ad esempio, andrebbe collocato oltre la linea di maggioranza ritardataria e Orkut starebbe a metà della maggioranza anticipatrice. Occorre trovare il modo di mettere in connessione i singoli grafici della curva di adozione dei diversi SNSs.

Infatti come commenta Luca De Biase:

dobbiamo avere la consapevolezza che è come se il grafico fosse la sovrapposizione di molti grafici. Ogni tecnologia ha il suo destino, la forma del suo grafico è simile a quella del grafico degli altri, ma il suo grafico non è quello degli altri. La maggioranza che può raggiungere non è quella degli altri. Il motivo per cui ce la fa o non ce la fa è unico. E il confronto è giusto sul piano logico, non sul piano quantitativo.

Ecco, sul fatto che non sia sul piano quantitativo mi può trovare anche d’accordo ma ritengo che lo sforzo di costruzione di uno strumento di visualizzazione multilivello e comparativo meriti attenzione, perché può farci capire qualcosa di più sull’effetto network e sulle modalità di relazione fra diffusione ed adozione.

UPDATE

Consiglio la lettura anche del post di Elisabetta chiarisce bene alcuni fattori come quello “tempo”:

Andrebbe quindi approfondito per ciascun social network il rapporto fra stadio di evoluzione della tecnologia, numero di adottanti e potenziale bacino di diffusione, che non necessariamente è identico per tutti.

Understanding McLuhan

Scrive Marshall McLuhan nel saggio “Technology and Environment” (arts canada n°205, Feb. 1967, 5-6):

The next medium, whatever it is – it may be the extension of consciousness – will include television as its content, not as its environment, and will transform television into an art form.  A computer as a research and communication instrument could enhance retrieval, obsolesce mass library organization, retrieve the individual’s encyclopedic function and flip it into a private line to speedily tailored data of a saleable kind.

Con atteggiamento futurologico possiamo vederle come le 10 predizioni di McLuhan sui next media, scrivendole così:

The next medium, whatever it is –

  1. it may be the extension of consciousness –
  2. will include television as its content, not as its environment,
  3. and will transform television into an art form.
  4. A computer as a research and communication instrument
  5. could enhance retrieval,
  6. obsolesce mass library organization,
  7. retrieve the individual’s encyclopedic function
  8. and flip it into a private line
  9. to speedily tailored data
  10. of a saleable kind.

Perfette per capire la realtà della Rete, oggi, sembrerebbe.

Ecco, nei prossimi giorni sarò proprio a discutere di Marshall McLuhan, assieme a Derrick De Kerckhove, con gli allievi del Laboratorio internazionale della comunicazione sul tema “GALASSIA MCLUHAN: QUALI IDEE HANNO CAMBIATO IL PRESENTE DELLA COMUNICAZIONE?” . Il compito che l’incontro si prefigge è di “capire il peso delle sue previsioni nel mondo dei Media e individuare quali trend sono stati annunciati e si sono realizzati nella nostra era. […] Quanto di quella rivoluzione si deve ancora compiere? Quali sono le prospettive future della comunicazione? Qual è la fortuna del pensiero di McLuhan nel mondo? Quali sono le idee che hanno cambiato il presente della comunicazione?”

Tornando alle 10 profezie, penso che occorra giocare con prudenza all’effetto Nostradamus con McLuhan. I suoi testi sono pieni di previsioni, con il senno di oggi, azzeccatissime (le segretarie sarebbero state sostituite dai processi di automatizzazione informativa) ed altre fuori luogo (il baseball e la città non sono spariti). Ma non è tanto questo il punto. Credo che l’eredità più forte dello studioso canadese, come ho già scritto, stia nell’averci aperto la strada ad una visione dei media cha abbraccia il loro portato trasformativo sociale, culturale ed antropologico.

Per questo concentrerò la mia parte di conversazione dal titolo “Probes of Mediology” su due sonde che ci aprono oggi alla possibilità di un’analisi critica della civiltà delle Reti: “il medium è il messaggio” – con le sue implicazioni bio-cognitive e riflessioni fra tendenze deterministiche e possibilità dischiuse dalle affordance – e “L’utente è il contenuto” – con tutto quello che ne consegue nei termini del web sociale.