Big Bang Leopolda: pensavo fosse un wiki invece era un folder.

Ecco, alla fine il prodotto dell’incontro alla Stazione Leopolda organizzato da un gruppo capitanato da Matteo Renzi si è tradotto in un documento che contiene 100 proposte.

Alcune veloci riflessioni.

Un primo punto per me è: ci basta che il progetto WikiPD si trasformi un una sorta di folder 1.0, in un manifesto PDF in 100 punti stile Cluetrain disorganico senza avere luogo di discussione?

Sarò per questo che alcuni propongono dal basso forme alternative come un un wikitweet per #Leopolda che possa aggregare contenuti. Al momento ci sono solo sfoghi personali ma il senso è: serve qualcosa d’altro capace di allargare la discussione perché quello è un documento scritto non prodotto collettivamente né discusso.

Un secondo punto è: 100 punti così, costruiti in modo necessariamente sintetico e suggestivo, adatti a tutte le pance e a tutte le teste, costituiscono una base “incomunicabile” di discussione senza piattaforma per farlo. Se guardate dentro trovate un mix tra proposte concrete e il mood che ha mosso le giornate alla Leopolda. Ma senza un’organizzazione tematica, la possibilità di sintesi efficace e comunicabile, ecc. sembra essere di difficile digestione. Perché non taggare le 100 proposte rendendole ricercabili per combinazioni tematiche? In pratica: è possibile anche tenere assieme una molteplicità di piani ma serve un principio di superficie (sintesi ed efficacia) ed uno di profondità (possibilità di approfondire e di mettere a tema) che aiuti.

Un terzo punto è squisitamente di contenuto. Non entro nel merito qui sul difficile equilibrio che il documento presenta tra logiche di mercato e salvaguardia del pubblico (vedi ad esempio il punto 31 “Mettere in competizione il pubblico con il pubblico”). Resta poi il fatto che i nodi critici vengono lasciati da parte (procreazione assistita, sperimentazione con staminali, coppie gay, eccetera): non è il momento di dividere ma di aggregare, capisco.

Aspetto comunque gli sviluppi, perché credo che una discussione sia meglio di nessuna discussione. Perché, come ha scritto Civati, dobbiamo “costruire una politica basata sul confronto, non sulla banalizzazione dell’avversario. Sul rispetto degli altri, delle cose che dicono e dell’impatto che hanno”. Cadere nell’auto berlusconismo è facile.

Ho visto online in questi giorni accendersi molta passione nel cercare un territorio per il confronto, nell’avere bisogno di produrre idee e non solo discorsi critici senza proposte. Ecco, questo “entusiasmo” mi piacerebbe non si perdesse.

#occupypd

In cerca di un lessico nuovo. Avere le parole giuste permette di organizzarsi e dare un “senso” alle cose che si fanno spinti dall’entusiasmo del cambiamento, dalla necessità di distaccarsi da quanto è avvenuto prima. Credo sia questo uno dei principali obiettivi della convention “Big Bang” alla stazione Leopolda di Firenze. Per questo Matteo Renzi cerca subito di dare un nome alle cose: “il Pd deve essere un partito aperto, una sorta di WikiPd”. WikiPd richiama un’idea di organizzazione eterarchica ed orizzontale che si ispira alle utopie di un web ugualitario con partecipazione diffusa, ignorando un po’ che la legge di Pareto 80/20 aleggia continuamente sulle nostre netizen teste.

Sì, è vero, il clima rilassato e conversazionale che la convention ha è teso a fare emergere idee e progetti che poi andranno riassunti ed organizzati in modo organico. Quindi una forma Wiki che sarà necessariamente etero-prodotta: le persone parlano e scrivono ma qualcuno poi dovrà prendersi la briga di organizzare le idee, anche in un Wiki sul web, magari per poi metterle a disposizione per un dibattito aperto online.

Ma forse il “senso” di un incontro come quello di questi giorni è stato meglio sintetizzato non alla Leopolda ma dentro il web, in una di quelle faticose “conversazioni” asincrone che si sviluppano su Twitter attorno ad un hashtag. Ieri sera era #leopolda.

Seguendo la diretta sul web e commentando Falce73 ha proposto un fulminante nuovo hashtag che rappresenta al meglio il mood di quello che sta accadendo: #OccupyPD.

Dentro c’è un po’ tutto. La volontà di partecipazione ed allargamento, quella di presidiare il mutamento nei luoghi singoli, di farsi realtà diffusa, sparsa, spreadable. Come ho già scritto non è più tempo delle Grandi Piazze, la voce emerge quando diventa rumore diffuso di fondo.

Come ha scritto Civati, cogliendo il senso profondo che ci può essere in un contenuto buzz prodotto dal basso:

Qualche giorno fa avevo parlato di Opa (democratica!) sul Pd. Falce73 su Twitter trova la chiave: è #occupyPD. Lo trovo geniale. Occupiamo il Pd. ‘Costringiamolo’ ad avere coraggio, a cambiare il Paese. Facciamolo, al di là dei politicismi, delle alleanze, dei posizionamenti.

Il dibattito in Rete si accende (basta seguiate lo Storify di Tigella che riprende i Tweet): non basta diventare trending topics (ebbene sì, in pocchissimo #occupypd lo era) cosa fare concretamente?

Giusto. Perfetto. Benissimo. Intanto la capacità di denominare questo momento mi sembra comunque importante per dare “senso” alle cose che verranno.

Twitter ridisegna la timeline

Twitter ridisegna la timeline consentendo di “aprire” un singolo tweet visualizzando conversazioni, contenuti mediali e retweet.

In pratica introduce accanto alla visione “di flusso” asincrona una possibile sincronizzazione dei contenuti legati alla storia di un tweet. Alcune immagini le trovate qui.

Se capisco bene ci troviamo di fronte ad un modo per aumentare le possibilità conversazionali del real time web nel suo scorrere incessante.

Hackerare la pedopornografia: un’azione Anonymous

Dalla lotta al Capitale a quella alla pedopornografia online. Un passo preciso, consapevole e a cui viene attribuito alto valore (non solo) simbolico del gruppo Anonymous, che ha messo in crisi nel passato Bank of America e Sony con azioni di hactivismo tese alla denuncia. Il gruppo ha esplicitato che il loro bersaglio in queste settimane è il web host Freedom Hosting accusato di ospitare consapevolmente contenuti pornografici con protagonisti dei bambini. Qui sono andati oltre la tecnica che solitamente propongono di coinvolgimento collettivo, quella di Ddos, Distribuited denial of service”, cioè  una richiesta di accesso di massa al sito/obiettivo per portarne al limite le prestazioni e arrivare al messaggio di indisponibilità del servizio.

Tutto comincia con l’individuazione di un “darknet site” chiamato Hidden Wiki  (qui trovate uno screenshot che mostra i contenuti di questo wiki occulto), di fatto un contenitore di centinaia di siti undergorund che non sono ricercabili tramite browser, né visibili in modo semplice ai normali utenti del web. Qui Anonymous individua in particolare una sezione “Hard Candy” che contiene link a siti pedopornografici, lo rimuove e in pochissimo tempo viene rimesso online dall’amministratore del sito. A partire da questo comincia una “battaglia” esplicita. Come Anonymous dichiara nella ricostruzione dei fatti postata su Pastebin:

Our demands are simple. Remove all child pornography content from your servers. Refuse to provide hosting services to any website dealing with child pornography. This statement is not just aimed at Freedom Hosting, but everyone on the internet. It does not matter who you are, if we find you to be hosting, promoting, or supporting child pornography, you will become a target.

Buttando giù Freedom Hosting Anonymous ha eliminato più di una quarantine di siti pedopornografici, compreso “Lolita City” che, come raccontano, “contiene più di 100 GB di materiale pedopornografico”. A seguito dell’esame del sito hanno pubblicato 1589 nomi individuati di utenti.

In questo modo l’etica hacker e le azioni di hactivismo più “pure” si rinsaldano ad un’etica diffusa, ad un consenso allargato senza distinguo. Il principio usato è lo stesso che ha sostenuto l’hackeraggio della Sony ma i fini sociali ci sembrano più evidenti. Ad esempio in un articolo su Mashable, che richiede ai lettori di esplicitare in un commento cosa ne pensano, fioccano le approvazioni:

“This is what they should have been doing from the start. Helping the ones who are helpless” oppure “Anonymous are probably the only folks capable of doing anything constructive to break down the child porn industry on the net. More power to them!”.

E molti sono i siti che ne hanno parlato levando ogni dubbio di legittimità sull’azione. Azione che comunque lavora sul margine dell’illegalità ma la cui opera di denuncia la rende tollerabile, quasi necessaria.

Fermo immagine Gheddafi: barbarie e connessione

Forse la visione più chiara sul rapporto tra l’uccisione di Gheddafi e il fluire di immagini che ci hanno travolto dal web e dai media ce la offre Adriano Sofri oggi su La Repubblica quando scrive:

Nel linciaggio della Sirte la combinazione fra l’antiquato animale umano e l’ipermodernità ha preso la forma degli aerei del cielo e degli indigeni sulla terra, arcangeli disabitati gli uni e creature imbelvite gli altri […] meraviglioso e tremendo è il corto circuito fra la sua antichità e i droni che gli volano sulla testa e colpiscono con esattezza e buttano in un tubo da topi il cacciatore mutato in preda e glielo mandano in mano, mani di prestidigitatori di kalashnikov e telefonini. Ci sono le foto di Misurata, il cadavere disteso, a torso nudo, lavato, e circondato da maschi in posa ciascuno dei quali brandisce il telefonino […]

Arcaico e ipermoderno. I simboli si rincorrono nella necessità di mostrare il corpo morto del leader spogliandolo dal suo valore di corpo mediale. Un ragazzino gli strappa una ciocca di capelli per vedere se erano veri, se erano tinti e mostra la mano ancora sporca di una striscia bluastra. Le immagini video del corpo piegato e confuso, implorante, demistificato, incapace di comprendere la fine. Un ragazzo in t-shirt azzurra con stampato un cuore trafitto, il cappellino New York in testa, che agita la pistola d’oro sottratta al dittatore che circola di mano in mano, un quasi oggetto capace di rinsaldare la comunità. E poi non una foto ma un fotogramma, un fermo immagine del volto insanguinato in grembo ad un ribelle vestito di bianco. Immagine dura, cruda, tanto da sviluppare polemiche – anche in Rete – che rimandano al senso che ha pubblicare foto di quel genere e se non si tratti di una cruda strategia da raccatto di audience e lettori. Per non parlare dell’inadeguatezza del mostrarle in fascia protetta.

Eppure l’immagine è necessità della testimonianza, come scrive Susan Sontag:

Le fotografie forniscono testimonianze. Una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne mostrano una fotografia. […] In un’altra versione della sua utilità, il documento fotografico comprova. Una fotografia è considerata dimostrazione incontestabile che una data cosa è effettivamente accaduta.

La sua utilità in Libia ha a che fare con la possibilità di rinsaldare il legame comunitario attorno alla fine certa del dittatore. La barbarie antica del linciaggio nel passaggio di immagini e video da un cellulare all’altro produce una connessione che è la pietra angolare di una nuova possibilità per il Paese.

Deve tremare un mondo che tenga accanto così spaventosamente una tragedia arcaica – il tiranno e i suoi figli e la sua tribù e le fosse – con la sofisticazione di armi e comunicazioni e con la voglia di liberazione. Gheddafi era lui stesso al colmo di questa aberrazione, e l’ha passata di mano ai suoi sacrificatori…

Indignazione: effetti collaterali

Nelle forme della protesta contemporanea degli indignados – così come di altre – c’è una difficoltà di fondo che è quella di non uscire dalla cortocircuitazione fra i principi che ispirano il dissenso e l’assoggettamento alle logiche del capitale.

Mi spiego: da una parte ci si scaglia contro le forme di assoggettamento della nostra civiltà, alla finanziarizzazione e allo sviluppo selvaggio delle imprese incuranti del capitale umano (per dirne una); dall’altra parte si sostengono quelle aziende che riproducono questa forma di assoggettamento.

Tema duro da affrontare con serenità. E con il rischio di cadere in facili derive ingenue. Provo a farvi avvicinare al tema attraverso il punto di vista autobiografico che propone Roberto Recchioni:

E voi volete dirmi che andare a manifestare contro il sistema produttivo-finanziario mondiale (perché questo era il tema della manifestazione di sabato, non Berlusconi e il suo governo, contro cui avrei manifestato volentieri) con in tasca l’iPhone non sia come presentarsi in pelliccia di cincillà a una manifestazione di animalisti?
[…]
Ogni volta che diamo soldi alla Apple (o alla Samsung, alla Sony e a chi più ne ha più ne metta), non facciamo altro che alimentare quel sistema contro cui oggi vi indignate.
E lo sappiamo sia io che voi.
Ma l’iPhone è il migliore prodotto sulla piazza e poco importa se è un pochettino sporco di sangue (no, non è una metafora drammatica: è una realtà di fatto) perché ci piace e ci è comodo.
E, vi giuro, a me sta bene.
Io ho la casa piena di prodotti con sopra mela morsicata,  e non sono disposto a rinunciarci a meno che non mi venga offerta un’alternativa superiore che non comporti alcun compromesso o sacrificio.
Ma cazzo, la consapevolezza che nel dare i soldi a Cupertino sto sostenendo, ATTIVAMENTE (al pari, e più, di dare i soldi a Emergency, per esempio), un’azienda criminale che sta mandando il mondo a rotoli sotto un mucchio di punti di vista, ce l’ho ben presente e ne accetto la responsabilità e accetto pure quello che comporta questa responsabilità.
Per esempio, non avere il diritto di indignarmi.
Perché non sono senza peccato e mi tengo lontano dalla prima pietra.

Altro che Lovemarks e retoriche affettive dei brand da inizio secolo. Fa piuttosto pensare alla responsabilità che ci assumiamo (come consumatori e cittadini) quando ci indigniamo twittando da un iPhone i tumulti della Piazza… un bel cortocircuito del senso con cui dobbiamo confrontarci, appunto.

Per questo ho pensato che Lunedì la mia prima lezione del corso per la Magistrale in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni la comincio parlando di questo.

Gli indignados? Ignoranti sotto vuoto spinto, prodotto delle Scienze della Comunicazione

Chi sono gli indignados? A quale “tipo” sociologico corrispondono?

La pensa così Pietrangelo Buttafuoco dalle colonne de Il Foglio:

troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.

Rileggiamo:

“Tutto un belare in sottovuoto marketing”. “E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione”.

Il qualunquismo spinto di certo giornalismo un po’ mi spaventa e un po’ mi inquieta. Si dequalifica la formazione universitaria immaginando tipologie di corsi di laura di serie A e di serie B. Si denigra, in qualche modo, la cultura e il valore dello studio – su questo e il “senso” di studiare oggi lascio la parola a Ilvo Diamanti che lo racconta meglio di quanto farei io qui. Certo, la tesi di Buttafuoco lamenta l’ignoranza diffusa e mette, giustamente, l’accento anche sui tagli alla scuola pubblica ma finisce poi nello scadere su un sentire – non comune e non condiviso ma – strategico nel pensare che esista una differenza di valore fra il sapere e la formazione tecnica per l’innovazione della società. Ecco, mi sembra che questo non dovremmo accettarlo.

Sulla capacità di racconto che gli indignados hanno non entro, qui, nel merito: difficile pensare che sia rappresentabile da alcuni sparuti leader presi per strada la non rappresentabilità della moltitudine…