Fermo immagine Gheddafi: barbarie e connessione

Forse la visione più chiara sul rapporto tra l’uccisione di Gheddafi e il fluire di immagini che ci hanno travolto dal web e dai media ce la offre Adriano Sofri oggi su La Repubblica quando scrive:

Nel linciaggio della Sirte la combinazione fra l’antiquato animale umano e l’ipermodernità ha preso la forma degli aerei del cielo e degli indigeni sulla terra, arcangeli disabitati gli uni e creature imbelvite gli altri […] meraviglioso e tremendo è il corto circuito fra la sua antichità e i droni che gli volano sulla testa e colpiscono con esattezza e buttano in un tubo da topi il cacciatore mutato in preda e glielo mandano in mano, mani di prestidigitatori di kalashnikov e telefonini. Ci sono le foto di Misurata, il cadavere disteso, a torso nudo, lavato, e circondato da maschi in posa ciascuno dei quali brandisce il telefonino […]

Arcaico e ipermoderno. I simboli si rincorrono nella necessità di mostrare il corpo morto del leader spogliandolo dal suo valore di corpo mediale. Un ragazzino gli strappa una ciocca di capelli per vedere se erano veri, se erano tinti e mostra la mano ancora sporca di una striscia bluastra. Le immagini video del corpo piegato e confuso, implorante, demistificato, incapace di comprendere la fine. Un ragazzo in t-shirt azzurra con stampato un cuore trafitto, il cappellino New York in testa, che agita la pistola d’oro sottratta al dittatore che circola di mano in mano, un quasi oggetto capace di rinsaldare la comunità. E poi non una foto ma un fotogramma, un fermo immagine del volto insanguinato in grembo ad un ribelle vestito di bianco. Immagine dura, cruda, tanto da sviluppare polemiche – anche in Rete – che rimandano al senso che ha pubblicare foto di quel genere e se non si tratti di una cruda strategia da raccatto di audience e lettori. Per non parlare dell’inadeguatezza del mostrarle in fascia protetta.

Eppure l’immagine è necessità della testimonianza, come scrive Susan Sontag:

Le fotografie forniscono testimonianze. Una cosa di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui dubitiamo, ci sembra provata quando ce ne mostrano una fotografia. […] In un’altra versione della sua utilità, il documento fotografico comprova. Una fotografia è considerata dimostrazione incontestabile che una data cosa è effettivamente accaduta.

La sua utilità in Libia ha a che fare con la possibilità di rinsaldare il legame comunitario attorno alla fine certa del dittatore. La barbarie antica del linciaggio nel passaggio di immagini e video da un cellulare all’altro produce una connessione che è la pietra angolare di una nuova possibilità per il Paese.

Deve tremare un mondo che tenga accanto così spaventosamente una tragedia arcaica – il tiranno e i suoi figli e la sua tribù e le fosse – con la sofisticazione di armi e comunicazioni e con la voglia di liberazione. Gheddafi era lui stesso al colmo di questa aberrazione, e l’ha passata di mano ai suoi sacrificatori…

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5 pensieri su “Fermo immagine Gheddafi: barbarie e connessione”

  1. Bisogna fare i conti con l’immaginario e il suo carattere prevalentemente iconico, è vero. Tuttavia il modo con cui stati e politici compiacenti con quel regime si appropriano e brandiscono quelle immagini mi agghiaccia.

  2. Forse va ripensata e riattualizzata la teoria del doppio corpo del re, pensando a come questo doppio mediale del cadavere abbia una funzione centrale nella gestione della delicatissima fase dell””interregno”. Funzione che muta a seconda della nostra collocazione rispetto all’accaduto – libici? cittadini di paesi Nato? non Nato? ecc. – , a seconda del tempo, della durata di questo interregno.
    Cito Nancy, che può essere interessante: “La violenza[...] non vuole essere compossibile, vuole essere invece impossibile, intollerabile per lo spazio dei compossibili che lacera e distrugge”. La violenza è intensità, non forza, essa “si espone come figura senza figura, mostrazione, ostensione di ciò che resta senza volto”. “la violenza si mette sempre in immagine, e l’immagine è ciò che, da sé, si porta davanti a sé e si autorizza da sé”.

    1. E’ una buona lettura, in effetti. Un’altra ha a che fare con una rilettura dl “capro espiatorio” di Girard, dove la violenza e è sconnessa necessariamente dalla sacralizzazione…

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