Social network: mentire assieme ai propri figli per fare cultura digitale

Ho già trattato altrove di come in America si stia discutendo attorno alla proposta fatta dalla Federal Trade Commission di modificare le regole di garanzia della privacy online per i minori di 13 anni previste nel Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA), rivedendo alcuni ambiti fondamentali e allineando le policy con il contesto tecnologico e culturale di uso che è cambiato.

È in questo contesto culturale di mutamento che si inseriscono i risultati della ricerca “Why Parents Help Their Children Lie to Facebook About Age: Unintended Consequences of the ‘Children’s Online Privacy Protection Act'” svolta da danah boyd ,Eszter Hargittai, Jason Schultz e John Palfrey.

L’indagine riguarda le pratiche domestiche dei genitori in relazione ai social media e a ciò che pensano circa le regole di restrizione online per i loro figli minorenni. Il campione nazionale è di 1007 genitori americani conviventi con figli di età compresa  tra i 10 e i 14 anni.

Il lavoro delinea chiaramente il contesto di riferimento:

  • benché l’età minima per avere un profilo su Facebook sia 13 anni, i genitori dei tredici-quattordicenni affermano che i loro figli sono entrati a 12 anni;
  • il 55% dei genitori dei dodicenni afferma che i loro figli hanno un account su Facebook e la maggior parte di questi genitori (82%) è a conoscenza di quando il proprio figlio lo ha attivato;
  • un terzo (36%) dei genitori racconta che i propri figli sono entrati su Facebook prima dei 13 anni e il 68% li ha aiutati a creare un account;
  • il 53% dei genitori pensa che Facebook abbia un limite di età per aprire un account e un 35% di questi pensa che si tratti di una semplice raccomandazione e non di un obbligo;
  • il 78% dei genitori pensa che sia accettabile che i loro figli violino l’età minima richiesta per avere un profilo sui social media o altri servizi online.

In sintesi: i genitori sanno che i loro figli stanno su Facebook anche quando hanno meno di 13 anni e li spalleggiano. In pratica sono più attenti al versante di “normalità” che porta gli adolescenti a vivere le loro esperienze in Rete che alle limitazioni e alle regole di accesso. Il web gli permette, pensano, di essere genitori presenti se gli consente di assumersi le responsabilità sui propri figli non se ci sono limitazioni automatizzate. In pratica più di metà del campione ritiene che la strategia giusta sia coinvolgere maggiormente i genitori non deresponsabilizzarli.

Non è quindi un problema giuridico di restrizione nell’accesso ma di sviluppo di una cultura digitale in cui anche i genitori siano parte attiva dello stare online dei propri figli.

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4 pensieri su “Social network: mentire assieme ai propri figli per fare cultura digitale”

    1. Guarda secondo me il problema è più generale. Si tratta di capire quando si pensano politiche di restrizione online o modalità di gestione della privacy eccetera quale contesto culturale ci sta dietro.
      Qui scopriamo che un buon modo di vedere le cose ha a che fare con coinvolgimento diretto dei genitori più che con forme di generale autoregolazione.
      La componente positiva, se vogliamo, ha a che fare con l’assunzione di responsabilità che i genitori manifestano (e che ha margine di crescita) quando si tratta dei loro figli online.

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