Born Again: conversazioni attorno alla “rinascita dei blog”

[Nota: questo post esce su Apogeonline che ha rappresentato per moltissimi mesi per me una utile palestra per riflettere su quanto sta accadendo nella mutazione che nasce attorno al digitale. Nel bilancio di fine anno ho deciso con Sergio Maistrello, editor e compagno di viaggio di questi anni, di mettere anche sul mio blog quello che rappresenta al momento un contributo allargato al dibattito#risorgiblog. Prendetelo un po’ come i miei botti di Capodanno scoppiati con amici che frequentano gli stessi territori online. Molti altri fanno scoppiare petardi e luccicare girandole assieme a noi in Rete (e lo storify sta lì a fotografarli). Non è un punto di arrivo o una celebrazione di quello che è stato; festeggiamo, piuttosto, l’ingresso in un nuovo anno con il digitale a modo nostro: attraverso una conversazione allargata che mostra l’esistenza di un network senza che ci sia bisogno che sia uno spazio deputato ad essere un “social network” e pensato da altri.

Questo è stato anche il mio ultimo post per la rubrica Mutazioni Digitali su Apogeonline. Le scelte editoriali di Apogeo trasformeranno infatti il nostro magazine di cultura digitale curato in questi anni con saggezza da Sergio Maistrello in qualcosa più adatto alle nuove strategie: come mi hanno scritto ” è necessario cambiare, riportando il flusso di contenuti più vicino alla tecnologia praticata”. Ringrazio pubblicamente Sergio per quanto ha fatto in questi anni e credo di poter dire che la cultura digitale in Italia sarà un po’ più sola. Ma ci aspettiamo altri progetti. Perciò Buon 2012 a tutti.]

C’è una profezia che aleggia sul mondo Internet da molti anni e che riemerge nei periodi di bilancio, come quelli di fine anno: la morte dei blog. Lo sappiamo: la realtà del web, penso all’Italia, si è trasformata in dieci anni da una prateria punteggiata da blog personali – che mettevano in relazione contenuti e lettori in una (quasi) spesso coincidenza fra chi scrive e chi legge. Il lettore solitamente era un altro gestore di blog che da lì, oltre che dai commenti, rispondeva e rilanciava – a un suk denso di update di status, flussi di tweet, comunicazioni spesso fatiche (like, retweet), spalmabilità di contenuti raddoppiati tra i profili Facebook, Twitter, Google+, FriendFeed eccetera.

Ecosistema

L’afflusso massificato degli ultimi anni prima su Facebook poi su Twitter mi sembra abbia riportato alla nostra attenzione la necessità di riflettere sulla forma che questo ecosistema dei social media sta assumendo e lo spazio che il blog può avere come luogo in cui fermare il pensiero sottraendolo al flusso e alla necessità dell’essere continuamente newsificato, concedendo ai contenuti un archivio in chiave social (benvenuti a commenti di ampi respiro, risposte da altri blog, segnalazioni a compendio eccetera) che possano resistere al deperimento e alla volatilità di pseudo conversazioni a basso tasso di ricercabilità, come quelle presenti su Facebook o Twitter.

Su questo #risorgiblog (perdonate l’#hashtag volutamente ideologico lanciato su Twitter durante uno scambio sul tema) ho provato a stimolare una riflessione a partire dal post “Per un uso ecologico di Twitter”, nel quale ho cercato di mettere a fuoco l’emergere di un bisogno che avremo di ridare vita agli spazi blog in nuovi modi, tutti da sperimentare, relazionati ai flussi dei social network. La conversazione che è nata attorno a #rinasciblog è cresciuta attraverso diverso interventi dispersi tra blog e social network che ho cominciato ad aggregare “storificandoli” su #risorgiblog. A partire da questi stimoli ho cercato di approfondire parlandone con alcuni osservatori interni alla realtà dei social media italiani che in questi anni hanno saputo vivere e interpretare il mutamento, anche in modi molto diversi, e che, qualche anno fa, i giornalisti compiacenti avrebbero chiamato blogger. Il dato di partenza me lo ha fornito Vincenzo Cosenza partendo dai dati di fatto e spiegandomi che:

i blog su WordPress, la piattaforma più usata, sono in aumento e stanno per toccare i 70 milioni. Quelli su Tumblr sfiorano i 40 milioni. Certo non è dato conoscere il tasso di abbandono, ma la crescita delle nuove aperture è significativa. Quello che vedo è una mutazione del modo di usare i blog. Prima venivano usati per condividere lunghe elucubrazioni, brevi pensieri o contenuti scovati in rete. Ora si tende a mettere sul blog ciò che si vuole far rimanere nel tempo e ritrovare. Ai social network il compito di amplificare i pensieri del blog e accogliere frammenti di esistenza fuggevoli, utili a segnalare la nostra posizione in rete e a curare le relazioni amicali.

Conti

Luca Conti, che ha recentemente scritto un post sulla sua decisione di ridurre l’uso dei social network nel 2012 a favore dei suoi blog, mi ha spiegato le motivazioni di fondo:

Leggendo un po’ di ebook su minimalismo, stile di vita, dieta digitale, ecc., mi sono reso conto che Facebook e Twitter sono diventati quasi una droga, nel senso letterale. Posso farne a meno, certo, ma quando sono davanti al computer sono portato a controllare se qualcuno ha reagito a cosa ho scritto e questo è fonte di grande perdita di tempo e di interruzione. A proposito devo assolutamente stoppare le notifiche e i blip di iPad ogni volta che qualcuno fa qualcosa su Twitter e Facebook perché è una continua tentazione!! :)

GBA: La tua è una decisione personale e professionale assieme, mi sembra. Ma come vedi la relazione che si strutturerà fra mondo dei social network e blog? Credi sia una tendenza alla ricrescita di spazi conversazionali diversi oppure solo una distinzione tra luoghi più affollati e pubblici (e di immediata gratificazione: like, commenti, eccetera) e luoghi (seppur pubblici) più intimi con un pubblico?

Luca Conti: Personale nel senso che voglio ridurre il tempo dedicato alle relazioni attraverso i social network, a favore di relazioni fuori dai social network. Nel 2011 mi son reso conto di aver speso e investito molto tempo in cura di relazioni con persone a distanza, alcune anche mai ancora conosciute di persone. Alcuni di questi investimenti non sono stati fruttuosi e quindi mi interrogo quanto paghi e quale equilibrio avere nel curare relazioni mediate dai social network. Non li rifuggo, ma credo di dover tornare su un equilibrio che ne riduce il tempo e l’investimento. Non necessariamente questo significa sostituire quel tempo con la cura del blog personale. Non ho mai usato le note su Facebook, per capirci, quindi non intendo usare il blog personale in sostituzione degli aggiornamenti di stato di Facebook o Twitter. Questi restano per segnalazioni brevi sul piano professionale.

Mi rendo conto di aver disperso parte del potenziale accumulato nel tempo con Pandemia, un po’ per naturale uso dei social network come complemento alla produzione, diffusione, personal personal branding, un po’ per mancata cura degli spazi propri, come avrebbero necessitato. Oggi chi vuole farsi una opinione professionale del sottoscritto può dedurre qualcosa da Pandemia ma dai miei blog personali, in italiano e in inglese, trova poco a cui riferirsi e questo è un potenziale danno per le mie attività. Danno a cui devo riparare, anche con un aggiornamento grafico di Pandemia, troppo trascurato e vecchio ormai.

GBA: In Italia abbiamo sempre parlato annualmente di “fine dei blog”. L’arrivo dei social network – e l’affluenza di massa – mi sembra abbia mostrato l’esistenza di luoghi sensati per produrre e condividere contenuti senza la “pesantezza” della struttura editoriale del blog. Eppure oggi mi sembra che (a livello non solo italiano) ci sia l’esigenza di riaffermare una rinascita del blog.

Luca Conti: Credo che ognuno che abbia cominciato a vivere il social web con un blog, trovi oggi il proprio equilibrio nell’uso del blog e dei social network dopo averne sperimentato l’uso per un tempo ormai sufficientemente ampio da capirne i pro e i contro. Voglio dire che ognuno di questi strumenti risponde a esigenze solo in parte sovrapponibili, quindi poco sostituibili tra loro. L’uso e l’abuso dei social network, per novità, per affezione, per facilità d’uso, per dipendenza da attenzione, vedono oggi un riflusso da parte dei blogger della prima ora o di quelli più consapevoli, non perché ci sia un male nell’uso dei social network e un bene nel blog, ma perché il blog mantiene e rafforza la propria identità digitale e la conserva nel tempo.

La differenza oggi e il potenziale riflusso verso il blog è determinato da una maggiore consapevolezza, tutto qua. Non vedo contrapposizioni e non vedo i blogger duri e puri come vincitori, anzi! Dal mio punto di vista la vita di cittadino digitale oggi non può prescindere dalla cura e dall’interazione su Facebook e su Twitter, perché quelli sono i luoghi di dibattito pubblici. Arroccarsi sul proprio blog è un po’ come restare chiusi in casa con la porta aperta, lasciando entrare gli amici e i passanti, più o meno fedeli, ma la vita online è anche altrove.

Mantellini

Massimo Mantellini, intervenendo e rilanciando il dibattito – va ricordato che il suo è uno dei blog più letti del panorama nazionale – notava come nell’ultimo anno i post dei blog da lui seguiti sono calati inesorabilmente e per questo gli ho chiesto di approfondirne le motivazioni.

GBA: Mi interessa approfondire la tua percezione di una presenza ridotta dei contenuti della blogosfera. Al di là del numero dei blog esistenti, come tu dici, dipende anche da quanti contenuti produci e da quanta conversazione (aggiungerei io) si produce. Mi interessa capire allora se secondo te – a parte anomalie – la realtà della forma blog sta assumendo i tratti del commento (vedi i singoli blog dei quotidiani online) o dell’editoria (vedi ilPost) e se, di conseguenza, il blog “personale” tradizionalmente inteso ha ancora senso.

Massimo Mantellini: Io credo che per quello che leggo io i blog abbiano abbandonato in gran parte la loro connotazione diaristica (ci sono strumenti che un tempo non esistevano molto più affini al diario) e mostrino oggi due vie di sviluppo principali: una strettamente personale simile a quella degli esordi ma liberata dai piccoli contenuti che oggi finiscono altrove, si tratta di luoghi che mantengono necessariamente un basso profilo numerico e producono in gran parte opinioni e punti di vista con un raggio di esplorazione vario.

Poi una seconda via di sviluppo che è più francamente editoriale e che segmenterei in due gruppi: blog gestiti spesso da un singolo che si occupano di temi specifici, progetti con una qualche aspirazione giornalistica/specialistica, e invece progetti multiautore, anche in forma di aggregatore sul tipo di quelli nati negli ultimi due anni da Il Post in avanti ma anche del tipo “aggregazione di persone intorno ad un tema” (pensa a ValigiaBlu) Questi ultimi strumenti si immaginano generalisti in uno spazio in parte occupato dal nanopublishing (che per quanto sia in Italia fa ancora bei numeri) ma con chiare aspirazioni editoriali

GBA: Che relazione fra blog e social network si sta a tuo parere sviluppando in Italia (e se la ritieni diversa da quella che osservi altrove).

Massimo Mantellini: Mi pare di vedere una grande divaricazione: mentre il flusso dai blog verso i social network è naturale e voluto, il contrario avviene per forza di cose con meno frequenza. La riduzione di attenzione verso i blog è in buona parte secondaria alla migrazione dell’attenzione verso i social network. Se c’è una economia dell’attenzione questa moneta prima o poi finisce. Resta da capire quanto ci convenga in termini generali (visto che sono un lurido moralista, moraleggio) preferire la navigazione rapida sulla superficie delle cose piuttosto che tentare la sua analisi in profondità. Ma ho come la sensazione che la direzione di simili scelte sia molto adeguata ai nostri tempi.

Granieri

Poiché questo dibattito chiama in causa direttamente il modo che abbiamo di usare i nostri blog, Giuseppe Granieri ha scritto un bel post per descrivere i motivi che abbiamo oggi per tenere un blog: «Se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. Per una serie di ragioni: è completamente ricercabile, hai totale controllo sul contesto e sul messaggio».

GBA: È ovvio che siamo passati dalla supremazia della blogosfera alla distribuzione dispersa di contenuti che i social network ci ha insegnato. Questo forse ha modificato in Italia il modo di “dire” e “fare” in Rete. Pensi che i blog rappresentino, quindi, una specie di battaglia di retroguardia o la loro posizione nell’ambiente dei social media ha nuovo senso?

Giuseppe Granieri: Non so se sia vera supremazia. Dipende dalle abitudini e dalla posizione che ciascuno di noi sceglie in rete. Se guardo le mie abitudini i blog (quelli che leggo) stravincono sui social network, che uso fondamentalmente come ripetitori, come canali di distribuzione. Le mie fonti, cui non rinuncerei per nulla al mondo, sono i blog. Anche quando vengono riassemblate con strumenti molto evoluti come Zite. Alla fine la tecnologia va verso la specializzazione e ciascuno utilizza alcuni degli strumenti disponibili e lo fa nel modo in cui gli servono. Con tanta offerta di strumenti e con attenzione limitata non si può fare diversamente.

I blog sono l’approdo per chi ha qualcosa da dire e vuole farlo, ma non possiamo pensare che tutti, tutti i giorni abbiano qualcosa da dire. Io vedo abbastanza fisiologico l’assetto che si sta delineando, con i contenuti di segnalazione e relazione che si spostano sui social network. Ma personalmente reagirei in modo tiepido alla chiusura di un social network, mentre invece mi sentirei molto meno intelligente se perdessi l’accesso alle mie fonti che mi danno modo di costruirmi opinioni più ricche e strutturate.

GBA: Oltre al tuo blog personale gestisci anche blog di lavoro e un blog per la Stampa. Abbiamo pensato nel passato che la produzione dei contenuti dal basso stesse nei nostri walled garden ben pettinati. Ci siamo trovati di fronte ai suk prodotti dai social network. Mi sembra che il blog stia diventando uno strumento che necessita di una maggiore cura editoriale, più vicino ad un prodotto meno estemporaneo. Che sia l’indice di come nella relazione pro-am la dimensione pro conti?

Giuseppe Granieri: Anche qui, non c’è più spazio secondo me per le grandi generalizzazioni. Il blog è sempre più un canale editoriale, ma editorale nel senso che ti obbliga a editorializzare il tuo pensiero, a dargli una forma compiuta, a farne una lettura in qualche modo completa. Poi, puoi usarlo per scopi professionali o personali, o di finzione, in un contesto comunque sempre più strutturato rispetto ai social network. Il ragionamento a mio parere va impostato rispondendo alla domanda: qual è il lavoro che fa lo strumento che uso? Il blog è per i contenuti, per la loro permanenza e ricercabilità. I social network sono l’estemporaneo, l’evenemenziale, la relazione, la distribuzione. È vero che ciclicamente si parla di “morte del blog” o si fa il punto della situazione sugli strumenti ma io credo che stavolta stiamo entrando in una nuova fase.

La prospettiva non è più uniforme come prima, le informazioni (nel senso più generale possibile) si stanno sgretolando non solo in più strumenti ma in più livelli di percezione. È vero che il blog non è mai morto, o forse è morto e poi resuscitato, ma è anche vero che il mondo dei blog di 10 anni fa non esiste più. Da una prospettiva “editoriale” non è più possibile una Teoria del Tutto, in cui il blog aveva un suo posto ben preciso (e un suo ritmo), i social media offrono più livelli di percezione e il blog ne esce cambiato. L’informazione ora è un fiume che scorre a diverse velocità in differenti punti e quindi non ha più senso cercare il “social network” perfetto che possa racchiudere contemporaneamente conversazione, coinvolgimento, identità, relazioni. Lo strumento blog, quindi, diventa ancora più importante come complemento di questi fattori, a patto di adattarsi.

Alagna

La complessa relazione fra blog e ambiente dei social network ci porterà quindi a ripensare il nostro modo di “confezionare” editorialmente un blog. Per questo credo occorra il coraggio di sperimentare nuovi formati, nuovi linguaggi e forme di integrazione. E non parlo del lato “tecnico” della faccenda. Non quindi di come integrare i like di Facebook o le segnalazioni facili di Twitter in coda ai post. Ma di come cambiare il frame in cui incorniciare nel blog – per quello che sta diventando – contenuti “adatti” alle grammatiche dei social network e allo “spirito” di quell’ambiente. Trovo che una bella sperimentazione in questo senso la stia facendo Luca Alagna a cui ho chiesto di condividere il suo modo di pensare/confezionare i post.

GBA: Come vedi la relazione fra il blog personale e la presenza delle segnalazioni/conversazioni sui social network? E quale modello stai usando tu di integrazione? Dico integrazione non in senso tecnico ma concettuale perché mi sembra che sia nel design che nel modo di concepire i post e le sezioni, hai sviluppato un’integrazione che presenta una piattaforma interessante.

Luca Alagna: Il modello che ho iniziato a usare nel mio blog dedicato alle news instant.stilografico.com è abbastanza chiaro, lo sperimento da tempo (come nel caso del post che scrissi in questo modo su Sucate per 140nn, riscoperto e dibattuto mesi dopo) e ormai lo identifico concettualmente con “instant”: il blog si inserisce nel flusso più veloce ma mantiene una sua natura più lenta. Il tweet è un post, ma il post è incapsulato in un tweet, le informazioni dei social media vengono rallentate per poterle approfondire, espandere, e poi vengono riaffidate alla corrente veloce. È anche fratello di altri tentativi (tra i quali quello eccellente è il blog The Lede sul New York Times), a volte nati per necessità (dalla blogosfera iraniana del 2009 ai blog della Primavera Araba), altre volte già presenti sui quotidiani online (come fa a volte Il Post o l’Huffington Post).

Ma mi interessa rimarcare la differenza concettuale di questa idea, che vive volutamente nel suo ambito con una linea editoriale ben precisa, non dettata necessariamente dall’Agenda generale, e si presta per sua natura alla cooperazione. Anche graficamente l’intento è di chiarezza e di priorità cronologica. Mi sto convincendo sempre più che i quotidiani del prossimo futuro (che saranno ancora il punto di riferimento dell’informazione) su web avranno definitivamente la forma del blog.

Newsification

Una lunga panoramica, la nostra, sulla complessità da mettere in gioco sul tema #risorgiblog. Quello che è certo che mi sembra ci sia spazio nel 2012 per ripensare la bulimia da social network ed osservare come la blogosfera italiana risponda a nuovi bisogni latenti di approfondimento e cura editoriale post segnalazione e newsification. Perché, come ha scritto Massimo Mantellini in un accorato post:

lo strumento blog resta un campo di gioco formidabile e sarà ancora frequentato da chi ha voglia e idee. E la metadiscussione sui blog di questi giorni ci dice anche che la blogosfera, grande o piccola che sia, può essere anche un grande social network. Molto meglio strutturato e stabile di tanti altri, capace di tirar fili in mezzo al niente, collegando persone che magari non si conoscono: senza che qualcuno li abbia fatti diventare amici o followers.

#risorgiblog

  1. La “stagionalità” della nostra presenza online è abbastanza evidente. I momenti della giornata, della settimana e dell’anno che contraddistinguono la produzione di contenuti sono sufficientemente noti. Da una discussione natalizia su Twitter emerge però una notazione interessante rispetto al tema evergreen sulla presunta “morte dei blog”
  2. Oggi, nel lettore di feed ci sono solo @pedroelrey e @mante. E’ proprio vero che la blogosfera si sta spopolando #daquisenevannotutti
    December 29, 2011 6:23:09 AM EST
  3. Blogtregua per le feste. Predico inversione di tendenza per 2012 @pedroelrey @webeconoscenza @iltwitdigalatea @mante @quinta #risorgiblog
    December 26, 2011 4:29:57 AM EST
  4. @GBA_mediamondo il 2012 sarà l’anno dei blog, ammesso che qs parola scatolone abbia ancora senso cc: @webeconoscenza @mante @quinta
    December 26, 2011 4:32:33 AM EST
  5. @pedroelrey @GBA_mediamondo @webeconoscenza @mante il mio feed è full: leggere 1 volta x sett, tagliare rami secchi,piantare nuove piantine
    December 26, 2011 4:46:47 AM EST
  6. @pedroelrey @gba_mediamondo @webeconoscenza @mante Twitter Flipboard e Zite hanno modificato la maniera in cui leggo i feed – same as @gluca
    December 26, 2011 4:56:17 AM EST
  7. Quanti usano il feed e quanti hanno bisogno di incontrare un post nelle scorribande sui SNS?@gluca @pedroelrey @webeconoscenza @mante
    December 26, 2011 4:56:24 AM EST
  8. A partire da questa conversazione asincrona e dalla lettura di un post dei Wu Ming sul loro ripensare il modo di stare su Twitter in relazione al blog, ho scritto il post Per un uso ecologico di Twitter, cercando di capire le motivazioni di una possibile re-espansione del blog nel 2012.
  9. Massimo Mantellini, che un po’ è una delle voci della coscienza del digitale e della blogosfera italiana ha esplicitato i suoi dubbi sul fatto che i blog avranno un nuovo momento di hype, partendo dall’esperienza di mondo vicino che vede scemare il numero di post fatto dai friend dei blog che segue.
  10. Essendo Massimo un maître à penser per la nostra Rete, capace di mettere in agenda (web) i temi, ha rilanciato efficacemente la discussione che Blogbabl aggrega:
  11. Vincenzo Cosenza mette sul piatto alcuni dati rispetto ai numeri della realtà di cui stiamo parlando, acqua utile al fiume del dibattito che mostra una realtà consistente e tutt’altro che svanita (dovremo lavorare poi sul rapporto tra “esistenza” di un blog e sua produzione, capacità di attrarre commenti, cioè di sviluppare dibattito, eccetera).
  12. WordPress circa 70 milioni di blog, Tumblr verso i 40 milioni #stats
    December 29, 2011 6:23:09 AM EST
  13. PierLuca Santoro mette l’accento sulla forma post-blog che editorialmente potremo avere: “
    il termine blog sia ormai una “parola scatolone”, troppo ampia di significati per poter dare un senso unico ed univoco al dibattito che pure continuo a seguire con attenzione ed i cui sviluppi mi piacerebbe
    affrontassero la questione del blog come format editoriale adottato anche da quotidiani e, appunto, superblog  “
  14. Giuseppe Granieri focalizza la relazione blog/social network su cui dovremmo riflettere: “
    la questione centrale è che -secondo me- non c’è vera concorrenza tra i social network e i blog. Fanno lavori diversi e complementari. I social network, per dirla con la Technology Review, «costruiscono un layer di intelligenza distribuita», sono utilissimi per la distribuzione dei contenuti e per l’accesso diffuso in un modello a rete.”
  15. Eppure qualche segnale di una inversione di tendenza culturale che porta a ri-abitare con più intensità la realtà dei blog sembra esserci:
  16. 2012: The Year of the Blog « Sysomos Blog – goo.gl/GbDtG – Dicevamo… @GBA_mediamondo @pandemia @mante @_arianna @webeconoscenza
    December 27, 2011 11:37:00 AM EST
  17. Anche nella realtà a noi più vicina, se leggiamo quanto spiega Luca Conti sulle motivazioni che lo porteranno a rivedere la sua attività sui social network a favore del blog: “
    Le reazioni dei tuoi amici ai contenuti che pubblichi danno dipendenza. Il meccanismo, studiato scientificamente, funziona in maniera tale che più pubblichi contenuti e commenti, più torni a vedere se qualcuno ha apprezzato o ha commentato, perché tali reazioni provocano piacere a livello chimico nel nostro corpo. Una soddisfazione data dall’avere attenzione. Un ciclo che ho bisogno di invertire, riportando più equilibrio.”
  18. Con lui ho cercato di approfondire le cose e ne è nato un post di approfondimento:
  19. Stimolato da Giovanni Boccia Artieri @GBA_mediamondo > 2012, l’anno della rinascita dei blog? bit.ly/tpiR90 #rinasciblog
    December 29, 2011 5:18:54 AM EST
  20. Oppure potete leggere il post di Luisa Carrada che spiega perché “mentre Twitter esplode, il blog sembrerà pure un po’ fuori moda, ma la misura del post rimane la più congeniale per me.”
  21. E’ evidente come attorno al dibattito sulla funzione dei blog ritroviamo l’altro lato della medaglia: i social network con la possibilità offerta di disperdere contenuti, fluidificarli, non costringere i percorsi identitari dentro recinti. Insomma: quella dei blog rischia di essere una battaglia di retroguardia, un po’ elitaria, se vogliamo.

    Interessante al proposito la metafora utilizzato da Daniele Sensi: “I blog sono i CD; i social network sono gli mp3. Così come l’industria discografica, dopo aver assecondato la fluidità dei propri prodotti abbondando il vinile -meno user friendly ma dalla qualità superiore-, appare ora sciocca a voler ristabilire un controllo totale sugli stessi, allo stesso modo il dibattito sul ritorno al blog volto alla riaffermazione di una identità digitale che va fluidificandosi su FB e Twitter mi appare piuttosto reazionario.”
  22. “I blog sono i CD; i social network sono gli mp3″ contributo dibattito #risorgiblog di Daniele Sensi on.fb.me/w5f1X6 @GBA_mediamondo
    December 29, 2011 9:53:39 AM EST
  23. Su questo versante trovo molto opportuni due commenti che ho ricevuto al mio post di lancio del dibattito su FriendFeed.Scrive Gallizio: ” Trovo solo poco gratificante (non in te, quanto in alcuni comportamenti, wu ming compresi) l’ansia normalizzatrice. Tra non detti, ellittiche, disseminazioni di senso, la posta in gioco su twitter è (per chi vuole) il piacere, non la comprensione. Se è vero che non si può non comunicare, si può benissimo non capire”.
    E Mafe: ““penso anch’io che torneremo a scrivere di più anche sui blog, ma spero che twitter resti uno spazio di produzione di microcontenuti autosufficienti e che, per una volta, sia il lettore a capire che capire tutto subito non è possibile, non è obbligatorio, non è neanche gratificante. è l’approccio passivo il problema, problema che però esiste solo se come “autore” te lo poni (che poi, pensando ad altro, bloccarsi se non si è capito perfettamente tutto è una fregatura anche con i media tradizionali, non è che l’intertestualità nasce oggi, non potrai mai capire tutto tutto)”
  24. Il dibattito è in crescita e questo storifyng cercherà di aggiornarlo a partire dalle vostre segnalazioni.

Per un uso ecologico di Twitter

Twitter in Italia è cambiato molto nell’ultimo anno. La sua massificazione, promossa dalla notorietà del mezzo sospinta a livello mondiale dai media (tanto che risulta essere più popolare di Facebook) e dall’ingresso delle “celebrity” ha modificato il “senso” dello stare in questo ambiente. Visto “da dentro” il punto non è tanto rammaricarsi del fatto che “le cose non sono più come prima” ma considerare che l’afflusso di massa forza alcuni elementi dell’ambiente.

Da una parte la coppia visibilità/contatto ha creato dinamiche di following che si collocano lungo un continuum che va dalla modalità groupie allo stalking. Dall’altro il rapporto superficie/profondità, giocato in un ambiente massificato, ha amplificato modalità discorsive di confronto/scontro, spesso sfocianti in flame, che sono pratiche poco adatte ad una piattaforma che per sua natura è poco conversazionale. Questa “forzatura” che amplifica la comunicazione interna all’ambiente ha certamente influenzato le modifiche strutturali che oggi ci permettono aprendo un tweet di vedere le attività correlate, dai re-tweet alla catena conversazionale. Il limite sta, come sappiamo, nella scarsità argomentativa consentita dai 140 caratteri e – anche se siete folgoranti nel creare aforismi come Oscar Wilde – nel produrre contenuti che necessitano di un contesto interpretativo per non restare ambigui. Spesso non conosciamo a sufficienza il pensiero pregresso di chi produce un tweet, cosa ha portato a produrlo, se si inserisce in un “non detto” che una cerchia di pubblico per cui è stato pensato conosce (i follower più ristretti che si segue con assiduità, ad esempio) ma che un pubblico più “generalista” cui arriva (tramite retweet, ad esempio) non conosce. Capita così che attorno alla naturale ambiguità di una comunicazione contratta, senza possibilità di metacomunicazione, si scatenino discussioni “distorte” che finiscono nel flame. Insomma: Twitter è un ambiente che mal si presta alla realtà conversazionale e all’approfondimento del pensiero.

Mi sembra che lo spieghino bene i Wu Ming in un bel post in cui esplicitano come abbiano deciso di modificare il loro modo di stare su Twitter:

Non è un forum. Non è una chat. Non è «Ballarò».
Se sempre più gente lo userà come forum, come chat e come surrogato di «Ballarò», presto l’aria qui dentro sarà irrespirabile. […]

In attesa di trovare nuove prassi (se mai sarà possibile), intendiamo ricalibrare la nostra presenza su questo mezzo.
– Non cercheremo più di produrre contenuto qui dentro, ma rinvieremo sempre ad altri spazi (non soltanto nostri). Insomma, linkeremo contenuti esterni.
– Ritwitteremo solo messaggi altrui che a loro volta linkino contenuti esterni.
– In presenza di domande che richiedano risposte complesse, laddove possibile le scriveremo altrove e linkeremo la risposta.

Il punto, quindi, è di ritrovare un equilibrio nell’ecosistema delle relazioni sociali rapportate alle esigenze informative, di confronto ed intrattenimento.

La logica superficie/profondità mi spingerebbe a dire che nel 2012 rivedremo crescere i blog come luoghi di conversazione su contenuti segnalati e “curati” su Twitter. Ovviamente si tratta di una lettura che tiene poco conto dell’effetto pop della massificazione che rende complessa una relazione fra produzione di contenuti/diffusione/commento: il contenuto spesso non diventa altro che “un succoso pezzo di carne con il quale un ladro cerchi di distrarre il cane da guardia dello spirito”, come direbbe McLuhan. Quello che conta è che il contenuto diventa un pretesto per affermare un legame, per rendersi visibile, per farsi re-tweettare, per innescare un flame che aumenti il nostro ranking, eccetera. Trovare un equilibrio nell’ecosistema del web rappresenta quindi la sfida della trasformazione in atto.

Update

Contrappunto di Massimo Mantellini dal titolo Risorgimento blog? da leggere in pendant.

Lettera di Natale

Siamo regrediti fino al punto di credere di nuovo a Babbo Natale.

Non dirmi che non esiste.

Babbo Natale è uno dei grandi punti di contatto culturale.

Nel romanzo Chronic City Jhonatan Lethem fa scrivere a Jenet, persa nello spazio, queste parole che spiegano molto umanamente il senso del Natale. Auguri a tutti!

Non riesco a dirtelo in un Tweet. Su ampiezza e profondità.

Questo ultimo anno abbiamo visto crescere Twitter, che è diventato l’icona mediale per parlare di Rete e comportamenti sociali online e che ha visto “popolarizzarsi” le nostre timeline. Il che significa che informazione ed intrattenimento si sono miscelati esplosivamente, che la “cura” dei flussi di news e il chiacchiericcio hanno cominciato a sovrapporsi attorno agli #hashtag e che, un po’ come al bar dello sport, ognuno ha potuto esprimersi in 140 caratteri come l’allenatore della nazionale. Pura constatazione la mia, nessun giudizio di valore: è il prezzo di un ambiente che si fa pop.

A questo si affianca la dimensione sociale, il bisogno di essere visibilmente in relazione – e non solo in modo celato dietro il numero di followers e following – unitamente al fattore celebrità digitale,  giocato sulla coppia visibilità/contatto.

Troviamo così la crescita di comportamenti di produzione di contenuti del tipo “scrivere delle cose per farsi re-tweettare”. Il richiamo diretto ai propri lettori usando @, la preghiera diretta di re-tweet, eccetera. Niente di nuovo, lo abbiamo visto anche nello sviluppo della blogosfera.

Non è un caso che siano nati “misuratori” del grado di influenza di un profilo, come Klout, che non fanno altro che misurare il potenziale di notorietà e che consentono il gioco delle segnalazioni incrociate in modo da amplificare il punteggio. Lo abbiamo visto anche con i blog (a proposito ricordate quella battuta – riammodernata – “Se il mio blog ha solo tre lettori e sono Barack Obama, Mark Zuckerberg e Bill Gates, sono mainstream?”).

Esistono anche momenti ormai ritualizzati utili all’espansione metacomunicativa della visibilità, come il #FF (Follow Fridays) che si muove fra momenti utili per consigliare di leggere profili interessanti e altri in cui ci si segnala a vicenda in cascata libera riempiendo la timeline del venerdì. Niente di male, sono rituali sociali, forme di educazione digitale. Modi di fare comunità. Come la popolarizzazione le trasformerà lo vedremo.

È poi c’è il modo che abbiamo di “curare” le notizie che vede, accanto ai social media curator, una crescente frenesia di segnalazione che porta a cercare e rilanciare sempre la prossima news. Le ricerche ci hanno mostrato che è dal primo tweet che una notizia propaga, di re-tweet in re-tweet, quindi, per sviluppare popolarità, arrivare per primi conta.

Spesso la cura – selezione e rilancio – prende tutto il tempo e ci soffermiamo poco a riflettere. C’è poco tempo e troppo pochi caratteri. C’è ampiezza ma, spesso, poca profondità.

Nel commenti al post La persona dell’anno che vogliamo essere Cirdan mi scrive:

Penso di non sbagliare dicendo che si sta determinando un senso dell’informazione che predilige l’ampiezza ma non la profondità. Si verifica l’avvenimento e ne viene diffuso ossessivamente un particolare, ci si spaventa, ci si arrabbia, si prova ad abbozzare un pensiero critico, giusto per il tempo che passa fino al tweet successivo. […]Non voglio passare per reazionario, beninteso. Il citizen journalism è fantastico, ma deve essere collocato all’interno di un sistema *complessivo* di informazione, dove appunto ampiezza e profondità si riequilibrano.

In un Tweet non sarebbe riuscito a dirmelo. E non è solo il problema dei 140 caratteri. Bisogna prendersi tempo e serve uno spazio che forse scorra di meno. O che semplicemente non sia costretto a vivere costantemente la contemporaneità. E, lo sappiamo, Twitter non è quell’ambiente. Dobbiamo solo non coltivare l’illusione che lo sia.

La persona dell’anno che vogliamo essere (2011)

Li conosco praticamente tutti: Claudia Vago @tigella, Marina Petrillo @alaskaRP, Luca Alagna @ezekiel, Maximiliano Bianchi @strelnik, Mehdi Tekaya @mehditek. E non li ho mai incontrati di persona. Con alcuni ho condiviso anche progetti. Altri li ho imparati a seguire perché “curano” le news su Twitter con passione e competenza. E non lo fanno tutti per mestiere. Così come non per mestiere hanno fatto il sito di Year in Hashtag.

Che è un modo di mostrare come stiamo diventando editor di noi stessi. Lo dico ideologicamente, certo. So che questo atteggiamento di apertura politica rispetto alla realtàche ci circonda e di “cura” delle notizie non è generalizzabile, che quel “noi” riguarda in fondo una parte minuta della Rete. Ma so che nella logica della rete delle relazioni sociali che attraverso blog, siti di social network, eccetera ha un valore di espansione significativo.

Molti degli #hashtag che raccontano questo 2011 li ho usati anche io, per informarmi e per dire, per sentirmi parte di un’umanità accresciuta. Sono venuto a conoscenza di quello che accadeva nella piazza di Tharir o nelle manifestazioni Occupy prima che mi informassero i media generalisti. Ho ascoltato le voci di quei manifestanti che il Time ha designato persona dell’anno, direttamente o filtrati da curatori sapienti. Ho letto dibattiti e confronti anche nei momenti peggiori e dolorosi, come nell’esperienza manifestazione di Roma del 15 ottobre e ho potuto scriverne. Questo 2011 mi è sembrato un punto di non ritorno per il nostro modo di vivere le news e la realtà che ci circonda. Ho provato a spiegarlo meglio nelle mia rubrica sulle mutazioni digitali su Apogeonline.

Anche questo appuntamento (quasi) settimanale, con la complicità editoriale di Segio Maistrello, ha rappresentato un momento per me importante per fare il punto su come le cose stanno qualitativamente cambiando nella realtà della Rete – e quindi nella nostra realtà quotidiana.

E lo so che ci attendono tempi difficili. La Rete con la crescita dell’accesso in mobilità si sta popolarizzando  e “c’è il vago rischio che […] sia vissuta un po’ più con lo spirito dei “consumatori” che dei “produttori”. Ma proprio nella disponibilità della connessione sul territorio con le proprie reti sociali online e con la possibilità di produrre, condividere e rilanciare contenuti informativi abbiamo percepito il cuore del cambiamento.

Questa modalità di fare giornalismo diffuso della propria esperienza sui luoghi sia materiali che immateriali, di “curare” le notizie, di selezionare ed organizzare il racconto è l’autentico spirito del tempo.

Come ha scritto qualcuno “le idee non possono realizzare nulla. Per realizzare le idee, c’è bisogno degli uomini, che mettono in gioco una forza pratica” (Karl Marx) anche attraverso le connessioni di una Rete.

Ecco, per me la persona dell’anno è questo modo di essere che vogliamo costruire.