SOPA, Twitter e le proteste sul web: verso una strategia della tensione digitale?

Il dibattito in corso su Twitter e la censura – la mia posizione in merito alle ragioni o meno dello sciopero le ho espresse ieri – si arricchisce in un confronto che vede, tra gli altri, Fabio Chiusi descrivere bene il problema di un rapporto tra censura che può essere anche legittima e il limite di accettabilità etica, Massimo Mantellini chiarire il rischio che si ha quando “l’interesse aziendale può improvvisamente azzerare ogni valutazione morale”  e Luca Conti richiamare al realismo per evitare di idealizzare o attribuire funzioni salvifiche ad una piattaforma che, come le altre, ha limiti con i quali dobbiamo confrontarci.

In un commento al suo post Fabio descrive quello che per me un punto centrale sul quale dobbiamo riflettere: dobbiamo

immaginare a cosa stia conducendo questa  ‘sinergia’ (involontaria credo) tra governi ignoranti/disinteressati/corrotti, aziende approfittatrici (non è necessariamente il caso di twitter, ma pensa al mercato della sorveglianza digitale dei regimi nutrito da aziende occidentali) e cittadini digitali inconsapevoli e/o strumentalizzati se protestano. Ecco, a me sembra il cocktail sia pericoloso, micidiale.

Concordo sul fatto che il cocktail sia esplosivo e che capirne le ragioni possa mostrarci meglio cosa ci aspetta nei prossimi mesi. Si tratta infatti di una miscela che è frutto di un momento di maturità del web sociale e delle sue relazioni effettive con la società. Il fatto che non si tratti più solo di “conversazioni” ma di “azioni”, che si sia vista la stretta relazione fra quello che si comunica dentro la Rete e quello che si produce fuori dalla Rete sta creando evidenti forme di resistenza istituzionale che, nel regolare il campo di gioco, stanno in realtà combattendo posizioni di potere e forme organizzative consolidatesi con la modernità.

Non è casuale che ci troviamo in uno snodo in cui convergono auto-regolamentazioni di piattaforme che lavorano secondo le logiche di mercato (vedi Twitter e la sua attenzione ad essere accolto in nuovi Paesi ed espandersi al di là dell’occidente), azioni di “legittima” censura sospinti dal mercato (vedi la chiusura di Megaupload) e tentativi di legiferare poco discussi con la società civile (SOPA, PIPA, ACTA ecc.) e in concordanza, piuttosto, con un modello del  capitale che si è costruito con nozioni di copyright, proprietà, ecc. pensate per un contesto antropologico e socio-economico differente.

A questo va aggiunta la realtà “umorale” che sembra emergere dal web – sospinta anche dai venti del mercato – in un’ottica che spesso non ha a che fare con la costruzione di un dibattito e, quindi, di una pubblica opinione che è l’unico strumento organico alla produzione di una rapporto di equilibrio tra stato, mercato e cittadini.

In pratica questa miscela produce un cocktail che rischia, attraverso le forme di estremizzazione, di giustificare proposte contro-evolutive (vogliamo dire contro-rivoluzionarie o di restaurazione pre-digitale?) che non costruiscono un dibattito culturale ma si attestano su una strategia della tensione digitale nella quale rischiamo di finire invischiati.

La censura trasparente e granulare di Twitter e lo sciopero della timeline

Twitter ha cambiato, come sappiamo, la sua policy, ed è stato visto come un atto di limitazione della libertà di espressione. Semplifico: se un governo nazionale chiede di oscurare un tweet o un account, Twitter lo fa. Per questo è nata una mobilitazione per astenersi nella giornata di Sabato 28 gennaio da ogni tweet: #TwitterBlackOut è l’’#hashtag, Trending Topics in queste ore, per lanciare “lo sciopero comunicativo” e discuterne.

Discuterne? Perché discuterne? A fronte di una limitazione della libertà di espressione e di informazione, della censura contro singoli atti comunicativi o, addirittura, utenti che vengono oscurati non possiamo avere dubbi: servono gesti simbolici istantanei, com’è istantanea la velocità della comunicazione e della repressione su questa. L’annuncio di Twitter è del 26 gennaio, lo sciopero del 28 gennaio. Anche troppo tempo.

E invece serve un po’ più di tempo, per confrontarsi e discutere ma soprattutto per capire. Leggendo l’update che il 27 gennaio Twitter posta per chiarire la sua posizione dopo le numerose proteste online – e difendere la propria reputazione anche in ottica business: non dimentichiamo che non si tratta di un’impresa no-profit e che è collocata sul mercato e soggetta alle regole del capitale, piaccia o meno a noi che la usiamo – abbiamo la possibilità di capire un po’ meglio il meccanismo di funzionamento di questa “censura”.

La posizione di Twitter è chiara: si tratta di un approccio “granulare” che consente di filtrare, dopo verifica e non in modo automatizzato,  specifici messaggi o utenti sui quali venga fatta una segnalazione e che violino le normative di un paese. Ad un principio di responsabilità viene associato un principio di trasparenza poiché il tweet o l’account che viene “censurato” resta nella timeline e nella ricerca segnalato in modo evidente: “Tweet withheld” o “@Usernamewithheld”.

L’elemento interessante è che la censura in uno specifico paese non comporta l’invisibilità dei contenuti e degli utenti per chi sta in altri paesi:

Any content we do withhold in response to such a request is clearly identified to users in that country as being withheld. And we are now able to make that content available to users in the rest of the world.

In pratica leggi repressive potrebbero richiedere di oscurare un dissidente ma le sue parole sarebbero comunque visibili internazionalmente. In pratica, come spiega Josh Catone su Mashable, per gli attivisti si apre la possibilità di avere un controllo più trasparente della censura nei paesi – un tweet non sparisce: c’è scritto che è stato oscurato – e di evitare che per oscurare uno specifico dissidente venga chiuso il canale Twitter nel paese.

Lo sciopero dei tweet è allora una cosa inutile? Dipende da come lo pensiamo. Una dimostrazione di alta attenzione di massa sulla questione impone a Twitter di motivare meglio ogni sua scelta e di confrontarsi con la funzione sociale che ha assunto negli ultimi anni. Senza le proteste online non avremmo forse avuto l’update del 27 gennaio, una specifica circa le possibilità ed intenzioni che, essendo scritte e pubblicate, restano un’etica cui appigliarsi in futuro. Impone, inoltre, di sviluppare massima attenzione alla traduzione concreta della policy teorica. Ad esempio c’è un punto che resta, a mio parere ambiguo, è se il tweet o l’account censurato in un determinato paese “è” o “può” essere reso visibile negli altri paesi – prassi o semplice possibilità – e se e come viene segnalato in un altro paese un tweet censurato che possiamo leggere, altrimenti non ci sarebbe controllo esterno della censura. Per capirci se Sony richiede di oscurare un account americano che a suo parere viola leggi sul copyright potremmo noi vederlo in Italia e se sì sapremmo che quel contenuto è censurato? Ecco, forse oggi alcuni rendono la timeline silenziosa anche per cercare risposte a queste domande.

Cercasi volontari digitali

Oggi comincia la discesa nel campo della Rete del PDL. O meglio: parte una campagna di comunicazione per posizionare il PDL online attraverso sia la ristrutturazione del portale che altre attività di formazione manageriale-digitale.

Un po’ ce lo aspettavamo, vista l’azione di formattazione del PDL dal basso e l’attesa di un coinvolgimento crescente dei giovani usando come trojan il web.

Provate adesso ad unire i puntini…

UPDATE

Un piccolo approfondimento dal responsabile della creazione del nuovo sito:

Controllo dell’identità e diritto all’oblio: il nuovo senso della privacy online

L’Unione Europea discute una nuova normativa sulla privacy che declina temi che vanno dalla salvaguardia dei dati personali da parte degli utenti al diritto all’oblio.

Il vero punto è però che forse non siamo solo davanti ad un problema di cultura della privacy – posto che dovremmo rielaborare i significati che ancoriamo a questo termine che ha subito evolutivamente trasformazioni importanti nei nuovi spazi web di rimediazione dei confini pubblico/privato. Una normativa come questa che viene discussa ha a che fare con un mutamento diffuso della percezione del nostro diritto di gestione dell’identità anche negli spazi digitali.  Un’indagine Forrester Research propone di chiamare questa dimensione, di cui ci preoccuperemo sempre di più sia noi che le diverse organizzazioni ed imprese che hanno a che fare con la Rete, Personal Identity Management.

Forrester legge, come da suoi interessi, questa realtà di una crescente attenzione degli utenti per come vengono raccolti, gestiti ed utilizzati i propri dati personali nei termini di un’economia di mercato. Ma è evidente che non si tratta solo di preoccupazione relativa alla sicurezza o indignazione per lo sfruttamento. È probabilmente il segnale culturale di un cambiamento relativo ad un passaggio ad una fase di diversa maturità dei nostri modi di abitare la Rete e di pensare la nostra cittadinanza anche nel digitale. La privacy diventa allora un ambito di conoscenza e trasparenza circa l’approccio delle organizzazione nell’utilizzo dei dati personali e comporta livelli di responsabilità e di rispetto nei confronti dell’individuo quando vengono raccolti ed utilizzati i suoi dati comportamentali, relativi alle preferenze, ecc.

Ma ha anche a che fare con la portability, la possibilità di recupero dei propri dati (ricordate quanto è avvenuto con Facebook?) leggibili su diversi supporti e di gestione diretta, cioè con la possibilità di correggere, aggiungere o modificare dati a proprio piacimento. Il controllo della propria identità online – e dunque la sua costruzione  – ed il diritto all’oblio stanno così diventando un tema centrale del nostro dibattito culturale, un dibattito che risulterà spinoso e problematico perché si scontrerà anche con domande etiche di diversa natura: potremo manipolare la nostra cartella medica digitale e i dati relativi al nostro comportamento di guida associati all’automobile che rivendiamo? Si tratta di domande che ad un livello più alto di astrazione rimandano al rapporto tra vita, memoria e rappresentazione. Come commenta Riccardo Luna relativamente a questo tema:

la nostra impronta digitale ci può restare attaccata come un tatuaggio per tutte la vita. E questo può essere un problema, per tutti, ma soprattutto per quelli che vogliono rifarsi una nuova vita […]Ma quello che dovremmo dirci, ora, subito, una volta per tutte, è che non esiste “il diritto a sparire dal web”, così come non esiste il diritto a sparire dal mondo […]resteranno sempre dei documenti a parlare di noi, e poi la memoria degli altri che ci ricorderanno. Quelle cose non si possono cancellare con un clic. E nemmeno con una legge europea o intergalattica.

 

——

Una riflessione sul versante del mercato l’ho scritta qui.

Anonymous si fa Giustizia in Italia

Dopo il recente attacco al sito americano del Ministero della giustizia in seguito al blocco Megaupload e ad alcuni sito governativi – e non solo – brasialiani, stasera sembra essere toccato all’italia.

Il nostro sito della Giustizia non è accessibile e su Twitter Anonymous scrive:

Anche la Polonia in queste stesse ore ha subito un attacco che, a differenza di quello italiano rivendicato solo attraverso Twitter, è più chiaro: seguendo il link del sito caduto compare infatti la scritta

This website has been hacked by AntonyMause Group.
Stop ACTA!

Conservatori e riottosi: come delegittimare culturalmente la Rete

Ha ragione Massimo Mantellini: è in atto una strategia culturale di delegittimazione della Rete e della sua evoluzione in Italia travestita da atteggiamento (pseudo)critico. L’editoria italiana ha cominciato a dedicare spazi permanenti ad Internet ed alle sue culture che stanno incorporando dosi massicce di quelle posizioni prudenziali, dubitative e di allerta attenzionale che provengono da una tradizione polemista americana che spesso non ha grande seguito in casa (vedi le posizioni di Jaron Lanier che ho già discusso).

Di critica avremmo bisogno. Cioè di uscire da posizioni tecno-entusiaste per partito preso e anche da una certa enfasi messianica che ogni tanto aleggia in qualche rubrica o rivista italiana dedicata alla Rete sempre in ricerca del prossimo guru. Ma quella che ci viene propinata come tale semplicemente non lo è. Come scrive Massimo:

La discussione nostrana fra costi e benefici è una sottile adulterazione del reale, un arzigogolo dialettico un po’ provinciale, ad uso e consumo dei professionisti del “Sì ma…”. Il metodo utilizzato è quello di citare sempre e farsi ispirare solo da quelle posizioni utile alla propria causa. Carr è perfetto, Doctorow nemmeno un po’, visto che si occupa di analizzare rischi e automatismi dei monopoli intellettuali, luoghi sacri dai quali incidentalmente molti di questi opinionisti provengono.

Ah c’è poi da ricordare che la cosa importante è che le riflessioni proposte devono avvenire in assenza di dati – che, invece, sono sempre un buon punto di partenza per descrivere un fenomeno – e attraverso il conforto del pensiero di un autore straniero che, essendo appunto straniero, già di per sé offre un valore.

Trovate così risposte pseudo scientifiche passate come scientifiche al tema “Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?”. Tema che, ovviamente, viene posto incorporando la sua tragica risposta. Ti senti come quando accendi la televisione per un approfondimento su un avvenimento e vedi Bruno Vespa con il plastico già in mano.

Per un giornalista su due la pubblicità condiziona la linea editoriale

La pubblicità condiziona la linea editoriale delle testate secondo un giornalista su due. Potremmo sintetizzare così i risultati di una indagine esplorativa (metodologie e campione li trovate qui)  che abbiamo condotto per l’Ordine dei Giornalisti in collaborazione con il gruppo di lavoro del Consiglio nazionale “Qualità dell’ informazione e pubblicità” coordinato da Pino Rea.

Lo scenario che emerge dai dati è sfaccettato. Se da un lato i giornalisti sembrano avere ben chiare le linee di comportamento etiche nei confronti della pubblicità definendosi molto d’accordo con una affermazione che sottolinea l’importanza di evitare di fornire informazioni, consigli o giudizi nell’interesse degli investitori pubblicitari (73%), dell’editore (63%) o di un qualsivoglia gruppo politico o sociale (66%), dall’altro, quando devono esprimersi sull’effettiva realtà del rapporto tra informazione e pubblicità le risposte cambiano.

Chiedendo di esprimere un parere di accordo o disaccordo sull’indipendenza della linea editoriale nei confronti della pubblicità, solo il 50% degli intervistati se la sente di definirsi “molto” o “abbastanza” d’accordo con questa affermazione mentre il 46% ritiene di non condividere l’idea di una indipendenza. Il dato vede praticamente la stessa opinione espressa da giornalisti appartenenti a testate tradizioni o di redazione online.

In una dichiarazione pessimista un intervistato dichiara:

Bene o male l’informazione è schiava della pubblicità. Per questo il mestiere del giornalista è quello di sostegno al pubblicitario, che finanzia il suo lavoro. Il giornalista non deve più creare l’informazione, ma solo supervisionarla, adattarla.

D’altra parte sappiamo come la stretta relazione tra strategie editoriali e raccolta pubblicitaria abbia portato negli anni a modificare anche i modi di relazione fra informazione e pubblicità. Siamo talvolta oltre i semplici redazionali: capita infatti che possa essere difficile distinguere se si tratti di un vero e proprio articolo che rispecchia l’urgenza di temi dell’agenda mediale o di un compromesso rispetto alla necessità di trattare un argomento “sponsorizzato”.

Per indagare questa dimensione abbiamo chiesto il grado di accordo o disaccordo rispetto all’affermazione secondo la quale La separazione tra informazione e pubblicità è sempre meno facilmente definibile” per il lettore. Il 79% percento dei rispondenti si dice d’accordo con questa affermazione sottolineando come un’effettiva difficoltà a distinguere tra i due ambiti comunicativi esiste.

Una prima sintesi della ricerca la trovate qui. Per gli interessati ne discuteremo il 27 gennaio a Milano al Circolo della stampa.

Stop Online Piracy Act: una questione di potere

Con il passaggio alla modernità mutano i modi di produzione e la messa in circolazione delle forme simboliche nella società.

L’avvento della società moderna produce un cambiamento dell’organizzazione sociale del potere simbolico dovuto ad un intrecciarsi evolutivo delle forme di diffusione che la comunicazione assume con la stampa associato alle dinamiche di secolarizzazione della società (leggete ad esempio il straordinario lavoro di Elizabeth Eisenstein). A metà del XV secolo ci troviamo di fronte ad una frammentazione dell’autorità religiosa e al declino della sua influenza sul potere politico; ad un graduale diffondersi di sistemi di conoscenza e apprendimento di contenuto secolare; ed al passaggio dalla scrittura alla stampa che comporta la nascita dell’industria dei media come base del potere simbolico: è un momento caratterizzato dal sorgere dell’industria editoriale che comporterà la nascita di nuovi centri e nuove reti di potere simbolico fondate sulla produzione di merci – i libri/testi. Le forme di produzione, diffusione e consumo di simbolico sono così presidiate da una mediatizzazione della cultura.

Quello che possiamo chiederci è se oggi, a fronte di fenomeni emergenti di mediatizzazione della cultura che hanno a che fare con le culture di rete,  con la realtà degli user generated content e degli user distributed content, con le prospettive teorico-pratiche del citizen journalism e dell’editoria online, eccetera, ci troviamo di fronte ad un cambiamento delle condizioni di possibilità di produzione, distribuzione e consumo del potere simbolico. Possiamo cioè domandarci: se il soggetto collettivo di riferimento della nascita della comunicazione diffusiva è “la massa”, declinata in tipologie quali i pubblici, i cittadini e i consumatori, oggi dietro la punta dell’iceberg di alcune pratiche di produzione, di diffusione e di consumo troviamo un nuovo soggetto collettivo? E la mediatizzazione della cultura, portata alle sue estreme conseguenze dal ‘900, quali effetti ha prodotto rispetto alle dinamiche individuali e collettive di produzione, distribuzione e consumo del simbolico? Quali mutamenti stanno avvenendo in relazione alle reti di comunicazioni pre-esistenti e alle relazioni di potere prestabilite?

Ecco, a queste domande sto cercando di rispondere in questi ultimi mesi, perché solo così, mi sembra, possiamo dare senso a quella mutazione in atto che ci coinvolge e che spesso ci capita di osservare attraverso blog e siti di social network; solo così possiamo costruire una semantica che dia senso al fare collettivo senza ricorrere a figure come “il popolo della Rete”; solo così possiamo collocarci al di là della tecno-apocalissi e del tecno-utopismo (due facce della stessa medaglia); solo così possiamo alzare lo sguardo da una micro visione che sembra farci parlare solo del singolo fenomeno su Twitter o Facebook.

Ho spesso infatti la sensazione che arranchiamo cercando di interpretare il presente attraverso strumenti concettuali e categorie che sono il prodotto storicamente determinato della nostra modernità. Usati oggi tendono a farci guardare attraverso la loro lente impedendoci di vedere altrove e in altro modo. Oppure vengono maneggiati come armi di resistenza per un cambiamento che non siamo capaci di raccontare.Prendete la vicenda SOPA e provate a rileggerla chiedendovi quale semantica usiamo quando parliamo di “copyright” o di “autore”, di “anonimato” o di “privacy” o chiedetevi cosa vuol dire “prodotto” o “contenuto”.  E se è possibile usare le stesse categorie interpretative in cui queste parole hanno avuto origine per descrivere la realtà che ci circonda e le forme che descriviamo attraverso di esse.

Per questo seguo con attenzione chi, invece, produce “dal basso” una narrazione sul fenomeno vivo, nella sua emergenza, immerso forse fin troppo nel presente e nel mutamento ma capace di produrre la materia viva. Questo è un lato del lavoro. L’altro sta nell’astrazione e nella capacità di generalizzazione: sono questi gli strumenti che ci permetteranno di capire la direzione che abbiamo preso una volta scesi dagli alberi della savana.

Vivere da web celebrity: quando i followers si fanno audience

Gina Trapani ha un blog molto letto, Smarterwere, in cui parla della realtà tecnologica del web e della nostra vita sociale in Rete, ha sviluppato alcune applicazioni che la monitorano, scritto un libro, Lifehacker,  per insegnarci a lavorare in modo più veloce e più smart con le tecnologie e possiede un profilo su Twitter che ha superato i 200 mila followers.

Un punto di non ritorno. Un momento in cui cominci a sentire il peso della tua notorietà, senza essere una star della tv o del cinema, semplicemente per la tua visibilità e reputazione in Rete. Il punto è che la relazione visibilità/contatto – un paradigma di cui ho già accennato – con un’audience elevata all’interno di un contesto “ideologicamente” conversazionale (nel senso che il lettore di un post, il follower di un account twitter ecc. lo “sente” così questo ambiente, nel collasso generalizzato dei contesti) produce un rovescio della medaglia rispetto alla capacità di diffusione delle tue idee, di gestione della tua reputazione e nella capacità di trattare comunicativamente il contesto. Questo lato oscuro nascosto dietro i privilegi di una grande audience viene tratteggiato da Gina Trapani in alcuni punti significativi che consiglio di leggere.

Quello che emerge è un contesto in cui il tuo “valore web” riconosciuto in termini di contatti e visibilità vuole essere sfruttato da tutti quegli amici, conoscenti o seguaci accaniti – ma anche lontani parenti – che hanno una nuova app da piazzare o hanno scritto un qualche libro, hanno sviluppato non si sa bene che cosa o semplicamente pretendono che tu gli segnali la pagina Facebook.

Cominci ad acquistare un valore per il tuo Klout score più che per quello che dici e, anzi, spesso quello che dici viene frainteso da persona che ti conoscono poco o per niente e che entrano in una “conversazione” senza comprenderne il contesto.

Si comincia a dipendere dal giudizio di estranei: “diventi un performer invece che uno che condivide contenuti” senza contare il fatto che diventi una calamita per i troll.

Gina ha 200 mila followers su Twitter, a differenza di molti di noi. Ma è indubbio che la crescita esponenziale dei contatti che avremo anche da “navigatori” medi, prodotta dall’ingresso sempre un po’ più di massa nei siti di social network, dalla crescente abitudine di utilizzo del doppio schermo per informazione ed intrattenimento, dalle inevitabile crescita di connessioni, sta accelerando la mutazione del contesto e, di conseguenza, la percezione del valore di questo ambiente, sbattendoci fuori, prima o poi, con violenza da un eventuale atteggiamento ingenuo che ha prodotto, spesso, l’illusione dell’eden tecnocratica.