Insopportabile Sanremo: tra mainstream pop e micro narrazioni deboli

Quella del doppio schermo (la fruizione contemporanea di produzioni televisive e accesso ai social network per commentare ed approfondire) è una realtà ormai consolidata. L’attenzione che abbiamo per l’edizione di Sanremo 2012 passa anche attraverso questa idea di un’audience italiana connessa che può indicarci il mutamento dei pubblici nei modi di fruizione anche, in ottica un po’ ideologica, di nuova liberazione di energie di consumo creativo attorno a prodotti mainstream. Per questo analizzare concretamente quanto accade diventa strategico per cogliere i segnali di cambiamento dei flussi mediali e delle dinamiche partecipative.

Vincenzo Cosenza ha analizzato i tweet relativi alla prima serata di Sanremo 2012 mostrando una diffusione in modalità news a partire da personaggi con molto seguito che assumono la natura di hub informativi. È interessante notare come i principali siano soggetti riconducibili al mainstream mediale:

il Fatto Quotidiano che riesce ad inanellare una serie di messaggi molto rilanciati dai suoi quasi 250.000 follower. Ben piazzato anche Andrea Scanzi, giornalista dello stesso giornale. Tra gli addetti ai lavori più seguiti ci sono Fabio Alisei, dj di Radio DeeJay, Francesco Facchinetti, Rudy Zerbi, Antonello Piroso.

Ho pensato di approfondire con lui il fenomeno.

GBA: A guardare i dati che hai elaborato sembra evidente che, di fronte ad alcuni fenomeni di tipo mediale – o rilevanti dal punto di vista mediale: un evento, un incidente o il festival di Sanremo – un social network come Twitter sia funzionale alla diffusione e riproduzione di contenuti veicolati dai media stessi (o da chi professionalmente produce contenuti per i media generalisti). È un fenomeno ormai assodato in altri casi (vedi ad esempio #rescatemineros) ma mi sembra che l’afflusso pop o generalista, se vogliamo, nella twittersfera italiana stia accentuando il fenomeno.

VC: Si, concordo, ma se e solo se i media tradizionali ne sanno cogliere l’opportunità. In questo caso quelli de Il fatto quotidiano sono stati svegli nello sfruttare questa propensione di Twitter lanciando #occupysanremo un hashtag ad hoc che ha rappresentato anche una sorta di occupazione di twitter (nel senso che ha funto da catalizzatore di retweet).

Accanto a questa forza degli account “pop” emergono forze diverse  come quelle degli account al veleno (Iddio, Insopportabile, Twitstupidario) che fanno da contraltare alla narrazione seriosa/istituzionale che avviene in TV.

GBA: Molti analisti non considerano Twitter esattamente un social network (penso a Pew Internet Research) e mi sembra che l’attenzione che cominciamo a porre sulla sua funzione di diffusore di news a partire da pochi centri “privilegiati” dia ragione a questa interpretazione. Non sono convinto che le cose stiano così ma vorrei un tuo parere.

VC:  Io sostengo che sia comunque un social network, anche se asimmetrico. E’  questa tipologia di design che stimola la creazione di hub forti e dunque di “diffusione centralizzata”. Dunque è un news network proprio perché è un social network asimmetrico.

GBA: Dino Amenduni mette in luce invece l’altro lato della medaglia quando scrive: “Il senso di coralità di un’esperienza narrativa che è possibile sperimentare durante un grande evento o un programma televisivo non c’è, perché non emergono le gerarchie (chi ne sa di più, chi ne sa di meno; chi è in studio e chi è a casa), non c’è tempo per leggere tutto (troppi tweets al secondo) e chi scrive ha ancora meno tempo degli altri per leggere”.  Insomma: un rumore di fondo indistinto in cui tutti hanno qualcosa da dire ed esprimere con urgenza senza il tempo (la voglia?) di leggere gli altri.

VC:  Dino Ameduini mette in luce un aspetto non nuovo e anzi connaturato a Twitter: l’assenza di meccanismi per far emergere i twit più commentati (FB ad esempio li mette in evidenza ad inizio pagina) e la difficoltà di seguire lo stream della propria rete. In questo contesto gli utenti che vogliono emergere tenderanno a scrivere, più che a leggere, quelli più passivi a leggere e retwittare (come la mia piccola analisi dimostra). Ragionerei per tipologie di utenti e non generalizzerei.

In definitiva mi sembra che un fenomeno come questo ponga l’attenzione su un contesto di fruizione produttiva di tipo asimmetrico, che tende a muoversi tra l’aggregazione attorno a celebrity (native o meno)/media mainstream e il bisogno di emergere comunicativamente. Le specificità della piattaforma consentono, di fatto, una fruizione che unisce il senso della diretta (seguire l’hashtag #sanremo2012, ad esempio) con la possibilità di vedersi in diretta attraverso i tweet prodotti e accanto alle celebrity. Un po’ l’effetto “manina che saluta” di fronte ad una telecamera spesso lo cogliamo. Specialmente laddove l’approccio alla fruizione è più generalista, da pubblico. Accanto abbiamo però le possibilità di contro-narrazione, penso all’hashtag #occupysanremo, che crea quasi un flusso parallelo (l’effetto “mai dire” della Gialappas: guardo la TV e leggo i tweet). L’ordine cronologico del tipo pagina di Facebook è qui impossibile. Vivere nel flusso – che è la modalità più adatta alla neotelevisione – diventa così la realtà che emerge con più vigore disperdendo la forza delle micro narrazioni.

Quando @tigella Occupy Chicago: re-intermediare l’informazione disintermediata

Ci troviamo in un particolare passaggio d’epoca del modo di produrre, distribuire e consumare informazione che abbiamo vissuto prima attraverso la visione ideologica della disintermediazione (siamo tutti reporter) e oggi attraverso la consapevolezza di nuove forme di intermediazione che mettono in discussione le forme editoriali consolidate di individuazione e racconto della notizia. Capita così che emergano idee nuove e soggetti nuovi nella “cura” dell’informazione.

Claudia Vago (aka @tigella), che non è giornalista professionista ma che abbiamo imparato a conoscere dalla rivoluzione Tunisina per come cura quotidianamente online i flussi, ha proposto il progetto “Manda Tigella a occupare Chicago!”:

Dopo aver seguito e raccontato in Rete fin dal suo nascere Occupy Wall Street è giunto il momento di andare sul posto e da lì assistere direttamente e raccontare cosa succede, partecipare alle assemblee tematiche e generali, vivere la quotidianità del movimento raccogliendo immagini, filmati, interviste. L’obiettivo finale è la produzione di materiali multimediali che raccontino l’organizzazione del movimento Occupy, che rappresenta una discontinuità rispetto ai movimenti sociali dell’ultimo decennio, in termini di pratiche e obiettivi. Come conto di farlo? Con il vostro contributo.

Abbiamo deciso di parlarne assieme per rendere più trasparente ed evidente il significato che ha una proposta come questa, soprattutto in un panorama editoriale come quello italiano.

GBA: Ci sono molti modi di stare vicino alle notizie, alle cose che ci accadono intorno, alle trasformazioni che movimenti di opinioni e occupazioni di luoghi ci segnalano. Tu hai deciso di andare di persona a testimoniare l’iniziativa #occupywalstreet a Chicago, che è un modo di andare oltre il clikactivism.

Cv: Seguo il movimento Occupy Wall Street fin dal luglio 2011, quando un post e una newsletter di Adbusters hanno lanciato l’idea di creare “un momento Tahrir nel cuore di Manhattan”. Ho seguito, attraverso la Rete tutti gli sviluppi del movimento, la nascita delle decine di occupazioni in tutti gli Stati Uniti, lo sgombero di Zuccotti Park a New York e tutti gli altri sgomberi, manifestazioni a sostegno… Trovo (e non sono la sola) che Occupy sia il movimento più interessante e significativo nato da molti anni a questa parte. Osservarlo da lontano, attraverso gli occhi e le parole degli altri, è interessante. Quando però ho letto della proposta di Adbusters di creare una grande Occupy a Chicago nel mese di maggio (quando, dal 15 al 22, in città si terranno vertice NATO e G8) ho pensato che fosse un’occasione per incontrare da vicino il movimento, viverlo e osservarlo per poterlo raccontare con maggiore consapevolezza, sia durante che dopo il mio ritorno.

GBA: Ed hai deciso di farlo facendoti sostenere da un’azione di crowdfounding, raccogliendo la disponibilità delle persone a sostenerti nel viaggio, nel soggiorno e nei costi dei materiali di produzione. Al di là del fatto di farsi finanziare mi sembra un’azione che ti consenta di andare lì con un mandato di racconto più ampio e collettivo e con la responsabilità di rendere conto pubblicamente. Mi spieghi questa tua scelta?

CV: Ho scelto di sostenere l’iniziativa con un crowdfunding per diverse ragioni.
Innanzitutto, nell’ultimo anno ho iniziato a svolgere, inizialmente “mio malgrado”, un’attività di social media curation, raccontando eventi di ogni tipo durante il loro farsi attraverso quanto le persone che partecipavano agli eventi raccontavano in Rete. Gran parte degli eventi che ho seguito e raccontato sono quelli che abbiamo selezionato per yearinhashtag.com.
Sempre più persone mi seguono, principalmente su Twitter, perché hanno fiducia nel mio essere un “filtro” alla valanga di informazioni che quotidianamente circolano in Rete. Quello che io propongo a chi mi segue e ha fiducia in me è di investire una piccola cifra che mi permette di svolgere il lavoro per cui le persone mi seguono. In qualche modo è come se non avessi un editore a cui rispondere, ma decine di editori che mi danno mandato di osservare un evento e raccontarlo. Ognuno di loro avrà legittime aspettative dal mio lavoro e io dovrò rispondere a tutti loro del mio lavoro.
Mi piace l’idea del rapporto diretto “lettore”/giornalista (anche se io fatico a definirmi “giornalista”): mi piace il tuo lavoro, il tuo approccio ai fatti, il modo di raccontare le cose e allora ti pago perché tu possa farlo, uscendo sia dalla logica dell’editore che paga un giornalista e lo manda a seguire un evento sia da quella del giornalista freelance che, una volta realizzato il proprio reportage, torna e cerca di venderlo a un editore. Sono entrambi modelli in crisi e forse occorre inventare una strada alternativa. E a volte nemmeno inventare, dato che quello che sto facendo è quasi nuovo per l’Italia ma esiste da molti anni in altri Paesi.

GBA: Ci troviamo di fronte ad un passaggio interessante nel modo di produrre, selezionare e condividere l’informazione che nel web sociale ha visto, forse un po’ troppo ideologicamente, un momento di completa ed autentica disintermediazione del tipo: siamo di fronte a fatti che possiamo raccontare, condividere e commentare, diventando editore di noi stessi. Mi sembra che sotto questa superficie ci sia invece altro. Ad esempio nuove forme di intermediazione, nuove forme di selezione e di delega nella selezione che stanno nella cura dei flussi. In questo senso troviamo sempre più nello stesso ambiente, penso a Twitter ad esempio, dei social media curator che provengono sia da una dimensione di amatorialità che di professionismo.  E alla tua attività quotidiana online affiancandone una possibile “sul campo” tocchi un nodo che rimette in gioco la relazione pro-am in una nuova direzione che va oltre la semplice realtà di Rete mostrando che si stanno proponendo nuove forme “reali” di messa in connessione tra citizen e journalism.

Come percepisci la situazione che abbiamo online in Italia e come vedi la tua proposta oggi in relazione ad altri paesi?

CV: Io credo che in Italia siamo solo all’inizio di un percorso che all’estero invece è già arrivato lontano. Nessuna grande testata ha, in redazione, social media curator. Solo recentemente la Stampa si è dotata di un social media editor, che però non è la stessa cosa. Per i nostri giornali, radio, tv il web non è ancora una fonte di notizie, al limite un “oggetto curioso” da utilizzare per riempire le pagine e i momenti vuoti.
Anche la mia iniziativa, all’estero finanziare in questo modo un’attività giornalistica è normale. Esistono da anni siti e sistemi che gestiscono un rapporto diretto tra giornalista e lettori. Qui da noi è una novità e io spero che possa diventare un modello replicabile.

GBA: Forse dovremmo uscire da una narrazione del tipo “siamo tutti giornalisti” se vogliamo capire criticamente cosa sta accadendo e le potenzialità sia sul lato della produzione che della fruizione dell’informazione online. Di qui l’importanza anche delle nuove forme di re-intermediazione che stanno nascendo online.

CV: Siamo in una fase di transizione, nuovi strumenti e nuovi linguaggi stanno modificando il modo di fare giornalismo. Sta succedendo anche in Italia, seppure in ritardo rispetto ad altri Paesi. Il web 2.0 ha trasformato tutti in potenziali reporter: se mi trovo in un posto in cui sta succedendo qualcosa, ho la capacità e gli strumenti per capire cosa accade intorno a me e ho gli strumenti materiali per raccontarlo in rete sono, in quel momento, una reporter. Ogni giorno da ogni angolo del pianeta persone raccontano “dal basso” avvenimenti di ogni tipo. Chiunque abbia accesso a internet ha accesso a questa immensa mole di informazioni e può crearsi il proprio percorso di lettura, decidendo chi seguire, quali punti di vista privilegiare. L’impressione, quindi, è che non ci sia più bisogno di intermediari (i giornalisti) per essere informati: bastano Google, Facebook, Twitter. Questa, in realtà, è una visione semplicistica e un po’ ingenua, per diverse ragioni.
Intanto, non tutti hanno il tempo per stare ore davanti al continuo flusso di informazioni che circolano, 24 ore su 24. Chi torna a casa dal lavoro alla sera e solo in quel momento ha accesso a internet difficilmente può crearsi un’idea su quanto successo nel mondo senza l’aiuto di qualcuno che, nel corso della giornata, ha filtrato le informazioni per dare rilievo alle principali e alle più affidabili. E qui c’è la seconda ragione: non tutte le informazioni che girano in Rete sono “vere” o anche solo affidabili. Il lavoro del giornalista sulle fonti, sulla verifica della loro affidabilità resta essenziale anche quando la fonte è uno studente greco che partecipa a una manifestazione ad Atene. Cambia il modo di verificare la fonte, cambiano i criteri per cui una fonte risulta, dopo un certo tempo, essere affidabile. Questo lavoro di verifica comporta competenze, conoscenze e anche tempo da dedicare.
Ecco quindi che l’illusione dell’informazione completamente disintermediata (accedo a internet e senza l’aiuto di nessuno so cosa succede in Grecia) si scontra con la realtà e cioè con il bisogno di nuovi intermediari, figure non strettamente legate al mondo del giornalismo tradizionalmente inteso, cioè i social media curator, i “curatori” di flussi, che controllano le fonti, verificano le informazioni, le rilanciano, le riorganizzano per creare una narrazione, per esempio con strumenti come Storify (perché Twitter da solo non fa narrazione).

GBA: In questi giorni accanto al sostegno alla tua iniziativa – basta guardare alla crescita della raccolta di fondi di #occupychicago – ho letto anche alcune polemiche che sono un mix, mi sembra, fra la scarsa comprensione della necessita di attività di questo tipo e un pregiudizio che sintetizzo brutalmente: non sei giornalista, ti occupi di curare flussi online perché dovremmo pagarti un viaggio di soggiorno?

CV: Io credo che alla base delle critiche ci sia una forma di resistenza al cambiamento o una scarsa comprensione del cambiamento.
Poi io capisco che, essendo il mio lavoro quello di curare flussi online, sembri strano che io voglia andare sul posto e documentare da lì una cosa che per mesi ho raccontato a distanza. Ma è, in qualche modo, una naturale evoluzione del mio lavoro. Oltre che un tentativo di mettermi alla prova (e di farmi mettere alla prova da parte di chi mi segue, ha fiducia nel mio lavoro online e vuole sapere come me la cavo sul campo). E poi è un modo per arricchire il mio sguardo su un movimento che seguo da tanto tempo ma in maniera “mediata” e che sento il bisogno di conoscere direttamente per poter raccontare meglio, nei mesi a venire.
Poi c’è un’altra obiezione che ritorna spesso: ma i freelance non fanno così. Il punto è che io vorrei introdurre un modello differente. Sicuramente perfettibile, ma è un primo tentativo, un primo esperimento. E io sono convinta che i nuovi modelli di produzione/circolazione dell’informazione non nasceranno in un convegno (o in cento) ma dalla pratica, dal provare a fare qualcosa, correggere il tiro quando la volta successiva qualcun altro si ispirerà a quel modello, sbagliare e andare avanti. Ma facendo cose e mostrando, con l’esempio concreto, che i modelli alternativi esistono.

 

Costruire narrazioni più sicure sulla Rete

Il Safer Internet Day 2012 ha scelto come tema: Connecting generations and educating each other. Un tema che, credo, sia centrale. Perché uno dei principali problemi che dobbiamo affrontare è quello degli stereotipi su giovani e Internet e il divario digitale generazionale. Sono entrambi fattori che vanno modellati attraverso una comunicazione corretta e buon pratiche che passano dall’informazione giornalistica sino ai contesti scolastici e familiari. Esiste, infatti – e penso al nostro Paese – un deficit di cultura digitale che impedisce che la Rete sia percepita come un bene comune da dare per scontato e viene spesso costruita una narrazione in cui insicurezza e rischi vengono miscelati allarmisticamente. È importante allora che si parli in Italia di adolescenti, Internet e mediazione parentale e degli adulti in genere. È una questione di accrescimento di cultura (digitale) e la possibilità di mettere a tema la Rete nel contesto familiare e della società civile.

Una delle cose che possiamo cominciare a fare è partire dai dati, traducendo le percezioni in un modo che sia sincronizzato con quello che accade realmente.

Scopriamo così come vengono usati e percepiti i parental control e come i figli li aggirino e che, quindi, abbiamo a che fare con un ambiente complesso che rende le forme di controllo sempre più necessariamente in equilibrio fra l’uso di applicazioni adatte e la promozione di comportamenti sociali corretti che passano dalla negoziazione generazionale. I diversi strumenti per il parental control vanno pensati al limite come un oggetto di mediazione comunicativa  fra genitori e figli sul tema accesso ed uso di Internet e social network: attorno ad essi si sviluppano conversazioni e meccanismi di negoziazione, anche conflitti al limite, tutte cose utili a mettere a tema nel contesto familiare la Rete e i comportamenti associati da parte dei giovani e, quindi, dei genitori. Le diverse percezioni del tempo giusto per stare online, di “a cosa si può accedere o meno”, ecc.

Scopriamo anche che valore hanno per i ragazzi alcune delle pratiche “distorte” che noi, da adulti, percepiamo quando li incontriamo online. Ad esempio che il sexting viene usato come moneta relazionale, che quindi immagini a sfondo sessuale possono essere condivise anche per strutturare un rapporto con un altro significativo o che, banalmente, vengono scambiate fra amici come forma fàtica e di intrattenimento.

Oppure che non tutte le forme di conflitto online siano cyberbullismo: entrando più a fondo nelle dinamiche di relazione online tra i ragazzi possiamo osservare come i modi attraverso i quali il pettegolezzo digitale, i litigi sui profili Facebook, etc. siano forme costitutive del loro stare in Rete.

Oppure impariamo che dietro la loro eccessiva esposizione online – postare continuamente foto, georeferenziarsi quando si va in un locale, taggare ossessivamente i friend – non sempre dobbiamo pensare alla nascita di forme di “narcisismo digitale” che butta alle ortiche la privacy.  Si tratta di una generazione che ritiene che condividere sia una naturale estensione di sé stessi. Lo share fa parte del loro modo di stare nel mondo, diventa un gesto naturale e istantaneo: l’esperienza per essere vissuta va condivisa e spesso diventa esperienza proprio perché è pensata nei termini di uno sharing di contenuti che la rappresentano.

Tutti elementi utili per cominciare a costruire una narrazione più adatta per una cultura digitale che porti al safer Internet. Confrontarci con i nostri figli a partire da una narrazione corretta è un buon punto di inizio. L’altra utile pratica accanto al “parlarne” è “prestare attenzione” a quello che fanno online. La Rete, quello che fanno nei social network o sui siti, dovrebbe diventare un argomento di interesse e conversazione quotidiana. Solo così potremo costruire un terreno solido per sviluppare gli anticorpi, i filtri migliori di tutti che, come scrive Cory Doctorow su The Guardian pensando ai più piccoli, non sono altro che il buon senso e la buona capacità di giudizio:

non c’è un modo in cui un genitore possa contare sugli ISP […] per sostituire il suo lavoro e la sua attenzione personale per aiutare i bambini ad acquisire l’unico filtro che funziona: il buon senso e una buona capacità di giudizio.

Internet in sicurezza: basta parlarne

Il 7 febbraio si celebra il Safer Internet Day che quest’anno è dedicato al tema Connecting generations and educating each other e che ha per slogan “Scoprire il mondo digitale assieme… in sicurezza!”.

Anche in Italia abbiamo una serie di iniziative che coinvolgono Polizia Postale e delle Comunicazioni, Telefono Azzurro, Società Italiana di Pediatria (SIP) e Comitato Consultivo del Centro Giovani Online. E anche Google Italy che collabora al corso di formazione nelle scuole “Non perdere la bussola” e che ha stilato con la SIP il documento “Consigli per tutelare la sicurezza online delle Famiglie”. Immagino che sia denso di consigli e buone pratiche, che spieghi con semplicità e dia qualche suggerimento utilizzabile da subito. Io però online non l’ho trovato né nei siti dedicati ai progetti o dei partner né su google :-) – il che non mi sembra una buona cosa, ma magari gli annunci anticipano i tempi. D’altra parte il sito italiano Safer Internet – non proprio bellissimo –  è fermo al 2001.

Ma diciamo che la tematica è spreadable e basta che ne parliamo.

Update: nel giorno del Safer Internet Day su google.it è uscito questo che forse fa parte del percorso.

La costruzione della news dalle conversazioni su Twitter: appunti sparsi sul #fake Alemanno, Rita dalla Chiesa e la nevicata a Roma

La Repubblica di Roma riporta un battibecco fra il primo cittadino, il sindaco Gianni Alemanno, e la conduttrice televisiva Rita dalla Chiesa, che su Forum, mette in scena cause civili. Il tema è la nevicata romana e la discussione polemica nasce su Twitter – come segnala @talentosprecato.

Vale la pena di leggerlo a mo’ di conversazione e di soffermarsi sui dettagli:

RDC: @AlemannoTW scusi, sindaco, ma dopo cinque ore di macchina, una domanda: dove sono i vigili per regolare un po’ di traffico agli incroci?

GA: @ritadallachiesa tutti gli uomini disponibili sono in azione per interventi e soccorsi – stiamo facendo l’impossibile.

RDC: @AlemannoTW in macchina da ormai sette ore. Roma nord bloccata! Alberi caduti dappertutto. Ma al nord, con la neve vera, come fanno?

GA: @ritadallachiesa scusi, secondo lei mezzo metro di neve è finta. Capisco la sua rabbia ma noi abbiamo fatto l’impossibile.

GA: @ritadallachiesa Rita come va? Sto inviando due termos di the caldo. Faccio il possibile.

GA: EMERGENZA NEVE: PREGHEREI @ER_PALETTA DI SGOMBRARE IL VIALETTO DI @ritadallachiesa PER CORTESIA (tweet che poi è scomparso)

RDC: @AIemannoTW @er_paletta al vialetto di casa mia ci penso io! lei dica a @erpaletta di andare ad aiutare i romani che hanno bisogno di aiuto

GA: @ritadallachiesa Rita passeremo la notte a organizzare Carnevale On Ice grande idea per la grande Roma E per i cittadini#romacarnevaleonice

RDC: @AlemannoTW potrebbe spiegare perché e’ sparito il suo tweet Dite ar Paletta di andare a spalare il vialetto di@ritadallachiesa?

GA: @ritadallachiesa Rita non è sparito c’è solo un po’ di traffico sulla nomentana. Sono un suo grande fan cmq!

GA: @messaggiodiretto : @ER_PALETTA aggiorname ‘n po’ su ‘sta questione #vialetto de rita; e @magalli poi t’aa fatto er l’autogrefo p’a bimba?

Non occorre essere acuti verificatori di fonti, un po’ di pratica digitale associata a Twitter (ricostruire ad esempio le conversazioni, andarsi a vedere i profili) e si scopre immediatamente che quello di Alemanno è un account fake. Trovate scritte cose come “EMERGENZA NEVE PER GLI STUDENTI: SPERO SIATE ANDATI BENE IL PRIMO QUADRIMESTRE, LE SCUOLE RIMARRANNO CHIUSE PER SEMPRE” oppure “Si prega di segnalare persone particolarmente bisognose di soccorso: bimbi, anziani, ammalati. Zingari, negri, omosessuali.#romacittaaperta”.

Sulla funzione di detournement del senso degli account fake dei politici – nel bene e nel male – e della necessità di “curare” i propri flussi informativi, da giornalisti e da cittadini, ho già detto quello che penso.

Vale la pena soffermarsi invece ad osservare l’associarsi fra lo “sbrigatismo” informativo di un giornalismo che rincorre oggi quello che si sente/legge su Twitter, l’utilizzare un social network come fonte affidabile rinunciando al principio di verifica e la crescente abitudine del giornalismo nazionale a “condire” le notizie pubblicate pescando nel mare dei Tweet o costruire una notizia a partire da lì. C’è in tutto questo un principio di illusione: quello di credere sia possibile accedere in modo im-mediato ai fatti, perché online si producono eventi o si commentano eventi in modo continuativo e costante. Così la mediazione della Rete viene scambiata per una immediatezza di accesso al mondo, dimenticando che dietro la comunicazione vige sempre un principio di “costruzione” della realtà: io ti posso dire quale esperienza sto vivendo dal mio punto di vista e tu puoi fare esperienza della comunicazione non dell’evento che io sto vivendo.

Fare di quest’anno l’anno zero delle social media news e sposare un atteggiamento di pragmatismo digitale del sistema dell’informazione significa cominciare ancora più seriamente a riflettere sulla relazione tra eventi e comunicazione degli eventi nell’epoca della connessione di Rete – e quindi tra percezione e costruttivismo.

#occupyscampia. Della solidarietà corpo/Rete

Occupyscampia, una mobilitazione dal basso per riappropriarsi di un territorio e contrastare il presidio della Camorra. Un’idea che parte da un tweet:

E dà vita ad un dibattito fatto di rilanci di tweet riassunto nello storify di Ezekiel. Iniziativa simbolica ma rilevante perché tesa a combattere sul piano del “senso” la prevaricazione morale che sfregia la periferia a Nord di Napoli. Ma il punto è un altro e scaturisce secondo me dal commento che fa da subito Ciro Pellegrino in suo tweet:

okay per #occupyscampia ma occuparla qui su twitter non serve a molto. Bisogna andare rint’ a scampia, guagliu’

Qui si pone una questione di fondo oggi: il rapporto tra azioni simboliche e movimenti di piazza, tra forme organizzative e ideazione sul web e azioni concrete, tra teoria e prassi politica se volete o, come preferisco sintetizzarlo io: il problema della solidarietà corpo/Rete.

Come ho già scritto nei giorni tragici della manifestazione degli indignados a Roma quello che abitare la Rete, con le sue grammatiche e le sue logiche, ci ha insegnato è creare un nuovo rapporto fra aggregazione collettiva e delocalizzazione. Non c’è bisogno di essere tutti nello stesso luogo per esprimere contemporaneamente la stessa opinione. Possiamo ad esempio rendere visibile il nostro numero aggregando i contenuti da luoghi diversi e fare diventare la nostra opinione un elemento rilevante attraverso un tag.

Eppure resta la necessità di dare “corpo” a quei tag, di legare le azioni simboliche alla fisicità dei luoghi, di radicare il pensiero a forme concrete e a posti fisici. Scampia ha una sua natura antropologica che richiede una riappropriazione corporea dei luoghi perché la mutazione di senso può passare solo da lì. Ma Scampia può essere occupata anche semanticamente in altri luoghi, quelli della comunicazione, creando tensione espressiva e visibilità, supportando un sentire comune diverso ed esplicitandolo senza rinunciare ad esserci anche se dentro un vissuto antropologico immateriale. Questione complessa che richiede costantemente di ripensare e riorganizzare quella solidarietà corpo/Rete che sembra diventare sempre di più il frame centrale nel pensare alla mutazione contemporanea.

 

Questo topic è emerso durante una di quelle brevi ma intense “conversazioni” su Twitter con @barbapreta @_arianna @ellissena @ciropellegrino con i quali spero di continuare il discorso anche in altri luoghi corporei.