La storia di Règan (25 Aprile)

Io la Basilica di Sant’Apollinare in Classe l’ho sempre amata per quel suo isolamento. Subito fuori Ravenna, che ci arrivi per una via diritta e quasi ci sbatti contro. Immersa nel verde e a ridosso di alcune case. Una piccola perla capace di riconciliarti con il mondo, nel suo fragoroso silenzio. Ma qui, in Romagna, i luoghi non bastano mai a sé stessi e se si ha pazienza e un po’ di curiosità trovi sempre qualcuno che te li racconta legandoli alla vita e magari alla Storia, quella con la S maiuscola. È così che per me oggi  Sant’Apollinare in Classe è legata alla storia di Ateo Minghelli.

Io ve la racconto come l’ho sentita, con le parole di chi quel racconto me l’ha fatto e nella mia libera traduzione dal dialetto.

Ateo Minghelli era un omone ruvido che lavorava come portuale a Ravenna, quando le navi cariche dalla Russia o dalla Cina si fermavano ancora qui e gruppi della cooperativa scaricavano giorno e notte fermandosi solo per mangiare dandosi il turno. Che poi cucinavamo noi, lì, la brace accesa, il pane fresco: grigliata innaffiata dal Sangiovese. Ateo, solo da queste parti si poteva chiamare un figlio così. Terra di anarchici la nostra. Altri tempi.

E quando ti fermavi per mangiare, se riuscivi ad “andargli sotto”, potevi chiedergli di raccontarti di quella volta che ha salvato la Chiesa di Classe.

Siamo verso la fine della seconda guerra mondiale e gli alleati anglo-americani volevano bombardare la Basilica di Classe, che nel suo campanile si erano asserragliati cinque tedeschi con una mitragliatrice e da lì non si schiodavano e non si poteva passare. Ateo non è che fosse proprio un praticante. Basta che pensi al suo nome. Però a quella Chiesa ci teneva: era una roba della sua terra e né i tedeschi né gli alleati gliela potevano tirare giù. Ateo Minghelli era partigiano nella 28ª Garibaldi e combatteva con il nome di Règan, che in dialetto è il ramarro, svelto come il fulmine e forte come una tromba d’aria, che Règan è anche l’uragano quando ti arriva addosso. Ma per me era Règan perché era ruvido come un ramarro, sempre silenzioso e che non gli potevi dire niente che scattava. Insomma: Règan sente il suo comandante, Bulow, per contattare il comando alleato e farsi dare un po’ di tempo. Ci va lui a tirare giù i tedeschi con un po’ di uomini, gli dice, te prendi tempo Arrigo. Così di notte si infilano su per il campanile e spari non se ne sentono: solo a un certo punto suonano le campane. La Basilica è salva. Erano i primi di Dicembre e la gente di Classe poteva festeggiare il Natale nella sua Basilica. Non so se è per quello che ha fatto che lo nominano poi vicecomandante… che nella Brigata Garibaldi – che poi la chiamavano “Mario Gordini”, un capo partigiano che avevano ucciso a Forlì all’inizio del ’44 – lo nominavano i partigiani chi li comandava, mica gli alleati. E quando è Natale o passo da lì in bicicletta mi viene sempre in mente al stôri d’Règan.

Una storia che se poi cercate è anche controversa, quella di Ateo Minghetti, fatta delle ombre di una guerra civile e dalla violenza che la liberazione dall’occupazione nazista ha scatenato. Ma nella memoria dei vecchi e nei loro racconti ai nipoti questa terra di Romagna è fatta da gente che si è liberata da sola, come quelli della  28ª Garibaldi  una “tra le pochissime formazioni partigiane riconosciute ed aggregate alle forze armate alleate durante la guerra di Liberazione”. Così questa storia e l’immagine della Basilica di Classe salvata da un Ateo sono il mio 25 Aprile.

 

Non è Faceskin ma Memoring (ed è nato nel 2008)

Faceskin è il social network di Claudio Cecchetto, come abbiamo letto in molta rassegna stampa online e offline. E in questa definizione troviamo già tutte le potenzialità e i limiti del progetto: per definirlo occorre prima di tutto rimandare metaforicamente a Facebook, lasciando intendere per analogia di cosa si tratta, e al brand “Cecchetto”, per veicolare un’allure costituita dalla vicinanza ad un mondo VIP. Così in apparenza sembra di avere a che fare con una startup italiana che sfrutta la crescita e la celebrità di Facebook nel nostro paese – in un momento in cui viene percepito sempre di più come una commodity – collocandolo all’interno di un immaginario un po’ patinato fatto da quelle riviste tra l’intrattenimento ed il gossip dove possiamo vedere più da vicino le celebrity nella loro quotidianità e stra-ordinarietà.

Ma per capire effettivamente di cosa si tratta, cosa c’è dietro al claim che lo accompagna, “Ricerca, organizza, condividi”, basta leggere le affermazioni di Claudio Cecchetto:

In rete ci sono tanti “motori di ricerca” che, basandosi su algoritmi anche sofisticatissimi, aiutano le persone a cercare in internet i contenuti che desiderano. Non ho mai visto però un “motore di ricerche” (con la “e” finale) che velocizzasse la navigazione in rete, basandosi sull’algoritmo di ricerca più intelligente del mondo: l’uomo […] dare la possibilità di trovare con facilità la maggior parte delle informazioni che stiamo cercando, di organizzarle e condividerle, in modo che quanto già fatto da altri possa essere a disposizione di tutti.

In pratica né più né meno che un motore di ricerca che utilizza criteri di pertinenza connessi agli utenti e alle reti delle loro relazioni sociali all’interno del social network. Se volete, più letteralmente, si tratta del fatto che quando navighi online puoi memorizzare i tuoi siti preferiti, organizzarli in liste e condividerle con gli altri utenti attraverso web list. Allora è più un Google che un Facebook.

Niente di particolarmente nuovo sotto il sole della ricerca in salsa social, basta pensare a quanto sta facendo Google con “Search plus your world”. Allora, mi chiedo, dove sta la differenza di questo social network che è (quasi) un motore di ricerca e però ti permette di trovare solo cose che gli altri hanno scelto di condividere? Forse proprio nelle Weblist prodotte da VIP che sono nella cerchia di Cecchetto: Jovanotti, Fiorello, Fabio Volo, Facchinetti, ecc. Insomma: condividere il gusto delle celebrity nostrane, curiosare nei loro cassetti di ricerca sul web, farsi consigliare da personaggi pubblici come se fossimo veramente friend (anche se le liste sono in pubblico per tutti).

Il problema a questo punto è: sarà la presenza dei VIP a creare l’effetto network? La sparizione di Fiorello da Twitter e la sua resurrezione dopo tre giorni su Faceskin promette paradisi connessi diversi?

Perché dal punto di vista culturale il modello proposto da Feceskin contrasta con le nostre abitudini di ricerca plasmate su Google che ci consentono di arrivare subito al punto mentre qui esploriamo in modo comunitario liste di siti: due logiche di esplorazione diverse e abitudini acquisite da scardinare. Oppure il senso sta da un’altra parte, in quella barra di navigazione chiamata Memoring che consente di sfogliare le web list degli utenti, partendo da quelle dei VIP o degli amici, o da quelle organizzate dall’utente stesso.

E dalla rete passiamo immediatamente a territori metaforici diversi in cui siamo stati allevati come spettatori: quello della televisione. Memoring è come il telecomando della televisione: puoi passare da un canale all’altro scorrendone l’organizzazione che hai fatto tu o che hanno creato altri, cioè attraverso le pagine memorizzate (TV e recording assieme). Allora mi chiedo: e se questo Faceskin fosse pensato per quello che è un pubblico televisivo abituato a fruire di contenuti attraverso una ricerca rassicurante, quella del telecomando, facendosi consigliare sì anche da amici e da chi pensa per lui la programmazione? Se ci trovassimo cioè di fronte ad un target ideale pensato non tanto negli innovatori che costruiscono web list da condividere ma da una maggioranza web-silenziosa che le legge?

In fondo prima di Faceskin Claudio Cecchetto aveva proposto nel 2008 Memory Skin (vi dice niente?):

“Memoring” è fondamentalmente un registratore di internet. In rete ci sono dei contenuti un po’ labili, soggetti a sparire nonostante possano interessare in futuro. Magari anche solo per raccontare ai nostri figli come è partito internet. Allora, dato che esistevano già il registratore audio e quello video, ho pensato di fare anche un registratore di internet. Però, al di là della funzione di registratore, è anche un browser come possono esserlo Microsoft Explorer, Mozilla Firefox o Google Chrome. Tra l’altro utilizza il motore di Firefox, ma permette una navigazione un po’ più facile: mi sono accorto, da utente, che chi si approccia alla rete per la prima volta ed apre il browser… ok, chi già usa internet sa che deve inserire un indirizzo, però non sa dove andare. Questo invece è un browser… io lo chiamo “skin”, ovvero “pelle”…

Il senso di Faceskin/Memoring sta allora forse proprio nella capacità di poter sfogliare i propri canali-web preferiti, organizzati con l’aiuto di altri più esperti e cool di noi che ci aiutano a capire dove guardare quando ci affacciamo da utenti medi in quell’oceano sconfinato che è il web.

[Potete leggere la versione completa ed approfondita su TechEconomy.it)

Gli Auguri ai tempi di Facebook

[Image by Free Vector]

Gli Auguri ai tempi di Facebook: tutte cavolate. Una massa informe di persone di cui sei friend per caso che ti fanno gli auguri in modo indistinto, insincero, così per fare… oppure: per mettersi in mostra.

Pensatela come volete ma vedere sorgere sul wall i modi diversi di farmi gli auguri non mi ha dato quella sensazione. Uno può scegliere: li fai o non li fai. E già questo ha un senso. Anche perché lo fai in pubblico, ti esponi e potresti non farlo.

E poi io quelle persone le conosco bene. Alcune meglio di altre, ma le conosco.

Gli amici del liceo. I miei ex studenti e laureandi. I mie studenti attuali, quelli che hanno finito il corso e quelli che stanno facendo i lavori sulle culture partecipative. I blogger, o meglio, quegli amici che hanno un blog e che ho conosciuto di persona in diverse occasioni, con cui “chiacchiero” sui social cosi in modo tutto sommato costante. I giornalisti che ho visto in diversi contesti e che seguo nelle loro cose. I colleghi, diversi, con cui condivido cose da leggere e momenti per scambiare delle idee, anche in modo sparso durante l’anno, ma che stimo, come non sempre avviene nel nostro mondo. I dottorandi, quelli che gravitano attorno al nostro dipartimento e quelli che hanno progetti di ricerca che ho incontrato nel mio girovagare nelle sedi universitarie e – molto spesso – online. E gli avatar di SecondLife, che non sono mai rimasti solo “avatar” e che ho conosciuto di persona, con cui ho condiviso un bel po’ di tempo facendo esperienza di formazione, di giochi di ruolo, di studio del mondo e – perché no – facendo quelle chiacchiere sull’umanità che hanno permesso di mettere in relazione i punti di vista diversi. E gli amici del LaRiCA, friend di un social network live che ci connette in una istituzione totale che è più sopportabile grazie a loro.

Ma gli auguri ai tempi di Facebook sono anche quelli che ti compaiono in chat durante la giornata con i gradi di confidenzialità più diversi. O quelli meno esposti spediti nella mail interna.

Ognuno con il suo pudore e il suo senso della relazione fra l’essere in pubblico o essere in privato.

Poi, ovviamente ci sono le telefonate, le mail, gli sms … che garantiscono un grado di vicinanza diversa, costruita spesso in opposizione a Facebook. Perché Facebook è anche questo, un’occasione di distinzione e costruzione di intimità comunicativa diversa.

Comunque sia, questa nota è per voi “friend”, i livelli di amicizia tra noi li conosciamo bene e siete riusciti ad esprimerli con le sfumature. Nei vostri Auguri non ho visto l’“indistinto” della folla ma la singolarità della moltitudine.

[Questo post l’ho scritto come nota l’anno scorso sull’onda della moltiplicazione di auguri nella mia timeline di Facebook. Lo condivido anche qui quest’anno, credo che il “senso” del discorso non solo valga ancora ma abbia preso più consistenza]

Proiessenza: la narrazione di sé nei social network

Proiessenza. Un neologismo inventato da una ragazza quattordicenne sotto la guida dello scrittore Andrea Bajani per il Bookstock Village, lo spazio giovani al salone del Libro di Torino. Un neologismo che trovo bellissimo e molto centrato per spiegare il modo che un adolescente – ma non solo – ha di mettere se stesso in narrazione in Rete. Un articolo di Nicoletta Fiori su La Repubblica spiega la proiessenza come

L’abitudine nel web a proiettare di sé non l’immagine rispondente al vero ma ciò che si ritiene essenziale: è la possibilità costante di ritoccare la propria identità con il photoshop

Mette in luce quindi una semantica del tipo vero/falso, reale/virtuale che è poco adatta – troppo moderna, potremmo dire! – a spiegare il difficile equilibrio della costruzione e della narrazione del Sé nell’epoca dei social network. Meglio allora dare voce a chi ha coniato il neologismo e al senso con cui l’ha riempito e come spiega Bajani la proiessenza racconta “il trasferimento attraverso i social network di se stessi, ma che rispecchia una verità”. Una verità. Questo è il punto. E non si tratta di fingere di non vedere che possano esistere finzioni ma cercare di capire cosa muove “il sottile desiderio di raccontare una menzogna veritiera o una verità menzognera” su chi siamo e chi vorremmo essere e come questo si relazione alla forma di costruzione dell’identità oggi in un’epoca fatta di stati di connessione.

Sì perché gli adolescenti hanno sempre più a che fare (e noi abbiamo sempre più a che fare) con la necessità di pensare se stessi nel processo di produzione di contenuti in pubblico: come mi auto rappresento nei post che scrivo, nelle immagini che carico, ecc.? Come costruisco il mio profilo pubblico in un social network? Ci osserviamo osservarci nella produzione comunicativa; ci guardiamo con gli occhi di un possibile pubblico; “leggiamo” noi stessi nelle tracce che produciamo online.

E poi c’è la relazione fra il sé corpo off line e il sé corpo on line e con le forme di compatibilizzazione fra immagini e immaginari di un sé che abita un mondo contemporaneamente reale e digitale. La difficoltà di rendere compatibili quindi immagini e immaginari che produciamo di noi stessi e  quindi la difficoltà di elaborare forme di rappresentazioni nelle quali ci riconosciamo, lavorando sull’oscillazione fra dimensione pubblica e privata (in pubblico).

Per raccontare questa complessità tutt’altro che “liquida” ma consistente e densa ci servono neologismi come questo. La proiessenza ha forse una semantica imperfetta tutta da sistemare ma racconta l’urgenza di parlare del tempo nuovo attraverso il senso che questo tempo ha.

Lo splendore e i rischi della social news: Repubblica si fa Blu su Facebook

Ripensare i progetti editoriali dell’informazione tradizionale, ad esempio i quotidiani, all’epoca dei siti di social network, significa tenere conto di una realtà in cui i meccanismi di selezione passano sempre di più dalla propria rete sociale e dalle forme di curation che questa mette in atto. Non è solo una questione che ha a che fare con il presidio di Facebook, in cui aggregare audience che finiscono per essere pensate come likers; o di Twitter, in cui rilanciare con poca costanza le principali news: occorre confrontarsi con una realtà dei propri pubblici che è mutata e con una trasformazione dei modi in cui da utenti del web consumiamo le news in Rete.

Per questo motivo è interessante osservare il nuovo progetto di Repubblica.it, “Blu”, una app per Facebook, pensata quindi per il pubblico dei social network, che si propone di aggregare in una pagina una selezione di news incorporando un principio selettivo che tiene conto del network del lettore:

La homepage è come un mosaico che si compone in base ai gusti dell’utente e alle segnalazioni dei suoi amici. È la rete sociale dei lettori a stabilire in ogni momento il palinsesto delle notizie che compongono la prima pagina, creando in tempo reale l’agenda di tutto ciò che fa notizia e che crea dibattito in rete. In questo modo la homepage non è più un elenco statico che l’utente si limita a scorrere, ma diventa materia viva che il lettore plasma con i suoi gusti e attraverso le interazioni della comunità.

Una sorta di doppio filtro, quindi: un primo costituito dalla testata che seleziona determinati contenuti informativi e un secondo fatto dai propri friend su Facebook che leggono questi contenuti e in base alle scelte di lettura determinano il palinsesto della nostra home di Blu. Un’agenda dettata quantitativamente (immagino si tratti di numero di views, commenti e like – al momento l’algoritmo di produzione del ranking non è chiaro) dai lettori di quelle news che Repubblica ritiene adatte a Blu. Sì, perché non abbiamo a che fare con la totalità delle notizie: l’orientamento di Blu è quello di caricare principalmente video relativi ai temi adatti al target per cui l’operazione è pensata, quello dei giovani adulti, che in Italia copre la fascia 18-34 anni. Il principio di selezione editoriale è quindi: i temi che interessano i nostri “giovani” lettori, che sono “spettacolo, cinema, università, sport, musica, persone, divertimento”, e il formato che prediligono, che è quello video.

In pratica siamo di fronte ad un ecosistema editoriale dell’informazione che tenta, da una parte, di incorporare lo spirito dell’abitare un contesto collettivo e condiviso di social network – la social news, passatemi il termine – e che, dall’altra, orienta fortemente il modello alla sua percezione di cosa un news consumer giovane “consuma”, incorrendo in alcuni rischi che provo a sottolineare.

Il primo ha a che fare con le selezione editoriale della tipologia di news che si orienta fortemente a cultura e tempo libero ma corre il rischio di strizzare l’occhio ad un lettore interessato al gossip, alle celebrity e ai video di “gattini che fanno cose strane”. Non dico che sarà necessariamente così ma se osserviamo oggi il palinsesto presente è un rischio consistente.

Un secondo elemento rilevante ha a che fare con la relazione fra costruzione del palinsesto news e rete di friend e il rischio corrispondente che in letteratura va sotto il nome di omofilia.

Così, tra rischio di omofilia e dell’esaltazione dei video sui gattini si finisce per depotenziare la potenzialità di curation che l’unione fra una redazione professionista ed una rete di lettori connessi potrebbe avere, diluendolo in una realtà di cerchie che rischiano di chiudersi in un’autoreferenza informativa.

(Continuate a leggere su TechEconomy.it)

Facegram: note a margine di un’acquisizione

Funziona così: hai una bella idea in stile 2.0 da fare  sviluppare attraverso una start up che ha un modello di business semplice: accumulare molte relazioni sociali che siano abbastanza interessanti da costituire un interesse per un pesce più grande. Se poi la tua crescita è sufficientemente preoccupante allora  sei pronto per essere acquisito. È così che Instagram è stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari. 30 milioni di utenti registrati da iPhone e il lancio su Android sono numeri interessanti tanto che Mark Zuckerberg ha scritto nell’annuncio fatto su Facebook:

This is an important milestone for Facebook because it’s the first time we’ve ever acquired a product and company with so many users. We don’t plan on doing many more of these, if any at all. But providing the best photo sharing experience is one reason why so many people love Facebook and we knew it would be worth bringing these two companies together.

Sì, perché un secondo elemento da considerare è la centralità delle immagini che caratterizza la strategia di sviluppo di Facebook, come mostra la trasformazione sia della timeline dei profili che dei gruppi: è nella narrazione con accento visuale che risiede il senso futuro del social network.

Come scrive Paolo “L’integrazione con Instagram e soprattutto l’acquisizione di know how, tramite il suo team, non può far altro che favorire ulteriori sviluppi, magari anche in chiave editing”.

E poi c’è ovviamente la capacità di Instagram di aver lavorato con successo sulla relazione fra mobilità, social networking e condivisione di eventi della vita. Che poi spesso si è sviluppata nella continua pubblicazione degli utenti di immagini Instagram nella propria timeline.

In Rete si è sviluppato immediatamente un rumore di fondo sull’acquisizione, tra toni sarcastici e preoccupati e segnalazioni su come cancellarsi da Instagram e conservare le proprie foto o su quali altre app utilizzare. Una di quelle conversazioni umorali fatte di mi piace/non mi piace che mostrano come questa acquisizione parli, di fatto, del nostro immaginario e di come ci percepiamo nell’ecosistema dei social network. Molti utenti si sono sentiti venduti a Facebook per poco più di 30 dollari, come se il loro immaginario per immagini non fosse già stato loro espropriato dall’aver accettato le condizioni che Instagram impone per usarlo.

In realtà viviamo in un’epoca in cui cediamo pezzi di “senso” personale e connesso a fronte di alcuni servizi che consentono di uniformare le nostre immagini attorno ad un appiattimento del gusto guidato da pochi filtri che rendono le nostre foto così tutte uguali da rassicurarci. Incorniciando fotografie da condividere in lo-fi o seppiate o esaltando i colori con il filtro X-Pro II ci riconosciamo gli uni con gli altri come parte di un’unica melassa che rende uguale ciò che è diverso: forme per contenuti. Il resto è economia di mercato al tempo del web e bolle che non scoppiano perché, come quelle di sapone fatte da bambini, sono lì per stupirci ed intrattenerci. Per ora.