La scossa nei brand

Il nostro abitare i media sociali è recente e stiamo lentamente abituandoci a vivere la nostra cittadinanza in una realtà del web in cui i social network con le loro possibilità di comunicazione scalabile e ricercabile, replicabile e adatta alla diffusione e le relazioni che costruiamo al loro interno si intrecciano alla quotidianità.

Un evento come il terremoto che ha colpito l’Emilia e il modo che abbiamo di sperimentarlo e comunicarlo in questo intreccio diventa allora un luogo di osservazione che mette in luce sia le potenzialità che le ombre della nostra immaturità digitale.

La terribile scossa del 29 maggio e quei 700 tweet al minuto che, ad esempio, hanno riempito le nostre timeline e l’#hashtag #terremoto dalle 9 del mattino, raccontano della necessità di testimoniare in tempo reale la presenza all’evento, i nostri sentimenti e anche il bisogno, in fondo, di condivisione e conoscenza che ci prende quando sentiamo di fare parte di una realtà che va al di là del nostro piccolo Io individuale.

Brand, istituzioni di governo del territorio e mediali, così come realtà pubbliche, si trovano a sperimentare necessariamente questa umanità connessa e il modo di utilizzare un potente canale di comunicazione in un momento di crisi.

Groupalia Italiamha giocato in modo (in)tempestivo nel flusso di tweet sul terremoto creando un tweet nelle intenzioni spiritoso proprio mentre arrivavano le prime notizie di vittime della scossa ed è stato travolto.

Altri soggetti commerciali, come le imprese di telefonia, hanno invece forse giocato ugualmente la loro presenza sui social network potenziando la loro immagine agganciandosi al #terremoto ma attraverso un versante di comunicazione di pubblica utilità. I brand sono pezzi di società e producono senso, vale la pena ricordarlo. Allora abbiamo accolto con molti retweet Vodafone IT e Telecom Italia con le spiegazioni di come sbloccare il wifi per favorire le comunicazioni.

Questo in sintesi. La differenza nell’essere maturi comunicativamente nell’ambiente digitale sta nella capacità di produrre “senso”. Ma questo e il giudizio tranchant su quanto accaduto potete leggerlo nel post completo su Techeconomy.

Analisi del terremoto su Twitter

Nell’ambito della ricerca nazionale Relazioni sociali ed identita’ in Rete: vissuti e narrazioni degli italiani nei siti di social network - in breve snsitalia – abbiamo analizzato l’uso di Twitter nelle prime 24 ore del terremoto che ha colpito l’Emilia. L’obiettivo è di osservare l’uso di Twitter durante un momento di crisi.

Potete guardare da soli la relazione fra scosse e tweet.

E farvi un’idea della relazione fra Tweet e Retweet

Ma per capire il significato di questo ed approfondire la relazione fra forme di testimonianza, di propagazione e di commento consiglio la lettura completa del post. L’analisi qualitativa dei contenuti di TW e RT spiega bene i dati sul sentimento degli italiani in quelle ore che ci ha raccontato Vincenzo Cosenza.

Scuola 2.0 e nativi digitali: la narrazione che vorrei

Parlare di “Scuola 2.0” o di “nativi digitali” mi ha sempre creato qualche perplessità semantica. Conosco adolescenti generazionalmente “nativi” che si muovono meno agilmente online di cinquantenni early adopters e scopro continuamente le resistenze che gli educatori hanno rispetto ad una narrazione di una scuola determinata tecnologicamente. Sono quindi termini utili ma che vanno maneggiati con cura. Soprattutto occorre creare un racconto corretto e condiviso per pensare alle trasformazioni con cui ci dobbiamo confrontare in una società ad alto tasso di comunicazione mediata e di produzione/distribuzione/consumo di oggetti digitali.

Per questo occorre partire da un contesto che metta in relazione le trasformazioni della scuola con persone “nate con la Rete”.

Il rapporto tra crescita della simultaneità delle informazioni e loro selezione ed acquisizione produce un mutamento strutturale nel cervello e nelle dinamiche dell’attenzione (lo spiega bene Frank Schirrmacher). Le conseguenze sulle nostre capacità cognitive le scopriremo evolutivamente ma ci sembrano già essere fortemente presenti nelle nuove generazioni. Ci raccontiamo che i ragazzi faticano a leggere testi lunghi, si distraggono facilmente, agiscono in modo multitasking dedicando pochissima attenzione a moltissimi compiti diversi, non sono capaci di astrazione, ecc.

Quello che è sotto i nostri occhi è che le forme su cui costruiamo l’apprendimento, il paradigma scrittura/lettura per come lo conosciamo, si scontra con abilità cognitive che presiedono ad una intelligenza diversa (per come la tratta George Dyson).

Questo ci porta a rivedere le cose anche in relazione ai molti progetti che stanno emergendo e che mettono in connessione scuola (nel passaggio al digitale) e “nativi”.

Scopriamo allora che l’apprendimento cui aspiriamo è aperto, fatto di condivisione, di personalizzazione dei percorsi dello studente e di integrazione e messa in connessione di contenuti sparsi in Rete con quelli prodotti e presenti nelle aule. E non lo richiede solamente un’evoluzione pedagogica del fare scuola ma la curva dell’attenzione che i nativi digitali stanno acquisendo e il loro modo di intendere l’informazione che cambia qualitativamente, nella trasformazione bio-cognitiva che l’ambiente mediale complesso in cui viviamo sta producendo.

Una prima conseguenza ha a che fare con la sostituzione dell’idea di testo chiuso con una testualità fatta di flussi diversi adatti alle diversità di apprendimento dei singoli e dei gruppi. Questa ad esempio è la narrazione che il progetto Apple di  iBooks Author e la trasformazione della piattaforma universitaria iTunesU sta proponendo. Con i rischi connessi di  chi ha una posizione elitaria e proprietaria– occorre possedere un device Apple sia per leggere che per produrre libri di testo – e  una nuova intermediazione che passa dalla piattaforma iTunes – infatti libri si possono vendere solo su iTunes e il 30%.

Altra conseguenza sarà che il modello dell’apprendimento diventerà  nel futuro sempre più spreadable: contenuti in pillole prodotti da professionisti potranno essere fruiti anche gratuitamente ed inseriti dagli insegnanti nei percorsi didattici, così come dagli studenti. Il progetto di shared education Khan Akademy funziona proponendo questi contenuti e disegnando una vera e propria timeline educativa costruita sui risultati acquisiti e quelli da acquisire. La scuola non è dunque solo dentro le mura degli edifici scolastici, istituzionalmente costruiti, ma si apre al mondo, diviene open, e si meticcia con modi e forme che ridisegnano l’ampiezza delle stanze in cui impariamo e delle connessioni educative che sviluppiamo. Connessioni che integrano soggetti molto diversi tra loro che richiederanno momenti di integrazione.

Avremo anche nuove forme di inclusione di chi non può frequentare, per diversi motivi, come immagina  il Ministero dell’Educazione, Scienza e Tecnologia della Corea del Sud che prepara una nuvola di apprendimento per il 2015 riconfigurando l’intera carriera scolastica attraverso computer, tablet e cellulari.

E così via.

Ma credo che l’elemento essenziale per costruire la nostra narrazione su scuola e nativi passi dal cominciare a raccontare di un ambiente di apprendimento aperto in cui gli spazi personali e sociali fuori dalla scuola, quelli ricchi di interfacce sociali come i social network, i wiki, ecc. stanno costruendo, siano incorporati nelle dinamiche educative e diventino un tema del dibattito pubblico e interno alle classi.

Di queste cose mi piacerebbe discutere alla “conferenza per la scuola dei nativi digitali” in cui mi troverete nei prossimi giorni.

Il terremoto che corre su Twitter (tacendo i media): tra fatti e testimonianze organizzate dalla timeline

[immagine di geolocalizzazione dei Tweet che ho estratto alle ore 10.23]

Il terremoto di questa notte ci ha svegliati con la preoccupazione di informarci per capire cosa stava succedendo, l’entità della scossa, dove fosse l’epicentro. La cosa più naturale è stata correre su Twitter. Per quasi 40 minuti era la sola fonte informativa disponibile. La televisione dava altro – difficile mettere in moto la macchina per la diretta nella notte. Il sito dell’Ansa era crollato sotto l’eccesso di richieste di contatto. Inutilmente crollato perché alle 5 del mattino ancora non forniva nessuna notizia su quanto stava accadendo.

Allora restava Twitter, con i tweet dei tuoi amici che geolocalizzavano la scossa e la sua entità, mettendo a fuoco l’evento. Milano, Genova, Bologna, Modena, Venezia, Ferrara … finché @gluca non ha postato l’immagine di casa con gli oggetti a terra e in pochi secondi davanti a me avevo già visualizzato l’epicentro emotivo.

Si sono succeduti i racconti di ansie e preoccupazioni, con il loro carico di comunicazione fàtica che serviva a gestire il carico emozionale di chi viene svegliato nel mezzo della notte da un letto che traballa e vede oscillare il lampadario per lunghissimi secondi. Lo si vede soprattutto dal rapporto tra numero di tweet e retweet – 59% (elaborazione mia da Tweet Charts su due ore campione). Il terremoto è andato così in diretta su Twitter.

Ma Twitter questa notte non è stato solo testimonianza di chi si trova di fronte ad un fatto e lo racconta o la messa in connessione delle emozioni. Le prime informazioni su epicentro e magnitudo sono comparse da chi ha twittato i dati dei sismografi, i primi consigli sono stati dati da profili di persone che si occupano di sicurezza. Molti hanno messo a frutto la loro creatività e competenza per mappare gli eventi restituendo una sintesi efficace e geolocalizzata che ha il sapore di un’informazione  costruita collettivamente dai cittadini.

Come la mappa aggiornabile in tempo reale con segnalazioni di video, news, ecc. (la segnala anche Massimo).

A seguire abbiamo avuto le molte immagini scattate e messe online dai cittadini, le stesse che troveremo sulle testate online stamattina assieme ad un liveblogging dei tweet che di ora in ora si fa più confuso perché cresce un rumore di fondo che i media non filtrano. La mia timeline sì. Posso distinguere fra i contenuti di un #hashtag #terremoto che aggrega tutto e un filtro curato di quei contatti che nella notte sono stati informativi e continuano ad esserlo in queste ore: il mio canale pubblico/privato che in un mix fra competenza (selezione e cura) e presenza sui luoghi (testimonianza) mi restituisce una fotografia in tempo reale.

Per questo le istituzioni, come la Protezione Civile, avrei voluto fosse presente da subito su Twitter, per lasciare curare le informazioni a chi lo fa di mestiere e può rispondere attraverso un mezzo diffusivo e potente (e che può raggiungere anche le persone in strada grazie alla mobilità delle connessioni socialmediali) aiutando a gestire i momenti di crisi. Per questa volta ci siamo arrangiati tra noi, con le nostre reti emotive che quando serve possono diventare un luogo in cui auto-organizzare fatti e testimonianze.

Update:

Credo sia importante anche ricordare che in momenti come questi ci siano anche informazioni intrusive e collaterali ma spesso preoccupanti e stranianti. Red Ronnie (personaggio pubblico con oltre 24.500 follower su @RedRonnieRoxy) ha twittato per moltissime ora alla sua timeline spesso retwittando umori, emozioni, visioni e fatti sul terremoto. E’ stato per molti il collante di connessione di quelle ore (non tutto il “pubblico” su Twitter che magari è entrato per seguire personaggi famosi sa usare gli #hashtag). Ad esempio ‏@Guido0669 scrive “Caro @RedRonnieRoxy ribadisco: stanotte sei stato il VERO servizio pubblico X ore nessuna rete TV sulla notizia in tempo reale!!#terremoto”. Non i tweet aggregati attorno a #terremoto ma  @RedRonnieRoxy. Una funzione importante che una celebrity può avere, quindi. Quello che turba è quando twitta, quasi da subito, la relazione fra il terremoto e le profezie dei Maya.

Ecco, questo miscelarsi fra fatti e pure opinioni (millenariste) lo trovo un servizio scarsamente informativo. Ma, potremmo dire, ognuno ha la timeline che si merita (che è costruito). Il fatto veramente grave a livello informativo, per me, è che SKYTG24 e TG1 (servizio a pagamento e servizio pubblico pagato da un canone) lo abbiano chiamato per avere una sua testimonianza rilanciando ai telespettatori la relazione fra terremoto e Maya. Ecco questa credo sia un bruttissimo modo di fare informazione.

 


Le news per un adolescente

Mia figlia torna da scuola. La aspetto per raccontargli di cosa è successo a Brindisi a una ragazza come lei, che magari si è alzata presto pe ripassare, che un po’ insonnolita ha preso l’autobus per andare a scuola, che stava chiacchierando con un’amica. Non ci possa fare niente, come a molti anche a me è venuta subito in mente lei, che è andata a scuola con la naturalità di sempre e che ha più o meno la stessa età della vittima.

Appena comincio a parlare mi interrompe subito, mi dice che lo sa già. E che non è “una” ragazza, si chiama Melissa. Per lei non è un fatto astratto raccontato dalle news, stiamo parlando di una vita concreta che, negli stati di connessione, si è istantaneamente raccordata alla sua.

Sì perché ha letto su Twitter, nell’intervallo, la tristezza di una sua “amica” di Brindisi e le ha chiesto a cosa era dovuta. Una di quelle amicizie che portano a sceglierti e leggerti quotidianamente nella timeline perché condividi una passione: un gruppo musicale, una celebrity, un film…

Le parole twittate dall’amica le ha fatto aprire un sito di news per condividere con alcuni compagni  di classe l’accaduto. L’astratto si fa immediatamente concreto, per loro, nel momento in cui una news gli arriva attraverso la loro cornice sociale, una cornice che comprende i social media e le relazioni che lì dentro vivono quotidianamente.

Tornata a casa, ha voluto capire meglio durante il pranzo chi erano Falcone e Borsellino, perché nella sua timeline assieme all’emotività c’è molta confusione e i tweet parlano in caduta libera di una storia molto recente per noi ma così distante per loro. La confusione di adolescenti che rilanciano attraverso i tweet umori e sentimenti, gli stessi che li portano a cercare magari su Facebook la pagina di Melissa e lasciare un commento, accendere la loro candela simbolica, ritualità di un lutto connesso. Il resto è giornalismo del dolore che racconta questa emotività andando a sbirciare nel wall di Melissa o che incolla nei propri siti le foto “rubate” dalla galleria su Facebook di una ragazzina. È inutile indulgere in moralismi, questo modo di fare notizia non nasce né morirà con i social media, eppure, come scrive Barbara:

Lasciamo pure stare la Carta di Treviso, che tutela l’immagine dei minori nei media, uno dei documenti più citati e più negletti al mondo – d’altronde le foto erano pubblicate liberamente su Facebook senza filtri di privacy, si suppone che la ragazza fosse d’accordo a regalarle ai giornali in caso di morte prematura e in ogni caso non ce lo può confermare.

Comunque: mia figlia cerca sul web per capire meglio la Storia di quei Morvillo-Falcone a cui è intitolata la scuola che ha visto nei suoi pressi l’esplosione. Perché vuole esprimere nella sua timeline la rabbia che prova e correggere quelli che secondo lei diffondono notizie sbagliate e poco chiare sul fatto. Non sappiamo ancora se c’è una relazione stretta tra l’attentato e le mafie. Per lei però questi giorni, così prossimi al 23 maggio in cui Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la loro scorta sono morti in un attentato mafioso, e questa esplosione devono scatenare un’indignazione, anche nella parte disattenta della sua timeline. È il suo (loro) modo di non dimenticare e fare diventare un fatto in astratto qualcosa di concreto, fosse solo un’esplosione di conoscenza della storia di un’Italia in cui dovranno iscrivere il loro futuro.

Quando l’informazione deve dire basta alla pubblicità

Le pubblicità nei siti di news hanno un sapore invasivo che spesso crea con le notizie un contesto straniante. Non parlo di quelle che in un box si distinguono come tali ma quelle che fungono da meta contesto come quelle in background o quelle che si aprono come pop-up quando state iniziando a leggere una notizia. Spesso sono solo distrazione o fastidio, altre volte raccontano l’incapacità di saper costruire un modello online in cui advertising e news possono relazionarsi con rispetto del lettore e dei fatti.

Oggi mentre i miei occhi avevano appena finito di leggere su Repubblica.it le ultime terribili notizie da Brindisi “Muoiono due ragazze di 16 anni” si è aperta un popup con questa pubblicità.

Massimo ha postato su Twitter quello che succedeva a lui sul Corriere della Sera online.

Ora, non perdiamoci in moralismi o facili j’accuse sulle testate, anche se alcune più di altre giocano con il meta contesto pubblicitario in modo più aggressivo. Oppure non creiamo distinguo tra i nativi web e le testate tradizionali. Non mi è andata meglio con il Post in cui parte un video.

Ci troviamo in un ambiente informativo complesso online in cui la lettura dei fatti tende a raccordarsi in modi forti con i vissuti relazionali, ad esempio quando leggo una news indicata da un mio friend o recuperata seguendo un #hashtag e l’emotività che troviamo espressa di fronte a determinati fatti, come capiterà a molti oggi con #brindisi. Forse affrontare in tempo reale le news richiede più semplicemente di ripensare le strategie di inserzione pubblicitaria seguendo il flusso emotivo degli accadimenti.

A volte infatti la migliore promozione (per il brand e la testata) è farla tacere.

I social network non sono la televisione: perché non spendere 25$ per comprarsi 2000 fan

I social network non sono la televisione. Ci sembra così evidente quando contrapponiamo orizzontalità a verticalità, partecipazione a pubblico, il dire all’ascoltare. Eppure quando pensiamo a misurarne l’efficacia od il successo cadiamo nella mitologia della quantità. La stessa che ha segnato il nostro sguardo sul successo dei media di massa lungo il novecento. Ci chiediamo qual è l’audience di una pagina Facebook, chi sono i lettori di un profilo Twitter, gli spettatori di un video su YouTube. O meglio: ce lo chiediamo per misurare poi l’efficacia di una pagina su Facebook di un brand misurandone i like o di una celebrity che è tale perché ha su Twitter molti follower e così via.

Ci stiamo però accorgendo di come dietro ai numeri spesso ci sia un mercato che per pochi dollari consente di ampliare le quantità: per 20 dollari ti puoi comprare migliaia di follower su Twitter o friend su Facebook.

E basta buttare un occhio in una di quelle pagine che consentono il mercato della quantità delle finte relazioni per trovare esempi. Su Seoclerks trovo immediatamente qualche esempio nostrano in cui “barbutonline” chiede:

I want 2000 fans ( Italians) and the max I will pay is $25. I need at least 2000 real italian fans and i am willing to create a long term partnership with the one who provide me fresh and new italian facebook users.

Immagino già, cinicamente, consulenti o manager che con un costo limitato possono mostrare un report sull’efficacia relativa al restyling della pagina del brand o il successo di un account che conquista in un mese migliaia di inutili follower.

In generale può dilagare anche il dubbio che la crescita irruenta di Twitter rischi di essere gonfiata dai profili fake e lo stesso può valere per altri social network. E sappiamo che in tempi di quotazioni in borsa delle relazioni digitali o di acquisti dei propri social competitors i numeri fanno la differenza.

Ma i social network non sono la televisione e neanche la televisione, per dire il vero, lo è più. Non ha nessun senso quindi misurare efficacia e successo (e corrispettivo valore di vendita di spazi pubblicitari profilati, tweet sponsorizzati, ecc.) sulla quantità visibile di utenti trascurando il loro coinvolgimento attivo. E a dire il vero anche l’idea di misurazione del valore di un programma televisivo a partire dalle audience in un’epoca caratterizzata dalle pratiche del “doppio schermo” ha sempre meno senso (se mai lo avesse avuto “qualitativamente” prima).

Come spiega sinteticamente Vincenzo Cosenza “il numero di contatti, da solo, vuol dire sempre meno. Bisogna prestare attenzione al “page engagement”, inteso come somma di like, condivisioni, commenti e post spontanei”. Ma l’operazione che prima di tutto dobbiamo fare è culturale: capire il valore qualitativo della quantità e trovare modi efficaci di analizzarlo e raccontarlo. Ed è un mutamento importante che imprese e analisti devono fare urgentemente se consideriamo la crescita esponenziale di investimento nel social media advertising e l’effetto che una non adeguata capacità di comprenderne i risultati può avere.

La semplice presenza, la “messa in onda” della propria pagina Facebook o del proprio canale Twitter non significano niente, così come non hanno valore i potenziali spettatori segnati da un numero di like o follower che non dice quanto siano attivi nella tua comunità. La verità è che stare in connessione online richiede un impegno comunicativo nuovo per chi è abituato a pensarsi nei canoni dell’advertising novecentesco. Lo stesso impegno che ci mettiamo offline quando nel costruire relazioni significative. 

[trovate la versione completa di questo post su TechEconomy]

Twitter per giornalisti: tra riserva di caccia e cargo cult

“E basta co ‘sto Twitter”. La tesi di Federico Mello su il Fatto quotidiano è chiara:

Twitter è quasi sempre cassa di risonanza virtuale di ciò che succede nel mondo reale e negli altri media: raramente produce contenuti suoi – e quando questo avviene, lo fa solo in quanto un utente si trova ad essere “testimone diretto” di avvenimenti o fatti di cronaca

Tesi semi-condivisibile. Ma siccome mette l’accento su fattori che ritengo cruciali vale la pena approfondire e cerco di chiarire perché è per me solo parzialmente una lettura accettabile.

La prima cosa è distinguere la capacità di Twitter di offrire risonanza e mettere a tema fatti che avvengono nel mondo dall’essere una pura cassa di risonanza degli altri media. E altra cosa ancora è quello che Twitter come ambiente mediale produce di suo. Per capirci: una cosa è #occupy un’altra è #sanremo e un’altra ancora è #sucate. Quando Mello parla poi di “contenuti suoi” fa riferimento all’uso di Twitter con la funzione di testimonianza, al quale spesso si ancora un mix informativo con le opinioni che il fatto raccontato scatena.

Almeno quattro ambiti diversi, quindi:

a. messa a tema,

b. cassa di risonanza,

c. produzione autonoma di temi,

d. testimonianza.

Questo ci permette allora di dire che l’utilizzo da parte del giornalismo (e dei media) dei contenuti che Twitter produce prescinde dalla specificità delle diverse forme presenti e dalle possibilità di utilizzabilità (o inutilizzabilità) diverse per fare informazione. E’ vero cioè che c’è un problema strutturale in Italia del giornalismo rispetto a Twitter che viene visto come una generica riserva di caccia per temi notiziabili semplicemente perché agganciati a quel contesto o già stranoti epperò che possono essere rimessi in gioco dal punto di vista del “popoloditwitter” o come abbellimento “socialqualcosa” di articoli di costume, politica, ecc. Per Mello, e su questo concordo, la spiegazione ha a che fare con la messa in crisi della professione giornalistica nel contesto contemporaneo:

Parte della stampa sente che il giornalismo ha perso il prestigio di un tempo. E per correre ai ripari, si augura che una spruzzata di “comunicazione orizzontale”, di confronto con “la gente”, possa risolvere i problemi.

Eppure osservando non solo i giornalisti dei media che parlano di Twitter dalle loro postazioni ma anche quelli che si buttano nel flusso di tweet, tutto questo mi ricorda il feticismo per un cargo cult. L’adorazione tribale (del giornalismo) per Twitter fa venire in mente cioè quella dei “culti del cargo”, un’adorazione per civiltà tecnologicamente più avanzate – i popoli digitali? – che producono merci – che in questo caso sono i contenuti e le forme che li generano – che diventano oggetti da adorare. La richiesta di merci/contenuti da posizionare sugli altari catodici o delle pagine di carta avviene attraverso rituali magici associati al mezzo: ad esempio la lettura continua dei Trending Topics, che vengono scambiati per modi per accedere alla “verità superiore” di Twitter. Di qui il rischio di cantonate giornalistiche che riprendono “bufale”, profili fake, ecc.

Il consumo di news in Italia: un’agenda costruita dal media mix e l’informazione come moneta relazionale

L’ecosistema dell’informazione, come sappiamo, sta cambiando. E abbiamo ormai diverse analisi che ci mostrano come l’offerta di news e l’accesso alla realtà dell’informazione stia mutando con il digitale. E abbiamo anche il sentore che  i comportamenti dei lettori di news stiano cambiando profondamente e che gli ambienti di social networking in Rete, partendo da Twitter e Facebook, siano rilevanti per il nostro modo di distribuire e consumare news. Si tratta di una percezione che ci sembra di vivere sulla nostra pelle di utenti assidui della Rete e che trova una conferma nell’esperienza americana del monitoraggio costante che fa Pew Research Center’s Internet & American Life Project (qui una sintesi), conferma però che riteniamo “estrema” e “più avanzata”. In fondo l’Italia ha sue logiche produttive e di consumo dell’informazione e le esperienze online ci sembrano (sembrano al sistema dei professionisti dell’informazione, per la verità) casi isolati e quasi sperimentali.

Per questo mi sembra importante per capire la mutazione in atto partire per una volta dai dati nazionali, quelli comparabili con le ricerche Pew, perché ci sanno raccontare come gli italiani stanno modificando il loro modo di costruire una dieta informativa e di consumare news. Per farlo, giocando in casa, vorrei usare  i primi risultati della ricerca 2012 del LaRiCA (Università di Urbino Carlo Bo) sui cambiamenti del consumo di informazione in Italia, Cati su un campione di 1031 Italiani adulti rappresentativo della popolazione (una sintesi è stata presentata al #ijf12 e nel sito news-italia.org è possibile trovare gli stati di avanzamento e il report dell’indagine 2011).

Il panorama che ci troviamo di fronte è caratterizzato da un 70% di italiani che dichiara di seguire anche più volte al giorno l’informazione, con un’assiduità di fruizione che decresce al decrescere dell’età, arrivando ad attestarsi al 57% per la fascia dei giovani adulti (18-29 anni). Il medium onnipresente quando parliamo di consumo di news è la televisione nazionale, che per quasi il 90% degli italiani resta un accesso irrinunciabile al mondo dell’informazione anche se va sottolineato come la TV rappresenti “un” elemento di una dieta mediale che è più ricca. Sono infatti pochi (4%) quelli che si affidano a un solo mezzo di comunicazione mentre quasi la metà degli italiani usa una combinazione compresa fra 5 e 7 mezzi di comunicazione diversi (49%) tra tv nazionale e locale, carta stampata nazionale e locale, radio, all news satellitari e Internet. Informarsi per metà degli italiani significa quindi disporre di un media mix di accesso e costruire la propria dieta in modo multicanale.

Rispetto al 2011 possiamo notare un aumento di attenzione per i canali all news (quasi il 60% con +6.6%), mentre diminuisce quella per i quotidiani nazionali (59.6%, -3.5%) e locali (54% -5%) e troviamo una crescita dell’uso di Internet per consumare news (58.5%, +7.4%). Facendo un piccolo gioco scorretto metodologicamente, ma significativo metaforicamente per raccontare lo spirito dei tempi, potremmo azzardare che la diminuzione del consumo di informazione su carta è compensata da quello sul web. Quello che è certo è che la Tv è qui per restare, aiutata probabilmente anche dalle pratiche di social television che associano fruizione televisiva a forme di condivisione e commento online (magari su un social network con i propri friend o nel flusso di un #hashtag). Mentre l’editoria di carta sembra risentire maggiormente di un mutamento dell’ecosistema a cui corrisponde un adattamento di consumo di news che ne mette in crisi formati e probabilmente linguaggi.

Passando ad analizzare gli utenti Internet (in Italia sono il 60% della popolazione) quelli che usano la Rete per accedere e consumare informazione sono più della metà, il 58% con un +7%rispetto al 2011. Ma se vogliamo capire le linee di tendenza allora forse vale la pena osservare il comportamento di consumo delle news online dei giovani adulti. Nella fascia d’età 18-29 anni è il 95% ad accedere all’informazione (anche) attraverso Internet ma solo la metà (57%) segue le news quotidianamente, mostrando un comportamento di consumo più occasionale rispetto alla media degli italiani (70%) e più dedito ad una lettura ad ampio raggio, anche su tematiche sulle quali non si è mai focalizzato particolarmente (93%). Sembra che ci troviamo di fronte ad un uso dell’informazione apparentemente molto più vicina alle logiche di intrattenimento e tempo libero che di approfondimento e quotidianità. Quello che emerge è un rapporto occasionale e meno routinizzato con il mondo news, fatto di incontri casuali e dovuti al fatto di avere tempo a disposizione per navigare più che dedicare specificatamente tempo ad approfondire gli eventi del mondo. Ma è anche un comportamento probabilmente dovuto ad un modo diverso di percepire il valore sociale dell’informazione, come emerge dall’attenzione per una condivisione sociale delle news: oltre il 50% dei giovani adulti ritiene rilevante nella sua scelta del canale news online “poter seguire il sito di informazione attraverso Facebook” e “poter condividere facilmente con gli altri le notizie contenute nel sito, via e-mail o su Facebook o altri siti di social network” (69%). Il fatto è che per i giovani adulti “incontrare” e “consumare” notizie è sempre più anche una moneta relazionale e il processo di fruizione un atto sociale di messa in connessione con gli altri.

Per quanto riguarda invece i siti di social network e i comportamenti correlati cresce chi dichiara di ricevere informazioni attraverso un sito come Facebook o Twitter. Il 37% di chi usa Facebook (+4% rispetto al 2011) dichiara di ottenere notizie e informazione da un’emittente tradizionale o da un singolo giornalista seguito mentre il 49% (+9% rispetto al 2011) dichiara di ricevere informazioni condivise sul social network da un non professionista dell’informazione (inclusi amici personali e parenti). Fra chi usa invece Twitter queste percentuali si attestano rispettivamente al 30 (+6%) e al 46% (+1%). In sintesi quasi la metà degli utenti di social network (equivalenti al 17% degli italiani per Facebook e al 5% per Twitter) si informa attraverso un agenda non completamente controllata dai professionisti dell’informazione. Se è vero che le informazioni condivise fra i pari rimandano spesso a fonti informative alimentate dai professionisti dell’informazione, va comunque sottolineato il cambiamento nella costruzione di un agenda che, nel caso di questi utenti, è spesso frutto degli interessi dei propri contatti sui siti di social network.

Anche ad un primo sguardo ci troviamo di fronte ad un ambiente di consumo di news online in cui i meccanismi di reciprocità relazionale contano, un ambiente in cui emergono nuovi intermediari non professionisti nella distribuzione e selezione delle news che fanno parte della nostra rete di relazioni sociali, un contesto in cui l’informazione tende sempre più a connettersi al valore sociale delle reti attraverso cui la incontriamo. Più in generale questa tendenza va a miscelarsi con bisogni di multicanalità (l’accesso in mobilità è al 31% con +3% rispetto al 2011) che raccontano una costruzione dell’agenda fatta anche da un accesso plurale ai mezzi di informazione. Costruire l’informazione e renderla accessibile sapendo leggere i comportamenti di consumo mutati rappresenta forse la sfida più urgente dal punto di vista del sistema dell’editoria nazionale.

[Potete leggere la versione su TechEconomy.it]