La scossa nei brand

Il nostro abitare i media sociali è recente e stiamo lentamente abituandoci a vivere la nostra cittadinanza in una realtà del web in cui i social network con le loro possibilità di comunicazione scalabile e ricercabile, replicabile e adatta alla diffusione e le relazioni che costruiamo al loro interno si intrecciano alla quotidianità.

Un evento come il terremoto che ha colpito l’Emilia e il modo che abbiamo di sperimentarlo e comunicarlo in questo intreccio diventa allora un luogo di osservazione che mette in luce sia le potenzialità che le ombre della nostra immaturità digitale.

La terribile scossa del 29 maggio e quei 700 tweet al minuto che, ad esempio, hanno riempito le nostre timeline e l’#hashtag #terremoto dalle 9 del mattino, raccontano della necessità di testimoniare in tempo reale la presenza all’evento, i nostri sentimenti e anche il bisogno, in fondo, di condivisione e conoscenza che ci prende quando sentiamo di fare parte di una realtà che va al di là del nostro piccolo Io individuale.

Brand, istituzioni di governo del territorio e mediali, così come realtà pubbliche, si trovano a sperimentare necessariamente questa umanità connessa e il modo di utilizzare un potente canale di comunicazione in un momento di crisi.

Groupalia Italiamha giocato in modo (in)tempestivo nel flusso di tweet sul terremoto creando un tweet nelle intenzioni spiritoso proprio mentre arrivavano le prime notizie di vittime della scossa ed è stato travolto.

Altri soggetti commerciali, come le imprese di telefonia, hanno invece forse giocato ugualmente la loro presenza sui social network potenziando la loro immagine agganciandosi al #terremoto ma attraverso un versante di comunicazione di pubblica utilità. I brand sono pezzi di società e producono senso, vale la pena ricordarlo. Allora abbiamo accolto con molti retweet Vodafone IT e Telecom Italia con le spiegazioni di come sbloccare il wifi per favorire le comunicazioni.

Questo in sintesi. La differenza nell’essere maturi comunicativamente nell’ambiente digitale sta nella capacità di produrre “senso”. Ma questo e il giudizio tranchant su quanto accaduto potete leggerlo nel post completo su Techeconomy.

Analisi del terremoto su Twitter

Nell’ambito della ricerca nazionale Relazioni sociali ed identita’ in Rete: vissuti e narrazioni degli italiani nei siti di social network - in breve snsitalia – abbiamo analizzato l’uso di Twitter nelle prime 24 ore del terremoto che ha colpito l’Emilia. L’obiettivo è di osservare l’uso di Twitter durante un momento di crisi.

Potete guardare da soli la relazione fra scosse e tweet.

E farvi un’idea della relazione fra Tweet e Retweet

Ma per capire il significato di questo ed approfondire la relazione fra forme di testimonianza, di propagazione e di commento consiglio la lettura completa del post. L’analisi qualitativa dei contenuti di TW e RT spiega bene i dati sul sentimento degli italiani in quelle ore che ci ha raccontato Vincenzo Cosenza.

Scuola 2.0 e nativi digitali: la narrazione che vorrei

Parlare di “Scuola 2.0” o di “nativi digitali” mi ha sempre creato qualche perplessità semantica. Conosco adolescenti generazionalmente “nativi” che si muovono meno agilmente online di cinquantenni early adopters e scopro continuamente le resistenze che gli educatori hanno rispetto ad una narrazione di una scuola determinata tecnologicamente. Sono quindi termini utili ma che vanno maneggiati con cura. Soprattutto occorre creare un racconto corretto e condiviso per pensare alle trasformazioni con cui ci dobbiamo confrontare in una società ad alto tasso di comunicazione mediata e di produzione/distribuzione/consumo di oggetti digitali.

Per questo occorre partire da un contesto che metta in relazione le trasformazioni della scuola con persone “nate con la Rete”.

Il rapporto tra crescita della simultaneità delle informazioni e loro selezione ed acquisizione produce un mutamento strutturale nel cervello e nelle dinamiche dell’attenzione (lo spiega bene Frank Schirrmacher). Le conseguenze sulle nostre capacità cognitive le scopriremo evolutivamente ma ci sembrano già essere fortemente presenti nelle nuove generazioni. Ci raccontiamo che i ragazzi faticano a leggere testi lunghi, si distraggono facilmente, agiscono in modo multitasking dedicando pochissima attenzione a moltissimi compiti diversi, non sono capaci di astrazione, ecc.

Quello che è sotto i nostri occhi è che le forme su cui costruiamo l’apprendimento, il paradigma scrittura/lettura per come lo conosciamo, si scontra con abilità cognitive che presiedono ad una intelligenza diversa (per come la tratta George Dyson).

Questo ci porta a rivedere le cose anche in relazione ai molti progetti che stanno emergendo e che mettono in connessione scuola (nel passaggio al digitale) e “nativi”.

Scopriamo allora che l’apprendimento cui aspiriamo è aperto, fatto di condivisione, di personalizzazione dei percorsi dello studente e di integrazione e messa in connessione di contenuti sparsi in Rete con quelli prodotti e presenti nelle aule. E non lo richiede solamente un’evoluzione pedagogica del fare scuola ma la curva dell’attenzione che i nativi digitali stanno acquisendo e il loro modo di intendere l’informazione che cambia qualitativamente, nella trasformazione bio-cognitiva che l’ambiente mediale complesso in cui viviamo sta producendo.

Una prima conseguenza ha a che fare con la sostituzione dell’idea di testo chiuso con una testualità fatta di flussi diversi adatti alle diversità di apprendimento dei singoli e dei gruppi. Questa ad esempio è la narrazione che il progetto Apple di  iBooks Author e la trasformazione della piattaforma universitaria iTunesU sta proponendo. Con i rischi connessi di  chi ha una posizione elitaria e proprietaria– occorre possedere un device Apple sia per leggere che per produrre libri di testo – e  una nuova intermediazione che passa dalla piattaforma iTunes – infatti libri si possono vendere solo su iTunes e il 30%.

Altra conseguenza sarà che il modello dell’apprendimento diventerà  nel futuro sempre più spreadable: contenuti in pillole prodotti da professionisti potranno essere fruiti anche gratuitamente ed inseriti dagli insegnanti nei percorsi didattici, così come dagli studenti. Il progetto di shared education Khan Akademy funziona proponendo questi contenuti e disegnando una vera e propria timeline educativa costruita sui risultati acquisiti e quelli da acquisire. La scuola non è dunque solo dentro le mura degli edifici scolastici, istituzionalmente costruiti, ma si apre al mondo, diviene open, e si meticcia con modi e forme che ridisegnano l’ampiezza delle stanze in cui impariamo e delle connessioni educative che sviluppiamo. Connessioni che integrano soggetti molto diversi tra loro che richiederanno momenti di integrazione.

Avremo anche nuove forme di inclusione di chi non può frequentare, per diversi motivi, come immagina  il Ministero dell’Educazione, Scienza e Tecnologia della Corea del Sud che prepara una nuvola di apprendimento per il 2015 riconfigurando l’intera carriera scolastica attraverso computer, tablet e cellulari.

E così via.

Ma credo che l’elemento essenziale per costruire la nostra narrazione su scuola e nativi passi dal cominciare a raccontare di un ambiente di apprendimento aperto in cui gli spazi personali e sociali fuori dalla scuola, quelli ricchi di interfacce sociali come i social network, i wiki, ecc. stanno costruendo, siano incorporati nelle dinamiche educative e diventino un tema del dibattito pubblico e interno alle classi.

Di queste cose mi piacerebbe discutere alla “conferenza per la scuola dei nativi digitali” in cui mi troverete nei prossimi giorni.

Il terremoto che corre su Twitter (tacendo i media): tra fatti e testimonianze organizzate dalla timeline

[immagine di geolocalizzazione dei Tweet che ho estratto alle ore 10.23]

Il terremoto di questa notte ci ha svegliati con la preoccupazione di informarci per capire cosa stava succedendo, l’entità della scossa, dove fosse l’epicentro. La cosa più naturale è stata correre su Twitter. Per quasi 40 minuti era la sola fonte informativa disponibile. La televisione dava altro – difficile mettere in moto la macchina per la diretta nella notte. Il sito dell’Ansa era crollato sotto l’eccesso di richieste di contatto. Inutilmente crollato perché alle 5 del mattino ancora non forniva nessuna notizia su quanto stava accadendo.

Allora restava Twitter, con i tweet dei tuoi amici che geolocalizzavano la scossa e la sua entità, mettendo a fuoco l’evento. Milano, Genova, Bologna, Modena, Venezia, Ferrara … finché @gluca non ha postato l’immagine di casa con gli oggetti a terra e in pochi secondi davanti a me avevo già visualizzato l’epicentro emotivo.

Si sono succeduti i racconti di ansie e preoccupazioni, con il loro carico di comunicazione fàtica che serviva a gestire il carico emozionale di chi viene svegliato nel mezzo della notte da un letto che traballa e vede oscillare il lampadario per lunghissimi secondi. Lo si vede soprattutto dal rapporto tra numero di tweet e retweet – 59% (elaborazione mia da Tweet Charts su due ore campione). Il terremoto è andato così in diretta su Twitter.

Ma Twitter questa notte non è stato solo testimonianza di chi si trova di fronte ad un fatto e lo racconta o la messa in connessione delle emozioni. Le prime informazioni su epicentro e magnitudo sono comparse da chi ha twittato i dati dei sismografi, i primi consigli sono stati dati da profili di persone che si occupano di sicurezza. Molti hanno messo a frutto la loro creatività e competenza per mappare gli eventi restituendo una sintesi efficace e geolocalizzata che ha il sapore di un’informazione  costruita collettivamente dai cittadini.

Come la mappa aggiornabile in tempo reale con segnalazioni di video, news, ecc. (la segnala anche Massimo).

A seguire abbiamo avuto le molte immagini scattate e messe online dai cittadini, le stesse che troveremo sulle testate online stamattina assieme ad un liveblogging dei tweet che di ora in ora si fa più confuso perché cresce un rumore di fondo che i media non filtrano. La mia timeline sì. Posso distinguere fra i contenuti di un #hashtag #terremoto che aggrega tutto e un filtro curato di quei contatti che nella notte sono stati informativi e continuano ad esserlo in queste ore: il mio canale pubblico/privato che in un mix fra competenza (selezione e cura) e presenza sui luoghi (testimonianza) mi restituisce una fotografia in tempo reale.

Per questo le istituzioni, come la Protezione Civile, avrei voluto fosse presente da subito su Twitter, per lasciare curare le informazioni a chi lo fa di mestiere e può rispondere attraverso un mezzo diffusivo e potente (e che può raggiungere anche le persone in strada grazie alla mobilità delle connessioni socialmediali) aiutando a gestire i momenti di crisi. Per questa volta ci siamo arrangiati tra noi, con le nostre reti emotive che quando serve possono diventare un luogo in cui auto-organizzare fatti e testimonianze.

Update:

Credo sia importante anche ricordare che in momenti come questi ci siano anche informazioni intrusive e collaterali ma spesso preoccupanti e stranianti. Red Ronnie (personaggio pubblico con oltre 24.500 follower su @RedRonnieRoxy) ha twittato per moltissime ora alla sua timeline spesso retwittando umori, emozioni, visioni e fatti sul terremoto. E’ stato per molti il collante di connessione di quelle ore (non tutto il “pubblico” su Twitter che magari è entrato per seguire personaggi famosi sa usare gli #hashtag). Ad esempio ‏@Guido0669 scrive “Caro @RedRonnieRoxy ribadisco: stanotte sei stato il VERO servizio pubblico X ore nessuna rete TV sulla notizia in tempo reale!!#terremoto”. Non i tweet aggregati attorno a #terremoto ma  @RedRonnieRoxy. Una funzione importante che una celebrity può avere, quindi. Quello che turba è quando twitta, quasi da subito, la relazione fra il terremoto e le profezie dei Maya.

Ecco, questo miscelarsi fra fatti e pure opinioni (millenariste) lo trovo un servizio scarsamente informativo. Ma, potremmo dire, ognuno ha la timeline che si merita (che è costruito). Il fatto veramente grave a livello informativo, per me, è che SKYTG24 e TG1 (servizio a pagamento e servizio pubblico pagato da un canone) lo abbiano chiamato per avere una sua testimonianza rilanciando ai telespettatori la relazione fra terremoto e Maya. Ecco questa credo sia un bruttissimo modo di fare informazione.

 


Le news per un adolescente

Mia figlia torna da scuola. La aspetto per raccontargli di cosa è successo a Brindisi a una ragazza come lei, che magari si è alzata presto pe ripassare, che un po’ insonnolita ha preso l’autobus per andare a scuola, che stava chiacchierando con un’amica. Non ci possa fare niente, come a molti anche a me è venuta subito in mente lei, che è andata a scuola con la naturalità di sempre e che ha più o meno la stessa età della vittima.

Appena comincio a parlare mi interrompe subito, mi dice che lo sa già. E che non è “una” ragazza, si chiama Melissa. Per lei non è un fatto astratto raccontato dalle news, stiamo parlando di una vita concreta che, negli stati di connessione, si è istantaneamente raccordata alla sua.

Sì perché ha letto su Twitter, nell’intervallo, la tristezza di una sua “amica” di Brindisi e le ha chiesto a cosa era dovuta. Una di quelle amicizie che portano a sceglierti e leggerti quotidianamente nella timeline perché condividi una passione: un gruppo musicale, una celebrity, un film…

Le parole twittate dall’amica le ha fatto aprire un sito di news per condividere con alcuni compagni  di classe l’accaduto. L’astratto si fa immediatamente concreto, per loro, nel momento in cui una news gli arriva attraverso la loro cornice sociale, una cornice che comprende i social media e le relazioni che lì dentro vivono quotidianamente.

Tornata a casa, ha voluto capire meglio durante il pranzo chi erano Falcone e Borsellino, perché nella sua timeline assieme all’emotività c’è molta confusione e i tweet parlano in caduta libera di una storia molto recente per noi ma così distante per loro. La confusione di adolescenti che rilanciano attraverso i tweet umori e sentimenti, gli stessi che li portano a cercare magari su Facebook la pagina di Melissa e lasciare un commento, accendere la loro candela simbolica, ritualità di un lutto connesso. Il resto è giornalismo del dolore che racconta questa emotività andando a sbirciare nel wall di Melissa o che incolla nei propri siti le foto “rubate” dalla galleria su Facebook di una ragazzina. È inutile indulgere in moralismi, questo modo di fare notizia non nasce né morirà con i social media, eppure, come scrive Barbara:

Lasciamo pure stare la Carta di Treviso, che tutela l’immagine dei minori nei media, uno dei documenti più citati e più negletti al mondo – d’altronde le foto erano pubblicate liberamente su Facebook senza filtri di privacy, si suppone che la ragazza fosse d’accordo a regalarle ai giornali in caso di morte prematura e in ogni caso non ce lo può confermare.

Comunque: mia figlia cerca sul web per capire meglio la Storia di quei Morvillo-Falcone a cui è intitolata la scuola che ha visto nei suoi pressi l’esplosione. Perché vuole esprimere nella sua timeline la rabbia che prova e correggere quelli che secondo lei diffondono notizie sbagliate e poco chiare sul fatto. Non sappiamo ancora se c’è una relazione stretta tra l’attentato e le mafie. Per lei però questi giorni, così prossimi al 23 maggio in cui Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la loro scorta sono morti in un attentato mafioso, e questa esplosione devono scatenare un’indignazione, anche nella parte disattenta della sua timeline. È il suo (loro) modo di non dimenticare e fare diventare un fatto in astratto qualcosa di concreto, fosse solo un’esplosione di conoscenza della storia di un’Italia in cui dovranno iscrivere il loro futuro.

Quando l’informazione deve dire basta alla pubblicità

Le pubblicità nei siti di news hanno un sapore invasivo che spesso crea con le notizie un contesto straniante. Non parlo di quelle che in un box si distinguono come tali ma quelle che fungono da meta contesto come quelle in background o quelle che si aprono come pop-up quando state iniziando a leggere una notizia. Spesso sono solo distrazione o fastidio, altre volte raccontano l’incapacità di saper costruire un modello online in cui advertising e news possono relazionarsi con rispetto del lettore e dei fatti.

Oggi mentre i miei occhi avevano appena finito di leggere su Repubblica.it le ultime terribili notizie da Brindisi “Muoiono due ragazze di 16 anni” si è aperta un popup con questa pubblicità.

Massimo ha postato su Twitter quello che succedeva a lui sul Corriere della Sera online.

Ora, non perdiamoci in moralismi o facili j’accuse sulle testate, anche se alcune più di altre giocano con il meta contesto pubblicitario in modo più aggressivo. Oppure non creiamo distinguo tra i nativi web e le testate tradizionali. Non mi è andata meglio con il Post in cui parte un video.

Ci troviamo in un ambiente informativo complesso online in cui la lettura dei fatti tende a raccordarsi in modi forti con i vissuti relazionali, ad esempio quando leggo una news indicata da un mio friend o recuperata seguendo un #hashtag e l’emotività che troviamo espressa di fronte a determinati fatti, come capiterà a molti oggi con #brindisi. Forse affrontare in tempo reale le news richiede più semplicemente di ripensare le strategie di inserzione pubblicitaria seguendo il flusso emotivo degli accadimenti.

A volte infatti la migliore promozione (per il brand e la testata) è farla tacere.