Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Una narrazione connessa: #2agosto1980

È il primo anno che la commemorazione della strage di Bologna del 2 agosto 1980 diventa così significativamente presente online. Con il progetto del Comune di Bologna sulla rete Iperbole “Bologna due agosto – verso una memoria condivisa” che raccoglie in un Tumblr i pezzi di vita di chi quel giorno ha visto il suo percorso quotidiano intrecciarsi con la violenza della bomba stragista:

nell’auspicio di andare sempre più verso una memoria condivisa, vuole ricordare soprattutto le vittime: i nomi, le immagini e le storie delle persone che quella mattina passavano per la stazione centrale della nostra città raccontano nella loro tragica fatalità la violenza senza senso di quell’attentato – la “banalità del male” per dirla con Hannah Arendt – e perpetuano lo sgomento di una intera città che ha saputo farsi comunità.

Il progetto è particolarmente adatto a diventare un pezzo della sfera pubblica capace di mettere a tema questo pezzo di Storia dell’Italia che è una ferita lacerante e sempre aperta: non c’è stata giustizia civile né umana capace di ricucire lo strappo e per noi, quelli della mia generazione, è stato il nostro 11 settembre. È adatto perché si pone al di fuori di una costruzione narrativa di una memoria storica unitaria fatta dalla linearità novecentesca del paradigma scrittura/lettura. Qui si privilegia il frammento micro-storico prodotto da vissuti singolari, come quello di Piero:

avevo 15 anni. lavoravo già a quel tempo in via carracci proprio dietro alla stazione. Di quel sabato ricordo ben poco abitavo in provincia ed allora le notizie non correvano come oggi. Ricordo benissimo però il lunedì quando andai a lavorare. C’era ancora fumo che saliva dalla stazione e soprattutto non c’era più la stazione. Ricordo i funerali , ricordo Pertini e soprattutto da quel giorno non ce l’ho più fatta ad entrare nella sala d’aspetto della seconda classe.

Memorie personali che si intrecciano alle foto che hanno documentato quella giornata nei quotidiani, alle storie delle vittime costruite da immagini e ricordi dei genitori, a video commemorativi che negli anni sono stati prodotti da trasmissioni televisive o sintesi di spettacoli teatrali…

Il racconto è costruito da questa rete di connessioni e non da un narratore unico che linearizza un proprio pensiero parola dopo parola, pagina dopo pagina. I frammenti producono senso quando li percorriamo generando configurazioni che giustappongono frammento a frammento, dando forma ad un’esperienza costruita da un sentire cha passa dall’esplorazione e dalla lettura, dagli sguardi di quelle immagini e l’eco dei suoni registrati. La chiamata alla scrittura del proprio ricordo come forma di engagement politico porta ad iniettare con le memorie vive, quelle connesse ai singoli vissuti, le memorie d’archivio dell’associazione dei familiari delle vittime costruendo un presente storico che schiaccia la temporalità del passato su un’apertura riflessiva presente: anche io, come Marina

Nell’estate del 1980 avevo 13 anni. Gli esami di terza media erano finiti, non avevo compiti da fare all’ultimo momento […] Ascoltavo con identica passione i Police di Don’t stand so close to me e Luna di Gianni Togni […] Ricordo gli autubus, quelli col numero 37, usati per caricare i cadaveri.