Il Fatto: i blogger che non pagate

  1. Il Fatto Quotidiano vince il premio come miglior sito politico/d’opinione ai Macchianera Italian Awards 2012. Un premio che si costruisce attraverso la capacità di dare visibilità e diffondere contenuti di chi tiene un blog nel sito del fatto. Scrittolettori non pagati.

    Il Fatto Quotidiano utilizza il modello dello Huffington Post (motivo per il quale, a mio parere, il gruppo l’Espresso ha importato in Italia lo HuffPost: arginare il mercato e creare concorrenza al Fatto online). Si ripropone così il dibattito su un’editoria che crea un modello fatto di giornalisti pagati e gestori di blog non retribuiti. E’ un modello editoriale vincente e credibile? Ci sono temi di etica della professione che vengono intaccati?Lo storify che propongo ricostruisce/decostruisce uno scambio “a caldo” su Twitter che mette a fuoco il tema.

  2. Viene annunciato il premio del Fatto Quotidiano come miglior sito politico/d’opinione ai Macchianera Italian Awards 2012
  3. semerssuaq
    250 blogger (che scrivono gratis) per il @fattoquotidiano che vince il premio miglior sito politico/d’opinione #MIA2012
  4. fattoquotidiano
    @roccorossitto @semerssuaq il direttore del sito del @fattoquotidiano Peter Gomez lo dice tranquillamente dal primo giorno. @petergomezblog
  5. roccorossitto
    @fattoquotidiano sì certo, tutto legale e detto, ma chi ha ritirato il premio non l’ha detto, ecco tutto cc @semerssuaq @petergomezblog
  6. petergomezblog
    @fattoquotidiano @roccorossitto @semerssuaq ci sono video in cui lo spiego. E almeno 3 interviste. in facciamo giornalismo investigativo
  7. La tesi del direttore della testata online Peter Gomez è che la retribuzione è relativa alla relazione giornalisti/news, cioè a chi racconta (e scova) fatti: 
  8. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq e poi Rocco noi i giornalisti li paghiamo per i pezzi di notizie. Gli assunti hanno contratti regolari.
  9. roccorossitto
    @petergomezblog :) se sono assunti hanno contratti :) però ribadisco: il mio tweet era riferito a chi ha ritirato il premio cc @semerssuaq
  10. semerssuaq
    @fattoquotidiano @petergomezblog ma anzi, voi bravi, sono i blogger che non capisco cc: @roccorossitto
  11. … e c’è anche una distinzione chiara (almeno culturalmente chiara, anche se nei fatti non credo possa essere così) fra il progetto editoriale online e offline ed il loro sostentamento:
  12. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq mi piacerebbe fare di piú ma il sito con la pubblicità non va ancora in pari
  13. petergomezblog
    @semerssuaq @roccorossitto molti di loro hanno lavori e professioni. Vogliono solo comunicare qualcosa a tanti. Per i giornalisti é diverso
  14. … “per i giornalisti è diverso”… come dire: una cosa è il giornalismo editoriale fondato su strutture e forme consolidate – la testata, i giornalisti, la redazione, i lettori – altro è questa terra di mezzo del giornalismo online, in cui troviamo come soggetti anche chi scrive contenuti in un blog: anche se è inserito in un progetto editoriale, anche se deve essere invitato a farlo, anche se lo spazio viene gestito e (spesso) “filtrato” (penso ai commenti in molte testate online) è comunque come un corpo in qualche modo esterno. E la posizione di questi produttori di contenuti è di ottenere in cambio visibilità e capacità di raggiungere pubblico. Visibilità, quindi, per sé e per le issue che propongono.
  15. semerssuaq
    @petergomezblog ok e quelli senza lavoro vogliono visibilità… siam tutti d’accordo cc: @roccorossitto
  16. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq non credo che sia ricerca di visibilità. Ma é aver delle cose da dire. Il dibattito libero migliora la società
  17. Il modello editoriale è comunque un tema rilevante per capire il dibattito. Stiamo ancora discutendo di strategie di paywalls o di gratuità su porzioni della testata, ecc.
  18. petergomezblog
    @immacol @roccorossitto @semerssuaq grazie. Ma ci sono colleghi in gamba anche in altre testate. Il problema vero sono gli editori
  19. roccorossitto
    @petergomezblog se il probl. sono gli editori, voi siete editori: siete quindi il probl.? é il modello che non va cc @semerssuaq
  20. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq sul web i lettori non sembrano disposti a pagare per ora per i contenuti. Il nodo é qui
  21. petergomezblog
    @Mgysen @roccorossitto @semerssuaq non va che la pubblicità per ora non basta a coprire il costo del sito. Nel 2013 forse. Oggi no
  22. roccorossitto
    @Mgysen i numeri li fanno ANCHE per i tanti blogger che scrivo > coscientemente > aggratis cc @petergomezblog @semerssuaq
  23. E torniamo sul dilemma: ci sono i fati e le opinioni? I fatti devono essere pagati le opinioni no?
  24. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq si ma io nei blog metto opinioni. Le notizie le pago. Se poi arriverò a permettermelo lo potrò fare con tutti.
  25. roccorossitto
    @petergomezblog ma un editoriale su il fatto di carta lo pagate? Anche le “opinioni” sono giornalismo, o no? Ma dai… cc @semerssuaq
  26. petergomezblog
    @Mgysen @roccorossitto @semerssuaq io sono qui per fare informazione. Non affari. Ma fare informazione ha un costo.
  27. roccorossitto
    @petergomezblog rispetto la trasparenza nel dire “non vi paghiamo” ma non diciamo perché sono opinioni > non fate le annunziate @semerssuaq
  28. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq i nostri blogger sostengono la libertà di informare. Il fatto cartaceo viene acquistato. Io non ho quei fondi.
  29. roccorossitto
    @petergomezblog OK già è diverso da dire “sono opinioni”, o no? Non avere soldi è una cosa diversa da dire “sono opinioni” @semerssuaq
  30. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq siamo due testate diverse. In totale oggi il web costa circa 2 milioni e mezzo.
  31. roccorossitto
    @petergomezblog bene, due testate diverse. Domanda: se avesse i soldi li pagherebbe? Se sì, il discorso delle opinioni crolla. O no?
  32. petergomezblog
    @roccorossitto @semerssuaq guarda io sono un cronista. Penso che le opinioni valgano 1000 volte meno delle notizie.
  33. Il dibattito potrebbe continuare all’infinito, ma come ho già scritto, i termini della questione sono talmente radicati nel mondo dell’informazione del ‘900 da essere poco produttivi per capire la complessità attuale. Un’ultima notazione va fatta: non sono solo lo Huffington Post Italia o il Fatto Quotidiano ad avere un modello online in cui giornalisti retribuiti e gestori di blog non retribuiti si miscelano creando il modello attuale per la circolazione dell’informazione. Non vanno presi, quindi, come capri espiatori. Solo come occasione di discussione pubblica di una realtà in trasformazione che richiede la produzione di una cultura dell’informazione (forse) diversa.

La Chiesa e il rovesciamento di senso per la Rete

Va letto con attenzione il titolo della quarantasettesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Le parole contano. E la costruzione di senso che la Chiesa sviluppa attorno ai territori digitali viene spiegata da Antonio Spadaro (direttore di “Civiltà Cattolica”) che commenta un punto di vista che supera ogni approccio moralistico alla Rete contemporanea e scioglie anche il dualismo reale/virtuale concentrandosi sulla centralità degli stati di connessione on-off line:

il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati. […]Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Il narcisismo, dunque, come carattere dell’umano e non come affordance dell’abitare la Rete. Eppure sappiamo che vivere i territori del digitale nella complessa condizione di una multilife – senza accezione schizofrenica ma solo di connessione tra piani di realtà comunicativa – comporta prospettive di mutazione antropo-sociali: l’ambiente ha natura condizionante dell’evoluzione anche se non determinante. E le Reti sociali sono, appunto, “spazi”, luoghi in cui i nostri vissuti abitano modellandosi a partire dalle possibilità che vengono rese operative (connessioni, geolocalizzazioni, istantaneità, asincronicità, ecc.). La sfida lanciata è quindi, appunto, quella di non cedere al carattere strumentale e all’interpretazione deterministica della Rete che modificherebbe inevitabilmente l’umano in direzioni post. Non siamo tutti necessariamente più connessi e più soli (con buona pace di Sherry Turkle ) e utilizzare il “narcisimo” come termine ombrello per generalizzare una condizione di complessità piena di sfumature e differenze, sembra essere poco produttivo.

Di qui il rovesciamento di direzione dell’approccio che la Chiesa può avere con la Rete. Da fuori a dentro: non pensarla/usarla come strumento di evangelizzazione ma osservare le trasformazioni che questa sta producendo per offrire risposte in termini di senso.

Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

Trovo che questa interpretazione sia strategica affinché un’istituzione secolare incorpori la novità. Solo ragionando in termini di senso da dare e non di strumento da utilizzare è possibile pensare ed agire la Rete e le mutazioni che presiede.

Lo capisse l’istituzione della politica…

Fare parte dello Huffington Post o farsi da parte

In questi giorni nella parte abitata della Rete si è discusso del fatto che lo Huffington Post Italia non paga coloro che curano i moltissimi (annunciati) blog che rappresentano il corpo vivo del progetto editoriale– cosa perfettamente in linea, peraltro, con quanto avviene nella testata online fondata da Arianna Huffington.

Le posizioni tra detrattori e sostenitori è chiara e riconduce, da una parte, all’annosa quanto inutile contrapposizione fra giornalisti e blogger e, dall’altra, alla relazione tra sfruttatori e sfruttati più o meno inconsapevoli che indebolisce il mercato editoriale professionale (una curation del dibattito la trovate nello Scoop.it di Rosy Battaglia).

Carlo Gubitosa, sul primo versante, quello blogger vs. giornalisti scrive:

il tuo hobbismo [blogger] che se ne frega del salario per le ragioni piu’ varie e’ una seria minaccia alla sopravvivenza di gente che fino a ieri viveva col valore dei propri scritti e oggi stenta a mettere insieme una paga decente perche’ sono arrivati in massa sulla rete persone come te che lavorano gratis pur di mettersi in vetrina […] Non mi illudo che si possa rispolverare la “lotta di classe” per farsi valere come categoria professionale, ma almeno si potrebbe concordare sul fatto che il lavoro gratuito che genera profitto per altri e’ cosa negativa che non danneggia solamente chi lo pratica

La tesi è limpida: il regime di abbondanza di produzione di contenuti si associa ad una ricerca di visibilità che porta alla “dittatura del dilettante” (versione Andrew Keen) e alla mortificazione della professionalità retribuita.

Silvio Gulizia, che cura uno dei blog della testata online, gli risponde:

Tecnicamente parlando, l’HuffPo mi offre la stessa opportunità che mi offrono Twitter o Facebook: entrare in contato con le persone. Il giornalista oggi non può prescindere dall’ascoltare la gente. Perché siamo al servizio del lettore. E se questo lettore continuiamo a ignorarlo, finiamo con lo scrivere solo perché un editore ci paga […]Non scrivo per l’HuffPo, ci tengo a sottolinearlo. Ho aperto un blogger-account per condividere certe riflessioni che altrove non riesco a fare. E posso smettere quando voglio, se avrò la sensazione di essere sfruttato.

La tesi è altrettanto trasparente: i blog dello Huffington Post Italia (o non Italia) sono uno spazio di messa in connessione che consente di prendere la parola in pubblico e renderla visibile, uno spazio di condivisione di un ethos comune: quello di essere parte di una comunità di scrittolettori che mettono in narrazione la realtà attraverso la moltiplicazione di approcci e punti di vista.

Il dibattito utilizza, insomma, linguaggi e logiche del ‘900 (“sfruttamento”, “lotta di classe”) per interpretare uno scenario che è radicalmente mutato.

Ci troviamo oggi di fronte alle tracce di una crescita di processi complessi di negoziazione simbolica e di significato tra produzioni e pubblici nella costruzione di una piattaforma narrativa comune in cui auto ed etero riferimenti ai vissuti (concreti ed immaginati) convergono.

Dal punto di vista dei singoli portatori di interesse (giornalisti, ad esempio, o autori dei blog) diventa facile dire “chi usa chi”: “L’Huffington Post è un cancro che sta diffondendo la sua malattia del “lavora gratis” in tutto il mondo. Produce benefici solo per i suoi proprietari.” – come dichiara  Jonathan Tasini – oppure “I blogger. […] si tratta di voci importanti, che provengono da campi diversi, con sensibilità politiche e culturali diverse, che salgono sulla piattaforma della Annunziata perché da lì possono farsi sentire meglio. Ha molto senso.” – come scrive Riccardo Luna.

Sul piano dell’interpretazione interna al dibattito sono punti di vista irriducibili, inconciliabili. Ma la realtà che stiamo osservando (del giornalismo, del web sociale, delle nuove forme di produzione/distribuzione/consumo online, ecc.) non può essere letta solo attraverso una prospettiva dicotomica “o questo o quello”. Rischiamo di perdere la possibilità di osservare l’emergere di elementi di discontinuità che riguardano sia le forme (simboliche) che i contenuti (i significati). La ricchezza di quanto sta avvenendo online sotto i nostri occhi ha a che fare con l’immediatezza dell’esperienza, che non viene (non può essere) assoggettata ad un’astrazione di stampo utilitaristico, che non è cioè necessariamente riconducibile ad una visione di sfruttamento e di dominio se non applicando sistematicamente un’ermeneutica del sospetto. Esiste invece un significato che si produce da dentro, una semantica che si stabilizza nelle pratiche e che è sociale prima di farsi società. Si tratta di un significato che può essere anche problematizzato da dentro, a partire da quelle differenze che consentono di rendere visibile anche le forme di dissenso.

Sul piano della formula editoriale per me il punto non è tanto che qualcuno accetti di scrivere gratis a fronte di visibilità (potenziale). Il punto è che vengano utilizzate da Lucia Annunziata, come excusatio non petita, affermazioni come questa: ““I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati“.
Come dire: un fatto è giornalismo, un’opinione no. I fatti si pagano, i corsivi no. Con buona pace della tradizione degli elzeviri che hanno svolto una funzione culturale straordinaria.
Non c’è da fare nessuna polemica. Nessuno scontro blogger vs giornalisti. L’attenzione va posta solo sulla scelta di una direzione che sembra avere una sensibilità lontana dalla trasformazione del mondo dell’informazione oggi. Non basta la formula “chiavi in mano” o dare il format. Serve interpretazione del contesto culturale (digitale) in cui si andrà ad operare e visione del mondo dell’editoria italiana online e della sua evoluzione. Abbiamo più che mai bisogno che venga dato “senso” e che si costruiscano premesse meno analogiche di quelle prodotte dalle dichiarazione che l’Annunziata ha fatto.

Il principio di trasparenza

La giornata della trasparenza è una delle iniziative per il Freedom of Information Act italiano di cui vi ho già parlato qui. Sono stato invitato come molti sostenitori a partecipare e questo è il mio intervento scritto che verrà distribuito in sala. Lo metto a disposizione anche di quella parte della sala che sta dietro uno schermo.

Sono convinto che la vera occasione per introdurre un principio di trasparenza nell’informazione in Italia sia oggi rappresentata dall’agenda digitale. So che nei giorni scorsi sembra esserci stata una disponibilità del Governo di recepire dentro l’agenda digitale alcune norme europee che, di fatto, sbloccano la situazione attuale aprendo l’Italia a quella trasparenza che può cominciare ad intaccare il principio di omertà. Spero che nella giornata di oggi arrivi l’annuncio ufficiale.

 

Il principio di trasparenza: ripensare con FOIA l’equilibrio informativo tra cittadini ed istituzioni

In Italia ci troviamo di fronte ad un contesto di trasparenza vincolata dell’informazione. La trasparenza delle pubbliche amministrazioni rende ad esempio possibile l’accesso agli atti se esiste un interesse legittimo o rende possibile la trasparenza dell’operato di chi ricopre un incarico di funzione pubblica ma solo alla sua amministrazione di riferimento. Trasparenza per il singolo, quindi, ed auto-trasparenza per l’amministrazione. Il soggetto collettivo, la cittadinanza, non sembra essere contemplato ed il sapere è vincolato ad una partial disclosure: una trasparenza limitata da fasci di luce che mettono sotto il riflettore porzioni di realtà, spesso impedendo di illuminare il contesto e rischiando di esaltare quello che vediamo illuminato. Un’esaltazione che avviene ad esempio attraverso l’operare dei media mainstream e del giornalismo, come se si trattasse della totalità della realtà e non solo di una porzione di questa.

Sappiamo ad esempio chi sono i privilegiati che hanno un pass per i “percorsi preferenziali” nel centro cittadino: i giornali pubblicano le liste e la nostra indignazione di cittadini “comuni”, spulciando i nomi e motivazioni per l’accesso che sono talvolta risibili, sale. Ma questo è solo quello che mostra il fascio di luce (la trasparenza delle liste) e sposta il nostro asse informativo sui “soliti privilegiati” senza ricostruire il sistema del privilegio. Accedere ai dati dell’ufficio competente, alle note di servizio, ricostruire il meccanismo di concessione al di là delle pratiche ed i vincoli burocratici, ecc. consentirebbe di osservare il contesto al di là del particolarismo delle liste ma, eventualmente, come vizio di sistema.

L’intrasparenza dei dati si associa così ad un’abitudine nel costruire la notizia che si limita alla strategia del “fascio di luce” rinunciando ad osservare l’esistenza delle ombre che con quella luce confinano. Come cittadini e operatori dell’informazione dobbiamo essere più attenti ed interessati al cono d’ombra.

Il giornalismo non deve (non può accontentarsi) di seguire l’approfondimento della notizia attraverso la descrizione degli accadimenti e l’interpretazione di questi fatta attraverso pubblicazione di liste di privilegiati e interviste che commentino lo sdegno. I cittadini non possono limitarsi a seguire in modo umorale uno sdegno, anche motivato, che però distoglie dall’interpretare le responsabilità e le possibili vie di azione.

Una cultura della trasparenza dei dati significa anche abituarsi a fare le domande giuste. Spesso i fatti nascondono sotto di essi una complessità tale che non permette di spiegarli unicamente con quello che si può osservare in superficie. E spesso quello che possiamo osservare in superficie porta a farci le domande sbagliate: limitare a farsi le domande a partire dai dati che ci sono concessi non è la stessa cosa che farsi le domande giuste e cercare quei dati che possono fornire una risposta.

È per questo che occorre premere per una strada che porti alla trasparenza dei dati, perché è questa trasparenza che produce una complessità di fonti da intrecciare per fornire un contesto per capire i fatti.

Per questo un’iniziativa come il Freedom of Information Act (F.O.I.A.) in Italia ha la possibilità di funzionare come attivatore di un mutamento di sistema nel modo di produrre l’informazione che vede crescere la relazione tra cittadini e pubbliche amministrazioni e di sviluppare dinamiche più simmetriche su conoscenza e controllo della cosa pubblica.

La trasparenza dei dati come abitudine culturale diventa così un elemento strategico per costruire un’opinione pubblica più informata e consapevole. E l’accesso diffuso a questi dati costruisce una possibilità fondamentale per questa trasformazione culturale nei diversi campi della conoscenza. Per tale motivo il tema della trasparenza si deve necessariamente connettere alla diffusione di una politica di open data. L’agenda digitale che il Governo attualmente in carica sta faticosamente costruendo dovrebbe vedere il tema dell’open data integrarsi con un quadro di riferimento essenziale come quello che il FOIA può costruire. Si tratta di un’occasione non solo normativa ma culturale. Ha a che fare con la definizione di una costruzione responsabile della relazione fra cittadini e pubbliche amministrazioni, responsabile su entrambi i lati. E ha a che fare con la possibilità di creare un’occasione per una svolta culturale del nostro paese.

Come hanno scritto Valentino Larcinese e Riccardo Puglisi è

inutile farsi illusioni: il Foia non cambierà magicamente la pubblica amministrazione, mentre dovremo comunque aspettarci resistenze di tutti i tipi, oltretutto favorite dalla lentezza della macchina giudiziaria. Si tratta però di un passo nella giusta direzione che speriamo possa nel medio-lungo termine restringere gli spazi di quella cultura della segretezza che ancora prevale nella nostra società.

Ecco, anche solo mettere in discussione la cultura del cono d’ombra rappresenterebbe già un risultato importante.

Gesti che aprono la testa

Ho un tumore al cervello.
Ieri sono andato a ritirare la mia cartella clinica digitale: devo farla vedere a molti dottori.
Purtroppo era in formato chiuso e proprietario e, quindi, non potevo aprirla né con il mio computer, né potevo mandarla in quel formato a tutti coloro che avrebbero potuto salvarmi la vita.
L’ho craccata.
L’ho aperta e ho trasformato i suoi contenuti in formati aperti, in modo da poterli condividere con tutti.
Solo oggi sono già riuscito a condividere i dati sul mio stato di salute (sul mio tumore al cervello) con 3 dottori.
2 mi hanno già risposto.

Sono riuscito a farlo solo perché i dati erano in formato aperto e accessibile: loro hanno potuto aprire i file dal loro computer, dal loro tablet.

Cruda e lucida la riflessione di Salvatore Iaconesi che fa della sua esperienza un’occasione per mettere a tema il bisogno di un mutamento culturale sulla proprietà dei dati. Rendere open source le diagnosi e i dati sul suo tumore significa ribadire la proprietà su quanto ci appartiene e sulla possibilità di renderlo trasparente e a disposizione di una “lettura” collettiva, pubblica. Significa mostrare i vantaggi che la socializzazione dei dati e la loro possibilità di essere fruiti da dispositivi diversi e di circolare può portare.

E lo fa mettendo in gioco l’intimità della sua vita, sovraesponendola, in modo così forte da dare all’apertura un senso di pienezza.

Questo è il suo progetto.

E so che potremmo soffermarci su questo bisogno di sovraesporre online la propria vita, di condividere i momenti migliori e peggiori … Io lo trovo invece un gesto assolutamente in linea con il progetto artistico e culturale che Salvatore Iaconesi porta avanti da anni e un’occasione forte per mettere a tema nell’agenda dei media e di ognuno di noi la cultura degli open data.

Ed è riduttivo pensarlo solo come un tentativo di cercare una cura fisica al suo male, come molti media la stanno trattando e tratteranno. Non è solo questo.

Ci sono cure per il corpo, per lo spirito, per la comunicazione.
Prendete le informazioni sul mio male, se ne avete voglia, e datemi una CURA: fateci un video, un’opera d’arte, una mappa, un testo, una poesia, un gioco, oppure provate a capire come risolvere il mio problema di salute.

È qualcosa di più e di diverso. È il coraggio di socializzare il male e farne materiale da trattare a partire dalle nostre sensibilità e competenze. È un modo di fare del suo male un’occasione di irritazione produttiva, costringendoci a pensare facendo.

Sarà per questo che se guardo la mia timeline sui social network la presenza del suo progetto sbuca con insistenza. Anche la circolazione prodotta collettivamente, la risposta di viralità costruita dall’azione volontaria dello sharing, dalla condivisione, è una delle forme che la cura sta già prendendo.

Resta il fatto che mi auguro sia solo il lato immateriale e simbolico di un progetto che porti i medici a trovare la cura materiale migliore per lui.

[il titolo del post lo devo a Filippo Pretolani/gallizio, un certo mood del contenuto a diversi friend della mia timeline con cui ho parlato in IM del progetto, scossi noi tutti dal coraggio della cura]

La misura dell’influenza come ci sta influenzando? Riflessioni a margine di Klout

Abitare la Rete è diventata sempre di più un’attività impegnativa e rilevante che ci ha permesso di costruire relazioni e contatti che stanno cominciando a trasformarsi in valore da giocare nei risvolti economici della realtà socio-comunicativa, come ben sanno coloro che si occupano di social media marketing. Quanto vale l’influenza sociale che riusciamo ad esercitare con i nostri consigli che traspaiono più o meno esplicitamente negli status update che carichiamo quotidianamente su Facebook? In che modo riusciamo a mobilitare consenso con i nostri tweet ed influenzare i nostri followers?

Per questo motivo cresce corrispondentemente l’ossessione per la misurazione del valore di influenza dei nodi che in Rete esprimono le loro capacità di mettere in connessione la comunicazione con comportamenti sociali che hanno a che fare con il gusto, l’acquisto, l’opinione, ecc.

Klout, come sappiamo, è un servizio online nato per misurare “l’influenza sociale” di un utente sui siti di social network, analizzando le interazioni che avvengono attorno ai suoi contenuti generati e diffusi online. E la misurazione del Klout score è diventata per alcuni mesi una vera e propria ossessione.

Eppure c’è chi esalta Klout e le sue misurazioni applaudendo all’emergere del “citizen influencer”, come lo definisce Mark Schaefer, che può sfruttare la sua capacità di generare relazioni online per avere vantaggi da brand ed imprese.

Peccato che il concetto di influenza usato per Klout sia un po’ sopravvalutato e scientificamente poco corretto. Quello che algoritmi come quelli di Klout misurano è il capitale sociale di un utente, o, se volete, le possibilità teoriche di produrre influenza digitale, cioè la reputazione che ci si è costruiti online e che rende più probabili interazioni relative ai contenuti che pubblichiamo e diffondiamo. Che questo si traduca in effettive modificazioni di comportamenti o propensioni all’acquisto o altro ancora è tutta un’altra storia.

Eppure l’esigenza di misurare il valore della presenza online e le potenzialità di influire su una rete sociale resta. E questa modalità di misurazione online sta diventando parte della nostra cultura di Rete, qualcosa che andrà – va già – oltre le esigenze del marketing o delle imprese che si occupano di analytics. Per questo osservare il fenomeno diventa importante per capire la mutazione che il digitale porta nelle nostre vite.

Durante il periodo estivo abbiamo assistito ad un’evoluzione di Klout che rappresenta un’evoluzione nella cultura della misurazione del nostro “valore” online sancendo un principio: il valore di ciò che siamo online dipende sempre di più non solo dalle nostre connessione “native” in Rete ma anche dal capitale sociale che abbiamo costruito nel “mondo reale”, ad esempio attraverso le nostre attività di lavoro e quelle competenze che esprimiamo nel produrre e diffondere conoscenza nella società e nel fare parte di un contesto politico, economico e sociale concreto per il mondo delle istituzioni e della cittadinanza.

In pratica il Kout score diventa una sintesi numerica sempre più precisa della nostra capacità di potenziale influenza sociale online, che miscela la capacità di creare relazioni online, di coinvolgere le persone sui nostri contenuti e la nostra popolarità offline (vedi voce Wikipedia) o lo status sociale (vedi LinkedIn).

Ma ha anche introdotto un principio di trasparenza esemplificato dalla Kred Story, una storia per immagini di quei contenuti che hanno sviluppato maggior engagement, rendendo così visibile agli utenti quali momenti della loro vita online hanno determinato il loro “valore”.

Si tratta di un racconto che consente di coniugare la sintesi dei numeri con la qualità dei contenuti. Immaginate, per gioco, di confrontare possibili candidati alla premiership di una coalizione attraverso i loro Kred: potreste avere delle sorprese sulla capacità di influenza che solitamente percepiamo online.

E “giochi” come questi diventeranno elementi di giudizio nelle mani degli elettori, consumatori, cittadini…? E se sì in quali modi? In pratica in che modo la misura dell’influenza ci influenzerà? Il fatto è che il Klout score e la diffusione del valore, così come le storie visualizzate nel Kred, potranno diventare via via parte di una quotidianità diffusa perché dietro all’architettura del sistema c’è una componente di gamification e di social network. Gli utenti possono votare il Klout degli altri, condividere il loro valore e quello altrui, diffondere le immagini ed i valori del Kred, confrontare gli score, ecc. Vedremo comparire sulle nostre timeline questi valori e queste immagini come contenuto. E diventeranno un ulteriore elemento di confronto e scontro, generando realtà che non sempre corrispondono a quanto mostrano.

Quello che è certo è che dovremo imparare non solo ad interagire sempre meglio online e a sviluppare contenuti allo stesso tempo credibili e capaci di attrarre engagement, ma dovremo anche imparare a descriverci sempre meglio online perché la giusta definizione del proprio lavoro su LinkedIn sarà capace di fare la differenza. Ma soprattutto dovremo imparare a leggere la qualità che si nasconde dietro al valore numerico, perché “di più” non sempre significa “meglio”.

[la versione completa del post la trovi nella mia rubrica su TechEconomy]