Breakfast at Sandy’s: il senso nell’uragano

Il racconto online del passaggio dell’uragano Sandy ha riempito la nostre timeline su Twitter e saturato l’immaginario visivo su Instagram e online, tra immagini intime e pubbliche, tra iperrealismo e fake (da leggere Don’t let these fake photos of Hurricane Sandy fool you). Parole e immagini vicine e distanti nello steso tempo, capaci di costruire uno storytelling collettivo fatto di suggestioni e stimoli, efficace ma spesso di superficie. Raccontano il mood ma talvolta faticano a raccontare il “senso”.

Per questo il racconto di Pierluigi aka PJ (così lo chiamiamo noi amici: io, Barack e gli altri) che arriva da quei luoghi attraverso una mail collettiva, una di quelle che ci manda per raccontarci la sua visione dell’esperienza americana, si traduce immediatamente in senso. E’ l’esperienza di Sandy attraverso lo sguardo di chi non capisce perché deve barricarsi in casa e finisce per vivere l’inquietudine comunicativa ed umana di una città isolata dal mondo. E che in questo isolamento è capace anche di ritrovare il contatto umano, quello che spesso nella routine quotidiana perde.

Leggete la sua mail dall’uragano e quelle imamgini che avete visto acquisteranno, questa volta sì, senso.

Dal mio oblò di 4 Washington Square Village il tanto annunciato Hurricane pareva giusto una pioggerellina stupida e qualche raffica di vento che giungeva da lontano. Siamo alle 7 pm di Monday e tutto fila liscio. E allora mi chiedevo Possibile che continuino a ripetere di stare chiusi in casa e addirittura evacuare e abbiano interrotto tutti i trasporti già dalle 7 di Sunday? Waiting for Sandy…che non arrivava.

Dopo i richiami al Common Sense del governor Cuomo e la cantilena del sindaco Bloomberg sul Stay at home, do not go in the streets to take pictures, alle 7 e poco mi scrive nientepopodimeno che Obama in persona.

Pierluigi –

This is a serious storm, but Michelle and I are keeping everyone in the affected areas in our thoughts and prayers. Be safe.

Barack

..no, dico: allora mi devo preoccupare davvero!?! Perché di solito Obama mi scrive chiamandomi PJ e non Pierluigi, e poi mi chiede sempre almeno 5 $, che Romney pare ne abbia 45milioni di $ mentre lui a questo giro fa un po’ la fame. Che poi gli ho provato a spiegare che io NON posso donare soldi, che la legge vieta ai cittadini non americani di donare soldi ai politici.. Se magari mi dai la green card, allora te li posso donare questi 5$ ci ho scritto in una mail qualche settimana fa. Ma lui niente, pare non capire proprio e, tra l’altro, non ha neanche detto alla segretaria di rispondermi.

 Ebbene si, la mail di Barack è stato l’ultimo messaggio dal mondo e poi il buio. Prima l’elettricità, poi il web, il phone e infine l’acqua. Dalle 7.35 pm eravamo nella darkness più totale. Fuori soffiava il vento e urlava la tempesta, tra i canti delle sirene e le luci che illuminavano a intermittenza. Dentro, un attonito silenzio illuminato dalle candele. La quiete prima della tempesta era finita. Ora ci eravamo nel bel mezzo.

Per sentirmi un po’ più addentro all’experience, la poca carica che avevo nel pc l’ho consumata guardando Blade Runner. Poi ho finito di leggere New York di E.B. White, e seppur scritto nell’estate del 1948, le ultime pagine dipingono una possibile catastrofe nella city, un attacco aereo che abbatta i grattacieli dall’alto o un uragano che li sradichi da sotto… devo essermi addormentato sul divano con queste immagini, e potete immaginare la paura quando ho aperto gli occhi con un biiiip biiip infernale che mi urlava nelle orecchie. Un allarme? Dobbiamo evacuare? L’ipod segnava le 3.35, fuori imperversava l’inferno e nel buio totale del mio one-bed-room apartment il biiip biiip continuava a squillare come fosse la sirena di Belgrado durante gli attacchi Nato. Provo a chiamare il doormen, ma il citofono non funziona – claro, non c’è electricity! Esco nel corridoio con la candela e per le scale incrocio altri zombi che come me si chiedevano come comportarsi. Loro avevano le torce, gli ipad e gli itorch, mica la candela! Mi accorgo che ci sono le scale, queste sconosciute, e che nelle scale puoi incontrare le persone, mentre negli ascensori no. O se le incontri fai finta che sei occupato a controllare le tue unghie, o a che piano sei. 

All’alba delle 4.14 individuo il problema: la batteria Verizon della tv, che siccome si sta scaricando continua ad avvisarti con quel suo lamento biip biiiip. E quindi? No way to stop it! Mi dicono. E’ fatta in modo che non si può spegnere, bisogna tenersela e provare a dormire uguale. Tra l’altro ha incorporato il filo dell’antenna che non si stacca dal muro… che faccio, dunque? Alle 4.36 ho un’idea: la avvolgo dentro la coperta che ho nell’armadio, così la sento meno. Ma si sente uguale. Ci metto sopra tutte le asciugamani e il secondo cuscino. Ma il biiip biiip non desiste. Alle 4.48, con il ciclone fuori che imperversa, decido di fottermene e sradico il filo dell’antenna dal muro. In questo modo posso mettere la batteria avvolta nelle coperte e le asciugamani in bagno, nella vasca, e chiudere la porta. Mi riaddormento alle 5.53, ma solo perché ho finalmente infilato i tappi nelle orecchie.

Stamane sono quasi le 10 quando mi desto. Fuori c’è una calma surreale, gli alberi sono ancora lì, i bidoni della spazzatura un po’ divelti, gente che cammina.. ma in casa è tutto come la notte passata. Cioè spento, non funzionante, silente. Tranne il biiiip biip che non ha ancora smesso. Allora, basta, esco. Faccio un giro. Non posso neanche lavarmi la faccia né pisciare che mi rimane tutto lì, ma almeno devo sapere se qualcun altro è sopravvissuto in questa città.

E scopro che si, tutti sono sopravvisuti. Tutti tranne 13 o 16, mi dicono in strada. Danni, si, tanti danni. Subway e tunnel inondati. Allora avevavo ragione a chiudere la metropolitana, penso. E poi tutto Downtown è in ginocchio. Ma in altri quartieri la situazione è normale. Uptown per esempio, no problems. Allora faccio una lunga passeggiata verso l’Hudson River, che sembra abbia inondato il Village e attorno la city è un luogo fantasma: al posto dell’asfalto c’è un tappeto di foglie gialle e marroni che mancano solo le modelle di Missoni, i semafori sono spenti, sui marciapiedi decine di persone con le braccia alzate per fermare un taxi, ma i taxi sono pieni e allora la gente cammina, le strade semi deserte sembrano un parco a disposizione degli scoiattoli che festeggiano lo scampato pericolo, le zucche pronte per halloween sono volate via, una miriade di ombrelli divelti, negozi tutti chiusi, tranne qualche locale che ha scritto Wine and Beer only (no coffee), due pizzerie al taglio prese d’assalto, e la fila davanti all’unico supermarket aperto. Entro e mi accorgo che è al buio, i clienti si muovono tra gli scaffali con le torce, i frigo chiusi e si accetta solo cash, questo sconosciuto. Non mancano però i new yorkers che non rinunciano al loro jogging in short e maglietta, nè le signore che escono a pisciare il cane e pronte raccolgono la cacca con busta e paletta.

Questo è quanto, e ve lo racconto dalla Bobst Library, dove ho appena trovato rifugio, acqua, toilet e soprattutto prese per la corrente e il wi fi, a disposizione di chiunque ne abbia voglia. Qui è pieno di gente come me, in cerca di un contatto col mondo. Contatto virtuale, of course!

Mi dicono che staremo senza electricity e acqua e tel e web sino a domani, per cui oggi un pò di biblioteca, un’altra passeggiata a raccogliere foglie e contare i danni e poi di nuovo a letto con la candela.

A proposito, tra le tante mail dall’Italia che mi chiedono come sto, ce n’è un’altra di Obama:

 

Pierluigi –

Our thoughts and prayers this morning are with the families affected by the storm…

So, if you’d like to help, please give to the American Red Cross right now.

Ok, adesso ne ho la certezza: l’emergenza è passata, Barack è tornato a chiedermi 5$. E forse ha capito che a lui non glieli posso dare, così mi chiede di donarli alla Red Cross.

Ops, vi devo lasciare. La signora della Library è appena venuta a dirmi In 10 minutes we close. Good luck for tonight.

Tonight? Perché torna Sandy? O magari si riferisce al biip biip nella mia vasca da bagno?

WarcraftGate: il gioco della politica

“Mi piace un sacco pugnalare alle spalle…” Voi votereste per una persona che dice cose come queste in pubblico? È qualcuno a cui affidereste un pubblico incarico?

Questa è la tesi che i repubblicani del Maine portano contro la candidata democratica Colleen Lachowicz in una campagna per il Senato che si sta svolgendo nello Stato del New England, negli Stati Uniti.

Le cose però si fanno un po’ più complicate se pensiamo che frasi come quella che avete letto vengono scritte dalla Lachowicz riferendosi ad un’attività che svolge nel suo tempo libero: giocare a World of Warcraft. E che chi sta parlando è, di fatto, il suo avatar: una orchessa assassina di nome Santiaga, livello 85, colore verde e una cresta punk. Santiaga/Colleen scriveva un po’ di livelli fa:

So I’m a level 68 orc rogue girl. That means I stab things…a lot… Who would have thought that a peace-lovin’, social worker and democrat would enjoy that?!

Ed è appunto su questa sua “doppia” vita che i repubblicani hanno costruito una campagna denigratoria, realizzando il sito “Colleen’s World” che ricostruisce l’atteggiamento in world della Lachowitz. È qui che viene suggerita l’inadeguatezza della candidata a diventare un amministratore pubblico, attraverso un’analisi etnografica costituita dalle affermazioni che la giocatrice/orco rilascia online nel diario della Gilda a cui appartiene, Kos, o durante le partite. Immagino esista una gola profonda tra i Troll o gli Elfi del sangue con cui si è alleata.

Per raggiungere gli elettori meno avvezzi alla navigazione web i Repubblicani hanno distribuito anche volantini che mostrano i volti della Colleen “reale” e di quella orco, farcendoli con le citazioni delle frasi più crude usate durante il gioco e di quelle in cui mostra la sua passione per essere una orchessa sanguinaria.

In effetti chi avrebbe mai detto che un’assistente sociale democratica tutta peace&love avrebbe amato essere un’orchessa guerriera? O che amassero farlo i milioni di altri giocatori che indossano i panni di elfi o umani o non morti o gnomi o nani…. Oppure che amassero passare tempo online i 183 milioni di americani, giovani e adulti (49% tra i 18 e i 49 anni), come ricorda la Colleen nella sua risposta pubblica agli attacchi: “Cosa accadrà poi? Sarò ostracizzata perché gioco a Angry Birds o a Words with Friends?”.

Chi è più al di fuori della realtà qui: la Colleen che ha come hobby il gioco online o i Repubblicani che ritengono questa sua passione una inevitabile “uscita dal mondo”, una irresponsabile via di fuga? C’è una profonda inadeguatezza a ricoprire incarichi pubblici da parte di chi spende il suo tempo in una fantasia a rischio di dipendenza (come avrà fatto a raggiungere in poco tempo quel livello di gioco?) oppure la sua capacità di crescere velocemente di livello e di diventare un riferimento per la sua Gilda mostra la sua abilità organizzativa e di lavorare in gruppo per raggiungere un obiettivo?

Alcune affermazioni da giocatrice della Colleen in cui traspare come trascuri il lavoro e spenda molto tempo online o qualche pensiero sopra le righe che associa le sue antipatie politiche ad avvelenamenti e altre nefandezze non aiuta di certo la difesa. Ma il punto non è questo.

Quello che è certo è che ancora oggi chi videogioca viene visto con sospetto e sanzionato socialmente, specialmente se adulto. Solo così possiamo capire come sia possibile costruire la strategia della campagna politica dei Repubblicani per il Senato, su un sito di denuncia e sulla distribuzione di volantini con l’immagine doppia della Colleen/orchessa.

Come scrive Louis Peitzman siamo di fronte ad un caso di “nerd-shaming” per cui chi ha competenza per i giochi massivi online capisce come le affermazioni e le azioni della Lachowicz non rappresentino nulla di straordinario e che non siano il presupposto di una sordida doppia vita. Per una prospettiva esterna, per chi non ha familiarità con grammatiche e linguaggi di gioco, invece le sue affermazioni pesano come macigni, come se il contesto in cui sono state fatte, da orchessa in WoW, non contasse, come se non ci trovassimo di fronte ad una “ruolata” ma ai pensieri più intimi di un candidato politico. D’altra parte, come spiega la ricercatrice Ladan Cockshut, molte persone che hanno ruoli di responsabilità riconosciuti socialmente (medici, insegnanti, ecc.) rivelano con ritrosia il fatto di essere videogiocatori e scelgono accuratamente gli interlocutori, spesso accompagnando la spiegazione con scuse ed imbarazzo.

Siamo di fronte, di fatto, ad un pregiudizio sociale e casi come quello di Colleen Lachowicz hanno il merito di trasformare in dibattito pubblico un ambito di realtà diffusa e che caratterizza le vite di molte persone oggi, tra possibilità di intrattenimento e nuove dipendenze, tra nuove sperimentazioni educative e rimozione sociale.

[comparso in TechEconomy]