Da Big Data derivano grandi responsabilità. Come l’analisi dei social network deve diventare adulta

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Prendete le primarie del centrosinistra e il faro puntato con continuità sui siti di social network ad osservare gli umori degli elettori tra Facebook e Twitter. Faro puntato dai media generalisti e dalla Rete. E sotto il cono di luce abbiamo imparato delle cose.

Abbiamo imparato che le conversazioni sulla politica all’interno di Twitter sono alimentate dalle pratiche di social television: il confronto su SkYTG24 è stato punteggiato da un crescere di conversazioni sull’hashtag #csxfactor. Hashtag che si è imposto emergendo da una scelta degli utenti del social network “contro” l’hashtag ufficiale proposto dalla rete, #ilconfrontoskytg24: colpa di Europa (complice @nomfup). E che si è posizionato tra gli hashtag mondiali.

Abbiamo imparato ad osservare il livello di engagement che i politici riescono a suscitare attorno ai social media, descriverne e misurarne la natura quantitativa.

E abbiamo imparato che è possibile fare analisi dettagliate dando conto di top posters ed impression. E riconoscere la capacità dei media mainstream di entrare e far parte della big conversation.

Bene. Quindi? Voglio dire: qual è il senso di questa nostra attenzione per i social network come luogo di messa in visibilità dell’opinione pubblica?

Stiamo abituandoci a considerare ciò che avviene nella parte sociale del web come parte costitutiva del nostro pensare agli accadimenti del mondo. Lo abbiamo fatto quando i blog erano hype e il giudizio della blogosfera serviva da meta commento di quello che accadeva in un dibattito televisivo di politici. Lo facciamo oggi con i social media, in particolare Twitter, per la maggiore semplicità di raccolta di dati rispetto ad esempio a Facebook e per la coolness che i flussi di tweet che si inanellano dietro un hashtag esercitano su giornalisti ed analisti. Lo dico senza giudizio morale – anche io faccio parte di una di queste due schiere – solo per sottolineare che dobbiamo cominciare a tradurre in termini di “senso” l’analisi che facciamo in modo da superare ogni approccio meramente descrittivo e che rischi di essere auto-referenziale. Soprattutto perché oggi siamo di fronte alla possibilità di reperire e trattare grandi quantità di dati. Siamo in un’epoca di Big Data. E da Big Data derivano grandi responsabilità. È venuto il momento di tentare di trovare l’approccio giusto, magari meno suggestivo ed estemporaneo, che sappia guidarci in termini interpretativi e predittivi.

Intanto va chiarito che la possibilità di fare ricerca sociale con i Big Data, in cui la prospettiva dei social network ci ha collocati, ha fatto emergere il bisogno di una formalizzazione scientifica nella computational social science e, allo stesso tempo, ha prodotto un modo di osservare I fenomeni sociali che diventa dipendente dal senso che la realtà dei Big Data introduce.

I Big Data hanno una natura eminentemente networked, come sostengono Dana Boyd and Kate Crawford, vanno cioè orientati dalla possibilità di visualizzare e riconoscere patterns che derivano dalle connessioni tra dati diversi (relativi a singoli individui o a gruppi oppure alle strutture informative stesse). Il rischio è che essendo tecnicamente possibile osservare connessioni emergenti di ogni tipo (effetto apophenia) l’interpretazione deve essere supportata da buone domande di ricerca e buone teorie di riferimento, per evitare di disperdersi in rivoli irrilevanti in cui ciò che è tecnicamente visibile non è socialmente significativo. Per questo occorre farsi le domande giuste e lasciare che siano queste ad orientare la ricerca.

Questa possibilità di fare ricerca cambia quindi le nostre domande di ricerca a diversi livelli che dipendono dalla realtà che osserviamo e da come lo facciamo. Spesso vengono applicati presupposti teorici e concetti analitici utili per studiare la società e i comportamenti sociali ad un ambito di realtà, come quello delle conversazioni online, come se questo ambito fosse rappresentativo della società o di una parte di essa. Per capirci: i like non sono voti elettorali o propensione di acquisto di un prodotto. Non necessariamente.

Il senso comune dei media ci ha spesso messo di fronte a questa prospettiva parlando ad esempio del “popolo della Rete” o indicando alcune issue emerse online come fossero rappresentative dell’opinione dell’intera popolazione. Oppure il marketing, con i suoi studi predittivi dei comportamenti di acquisto e dei gusti delle persone desunte dal monitoraggio di quello che avviene nei social network fermandosi spesso sulla superficie dei fenomeni.

Ma al di là degli errori più macroscopici abbiamo delle legittime attese che dobbiamo mettere in discussione nell’applicare le nostre teorie ad un campo di indagine come quello dei social network sites per avere risposte a quesiti sul mutamento dei comportamenti sociali, basti pensare alle analisi sulla partecipazione politica. In quale modo l’analisi dei temi o delle reti nei social network ci fa capire il senso della partecipazione politica oggi?

Tornando all’esempio delle primarie: cosa ci dicono di più i social media? In che modo ci aiutano ad interpretare meglio la realtà che ci circonda, che sia business o politica? Come possiamo utilizzarli, se possiamo utilizzarli, per prevedere tendenze e comportamenti sociali?

Una direzione che mi sembra promettente è costruire modelli predittivi integrando realtà online ed offline, integrando cioè le diverse sfere pubbliche in cui potenziali elettori abitano e si esprimono. Come nella ricerca sperimentale che abbiamo fatto all’interno del progetto PRIN Social Network Studies Italia, in cui abbiamo messo in relazione sondaggi elettorali su tre candidati e livelli di engagement online calcolati sulle mentions di Twitter e Facebook Talking About.

(qui il link e le immagini vanno prese appena esce il post qui: http://snsitalia.wordpress.com/ Mettere immagine di sintesi)

A questi andrebbero aggiunti, per rendere il modello più complesso, i livelli di sentiment che riescono a tradurre quantitativamente i portati qualitativi presenti nei contenuti online. Esistono in tal senso sperimentazioni significative come quelle che Vincenzo Cosenza utilizza ad integrazione della lettura dei dati Twitter sul primo dibattito televisivo.

Resta aperto, in particolare in campo politico, il tema dell’ironia e l’interpretazione automatizzata di questa: come trattare in questo senso i contenuti su Twitter e Facebook dei Marxisti per Tabacci?

E d’altra parte occorrerebbe utilizzare anche altri nodi delle sfere pubbliche online rappresentato dai siti di news e dai blog, come luoghi di produzione e messa in circolazione di opinioni e aggregatori di engagement nei commenti, share, like, ecc.  Il fatto, per restare al caso delle primarie, che Pierluigi Bersani è il candidato che riceve un numero più elevato di citazioni da parte dei siti di news e blog ci sembra essere rilevante.

Nella nostra agenda di lavoro dovremo infine cominciare a riflettere maggiormente anche sugli insights culturali, cioè sui processi collettivi e sulle dinamiche discorsive, sulle pratiche vive attraverso cui la narrazione viene costruita. E questo in ottica di etnografia digitale, con un approccio che entri nei contenuti di status e tweet e sappia metterli in relazione interpretandoli anche in base alle reti sociali che le analisi strutturali riescono a mostrare.

La sfida che ci troviamo ad affrontare è proprio questa, imparare non solo a vedere i dati dei social network ma ad ascoltarli e farli parlare assieme ai dati relativi alle trasformazioni dei comportamenti sociali. Per farci raccontare quali narrazioni sociali stanno costruendo e per farci raccontare come gli individui e i collettivi si auto rappresentano e rappresentano issue sociali.

Azzerare il popolo siriano spegnendo Internet

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La Siria è stata sconnessa comunicativamente dal mondo.

“In the global routing table, all 84 of Syria’s IP address blocks have become unreachable, effectively removing the country from the Internet,” Renesys said in a statement.

Dubito si tratti di terrorismo come sostiene il ministro dell’informazione siriano.
Quello che leggiamo seguendo #SyriaBlackout è lo standard umorale di chi non twitta dalla Siria e osserva il silenzio che da lì proviene.
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Solo Nichi.

Appuntamenti con gli elettori, presenze in televisione, critiche a Grillo, cenni al programma e ancora incontri su incontri qui e là.

Se leggete i profili Twitter dei candidati alle primarie del PD Laura Puppato (@LauraPuppato), Pierluigi Bersani (@PBersani), Matteo Renzi (@matteorenzi), Bruno tabacci (@TabacciPrimarie) trovate principalmente tweet su queste cose. Molto presenzialismo, quindi. E la realtà che scorre.

Solo Nichi Vendola (@NichiVendola) parla anche di quello che sta accadendo. Le violenze in Europa nate dalle manifestazione di protesta il 14 novembre.

O la situazione a Gaza.

Ora: io capisco che il canale Twitter venga vissuto nella politica come luogo di comunicazione istituzionale, di promozione della propria candidatura, di lapidarie e laconiche comunicazioni per incontrare poi, dal vivo, e-lettori… Ma così si perde l’efficacia, l’immediatezza e la potenza di una comunicazione diretta con chi ha deciso di “abbonarsi” non al tuo canale ma ad uno spazio vitale, un luogo di messa in connessione fatto di prossimità e vicinanza con il pensiero di chi fa politica. Non mi trattare da semplice elettore, lo fai già in televisione e nei manifesti che vedo per strada, comincia a pensarmi come follower. Solo così sarà un momento produttivo per tutti noi, anche per te.

Fumetto e circulation: un polpo alla gola

 

Il bestseller nella categoria libri più venduto su Amazon Italia in questi giorni è un fumetto, una graphic novel se avete proprio necessità di nobilitarne la denominazione: “Un polpo alla gola” di Zerocalacare (edizione Bao Publishing). Il quarto in classifica è un altro suo volume: “La profezia dell’armadillo”.

Il fatto rappresenta di per sé una sorta di anomalia se pensiamo che dalla sua uscita (18 ottobre 2012) ha venduto 40.000 copie. E Roberto Recchioni sintetizza bene il significato che questo avvenimento ha per il comparto editoriale del fumetto italiano:

E’ la prima volta che succede.
LA PRIMA VOLTA CHE SUCCEDE.
Nemmeno a LMVDM di Gipi era riuscita un’impresa simile.
In poche parole, Zerocalcare è quel best seller a fumetti che tutti i grandi editori si auspicavano che arrivasse per far partire REALMENTE il settore dei fumetti in libreria di varia.
E’ un libro che non solo genererà ricchezza a chi lo ha realizzato e a chi lo ha prodotto, ma che ha dimostrato con chiarezza che i fumetti possono vendere molto bene.
E, per questo, genererà lavoro e occasioni per altri autori, perché spingerà tanti altri editori a investire nella ricerca di un “nuovo Zerocalcare”.
[…] ha portato a leggere fumetti a un sacco di persone che non li guardavano nemmeno di striscio […]

Persone che hanno incontrato il suo lavoro quasi sicuramente prima online e poi nel precipitato di carta. Sì perché Michele Rech con le sue pubblicazioni sul blog Zerocalcare ha conquistato post dopo post moltissimi web lettori che poi sono diventati acquirenti. Basta che guardiate ai numeri delle condivisioni su Facebook delle sue strisce (molte migliaia, talvolta centinaia di migliaia) e i commenti ad ognuna di esse (sempre centinaia). Anche qui la circulation come parte di un progetto editoriale, come strategia di self branding. E come chiosa sempre Recchioni:

Il suo successo non deriva dal fatto che abbia usato Facebook e Internet come mezzo di diffusione della sua roba. Il suo successo deriva dal fatto che la sua roba è buona e la gente se ne è accorta, anche grazie a Facebook e Internet.

Come dire: la circulation del suo storytelling (estetica e narrazione) diventa un’occasione di contatto e conoscenza fuori dallo stretto meccanismo editoriale del fumetto e l’attivazione riflessiva dei suoi fulminati racconti (Michele è classe ’83) coinvolge generazionalmente (anche pre e post spettatori di “Beverly Hills”). E questi diventano i presupposti per far sì che i suoi racconti stampati entrino anche nella dita culturale di quegli italiani che non sanno neppure cosa sia la Bonelli.

(Super) Partiti con super problemi

Il confronto televisivo per le primarie del PD viene lanciato con questa immagine nel sito del Partito, trasformato per l’occasione in un albo Marvel.

Un alieno che spazia nel cosmo pieno di malinconia e solitudine, una donna invisibile, un giovane irruento che si infiamma con niente, un testone di roccia complessato da suo essere inumano, un cervellone che dice paroloni incomprensibili  e che porta, inevitabilmente spesso nei guai i suoi compagni e l’umanità…

L’immaginario Marvel al servizio delle primarie del PD richiama metaforicamente un cataclisma in arrivo (Galactus????) e il lato super problemi dei super eroi. E’ questa l’immagine che si vuole dare? E’ un modo di giocare con i propri pubblici/elettori? Siamo sicuri che sia un modo efficace?

La risposta del PD corre sulla Rete:

E la responsabile dell’operazione Tiziana Ragni dichiara a Panorama:

Mi auguro che gli elettori abbiano quel minimo di senso dell’ironia per capire che non volevamo ridicolizzare nessuno e che la leggerezza non è superficialità.

Ma le primarie di centrosinistra per scegliere il candidato premier alle prossime elezioni non sono una cosa troppo seria per scherzarci su?

Certo che lo sono, ma rivendico questa scelta. Può piacere o non piacere, ma credo che nell’epoca del 2.0 il tempo per colpire l’attenzione dei naviganti in rete è minimo e quindi bisogna fare delle scelte, io ho fatto quella dell’ironia. Ognuno di noi ha un senso dell’umorismo più o meno alto, ma non credo che nessuno dei cinque candidati possa sentirsi offeso.

Glielo avete chiesto?

No assolutamente, quelle che fa il sito sono scelte giornalistiche e non politiche.

Ma è’ inevitabile che lungo le timeline di Facebook e #hashtag di twitter si moltiplichino perplessità e ironia. Come @evilarma che propone – seguendo la metafora – la marveltrasformazione di Beppe Grillo:

 

Update

Il commento di Matteo Renzi

Una Social Media Revolution (inavvertita)

Quella dei social media è una rivoluzione inavvertita, fatta di micro mutamenti nei comportamenti sociali che portano talvolta a deflagrazioni che improvvisamente diventano evidenti. Da cittadini, consumatori, pubblici abbiamo imparato a guardarci attraverso il racconto che viene fatto di noi da politica, mercato e media. Poi abbiamo imparato a costruire racconti in cui ci rappresentiamo in modi dispersi ed aggregati e a confrontare questi racconti con l’altro racconto. Nell’intreccio tra online e off line, tra comunicazioni di massa ed interpersonali, si producono non tanto una serie di scosse per il nostro sistema nervoso centrale dell’umanità ma le condizioni ambientali per una mutazione socio-antropologica.

Erik Qualman ha realizzato una versione aggiornata del video sulla Social Media Revolution che sintetizza per piccoli e grandi tipping point il cambiamento in atto.

Potete rileggervi qui le affermazioni che trovate nel video e così riflettere ad esempio sul fatto che cercheremo sempre meno noi direttamente prodotti e servizi perché saranno loro a trovarci sui social media o che il 90% dei consumatori crede nel consiglio degli altri consumatori o, ancora, che 1 coppia su 5 si incontra online (3 su 5 se è una coppia gay).

La cultura della “circulation” e il diritto di sharing

Il contesto dell’editoria sta cambiando. Pensiamo a come la circolazione di contenuti su Blog e siti di social network stia mutando il principio di diffusione di articoli ed il loro consumo.

La raccomandata che l’Editrice La Stampa invia ad una lettrice che condivide articoli all’interno del suo album su Facebook, come foto di pezzi che le interessano, è indicativa del cambiamento di scenario.

Possiamo copiare, scansionare, fotografare e rendere condivisibili gli articoli di un quotidiano, fare circolare le copie in PDF che riceviamo in abbonamento, e così via. E possiamo sempre più interrogarci sulle ricadute legali dei nostri gesti di sharing online di contenuti e scoprire quanto quotidianamente siamo complici nel far circolare anche contenuti di cui non possediamo i diritti.

Ma il punto è che la circolazione è una caratteristica strutturale del sistema editoriale al tempo del web sociale, un elemento che viene spesso sollecitato e sfruttato ma tollerato solo quando il controllo della circolazione è nelle mani dell’editore.

Allora va benissimo se fai like ad un contenuto che io quotidiano rendo potenzialmente condivisibile su Facebook e lo porti sul tuo profilo dandogli un valore relazionale, quello di segnalazione alla tua rete di friend. Ma se porti online qualcosa che io avevo lasciato offline non mi va molto bene.

Da una parte abbiamo certamente bisogno di sviluppare buone pratiche di riconoscimento dei diritti nella circolazione (basta segnalare la fonte, ad esempio), dall’altra abbiamo necessità che la cultura della circulation diventi parte strutturante delle nostre norme e delle pratiche di impresa.  Anche perché il mercato va sempre di più nella direzione di un engagement del cittadino/consumatore che passa da remixabilità e mashup di contenuti, di sconfinamenti glocal degli stessi e di pratiche di sharing: stiamo progettando sempre più contenuti adatti alla circulation e diffondendone la cultura, salvo, poi, irrigidirci quando questo principio entra nelle pratiche dei consumatori/cittadini al di fuori del nostro stretto controllo.

La raccomandata inviata al cittadino/consumatore magari è solo un inciampo legale all’interno di una testata che è senz’altro sensibile al digitale. Non mi concentrerei quindi in polemica su questo fatto. Lo trovo solo un sintomo di un mutamento in atto che dobbiamo cominciare ad accettare e saper trattare sui due lati: da editori e da lettori.

 

 

L’abbraccio di Obama e Michelle: come la comunicazione costruisce il simbolico in un istante

L’immagine simbolo della vittoria di Barack Obama alle presidenziali USA 2012 ha circolato moltissimo. Basta guardare i Like su Facebook e i re-tweet. Rappresenta l’emozione di un istante, tutta la carica simbolica ed emotiva che sintetizza un percorso duro che si scioglie in un abbraccio liberatorio, per tutti.

Ed è significativo che questa immagine simbolo sia una costruzione comunicativa e non una fortunata occasione casuale ed estemporanea, come ha spiegato Vincenzo Cosenza evidenziandone la natura di “falso storico.

Sì, perché se guardandola avete pensato fosse uno scatto rubato durante l’annuncio dell’ennesimo Stato dell’unione conquistato, beh, non è così. Si tratta di una foto scattata in Iowa mesi fa, come mostra la comparazione con gli scatti di quell’evento. Una potente narrazione, come scrive Massimo, ma non solo per i giornalisti, affamati di quei bocconi rilasciati con nonchalance nei sentieri dei social media ma anche per tutti noi che l’abbiamo, da subito, eletta come simbolo di un momento storico e resa tale attraverso la circolazione. Ci siamo alimentati al bacino del simbolico e l’abbiamo diffuso attraverso sharing nelle nostre timeline prima che fossero soggetti “esterni” come i media a farlo. E nella circolazione, di re.tweet in re-tweet, di condivisione in condivisione, abbiamo sempre più legato il destino di quell’immagina con quella delle nostre relazioni sociali connesse.

Il fatto che possa essere considerata un falso storico dipende dal nostro sguardo partecipativo: abitare la Rete ci porta a sentire una vicinanza con gli accadimenti e le persone, a percepirci parte di un ambiente che viviamo in una continua diretta (anche nel differimento della nostra fruizione), spesso confidenziale. Così quell’abbraccio per noi è avvenuto lì, in quel momento, davanti ai nostri sguardi da timeline.

Falso storico, se volete, ma non fake: semplicemente comunicazione. Il Tweet che abbiamo visto/letto costruisce nel rapporto testo/immagine (non dimentichiamoci il testo: “Four more years.”) una campagna di comunicazione istantanea, che gioca sul coinvolgimento emotivo dell’attimo (il nostro) e la potenza comunicativa di un’immagine autentica (l’abbraccio non è, ricordiamolo, frutto di uno scatto in posa). È come quando scegliamo di dire una cosa importante a qualcuno a cui teniamo, quando cerchiamo la metafora giusta per spiegargli cosa proviamo: selezioniamo dalla nostra memoria e costruiamo strategicamente: “è come quella volta quando in Iowa…”

L’account Twitter del Presidente Obama è uno strumento di comunicazione, mette in narrazione i fatti non cerca di trattarli asetticamente (se mai, poi, fosse possibile farlo).

Quella immagine è lì per essere un pezzo della (nostra) storia (di cittadini connessi), è adatta al contesto e al mezzo. Più avanti, quando la rivedremo nella compattezza testo/immagine, forse – e questa è l’unica nota che farei ai curatori della campagna istantanea – quel “Ancora quattro anni” che dialoga con l’abbraccio fra marito e moglie rischia di far pensare ad una storia a termine :-)

Come spesso capita un post è il precipitato di conversazioni che avvengono altrove e in altri momenti. Questo post è in debito con le conversazioni avute su Twitetr con @salvomizzi @marcomassarotto @vincos @mante @paolabonini @barbarasgarzi @lulla @svaroschi @fabiolalli @pm10

Quando i politici fanno un fake dei cittadini

La Rete, lo sappiamo, è un luogo adatto per l’engagement dei cittadini. Attorno a pagine Facebook e profili di amministratori pubblici, così come a gruppi di discussione online e forum che nascono per discutere di temi radicati territorialmente, si sviluppa una messa in visibilità di issue ed opinioni, è possibile confrontare e scontrare posizioni, creare presupposti per un “fare concreto” della cosa pubblica. Non solo quella astratta e lontana, la politica nazionale, ma quella radicata nei luoghi in cui viviamo e che sa creare una interessante connessione fra territorio e coscienza civile. In questo senso la Rete è un luogo di elaborazione di un’opinione pubblica connessa in cui la cittadinanza culturale sperimenta una propria riflessività innanzitutto attraverso dinamiche conversazionali. Per questo la partecipazione degli amministratori pubblici alle conversazione diventa uno strumento essenziale sia in termini di marketing politico che di cultura della cittadinanza.

Ma la nostra esperienza è recente e le cattive pratiche possono insegnare più delle buone. Basta guardare nella vita online di tutti i giorni.

Capita così che dei cittadini di Cervia che abitano anche Facebook abbiano cominciato a notare che nelle discussioni sulla città c’erano profili che usavano lo stesso stile di scrittura e commettevano gli stessi errori grammaticali del Presidente del consiglio comunale. Si tratta di profili che ne tessevano le lodi e difendevano le scelte del comune, che ironizzavano sulle critiche e si alleavano nei commenti. La pressione della cittadinanza ha portato all’outing  del Presidente che avviene- e non poteva essere altrimenti – su Facebook:

Il rovello che arrovella un gruppo di persone avverse alla giunta, sulla identità di alcuni profili, facilmente riconducibili al sottoscritto per stile letterario, consonanza di opinioni e tifo sfegatato rispetto ad ogni mio commento, sarà presto sciolto, poiché ho deciso di licenziare tutti i miei trolls. Direi che mi sono divertito molto, a fare il faceto, in un mondo di persone serie. Tutti i miei numerosi cloni saranno posti in sonno. Perché è giunta l’ora del redde rationem. A buon intenditor, poche parole

Sì, perché il Presidente non sopportava i continui attacchi su Facebook nelle pagine e nei gruppi dedicati alla discussione con i cittadini, quei territori formali ed informali in cui le conversazioni crescono, pur nelle mille difficoltà del confronto. Così ha pensato di moltiplicare la sua presenza con profili falsi o di parenti per darsi ragione e difendersi o per attaccare gli altri, anche in modi un po’ sopra le righe, come spiega incalzato dal giornalista Alex Giuzio:

Mi sentivo in dovere di rispondere anche con altri profili, per giustificare il mio punto di vista. Tuttavia, io mi limitavo ad alimentare dialoghi tra il serio e il faceto, e mai lanciavo insulti, come invece fanno altri cervesi […]

Accanto a questi c’erano poi altri profili di ragazze (“signorine un po’ spogliate” le definisce la stampa locale riferendosi agli avatar del profilo) e altri personaggi aggressivi che lo appoggiavano: tutti spariti dopo la rilevazione pubblica dell’attività di fakers. Profili che lui non si attribuisce ma che rendono ancora più caotica la vicenda. Si scoprirà poi che anche altri politici locali usavano profili fake (alcuni dei quali attribuiti in prima battuta al Presidente del consiglio comunale).

Un vero e proprio rovesciamento di quanto siamo abituati a vedere ed immaginare: non sono i cittadini a costruire fake dei politici ma i politici a fare fake di cittadini. E un primo caso di fake di massa fatto da un consiglio comunale.

Si tratta di una storia esemplare che racconta di un rapporto ambiguo tra forme di errata consapevolezza e di pura inconsapevolezza dell’abitare la Rete.

C’è l’inconsapevolezza tra privacy online ed esposizione pubblica che porta a legittimare – e ad usare come legittima motivazione – l’uso del profilo di un altro: «Magari può essere occasionalmente capitato che mio figlio sia andato su Facebook poi si sia messo a giocare con la Playstation e io abbia usato il suo profilo mentre lui era lì accanto a me». Come dire: “cosa c’è di male se uso il profilo di mio figlio?”. È un comportamento diffuso tra gli adolescenti che permettono agli amici di usare il proprio account ma è anche uno dei principali rischi segnalati agli adolescenti: quando usi Facebook dal computer di un tuo amico ricordati di sloggarti perché se no lui potrebbe entrare e guardare la tua vita (ad esempio le chat) e scrivere cose al posto tuo offendendo altri o mettendoti nei guai. Ecco, un politico che usa la voce di suo figlio online usandone il profilo per difendere il proprio operato mi sembra che abbia molto a che fare con la violazione della privacy e l’appropriazione dell’identità, con un comportamento che non può essere scambiato per una modalità simpatica ed  umoristica. Anche se il sospetto sia che semplicemente il Presidente guardasse cosa si diceva su Facebook dal profilo già aperto senza rendersi conto che avrebbe poi commentato con “la faccia” di qualcun altro (il figlio o la propria impresa commerciale). Un range di inconsapevolezza che va dalla scarsa competenza con il mezzo alla leggerezza nell’uso dello stesso che non può permettersi chi utilizza Facebook da figura pubblica.

C’è poi la consapevolezza dell’essere un troll, anzi molti. Di usare l’accesso ad una molteplicità di profili per irritare ed esacerbare gli animi. Ma poi si finisce per dire che si trattava di un gioco, di facezie. Invece, anche lasciando da parte per un attimo l’uso di profili falsi o non immediatamente riconducibili ad un’identità, si tratta di un comportamento comunicativo preciso teso a provocare e costruire polemiche. Ammettere di essere un troll è qualcosa di profondamente distante da quanto una figura pubblica dovrebbe fare per contribuire a costruire un’arena comunicativa con la cittadinanza.

Ma si tratta di una storia esemplare anche perché racconta gli stessi rischi in cui cade il professionista che non sa gestire tutta la trasparenza ed esposizione pubblica che chi sta online deve imparare a trattare. Come quelli che commentano positivamente il proprio servizio su TripAdvisor decantando lodi ed aggiungendo stelline da profili falsi o che comprano followers falsi per Twitter o che si annidano nei commenti della pagina Facebook della propria impresa litigando con i clienti fingendosi altri clienti. Ma questa è una storia che vi racconto magari una prossima volta.

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