Il senso della Rete per la politica: le prime elezioni italiane che scorrono online

vote

Politica al tempo di elezioni. Questa è stata la prima tornata elettorale che avrebbe dovuto vedere un protagonismo della Rete. Avrebbe, appunto.

Riconosco il valore dell’engagement online, dei tentativi di parlare in modo disintermediato con i propri elettori. Anche se dovremmo prima o poi però riflettere se una conversazione unidirezionale fra lo staff di un politico e i suoi follower sia disintermediazione e in quali modi.

Ma pur stando attenti ai diversi tentativi d’uso del web ed in particolare dei social network ed in particolarissimo di Twitter da parte delle forze politiche, mi sembra che le novità di una campagna elettorale in epoca di connessione stia da un’altra parte. Provo ad elencarla in 4 punti.

1. Ad esempio nella social television. La forza di una comunicazione politica che è cresciuta tra personalizzazione e presenza televisiva ha trovato un acceleratore nella pratica del doppio schermo. Se analizziamo la mole di conversazioni prodotte online attorno alla campagna elettorale troviamo nelle serate dei dibattiti tv, nella giornata successiva e negli #hashtag correlati l’acceleratore delle issue della campagna elettorale. O meglio, i temi dei programmi elettorali sono restati in ombra a fronte delle politics e delle polarizzazioni da fandom sui candidati,  se si fa eccezione del tema fiscale che viene però scatenato da un coup de théâtre mediale di Silvio Berlusconi che detta l’agenda con il rimborso dell’IMU e le trovate correlate. La cultura tv centrica della politica italiana e la sua natura pop ha trovato nei social network, come luogo dell’intrattenimento informativo degli italiani, un ambiente adatto per radicarsi.

Un driver per questa cultura sono state sia le testate televisive presenti online, che hanno sviluppato nell’ultimo anno strategie di engagement dei pubblici connessi (proponendo #hashtag, alimentando conversazioni, lanciano durante la puntata e la settimana sintesi e domande al “pubblico”) che le testate giornalistiche, che seguono eventi della politica tv facendone un centro di visibilità per la loro presenza online (con giornalisti che twittano da account ufficiale della testata e rilanciano alle loro reti).

2. Ad esempio nella sopravvalutazione di Twitter. La presenza di giornalisti e testate, una certa spocchia elitaria da influencer, ha fatto sì che molta attenzione mediale e dei politici si sia concentrata su Twitter come luogo di iper attenzione non corrispondente alla numerosità di italiani che lì si informano e partecipano. Eppure l’attenzione per il wow di Monti da parte della Rete e dei media mainstream è un indicatore di come i social network siano stati interpretati come luogo di visibilità off line.

Avremmo dovuto invece  guardare anche Facebook e quell’engagement che siti e blog hanno stimolato online, tra post e commenti, tra discussioni e crescita di attenzione per i partiti.

Avremmo dovuto analizzare l’influenza del web analizzando followers, retweet e people talking abouts normalizzando il dato e non leggendo il dato assoluto.

talking abouts line

Avremmo scoperto così, ad esempio per Facebook, il rapporto tra investimento pubblicitario dei partiti e reale efficacia nell’engagement. Non solo Grillo ma anche Ingroia, quindi, ad esempio. E la sensazione netta che solo il Movimento 5 Stelle è cresciuto fino all’ultimo momento.

3. Ad esempio nella mutazione della percezione pubblica del senso del silenzio elettorale e della sospensione pubblica di informazione sui sondaggi. Abbiamo visto emergere nei social network sondaggi, più o meno camuffati da corse clandestine di cavalli o da previsioni di voto del concalve o esplicitamente postati online da chi ha contatti con gli istituti di ricerca, o più banalmente, con i partiti politici. E sul silenzio elettorale abbiamo visto emergere dalla sidebar Facebook pubblicità di partiti e su Twitter sono emersi retweet dei politici durante le ore di silenzio.

sidebar FB

La norma nicchia a fronte della mutazione che gli stati di connessione propongono. E anche il divieto di fotografare la propria scelta elettorale nel seggio, misura cautelare per il voto di scambio, è stato infranto da una realtà instagrammata e pubblicata. Dovremo confrontarci con l’emergere di pratiche e di possibilità che scavalcano la mediazione di attori istituzionali come i media mainstream; e non fingere che la circolazione dell’informazione sia controllabile secondo logiche ad imbuto.

4. Ad esempio nella stretta relazione fra Rete e piazza. Il senso di meraviglia per quelle piazze piene per i comizi elettorali – non solo di Grillo – andrebbe analizzato in omologia ai linguaggi comunitari e di appartenenza che il web sociale ha intercettato e sospinto. La sfera pubblica in un contesto culturale caratterizzato dalle possibilità dischiuse dalla Rete si orienta non più solo agli strumenti di comunicazione (come tradizionalmente con la stampa e la televisione) ma anche alle concrete pratiche di produzione della comunicazione rese disponibili ed accessibili dai nuovi strumenti del comunicare da parte di attori sociali anche non istituzionali ed estranei al mercato.

Sono le conversazioni dal basso che prendono voce, che si integrano con le forme delle comunicazioni di massa, che generano connessioni nuove e problematiche anche con gli attori istituzionali, come ha sperimentato la politica con il M5S .

Questa realtà non ha più quindi la funzione principale di rappresentare i temi della società ma di irritare i media, la comunicazione politica e, in definitiva la società, a partire dai micro-vissuti connessi e dalle nuove pratiche che si sviluppano, da micro-narrazioni nella potenzialità della loro aggregazione (volontaristica, ad esempio attraverso #hashtag). Questa funzione irritativa risponde in parte quindi anche alle critiche di scollamento fra momento di partecipazione online ed assenza di progetto, come se vivessimo un costante scollamento fra momento comunicativo e prassi, fra l’agire online e l’andare in piazza. D’altra parte sempre di più oggi la vita autonoma sembra manifestarsi come etica senza progetto:

forse è questo il piano su cui riconoscersi: un piano privo di progetto, privo di trascendenza, privo di futuro, in cui l’azione politica consiste essenzialmente nel contagio, nella comunicazione della vita etica [cioè] la singolarità e insieme l’esemplarità di esperienze comunicabili di vita sensibile, scrive Bifo.

Quelle esperienze di vita sensibile capaci di relazionare, nella connessione, il piano della singolarità con quello collettivo, come pura emergenza. Capaci di produrre contenuti che possono diventare issue per la politica o tenere sveglio il sistema della politica per irritazioni continuative, così come cadere nell’irrilevanza.

Scrive Hassanpour:

tutti i post su Twitter, i testi e post sul wall di Facebook, sono formidabili per organizzare e diffondere un messaggio di protesta, ma possono anche diffondere un messaggio di cautela, di soprassedere, di confusione o di io non ho tempo per tutta questa politica, hai visto cosa indossa Lady gaga?

La sfida è quindi quella di capire se e come questa modalità di produrre ed abitare “dal basso” (grassroots) la sfera pubblica si stia relazionando alla sfera politica tradizionale. Non si tratta, quindi, di presupporre un potenziale rivoluzionario di Internet o un adattamento delle possibilità della Rete allo stato delle cose, di seguire piste utopiche o conservatrici, ma di trattare operativamente la funzione di irritazione che vengono prodotte nella sfera politica.

Democrazia 2.0: l’importanza di essere open politik

democrazia 2.0

L’appuntamento elettorale che ci attende è anche un’occasione rilevante per focalizzare la nostra attenzione e ripensare i rapporti tra politica e cittadinanza nell’epoca della Rete. Per questo ritengo utile promuovere l’appello Democrazia 2.0 che ribadisce l’importanza di essere open per ogni tipo di governance e chiede agli eletti di impegnarsi nel costruire un percorso di trasparenza ed accessibilità delle informazioni e di confrontarsi costantemente con il proprio elettorato: gli strumenti oggi esistono, sono sufficientemente cheap e diffusi da garantire la costruzione di quei meccanismi partecipativi che possono farci crescere come cittadinanza in digitale assieme ai nostri parlamentari.

Nel decalogo che sintetizza quelle esigenze di trasformazione che, mediologicamente, abbiamo fatto collassare attorno al digitale trovate anche sollecitazioni chiare sui mutamenti che devono riguardare il diritto d’autore, la neutralità della Rete, gli open data nelle P.A., l’adozione di pratiche di governo aperto, ecc. Tutti quei temi, insomma, che forse potevano essere introdotti meglio e con maggiori possibili ricadute effettive nell’Agenda Digitale ma che non abbiamo visto.

Ma si tratta anche di chiedere un impegno ai diversi partiti politici affinché l’accesso a Internet diventi un diritto fondamentale del cittadino. Vi invito a leggere i 10 punti che ho sottoscritto. In alcuni, forse, troverete richieste troppo pressanti (soprattutto se siete candidati) altri li troverete venati ideologicamente. Potrebbe anche essere così, ma si tratta semplicemente di applicare il meglio di quelle pratiche che cominciamo a vedere diffuse nel mondo nei percorsi di relazione fra cittadini e politica e non solo nei paesi occidentali. Si tratta cioè semplicemente di far diventare quotidiane e presenti nelle nostre vite le condizioni migliori di possibilità di trasformazione attiva di un Paese come il nostro che oggi risente fortemente del divario digitale.

Un divario digitale che è dentro ognuno di noi, che ha a che fare con il nostro modo di pensarci con/nel digitale, con i nostri atteggiamenti culturali nei confronti della Rete e con un limite socio-antropologico del potere, tradizionalmente refrattario all’innovazione e propenso piuttosto ad affidarsi a cure di stampo “gattopardesco”: cambiare tutto per non cambiare nulla. Ma di questo scriverò altrove.

Leggetevi i 10 punti di Democrazia 2.0: potreste trovare la sottoscrizione all’appello come tipping point personale verso un’open politik.

Solo Nichi.

Appuntamenti con gli elettori, presenze in televisione, critiche a Grillo, cenni al programma e ancora incontri su incontri qui e là.

Se leggete i profili Twitter dei candidati alle primarie del PD Laura Puppato (@LauraPuppato), Pierluigi Bersani (@PBersani), Matteo Renzi (@matteorenzi), Bruno tabacci (@TabacciPrimarie) trovate principalmente tweet su queste cose. Molto presenzialismo, quindi. E la realtà che scorre.

Solo Nichi Vendola (@NichiVendola) parla anche di quello che sta accadendo. Le violenze in Europa nate dalle manifestazione di protesta il 14 novembre.

O la situazione a Gaza.

Ora: io capisco che il canale Twitter venga vissuto nella politica come luogo di comunicazione istituzionale, di promozione della propria candidatura, di lapidarie e laconiche comunicazioni per incontrare poi, dal vivo, e-lettori… Ma così si perde l’efficacia, l’immediatezza e la potenza di una comunicazione diretta con chi ha deciso di “abbonarsi” non al tuo canale ma ad uno spazio vitale, un luogo di messa in connessione fatto di prossimità e vicinanza con il pensiero di chi fa politica. Non mi trattare da semplice elettore, lo fai già in televisione e nei manifesti che vedo per strada, comincia a pensarmi come follower. Solo così sarà un momento produttivo per tutti noi, anche per te.

Una Social Media Revolution (inavvertita)

Quella dei social media è una rivoluzione inavvertita, fatta di micro mutamenti nei comportamenti sociali che portano talvolta a deflagrazioni che improvvisamente diventano evidenti. Da cittadini, consumatori, pubblici abbiamo imparato a guardarci attraverso il racconto che viene fatto di noi da politica, mercato e media. Poi abbiamo imparato a costruire racconti in cui ci rappresentiamo in modi dispersi ed aggregati e a confrontare questi racconti con l’altro racconto. Nell’intreccio tra online e off line, tra comunicazioni di massa ed interpersonali, si producono non tanto una serie di scosse per il nostro sistema nervoso centrale dell’umanità ma le condizioni ambientali per una mutazione socio-antropologica.

Erik Qualman ha realizzato una versione aggiornata del video sulla Social Media Revolution che sintetizza per piccoli e grandi tipping point il cambiamento in atto.

Potete rileggervi qui le affermazioni che trovate nel video e così riflettere ad esempio sul fatto che cercheremo sempre meno noi direttamente prodotti e servizi perché saranno loro a trovarci sui social media o che il 90% dei consumatori crede nel consiglio degli altri consumatori o, ancora, che 1 coppia su 5 si incontra online (3 su 5 se è una coppia gay).

La cultura della “circulation” e il diritto di sharing

Il contesto dell’editoria sta cambiando. Pensiamo a come la circolazione di contenuti su Blog e siti di social network stia mutando il principio di diffusione di articoli ed il loro consumo.

La raccomandata che l’Editrice La Stampa invia ad una lettrice che condivide articoli all’interno del suo album su Facebook, come foto di pezzi che le interessano, è indicativa del cambiamento di scenario.

Possiamo copiare, scansionare, fotografare e rendere condivisibili gli articoli di un quotidiano, fare circolare le copie in PDF che riceviamo in abbonamento, e così via. E possiamo sempre più interrogarci sulle ricadute legali dei nostri gesti di sharing online di contenuti e scoprire quanto quotidianamente siamo complici nel far circolare anche contenuti di cui non possediamo i diritti.

Ma il punto è che la circolazione è una caratteristica strutturale del sistema editoriale al tempo del web sociale, un elemento che viene spesso sollecitato e sfruttato ma tollerato solo quando il controllo della circolazione è nelle mani dell’editore.

Allora va benissimo se fai like ad un contenuto che io quotidiano rendo potenzialmente condivisibile su Facebook e lo porti sul tuo profilo dandogli un valore relazionale, quello di segnalazione alla tua rete di friend. Ma se porti online qualcosa che io avevo lasciato offline non mi va molto bene.

Da una parte abbiamo certamente bisogno di sviluppare buone pratiche di riconoscimento dei diritti nella circolazione (basta segnalare la fonte, ad esempio), dall’altra abbiamo necessità che la cultura della circulation diventi parte strutturante delle nostre norme e delle pratiche di impresa.  Anche perché il mercato va sempre di più nella direzione di un engagement del cittadino/consumatore che passa da remixabilità e mashup di contenuti, di sconfinamenti glocal degli stessi e di pratiche di sharing: stiamo progettando sempre più contenuti adatti alla circulation e diffondendone la cultura, salvo, poi, irrigidirci quando questo principio entra nelle pratiche dei consumatori/cittadini al di fuori del nostro stretto controllo.

La raccomandata inviata al cittadino/consumatore magari è solo un inciampo legale all’interno di una testata che è senz’altro sensibile al digitale. Non mi concentrerei quindi in polemica su questo fatto. Lo trovo solo un sintomo di un mutamento in atto che dobbiamo cominciare ad accettare e saper trattare sui due lati: da editori e da lettori.

 

 

La misura dell’influenza come ci sta influenzando? Riflessioni a margine di Klout

Abitare la Rete è diventata sempre di più un’attività impegnativa e rilevante che ci ha permesso di costruire relazioni e contatti che stanno cominciando a trasformarsi in valore da giocare nei risvolti economici della realtà socio-comunicativa, come ben sanno coloro che si occupano di social media marketing. Quanto vale l’influenza sociale che riusciamo ad esercitare con i nostri consigli che traspaiono più o meno esplicitamente negli status update che carichiamo quotidianamente su Facebook? In che modo riusciamo a mobilitare consenso con i nostri tweet ed influenzare i nostri followers?

Per questo motivo cresce corrispondentemente l’ossessione per la misurazione del valore di influenza dei nodi che in Rete esprimono le loro capacità di mettere in connessione la comunicazione con comportamenti sociali che hanno a che fare con il gusto, l’acquisto, l’opinione, ecc.

Klout, come sappiamo, è un servizio online nato per misurare “l’influenza sociale” di un utente sui siti di social network, analizzando le interazioni che avvengono attorno ai suoi contenuti generati e diffusi online. E la misurazione del Klout score è diventata per alcuni mesi una vera e propria ossessione.

Eppure c’è chi esalta Klout e le sue misurazioni applaudendo all’emergere del “citizen influencer”, come lo definisce Mark Schaefer, che può sfruttare la sua capacità di generare relazioni online per avere vantaggi da brand ed imprese.

Peccato che il concetto di influenza usato per Klout sia un po’ sopravvalutato e scientificamente poco corretto. Quello che algoritmi come quelli di Klout misurano è il capitale sociale di un utente, o, se volete, le possibilità teoriche di produrre influenza digitale, cioè la reputazione che ci si è costruiti online e che rende più probabili interazioni relative ai contenuti che pubblichiamo e diffondiamo. Che questo si traduca in effettive modificazioni di comportamenti o propensioni all’acquisto o altro ancora è tutta un’altra storia.

Eppure l’esigenza di misurare il valore della presenza online e le potenzialità di influire su una rete sociale resta. E questa modalità di misurazione online sta diventando parte della nostra cultura di Rete, qualcosa che andrà – va già – oltre le esigenze del marketing o delle imprese che si occupano di analytics. Per questo osservare il fenomeno diventa importante per capire la mutazione che il digitale porta nelle nostre vite.

Durante il periodo estivo abbiamo assistito ad un’evoluzione di Klout che rappresenta un’evoluzione nella cultura della misurazione del nostro “valore” online sancendo un principio: il valore di ciò che siamo online dipende sempre di più non solo dalle nostre connessione “native” in Rete ma anche dal capitale sociale che abbiamo costruito nel “mondo reale”, ad esempio attraverso le nostre attività di lavoro e quelle competenze che esprimiamo nel produrre e diffondere conoscenza nella società e nel fare parte di un contesto politico, economico e sociale concreto per il mondo delle istituzioni e della cittadinanza.

In pratica il Kout score diventa una sintesi numerica sempre più precisa della nostra capacità di potenziale influenza sociale online, che miscela la capacità di creare relazioni online, di coinvolgere le persone sui nostri contenuti e la nostra popolarità offline (vedi voce Wikipedia) o lo status sociale (vedi LinkedIn).

Ma ha anche introdotto un principio di trasparenza esemplificato dalla Kred Story, una storia per immagini di quei contenuti che hanno sviluppato maggior engagement, rendendo così visibile agli utenti quali momenti della loro vita online hanno determinato il loro “valore”.

Si tratta di un racconto che consente di coniugare la sintesi dei numeri con la qualità dei contenuti. Immaginate, per gioco, di confrontare possibili candidati alla premiership di una coalizione attraverso i loro Kred: potreste avere delle sorprese sulla capacità di influenza che solitamente percepiamo online.

E “giochi” come questi diventeranno elementi di giudizio nelle mani degli elettori, consumatori, cittadini…? E se sì in quali modi? In pratica in che modo la misura dell’influenza ci influenzerà? Il fatto è che il Klout score e la diffusione del valore, così come le storie visualizzate nel Kred, potranno diventare via via parte di una quotidianità diffusa perché dietro all’architettura del sistema c’è una componente di gamification e di social network. Gli utenti possono votare il Klout degli altri, condividere il loro valore e quello altrui, diffondere le immagini ed i valori del Kred, confrontare gli score, ecc. Vedremo comparire sulle nostre timeline questi valori e queste immagini come contenuto. E diventeranno un ulteriore elemento di confronto e scontro, generando realtà che non sempre corrispondono a quanto mostrano.

Quello che è certo è che dovremo imparare non solo ad interagire sempre meglio online e a sviluppare contenuti allo stesso tempo credibili e capaci di attrarre engagement, ma dovremo anche imparare a descriverci sempre meglio online perché la giusta definizione del proprio lavoro su LinkedIn sarà capace di fare la differenza. Ma soprattutto dovremo imparare a leggere la qualità che si nasconde dietro al valore numerico, perché “di più” non sempre significa “meglio”.

[la versione completa del post la trovi nella mia rubrica su TechEconomy]

Twitter è lo spirito del tempo

Twitter oggi: 140 milioni di utenti attivi e 340 milioni di tweet al giorno. Numeri che raccontano come sia, di fatto, diventato dopo sei anni una realtà mainstream. Resta da capire  quanti degli utenti attivi producano quei tweet, come nota Vincenzo Cosenza/@vincos (naturalmente twittandolo) – e personalmente vorrei sapere se nel computo ci sono anche i re-tweet o se si parla di tweet puri: capire meglio le pratiche in relazione agli utenti può spiegarci come Twitter entra nella dieta mediale e attraverso quali modalità comportamentali.

Al di là della dimensione di produzione e re-distribuzione di contenuti resta il fatto che Twitter ha generato una realtà di pubblici connessi consistente che fa i conti con social network rilevanti. Se leggiamo i numeri Facebook, staccando tutti, ha 845 milioni di utenti, Linkedin 150 milioni e Google+ 90 milioni. Nonostante questo deve ancora diventare una realtà cash positive.

Eppure in sei anni ha affermato una sua realtà incontestabile: è una parte significativa della nostra cultura e del nostro immaginario, è stato capace di andare oltre l’aggiornamento costante circa i nostri stati d’animo e l’affanno continuo a diffondere le nostre pene e gioie esistenziali. La sua centralità nella diffusione delle informazioni e nel coagulare e connettere ha supportato e sospinto i movimenti rivoluzionari e le azioni di protesta. Dalla primavera araba ad Occupy Wall Strett – sperimentato su Twitter come #hashtag di Adbusters – non è più possibile né pensare  né affermare Why the revolution will not be tweeted. E potete fare tutti i distinguo che volete, spiegare che Twitter da solo non ha fatto la rivoluzione o che la partecipazione e la democrazia non passano da 140 caratteri, ma quello che Twitter ha affermato è la sua consistenza simbolica, la capacità di mettere in circolo del simbolico e offrire la possibilità di dargli forma. Senza Twitter nessuna rivoluzione come quella, né nessuna protesta connessa come quella.

La sua capacità di offrire una testimonianza del mondo attraverso le parole di chi lo vive e di connetterle tramite un #hashtag declina lo spirito del tempo. Possiamo limitarci a pensare che questo spirito si riduca alla lista quotidiana dei Trending Topics – fra trivialità, passioni da fan e qualche buona idea – o provare ad allargare l’orizzonte dello sguardo e provare a vedere come ci sta cambiando.

Dondolarsi sull’Amaca: Twitter è il (brutto) messaggio

L’Amaca di oggi di Michele Serra ha sollevato un dibattito sul web, in particolare su Twitter, chiamato in causa come generatore di “un linguaggio binario” teso tra le dicotomie del “a favore”/”contro” quando viene usato nella logica del doppio schermo che ci porta a fruire dei contenuti televisivi con il PC sulle gambe e le dita pronte ad un commento veloce e connesso.

Sul determinismo tecnologico contenuto nell’affermazione di Michele Serra, il suo fare il verso a McLuhan con un: “Twitter è il (brutto) messaggio”, si sono soffermati sia Fabio che Davide, con argomentazioni anche taglienti. Vale la pena ricordare che il rapporto di causalità tra tecnologie mediali e forme sociali non è lineare ma circolare e di tipo negativo: se non A non B. Il torchio non ha prodotto il protestantesimo ma senza torchio nessun protestantesimo. E senza Twitter nessuna rivoluzione, come le abbiamo viste. Le tecnologie hanno una natura abilitante non determinante e, certo, non sono neutre.

Sulla correttezza di alcune sue considerazioni relative all’effetto “polarizzazione” dei giudizi ha già detto Claudia – perché noi siamo comunque una nazione cresciuta televisivamente al Bar dello Sport commentando con gli amici quello che si vedeva nello schermo in alto a destra sopra il bancone e con la metacomunicazione della Gialappas che ironizzava con un doppiaggio radio sugli appuntamenti video più massmedialmente rilevanti. Vale la pena soffermarsi sul fatto che farsi investire dai tweet contenuti da un #hashtag non “curato” mostra statisticamente la divisione netta del tipo “a favore”/”contro”, le sfumature possono essere ricostruite in chiave conversazionale selezionando e ri-aggregando con tecniche di social media curation fatta da chi sa gestirla o adottandola come opzione cognitiva.

Vale la pena poi soffermarsi sulla funzione “irritativa” che ha avuto l’Amaca di Michele Serra in un’Italia che da una parte si prepara a varare l’Agenda Digitale e dall’altra sembra operare una delegittimazione culturale del web attraverso i media.

L’irritazione sembra derivare da uno scarto culturale che ha a che fare con l’appropriazione di mezzi e linguaggi, con la scarsa comprensione dei contesti d’uso, con la generalizzazione  di una sua esperienza di secondo livello (“uno che ha Twitter mi legge che…”) che lo porta a sintetizzare come in un tweet “Twitter mi fa schifo. Fortuna che non Twitto…”…

L’irritazione deriva anche dal modello di dialettica che si è generato, quella stessa dialettica che Michele Serra sostiene sia assente dai lapidari commenti ai programmi televisivi su Twitter incapaci di sospingere“ il discorso in avanti, schiodandolo dal puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche” . Una dialettica costruita da Michele Serra che scrive su un quotidiano, persone che rispondono su Twitter o Facebook o attraverso i loro blog e Michele Serra che risponde alle polemiche con un’intervista telefonica che gli sintetizza leggendogli pochi tweet (Sic!) il dibattito, telefonata montata come video per Repubblica TV che sfrutta il traffico generato dal “popolo della Rete” (vi metto dispettosamente il link all’embed che fa ilPost).

Il fatto è che all’arte oratoria e alla retorica del soggetto unico con doti elitarie si affianca quella generata dallo storify collettivo e confusivo di un moltiplicarsi di voci che si rincorrono, piene anche delle loro emotività e contraddizioni. Alcuni seguono questo flusso che si intreccia tra spazi digitali e non digitali, cercando di isolare dal rumore di fondo (lo descrive bene Serra nell’audio intervista) gli elementi di innovazione, le idee, quelle emergenze della comunicazione che preludono ad un cambiamento. Altri invece continuano a parlare da zone recintate, dondolandosi magari su un’amaca.

Quello che resta è un clima sociale sul digitale particolarmente confuso ed umorale che spesso schiera da una parte i media generalisti e dall’altro “il Popolo della Rete” – declinato in “il Popolo di Facebook”, “il Popolo di Twitter”, ecc. E mi sembra che in realtà esista una tensione, un conflitto latente che prelude a qualcosa d’altro, ad uno scarto, che non sarà solo generazionale né solo culturale, ma che rende evidente come sia sempre meno possibile negoziare le differenze – giovani/adulti, nativi/immigrati, ecc. – uno scarto bio-cognitivo che preme per un suo salto evolutivo.

L’anno che verrà. Giornalismo e conversazioni dal basso sul lutto connesso per Lucio Dalla

I giornalisti hanno scelto di contornare come al solito la news del momento con quel plus di notiziabilità che è offerto da sentimenti ed emozioni raccolti in 140 caratteri su Twitter o su uno status di Facebook. Il fenomeno è noto, lo abbiamo visto ricorrere anche recentemente nei momenti di grande tragedia come quello della Costa Concordia o, più banalmente, nella quotidianità della neve. L’occasione in questi giorni è data dalla morte di Lucio Dalla.

La celebrazione collettiva e pubblica della morte nella nostra epoca assume la dimensione di un lutto mediale in cui si intrecciano sempre più le forme della comunicazione di massa con le narrazioni interpersonali in pubblico.

E allora via al racconto costruito da programmi televisivi, dallo speciale di Porta a Porta al bellissimo Blob Lucio Dalla su RAI3, per prendere due estremi nella mia personale valutazione; e telegiornali: non c’è stata testata che non abbia dato ampio spazio al racconto della vita di Lucio Dalla inventando anche modi originali per commemorarlo come il pessimo Karaoke de L’anno che verrà cantato dalla “gente” e montato dal TG di La7; e quotidiani nazionali e locali: la pagine “Bologna” de La Repubblica e de Il Resto del Carlino erano nelle scorse giornate praticamente monografici.

E contemporaneamente non c’è stata testata giornalistica che non abbia sottolineato anche “Il dolore sul Web”, “L’addio su Internet” e altre titoli simili con poche varianti che miscelavano l’affetto colletivo con il dolore connesso attraverso i social network. Niente di strano, il fenomeno, come detto lo conosciamo. Solo che questa volta abbiamo assistito ad una forma del racconto diversa da quella usuale. I protagonisti che hanno rappresentato “il popolo della Rete”, che erano al centro del racconto sono stati i vip. Lo esprime bene Massimo:

Il giornalismo usuale prende un video in cui un Jovanotti stonato si riprende in auto mentre canticchia Disperato Erotico Stop e ignora la marea di cose interessanti e cariche di senso che migliaia di persone che hanno amato Dalla hanno riversato in rete in questi giorni. Oppure organizza, come molti hanno fatto in queste ore, una galleria di cinguettii VIP dove Paola Saluzzi o altre star incontrastate staccano su Twitter le proprie prime parole una volta raggiunte dalla triste notizia.

E si parla di cosa hanno scritto Ligabue o Vasco su Facebook oppure si rincorrono i vip tweet con #luciodalla per raccontare che Milly Carlucci scrive “Se ne va un grande amico” o che Gerry Scotti twitta “Addio Lucio. La tua musica resterà per sempre”. Segnalazioni anche per le operazioni (dubbie?) di commozione celebrativa di colleghi famosi, come Dolcenera che improvvisa Com’è profondo il mare caricandolo su YouTube.

Il pubblico diventa improvvisamente poco rilevante, come spiega Laura, ed è il personaggio noto che twitta a fare notizia. Dopo un certo periodo in cui la forza di racconto dei social network stava nella produzione intrecciata di conversazioni fra le persone (pubblici, consumatori e cittadini) e la loro resa in pubblico anche da parte dei media, oggi il giornalismo dei mass media sembra riprendere la via dell’autoreferenza per cui è rilevante ciò che già è rilevante, cioè noto. La crescita della presenza delle celebrity italiane (di diversa natura e “pezzatura”) all’interno di Facebook o, ancora meglio, Twitter e il loro produrre contenuti istantanei ed estemporanei, frasi lapidarie che funzionano come commenti disponibili sui fatti del mondo da usare senza passare dalla forma dell’intervista, fa gioco ad un giornalismo che vuole coniugare la “freschezza” informativa di un ambiente come il web con l’immediatezza della notiziabilità: “l’ha detto un personaggio famoso”. Il contenuto non è necessario sia rilevante.

Così le migliaia di micro storie che le persone dedicano a Lucio Dalla passando dai loro ricordi alle emozioni, la ritualità connettiva di stringersi attorno ad un #hashtag, passa in secondo piano rispetto ad un “Ciao Lucio” scritto da un vip qualsiasi.

Questa forma di resistenza della società dello spettacolo, la battaglia di retroguardia di un giornalismo poco avvezzo ad interpretare e trattare i linguaggi del web sociale e che si rifugia nelle formule trite che più gli sono consone (il tweet di una persona famosa è come una dichiarazione che gli ho strappato e da usare per dare più valore al mio pezzo), rappresenta solo una fase della trasformazione che stiamo vivendo. Una trasformazione che riguarda l’anno che verrà in cui “i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”. Sì perché la presa di parola dal basso – e lo scrivo ideologicamente, permettetemelo – di coloro che non avevano parola in pubblico (i muti) tende sempre più ad emergere e i linguaggi della comunicazione di massa che possono pensarsi come un discorso senza bisogno di ascolto (i sordi) faticano a sintonizzarsi con la mutazione dei nostri tempi. Perché la forza dei racconti dal basso, la loro capacità di aggregarsi e rendersi visibili, e l’azione di curatela – sempre dal basso – di questi flussi per farli ricircolare sottolineandone il “senso” è una possibilità interessante che si dischiude per la comunicazione. Anche per quella di massa e istituzionale.

Mi piace allora quando allo spettacolo generalista si affianca la forza di azioni aggreganti capaci di raccontare, come lo Storify che raccoglie i tweet #Ciao Lucio dei bolognesi organizzato da @twiperbole account ufficiale della Rete Civica Iperbole di Bologna.

#occupyscampia. Della solidarietà corpo/Rete

Occupyscampia, una mobilitazione dal basso per riappropriarsi di un territorio e contrastare il presidio della Camorra. Un’idea che parte da un tweet:

E dà vita ad un dibattito fatto di rilanci di tweet riassunto nello storify di Ezekiel. Iniziativa simbolica ma rilevante perché tesa a combattere sul piano del “senso” la prevaricazione morale che sfregia la periferia a Nord di Napoli. Ma il punto è un altro e scaturisce secondo me dal commento che fa da subito Ciro Pellegrino in suo tweet:

okay per #occupyscampia ma occuparla qui su twitter non serve a molto. Bisogna andare rint’ a scampia, guagliu’

Qui si pone una questione di fondo oggi: il rapporto tra azioni simboliche e movimenti di piazza, tra forme organizzative e ideazione sul web e azioni concrete, tra teoria e prassi politica se volete o, come preferisco sintetizzarlo io: il problema della solidarietà corpo/Rete.

Come ho già scritto nei giorni tragici della manifestazione degli indignados a Roma quello che abitare la Rete, con le sue grammatiche e le sue logiche, ci ha insegnato è creare un nuovo rapporto fra aggregazione collettiva e delocalizzazione. Non c’è bisogno di essere tutti nello stesso luogo per esprimere contemporaneamente la stessa opinione. Possiamo ad esempio rendere visibile il nostro numero aggregando i contenuti da luoghi diversi e fare diventare la nostra opinione un elemento rilevante attraverso un tag.

Eppure resta la necessità di dare “corpo” a quei tag, di legare le azioni simboliche alla fisicità dei luoghi, di radicare il pensiero a forme concrete e a posti fisici. Scampia ha una sua natura antropologica che richiede una riappropriazione corporea dei luoghi perché la mutazione di senso può passare solo da lì. Ma Scampia può essere occupata anche semanticamente in altri luoghi, quelli della comunicazione, creando tensione espressiva e visibilità, supportando un sentire comune diverso ed esplicitandolo senza rinunciare ad esserci anche se dentro un vissuto antropologico immateriale. Questione complessa che richiede costantemente di ripensare e riorganizzare quella solidarietà corpo/Rete che sembra diventare sempre di più il frame centrale nel pensare alla mutazione contemporanea.

 

Questo topic è emerso durante una di quelle brevi ma intense “conversazioni” su Twitter con @barbapreta @_arianna @ellissena @ciropellegrino con i quali spero di continuare il discorso anche in altri luoghi corporei.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 110 follower

%d bloggers like this: