Il divario digitale è dentro ognuno di noi

il gattopardo

Per la serie “cose scritte altrove” trovate su Agenda Digitale una mia visione critica sull’innovazione digitale in Italia.

Riflettere sullo sviluppo del digitale in Italia significa scontrarsi con un’inevitabile pars destruens che ha a che fare con un’arretratezza del dibattito e con un divide sociale che è culturale prima che tecnico-strutturale. Ci troviamo infatti di fronte a tre tipi di limite che si spalmano culturalmente nelle pieghe politiche ed amministrative e che hanno tangenzialmente a che fare con lo sviluppo infrastrutturale del Paese: la realtà è che il divario digitale in Italia è dentro ognuno di noi, ha a che fare con il nostro modo di pensarci con/nel digitale, con i nostri atteggiamenti culturali nei confronti della Rete e con un limite socio-antropologico del potere, tradizionalmente refrattario all’innovazione e propenso piuttosto ad affidarsi a cure di stampo “gattopardesco”: cambiare tutto per non cambiare nulla.

Continua qui.

 

Fabio Fazio e la costruzione pacata della reputazione online

Fabio Fazio spesso si è raccontato attraverso un’immagine fatta di scarsa conoscenza delle tecnologie di interconnessione, giocando sulla sua ignoranza su cosa sia un tweet, cose così. Eppure se guardate da vicino il suo uso dell’account @fabfazio trovate un uso misurato e in linea con la cultura da micro-celebrity che costruisce la sua online reputation, più che da celebrity che parla alla sua audience.

Risponde e retwitta, ma non a tutti e tutti com’è normale per chi ha un alto numero di follower con mention anche spesso assurde, scegliendo una sua linea di comunicazione personale ed ironica, come in questo scambio:

fazio 1

Miscela opinioni su accadimenti e politica con micro narrazioni (anche per immagini fotografiche) della sua vita quotidiana (vacanze, ricordi, cose così) e aggancia, ovviamente, la passione del vissuto con il suo lavoro di autore e presentatore. Come su Sanremo, quando lascia con laconica nonchalance un’immagine senza testo della griglia del palinsesto dell’evento appuntato con una penna.

fazio sanremo

Ecco, questa è una modalità pacata di costruzione della propria reputazione online, sensibile ai linguaggi più adatti a Twitter, un mix di self promotion e vissuto quotidiano, micro narrazioni ed engagement sensibile e non ossessivo con i follower. Un bell’esempio di come una celebrity del mondo mediale possa veicolare la sua immagine online senza tradirla e valorizzandola.

Ed è anche una buona premessa per preparasi ad un evento ad alto tasso di social television come sarà Sanremo.

Fumetto e circulation: un polpo alla gola

 

Il bestseller nella categoria libri più venduto su Amazon Italia in questi giorni è un fumetto, una graphic novel se avete proprio necessità di nobilitarne la denominazione: “Un polpo alla gola” di Zerocalacare (edizione Bao Publishing). Il quarto in classifica è un altro suo volume: “La profezia dell’armadillo”.

Il fatto rappresenta di per sé una sorta di anomalia se pensiamo che dalla sua uscita (18 ottobre 2012) ha venduto 40.000 copie. E Roberto Recchioni sintetizza bene il significato che questo avvenimento ha per il comparto editoriale del fumetto italiano:

E’ la prima volta che succede.
LA PRIMA VOLTA CHE SUCCEDE.
Nemmeno a LMVDM di Gipi era riuscita un’impresa simile.
In poche parole, Zerocalcare è quel best seller a fumetti che tutti i grandi editori si auspicavano che arrivasse per far partire REALMENTE il settore dei fumetti in libreria di varia.
E’ un libro che non solo genererà ricchezza a chi lo ha realizzato e a chi lo ha prodotto, ma che ha dimostrato con chiarezza che i fumetti possono vendere molto bene.
E, per questo, genererà lavoro e occasioni per altri autori, perché spingerà tanti altri editori a investire nella ricerca di un “nuovo Zerocalcare”.
[…] ha portato a leggere fumetti a un sacco di persone che non li guardavano nemmeno di striscio […]

Persone che hanno incontrato il suo lavoro quasi sicuramente prima online e poi nel precipitato di carta. Sì perché Michele Rech con le sue pubblicazioni sul blog Zerocalcare ha conquistato post dopo post moltissimi web lettori che poi sono diventati acquirenti. Basta che guardiate ai numeri delle condivisioni su Facebook delle sue strisce (molte migliaia, talvolta centinaia di migliaia) e i commenti ad ognuna di esse (sempre centinaia). Anche qui la circulation come parte di un progetto editoriale, come strategia di self branding. E come chiosa sempre Recchioni:

Il suo successo non deriva dal fatto che abbia usato Facebook e Internet come mezzo di diffusione della sua roba. Il suo successo deriva dal fatto che la sua roba è buona e la gente se ne è accorta, anche grazie a Facebook e Internet.

Come dire: la circulation del suo storytelling (estetica e narrazione) diventa un’occasione di contatto e conoscenza fuori dallo stretto meccanismo editoriale del fumetto e l’attivazione riflessiva dei suoi fulminati racconti (Michele è classe ’83) coinvolge generazionalmente (anche pre e post spettatori di “Beverly Hills”). E questi diventano i presupposti per far sì che i suoi racconti stampati entrino anche nella dita culturale di quegli italiani che non sanno neppure cosa sia la Bonelli.

Una Social Media Revolution (inavvertita)

Quella dei social media è una rivoluzione inavvertita, fatta di micro mutamenti nei comportamenti sociali che portano talvolta a deflagrazioni che improvvisamente diventano evidenti. Da cittadini, consumatori, pubblici abbiamo imparato a guardarci attraverso il racconto che viene fatto di noi da politica, mercato e media. Poi abbiamo imparato a costruire racconti in cui ci rappresentiamo in modi dispersi ed aggregati e a confrontare questi racconti con l’altro racconto. Nell’intreccio tra online e off line, tra comunicazioni di massa ed interpersonali, si producono non tanto una serie di scosse per il nostro sistema nervoso centrale dell’umanità ma le condizioni ambientali per una mutazione socio-antropologica.

Erik Qualman ha realizzato una versione aggiornata del video sulla Social Media Revolution che sintetizza per piccoli e grandi tipping point il cambiamento in atto.

Potete rileggervi qui le affermazioni che trovate nel video e così riflettere ad esempio sul fatto che cercheremo sempre meno noi direttamente prodotti e servizi perché saranno loro a trovarci sui social media o che il 90% dei consumatori crede nel consiglio degli altri consumatori o, ancora, che 1 coppia su 5 si incontra online (3 su 5 se è una coppia gay).

Breakfast at Sandy’s: il senso nell’uragano

Il racconto online del passaggio dell’uragano Sandy ha riempito la nostre timeline su Twitter e saturato l’immaginario visivo su Instagram e online, tra immagini intime e pubbliche, tra iperrealismo e fake (da leggere Don’t let these fake photos of Hurricane Sandy fool you). Parole e immagini vicine e distanti nello steso tempo, capaci di costruire uno storytelling collettivo fatto di suggestioni e stimoli, efficace ma spesso di superficie. Raccontano il mood ma talvolta faticano a raccontare il “senso”.

Per questo il racconto di Pierluigi aka PJ (così lo chiamiamo noi amici: io, Barack e gli altri) che arriva da quei luoghi attraverso una mail collettiva, una di quelle che ci manda per raccontarci la sua visione dell’esperienza americana, si traduce immediatamente in senso. E’ l’esperienza di Sandy attraverso lo sguardo di chi non capisce perché deve barricarsi in casa e finisce per vivere l’inquietudine comunicativa ed umana di una città isolata dal mondo. E che in questo isolamento è capace anche di ritrovare il contatto umano, quello che spesso nella routine quotidiana perde.

Leggete la sua mail dall’uragano e quelle imamgini che avete visto acquisteranno, questa volta sì, senso.

Dal mio oblò di 4 Washington Square Village il tanto annunciato Hurricane pareva giusto una pioggerellina stupida e qualche raffica di vento che giungeva da lontano. Siamo alle 7 pm di Monday e tutto fila liscio. E allora mi chiedevo Possibile che continuino a ripetere di stare chiusi in casa e addirittura evacuare e abbiano interrotto tutti i trasporti già dalle 7 di Sunday? Waiting for Sandy…che non arrivava.

Dopo i richiami al Common Sense del governor Cuomo e la cantilena del sindaco Bloomberg sul Stay at home, do not go in the streets to take pictures, alle 7 e poco mi scrive nientepopodimeno che Obama in persona.

Pierluigi –

This is a serious storm, but Michelle and I are keeping everyone in the affected areas in our thoughts and prayers. Be safe.

Barack

..no, dico: allora mi devo preoccupare davvero!?! Perché di solito Obama mi scrive chiamandomi PJ e non Pierluigi, e poi mi chiede sempre almeno 5 $, che Romney pare ne abbia 45milioni di $ mentre lui a questo giro fa un po’ la fame. Che poi gli ho provato a spiegare che io NON posso donare soldi, che la legge vieta ai cittadini non americani di donare soldi ai politici.. Se magari mi dai la green card, allora te li posso donare questi 5$ ci ho scritto in una mail qualche settimana fa. Ma lui niente, pare non capire proprio e, tra l’altro, non ha neanche detto alla segretaria di rispondermi.

 Ebbene si, la mail di Barack è stato l’ultimo messaggio dal mondo e poi il buio. Prima l’elettricità, poi il web, il phone e infine l’acqua. Dalle 7.35 pm eravamo nella darkness più totale. Fuori soffiava il vento e urlava la tempesta, tra i canti delle sirene e le luci che illuminavano a intermittenza. Dentro, un attonito silenzio illuminato dalle candele. La quiete prima della tempesta era finita. Ora ci eravamo nel bel mezzo.

Per sentirmi un po’ più addentro all’experience, la poca carica che avevo nel pc l’ho consumata guardando Blade Runner. Poi ho finito di leggere New York di E.B. White, e seppur scritto nell’estate del 1948, le ultime pagine dipingono una possibile catastrofe nella city, un attacco aereo che abbatta i grattacieli dall’alto o un uragano che li sradichi da sotto… devo essermi addormentato sul divano con queste immagini, e potete immaginare la paura quando ho aperto gli occhi con un biiiip biiip infernale che mi urlava nelle orecchie. Un allarme? Dobbiamo evacuare? L’ipod segnava le 3.35, fuori imperversava l’inferno e nel buio totale del mio one-bed-room apartment il biiip biiip continuava a squillare come fosse la sirena di Belgrado durante gli attacchi Nato. Provo a chiamare il doormen, ma il citofono non funziona – claro, non c’è electricity! Esco nel corridoio con la candela e per le scale incrocio altri zombi che come me si chiedevano come comportarsi. Loro avevano le torce, gli ipad e gli itorch, mica la candela! Mi accorgo che ci sono le scale, queste sconosciute, e che nelle scale puoi incontrare le persone, mentre negli ascensori no. O se le incontri fai finta che sei occupato a controllare le tue unghie, o a che piano sei. 

All’alba delle 4.14 individuo il problema: la batteria Verizon della tv, che siccome si sta scaricando continua ad avvisarti con quel suo lamento biip biiiip. E quindi? No way to stop it! Mi dicono. E’ fatta in modo che non si può spegnere, bisogna tenersela e provare a dormire uguale. Tra l’altro ha incorporato il filo dell’antenna che non si stacca dal muro… che faccio, dunque? Alle 4.36 ho un’idea: la avvolgo dentro la coperta che ho nell’armadio, così la sento meno. Ma si sente uguale. Ci metto sopra tutte le asciugamani e il secondo cuscino. Ma il biiip biiip non desiste. Alle 4.48, con il ciclone fuori che imperversa, decido di fottermene e sradico il filo dell’antenna dal muro. In questo modo posso mettere la batteria avvolta nelle coperte e le asciugamani in bagno, nella vasca, e chiudere la porta. Mi riaddormento alle 5.53, ma solo perché ho finalmente infilato i tappi nelle orecchie.

Stamane sono quasi le 10 quando mi desto. Fuori c’è una calma surreale, gli alberi sono ancora lì, i bidoni della spazzatura un po’ divelti, gente che cammina.. ma in casa è tutto come la notte passata. Cioè spento, non funzionante, silente. Tranne il biiiip biip che non ha ancora smesso. Allora, basta, esco. Faccio un giro. Non posso neanche lavarmi la faccia né pisciare che mi rimane tutto lì, ma almeno devo sapere se qualcun altro è sopravvissuto in questa città.

E scopro che si, tutti sono sopravvisuti. Tutti tranne 13 o 16, mi dicono in strada. Danni, si, tanti danni. Subway e tunnel inondati. Allora avevavo ragione a chiudere la metropolitana, penso. E poi tutto Downtown è in ginocchio. Ma in altri quartieri la situazione è normale. Uptown per esempio, no problems. Allora faccio una lunga passeggiata verso l’Hudson River, che sembra abbia inondato il Village e attorno la city è un luogo fantasma: al posto dell’asfalto c’è un tappeto di foglie gialle e marroni che mancano solo le modelle di Missoni, i semafori sono spenti, sui marciapiedi decine di persone con le braccia alzate per fermare un taxi, ma i taxi sono pieni e allora la gente cammina, le strade semi deserte sembrano un parco a disposizione degli scoiattoli che festeggiano lo scampato pericolo, le zucche pronte per halloween sono volate via, una miriade di ombrelli divelti, negozi tutti chiusi, tranne qualche locale che ha scritto Wine and Beer only (no coffee), due pizzerie al taglio prese d’assalto, e la fila davanti all’unico supermarket aperto. Entro e mi accorgo che è al buio, i clienti si muovono tra gli scaffali con le torce, i frigo chiusi e si accetta solo cash, questo sconosciuto. Non mancano però i new yorkers che non rinunciano al loro jogging in short e maglietta, nè le signore che escono a pisciare il cane e pronte raccolgono la cacca con busta e paletta.

Questo è quanto, e ve lo racconto dalla Bobst Library, dove ho appena trovato rifugio, acqua, toilet e soprattutto prese per la corrente e il wi fi, a disposizione di chiunque ne abbia voglia. Qui è pieno di gente come me, in cerca di un contatto col mondo. Contatto virtuale, of course!

Mi dicono che staremo senza electricity e acqua e tel e web sino a domani, per cui oggi un pò di biblioteca, un’altra passeggiata a raccogliere foglie e contare i danni e poi di nuovo a letto con la candela.

A proposito, tra le tante mail dall’Italia che mi chiedono come sto, ce n’è un’altra di Obama:

 

Pierluigi –

Our thoughts and prayers this morning are with the families affected by the storm…

So, if you’d like to help, please give to the American Red Cross right now.

Ok, adesso ne ho la certezza: l’emergenza è passata, Barack è tornato a chiedermi 5$. E forse ha capito che a lui non glieli posso dare, così mi chiede di donarli alla Red Cross.

Ops, vi devo lasciare. La signora della Library è appena venuta a dirmi In 10 minutes we close. Good luck for tonight.

Tonight? Perché torna Sandy? O magari si riferisce al biip biip nella mia vasca da bagno?

Una narrazione connessa: #2agosto1980

È il primo anno che la commemorazione della strage di Bologna del 2 agosto 1980 diventa così significativamente presente online. Con il progetto del Comune di Bologna sulla rete Iperbole “Bologna due agosto – verso una memoria condivisa” che raccoglie in un Tumblr i pezzi di vita di chi quel giorno ha visto il suo percorso quotidiano intrecciarsi con la violenza della bomba stragista:

nell’auspicio di andare sempre più verso una memoria condivisa, vuole ricordare soprattutto le vittime: i nomi, le immagini e le storie delle persone che quella mattina passavano per la stazione centrale della nostra città raccontano nella loro tragica fatalità la violenza senza senso di quell’attentato – la “banalità del male” per dirla con Hannah Arendt – e perpetuano lo sgomento di una intera città che ha saputo farsi comunità.

Il progetto è particolarmente adatto a diventare un pezzo della sfera pubblica capace di mettere a tema questo pezzo di Storia dell’Italia che è una ferita lacerante e sempre aperta: non c’è stata giustizia civile né umana capace di ricucire lo strappo e per noi, quelli della mia generazione, è stato il nostro 11 settembre. È adatto perché si pone al di fuori di una costruzione narrativa di una memoria storica unitaria fatta dalla linearità novecentesca del paradigma scrittura/lettura. Qui si privilegia il frammento micro-storico prodotto da vissuti singolari, come quello di Piero:

avevo 15 anni. lavoravo già a quel tempo in via carracci proprio dietro alla stazione. Di quel sabato ricordo ben poco abitavo in provincia ed allora le notizie non correvano come oggi. Ricordo benissimo però il lunedì quando andai a lavorare. C’era ancora fumo che saliva dalla stazione e soprattutto non c’era più la stazione. Ricordo i funerali , ricordo Pertini e soprattutto da quel giorno non ce l’ho più fatta ad entrare nella sala d’aspetto della seconda classe.

Memorie personali che si intrecciano alle foto che hanno documentato quella giornata nei quotidiani, alle storie delle vittime costruite da immagini e ricordi dei genitori, a video commemorativi che negli anni sono stati prodotti da trasmissioni televisive o sintesi di spettacoli teatrali…

Il racconto è costruito da questa rete di connessioni e non da un narratore unico che linearizza un proprio pensiero parola dopo parola, pagina dopo pagina. I frammenti producono senso quando li percorriamo generando configurazioni che giustappongono frammento a frammento, dando forma ad un’esperienza costruita da un sentire cha passa dall’esplorazione e dalla lettura, dagli sguardi di quelle immagini e l’eco dei suoni registrati. La chiamata alla scrittura del proprio ricordo come forma di engagement politico porta ad iniettare con le memorie vive, quelle connesse ai singoli vissuti, le memorie d’archivio dell’associazione dei familiari delle vittime costruendo un presente storico che schiaccia la temporalità del passato su un’apertura riflessiva presente: anche io, come Marina

Nell’estate del 1980 avevo 13 anni. Gli esami di terza media erano finiti, non avevo compiti da fare all’ultimo momento [...] Ascoltavo con identica passione i Police di Don’t stand so close to me e Luna di Gianni Togni […] Ricordo gli autubus, quelli col numero 37, usati per caricare i cadaveri.

Followers gate

La querelle Camisani Calzolari/Grillo – e molti degli echi che ha prodotto nel web e nella stampa – non ha senso. Però ci insegna qualcosa. Ma cominciamo dall’inizio.

Una “ricerca” – il termine è virgolettato perché sulla scientificità, come Luca Rossi e Roberto Dadda, ho forti perplessità – di Marco Camisani Calzolari mette in luce che il profilo Twitter di Beppe Grillo ha il 54,5% di follower che sarebbero BOT, profili finti, quindi. O meglio: profili che non sono particolarmente attivi o che non hanno un’immagine/avatar o che non hanno una descrizione di sé. Il che raggruppa sia fake che profili di persone meno esperte che di coloro che sono su twitter (la maggior parte) principalmente per leggere chi scrive e non commentano o re-twittano quasi mai.

A parte il fatto che con Fake followers potete calcolarvi da soli quanti finti profili vi seguono con una metodologia automatizzata quanto quella utilizzata nella ricerca, a parte che gli account spam su Twitter esistono, a parte che – come spiega Gianluca Neri leggendo i dati Business Insider – “considerando i 175 milioni di account dichiarati da Twitter, viene fuori che esistono 56 milioni di account che non seguono nessuno, e altri 90 milioni che non sono seguiti da nessuno”, a parte che vi ho già raccontato come sia possibile e inutile comprare i follower per pochi dollari … l’interesse che la cosa ha suscitato nei media mainstream e in alcuni esperti della Rete è indicativo dei limiti che ha la nostra visione sul web.

L’intera vicenda (al netto delle minacce)  mette a fuoco l’incapacità di osservare la realtà delle relazioni sociali che sviluppiamo online e le forme di influenza correlate senza ricorrere ad un contesto di riferimento altro, che è quello dei media di massa, e alla quantità di “spettatori” che un profilo ha.

I miei falsi follower su Twitter (dati da Fake followers) sono il 2%, quelli di Beppe Grillo il 77% e di Barack Obama il 43% (NB gli utenti veramente attivi di Beppe Grillo sarebbero il solo 6%, il che è un indicatore, a mio parere, che il suo profilo è molto seguito da un “pubblico” generalista di Twitter, tolti spam e fake). La nostra capacità di influenza è ben diversa, nonostante il giochino estivo attribuisca loro moltissimi finti follower e “utenti” inattivi.

Eppure la posizione di chi fa informazione è chiara: a proposito dell’intera ricerca sui politici italiani resa disponibile da Camisani Calzolari, il Corriere della Sera scrive:

Questa volta nel mirino di Calzolari non c’è solo il fondatore del Movimento Cinque Stelle. Ma anche i profili dei più importanti politici italiani. «Passati al setaccio» per capire se siano realmente così seguiti o se ci sia qualche inganno.

Qualche inganno nei confronti di chi? Il politico vende i suoi status alla pubblicità in base ai follower? Un alto numero di follower garantisce un premio di maggioranza? Tu che incontri nei tuoi flussi un contenuto prodotto da un politico, che so, un retweet fatto da un amico, ti abboni al suo profilo solo se supera la soglia dei 10.000 follower?

Meglio che chiariamo questa cosa se no anche i politici, magari consigliati da consulenti quantitativisti tarati sul modello audience-tv, penseranno che stare in Rete, dentro i social network, assomigli a fare monologhi che vanno in onda per le migliaia dei loro follower.

Perché in Rete, invece, la capacità di influenza riguarda le cerchie sociali che ti costruisci e a cui appartieni, dipende dai tuoi stati di connessione. Ed è evidente che la reputazione online non la si costruisce sull’attribuzione di visibilità numerica di chi ti segue ma sulla capacità di costruire conversazioni, produrre contenuti, curare flussi, ecc. Meglio leggere allora la capacità di influenza di un account Twitter di un politico attraverso altri strumenti più adatti alla natura relazionale della Rete, come la Social Network Analysis (ad esempio il grado di centralità di un nodo – cioè il numero delle relazioni incidenti sul nodo – o la betweenness centrality, ecc.). E poi fare i conti con i contenuti prodotti, mettendo in relazione i dati del network con il senso che questo produce. Perciò: a chi importa del numero dei follower veri o finti che siano se non sappiamo le relazioni che con questi si costruiscono?

[le conclusioni del post le trovate nella versione completa su Techeconomy]

Lovink the Alien

Oggi Geert Lovink, direttore dell’Institute of Network Cultures dell’Università di Amsterdam, discute a Bologna il suo ultimo libro “Ossessioni collettive. Critica dei social media”. E’ un primo tassello nella costruzione di un approccio critico alla Rete che non sia demonizzante o teso alla medicalizzazione. Di seguito alcune delle cose che condivido sulla condizione di stati di connessione vista da Lovink e che ho scritto in preparazione dell’incontro a Meet the Media Guru.

Una graffiante analisi controcorrente quella di Geert Lovink in Ossessioni collettive. Critica dei social media. Una critica della cultura digitale che spazza via le posizioni alla Nicholas Carr del perché Google ci rende stupidi, alla dittatura del dilettante di Andrew Keen o alla versione “dissidente” di Jaron Lanier che recupera un neo-umanesimo contro l’evoluzione Internet. La questione è seria perché occorre affrontare in modo maturo e competente questo momento particolare di transizione in cui le culture degli stati di connessione ci hanno portato, quella transizione invisibile dell’uso di Internet intesa da Lovink come strumento deputato “alla creazione di «culture degli utenti» diffuse e collaborative che iniziano a evidenziare caratteristiche tutte proprie, infondendo così la vita all’interno del mondo tecnologico”. Non è possibile continuare in un percorso di moralizzazione dei discorsi sulla Rete, né ricercare terapie di recupero, per questo la visione di Lovink si concentra sulla natura politica ed estetica delle architetture del web, su un pensiero critico che si concentra sulle pratiche culturali e sulle logiche che investono il quotidiano, più che orientarsi al confronto con un panorama mediale passato, come se la mutazione non avesse una natura ecologica

È in tal senso che dobbiamo abbandonare le teorie di un Io molteplice, di una virtualità della vita che nasconde dietro alla finzione quella reale: siamo di fronte ad una crescita di disponibilità alla comunicazione dentro una perenne connessione tecnologica che ci costringe ad essere noi stessi dentro i profili di Facebook e Linkedin, disponibili alla comunicazione delle emozioni e degli affetti o dei percorsi produttivi. Di qui il nostro stato di sovra esposizione: “i nostri profili online appaiono freddi e incompleti se non mettiamo in mostra almeno qualcosa della nostra vita privata. Altrimenti siamo dei robot, membri anonimi della cultura di massa del XX secolo in estinzione”. Le teorie sul narcisismo digitale – che spesso sentiamo vagheggiare nella stampa scientifica e nei media mainstream – sono poco utili a chiarire i confini di questa modalità dell’Io che in Rete si stabilizza in una cultura dell’auto-rivelazione. L’iper esposizione di sé è piuttosto frutto di un intreccio tra orientamento pubblico contro l’anonimato e bisogno di auto-promozione, che è la forma che assume la pressione all’auto-realizzazione che la modernità ha prodotto.

Lovink individua una via politico-poetica di contrasto nel recupero dell’anonimato come via di affermazione e non di fuga. In questo senso basta che guardiamo nel nostro passato digitale recente pensando alla guerra degli utenti contro Google+ e la sua policy di cancellazione di profili con nickname o nomi irreali, guerra che va sotto il nome di Nymwars (contrazione di “pseudonym wars”) e che ha generato un dibattito pubblico che ha fatto della policy una cartina di tornasole del rapporto tra vita online e logiche di mercato, tra identità ed esperienza. L’anonimato online ha a che fare indubbiamente con le forme dell’identità che gli individui assumono ma è un tema che va oltre la dimensione personale. Non è solo una diffrazione del sé ma un principio culturale che, da subito, si connette alla libertà di residenza digitale e di propagazione dell’informazione.

Il valore della “trasparenza assoluta” – sintomo di democraticità e condivisione pubblica dei dati – rischia di trasformarsi in predisposizione ad un controllo generalizzato, di bloccare dietro la tracciabilità di un profilo il dissenso legittimo. Anche la cultura Anonymous, con tutte le contraddizioni che può comportare, diventa una pratica che inietta disfunzionalità in quel meccanismo di trasparenza cui ci siamo assuefatti.

Per questo Lovink arriva a dire che “l’anonimato come esercizio ludico potrebbe rivelarsi una delusione necessaria che ci salva dall’idea del vero io, sostenuto da Facebook come l’unica opzione a nostra disposizione”. In fondo anche il proliferare dei profili fake di politici, brand e personaggi famosi sui social network va in questa direzione, rovesciando il problema dell’assoluta visibilità dell’identità online in chiave poetico-politica. I sistemi consolidati di potere e dell’intrattenimento così come quelli della produzione e del consumo, tentano infatti sempre più di fare convergere le logiche e i linguaggi digitali in modo funzionale alla propria stabilità, riportandoli dentro i meccanismi del marketing e della comunicazione novecenteschi che si rivolgono a pubblici, cittadini e consumatori come oggetti della comunicazione. L’orizzontalità del web 2.0 diventa così un’ennesima strategia da integrare nelle campagne di comunicazione e pubblicità tradizionali per allargare i contatti con le masse. La costruzione di soggettività fittizie che si inseriscono nel flusso delle timeline o nelle conversazioni online portando iniezioni di banalità e quotidianità (quando un sindaco si inserisce commentando il tempo o la cucina, quando un ministro twitta una proposta surreale, ecc.) squarciano il velo dell’esposizione dell’identità reale come stato naturale, obbligando ad una visione critica rispetto ai contenuti che incontriamo online e ad un’attitudine alla curation dei flussi, anche in chiave collettiva e condivisa. In pratica vale la pena di seguire più da vicino le pratiche che emergono online e nel web sociale, stando nelle cose e non criticandole da fuori, e così cogliere la poetica dell’anonimato come via di affermazione e non di fuga.

Non è Faceskin ma Memoring (ed è nato nel 2008)

Faceskin è il social network di Claudio Cecchetto, come abbiamo letto in molta rassegna stampa online e offline. E in questa definizione troviamo già tutte le potenzialità e i limiti del progetto: per definirlo occorre prima di tutto rimandare metaforicamente a Facebook, lasciando intendere per analogia di cosa si tratta, e al brand “Cecchetto”, per veicolare un’allure costituita dalla vicinanza ad un mondo VIP. Così in apparenza sembra di avere a che fare con una startup italiana che sfrutta la crescita e la celebrità di Facebook nel nostro paese – in un momento in cui viene percepito sempre di più come una commodity – collocandolo all’interno di un immaginario un po’ patinato fatto da quelle riviste tra l’intrattenimento ed il gossip dove possiamo vedere più da vicino le celebrity nella loro quotidianità e stra-ordinarietà.

Ma per capire effettivamente di cosa si tratta, cosa c’è dietro al claim che lo accompagna, “Ricerca, organizza, condividi”, basta leggere le affermazioni di Claudio Cecchetto:

In rete ci sono tanti “motori di ricerca” che, basandosi su algoritmi anche sofisticatissimi, aiutano le persone a cercare in internet i contenuti che desiderano. Non ho mai visto però un “motore di ricerche” (con la “e” finale) che velocizzasse la navigazione in rete, basandosi sull’algoritmo di ricerca più intelligente del mondo: l’uomo […] dare la possibilità di trovare con facilità la maggior parte delle informazioni che stiamo cercando, di organizzarle e condividerle, in modo che quanto già fatto da altri possa essere a disposizione di tutti.

In pratica né più né meno che un motore di ricerca che utilizza criteri di pertinenza connessi agli utenti e alle reti delle loro relazioni sociali all’interno del social network. Se volete, più letteralmente, si tratta del fatto che quando navighi online puoi memorizzare i tuoi siti preferiti, organizzarli in liste e condividerle con gli altri utenti attraverso web list. Allora è più un Google che un Facebook.

Niente di particolarmente nuovo sotto il sole della ricerca in salsa social, basta pensare a quanto sta facendo Google con “Search plus your world”. Allora, mi chiedo, dove sta la differenza di questo social network che è (quasi) un motore di ricerca e però ti permette di trovare solo cose che gli altri hanno scelto di condividere? Forse proprio nelle Weblist prodotte da VIP che sono nella cerchia di Cecchetto: Jovanotti, Fiorello, Fabio Volo, Facchinetti, ecc. Insomma: condividere il gusto delle celebrity nostrane, curiosare nei loro cassetti di ricerca sul web, farsi consigliare da personaggi pubblici come se fossimo veramente friend (anche se le liste sono in pubblico per tutti).

Il problema a questo punto è: sarà la presenza dei VIP a creare l’effetto network? La sparizione di Fiorello da Twitter e la sua resurrezione dopo tre giorni su Faceskin promette paradisi connessi diversi?

Perché dal punto di vista culturale il modello proposto da Feceskin contrasta con le nostre abitudini di ricerca plasmate su Google che ci consentono di arrivare subito al punto mentre qui esploriamo in modo comunitario liste di siti: due logiche di esplorazione diverse e abitudini acquisite da scardinare. Oppure il senso sta da un’altra parte, in quella barra di navigazione chiamata Memoring che consente di sfogliare le web list degli utenti, partendo da quelle dei VIP o degli amici, o da quelle organizzate dall’utente stesso.

E dalla rete passiamo immediatamente a territori metaforici diversi in cui siamo stati allevati come spettatori: quello della televisione. Memoring è come il telecomando della televisione: puoi passare da un canale all’altro scorrendone l’organizzazione che hai fatto tu o che hanno creato altri, cioè attraverso le pagine memorizzate (TV e recording assieme). Allora mi chiedo: e se questo Faceskin fosse pensato per quello che è un pubblico televisivo abituato a fruire di contenuti attraverso una ricerca rassicurante, quella del telecomando, facendosi consigliare sì anche da amici e da chi pensa per lui la programmazione? Se ci trovassimo cioè di fronte ad un target ideale pensato non tanto negli innovatori che costruiscono web list da condividere ma da una maggioranza web-silenziosa che le legge?

In fondo prima di Faceskin Claudio Cecchetto aveva proposto nel 2008 Memory Skin (vi dice niente?):

“Memoring” è fondamentalmente un registratore di internet. In rete ci sono dei contenuti un po’ labili, soggetti a sparire nonostante possano interessare in futuro. Magari anche solo per raccontare ai nostri figli come è partito internet. Allora, dato che esistevano già il registratore audio e quello video, ho pensato di fare anche un registratore di internet. Però, al di là della funzione di registratore, è anche un browser come possono esserlo Microsoft Explorer, Mozilla Firefox o Google Chrome. Tra l’altro utilizza il motore di Firefox, ma permette una navigazione un po’ più facile: mi sono accorto, da utente, che chi si approccia alla rete per la prima volta ed apre il browser… ok, chi già usa internet sa che deve inserire un indirizzo, però non sa dove andare. Questo invece è un browser… io lo chiamo “skin”, ovvero “pelle”…

Il senso di Faceskin/Memoring sta allora forse proprio nella capacità di poter sfogliare i propri canali-web preferiti, organizzati con l’aiuto di altri più esperti e cool di noi che ci aiutano a capire dove guardare quando ci affacciamo da utenti medi in quell’oceano sconfinato che è il web.

[Potete leggere la versione completa ed approfondita su TechEconomy.it)

Gli Auguri ai tempi di Facebook

Gli Auguri ai tempi di Facebook: tutte cavolate. Una massa informe di persone di cui sei friend per caso che ti fanno gli auguri in modo indistinto, insincero, così per fare… oppure: per mettersi in mostra.

Pensatela come volete ma vedere sorgere sul wall i modi diversi di farmi gli auguri non mi ha dato quella sensazione. Uno può scegliere: li fai o non li fai. E già questo ha un senso. Anche perché lo fai in pubblico, ti esponi e potresti non farlo.

E poi io quelle persone le conosco bene. Alcune meglio di altre, ma le conosco.

Gli amici del liceo. I miei ex studenti e laureandi. I mie studenti attuali, quelli che hanno finito il corso e quelli che stanno facendo i lavori sulle culture partecipative. I blogger, o meglio, quegli amici che hanno un blog e che ho conosciuto di persona in diverse occasioni, con cui “chiacchiero” sui social cosi in modo tutto sommato costante. I giornalisti che ho visto in diversi contesti e che seguo nelle loro cose. I colleghi, diversi, con cui condivido cose da leggere e momenti per scambiare delle idee, anche in modo sparso durante l’anno, ma che stimo, come non sempre avviene nel nostro mondo. I dottorandi, quelli che gravitano attorno al nostro dipartimento e quelli che hanno progetti di ricerca che ho incontrato nel mio girovagare nelle sedi universitarie e – molto spesso – online. E gli avatar di SecondLife, che non sono mai rimasti solo “avatar” e che ho conosciuto di persona, con cui ho condiviso un bel po’ di tempo facendo esperienza di formazione, di giochi di ruolo, di studio del mondo e – perché no – facendo quelle chiacchiere sull’umanità che hanno permesso di mettere in relazione i punti di vista diversi. E gli amici del LaRiCA, friend di un social network live che ci connette in una istituzione totale che è più sopportabile grazie a loro.

Ma gli auguri ai tempi di Facebook sono anche quelli che ti compaiono in chat durante la giornata con i gradi di confidenzialità più diversi. O quelli meno esposti spediti nella mail interna.

Ognuno con il suo pudore e il suo senso della relazione fra l’essere in pubblico o essere in privato.

Poi, ovviamente ci sono le telefonate, le mail, gli sms … che garantiscono un grado di vicinanza diversa, costruita spesso in opposizione a Facebook. Perché Facebook è anche questo, un’occasione di distinzione e costruzione di intimità comunicativa diversa.

Comunque sia, questa nota è per voi “friend”, i livelli di amicizia tra noi li conosciamo bene e siete riusciti ad esprimerli con le sfumature. Nei vostri Auguri non ho visto l’“indistinto” della folla ma la singolarità della moltitudine.

[Questo post l'ho scritto come nota l'anno scorso sull'onda della moltiplicazione di auguri nella mia timeline di Facebook. Lo condivido anche qui quest'anno, credo che il "senso" del discorso non solo valga ancora ma abbia preso più consistenza]

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