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Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing [...] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Quando l’agenda si costruisce dal basso: con lo squer

L’ecosistema informativo in cui siamo oggi immersi miscela sempre di più i percorsi delle news con i meccanismi di connessione con i friend online e con i luoghi di selezione sul web, come ho già raccontato.

Il problema diventa allora distinguere ciò di cui si parla con l’inevitabile rumore di fondo e trovare modi di condividere quei contenuti interessanti che possono arrivare secondo percorsi selettivi dotati di senso, facendoli diventare un’occasione per costruire conversazioni e relazioni. Informarsi attraverso i social network richiede oggi di essersi costruiti accuratamente una propria timeline e di sapere usare le scorciatoie sociali e quelle pratiche che consentono all’informazione di emergere. Oppure affidarsi a portali professionali che filtrano in modi e forme tradizionali le news escludendo il valore sociale (e relazionale) che potrebbero avere quando diventano contenuti attorno a cui si possono aggregare i nostri “amici” ed i loro commenti.

Così ci districhiamo fra timeline pubbliche con improbabili video (e non solo i lolcat), news che scompaiono dietro foto e status personali. Oppure arranchiamo nel ricercare informazioni e conversazioni usando gli #hashtag, una di quelle pratiche che gli utenti hanno ideato per mettere in connessione un tema, ma che non così spesso sappiamo utilizzare. Basta che osserviate come durante il #terremoto molti ringraziavano quelle (micro)celebrity che li informavano grazie ai retweet, forti di una micro competenza che la massa di utenti ancora non ha nell’usare la propria timeline su Twitter come una sorta di canale televisivo unico.

Per questi motivi mi sembra che la piattaforma informativa squer.it, tutta italiana, che ha da pochissimo fatto la sua comparsa, abbia tutte le potenzialità per rispondere ai bisogni di chi oggi è un news consumer online. Perché rilancia in tempo reale le conversazioni che online vengono fatte, organizzandole sotto aree tematiche generali e specifiche (provate a seguire Euro 2012 o London 2012) e consente di organizzare la propria vision delle news anche per “popolarità” e “squerability”.

Lo squer, come possiamo leggere nelle FAQ, è il “mattoncino” su cui un contenuto viene organizzato:

Lo squer è il frammento minimo di informazione nell’ecosistema, il contenuto da esplorare.
È dinamico e connesso, tramite i nostri algoritmi, con le conversazioni di tutti online.
Non solo cambia il suo valore e la sua posizione nel tempo, a seconda della popolarità del tema, dell’interazione, della freschezza e della diffusione sui Social Media, ma è la tessera di un mosaico in grado di restituire un’immagine diversa dell’ecosistema informativo in ogni momento.

 

Oltre ad avere potuto partecipare alla fase di testing, giocando con gli squer e le organizzazioni della “cura” delle news, ho approfondito con Luca Alagna, che è una delle menti dietro al progetto, il senso di una piattaforma che racconta “di cosa stiamo parlando online?”.

Puoi leggere la chiacchierata con Luca su Techeconomy.

La scossa nei brand

Il nostro abitare i media sociali è recente e stiamo lentamente abituandoci a vivere la nostra cittadinanza in una realtà del web in cui i social network con le loro possibilità di comunicazione scalabile e ricercabile, replicabile e adatta alla diffusione e le relazioni che costruiamo al loro interno si intrecciano alla quotidianità.

Un evento come il terremoto che ha colpito l’Emilia e il modo che abbiamo di sperimentarlo e comunicarlo in questo intreccio diventa allora un luogo di osservazione che mette in luce sia le potenzialità che le ombre della nostra immaturità digitale.

La terribile scossa del 29 maggio e quei 700 tweet al minuto che, ad esempio, hanno riempito le nostre timeline e l’#hashtag #terremoto dalle 9 del mattino, raccontano della necessità di testimoniare in tempo reale la presenza all’evento, i nostri sentimenti e anche il bisogno, in fondo, di condivisione e conoscenza che ci prende quando sentiamo di fare parte di una realtà che va al di là del nostro piccolo Io individuale.

Brand, istituzioni di governo del territorio e mediali, così come realtà pubbliche, si trovano a sperimentare necessariamente questa umanità connessa e il modo di utilizzare un potente canale di comunicazione in un momento di crisi.

Groupalia Italiamha giocato in modo (in)tempestivo nel flusso di tweet sul terremoto creando un tweet nelle intenzioni spiritoso proprio mentre arrivavano le prime notizie di vittime della scossa ed è stato travolto.

Altri soggetti commerciali, come le imprese di telefonia, hanno invece forse giocato ugualmente la loro presenza sui social network potenziando la loro immagine agganciandosi al #terremoto ma attraverso un versante di comunicazione di pubblica utilità. I brand sono pezzi di società e producono senso, vale la pena ricordarlo. Allora abbiamo accolto con molti retweet Vodafone IT e Telecom Italia con le spiegazioni di come sbloccare il wifi per favorire le comunicazioni.

Questo in sintesi. La differenza nell’essere maturi comunicativamente nell’ambiente digitale sta nella capacità di produrre “senso”. Ma questo e il giudizio tranchant su quanto accaduto potete leggerlo nel post completo su Techeconomy.

Facegram: note a margine di un’acquisizione

Funziona così: hai una bella idea in stile 2.0 da fare  sviluppare attraverso una start up che ha un modello di business semplice: accumulare molte relazioni sociali che siano abbastanza interessanti da costituire un interesse per un pesce più grande. Se poi la tua crescita è sufficientemente preoccupante allora  sei pronto per essere acquisito. È così che Instagram è stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari. 30 milioni di utenti registrati da iPhone e il lancio su Android sono numeri interessanti tanto che Mark Zuckerberg ha scritto nell’annuncio fatto su Facebook:

This is an important milestone for Facebook because it’s the first time we’ve ever acquired a product and company with so many users. We don’t plan on doing many more of these, if any at all. But providing the best photo sharing experience is one reason why so many people love Facebook and we knew it would be worth bringing these two companies together.

Sì, perché un secondo elemento da considerare è la centralità delle immagini che caratterizza la strategia di sviluppo di Facebook, come mostra la trasformazione sia della timeline dei profili che dei gruppi: è nella narrazione con accento visuale che risiede il senso futuro del social network.

Come scrive Paolo “L’integrazione con Instagram e soprattutto l’acquisizione di know how, tramite il suo team, non può far altro che favorire ulteriori sviluppi, magari anche in chiave editing”.

E poi c’è ovviamente la capacità di Instagram di aver lavorato con successo sulla relazione fra mobilità, social networking e condivisione di eventi della vita. Che poi spesso si è sviluppata nella continua pubblicazione degli utenti di immagini Instagram nella propria timeline.

In Rete si è sviluppato immediatamente un rumore di fondo sull’acquisizione, tra toni sarcastici e preoccupati e segnalazioni su come cancellarsi da Instagram e conservare le proprie foto o su quali altre app utilizzare. Una di quelle conversazioni umorali fatte di mi piace/non mi piace che mostrano come questa acquisizione parli, di fatto, del nostro immaginario e di come ci percepiamo nell’ecosistema dei social network. Molti utenti si sono sentiti venduti a Facebook per poco più di 30 dollari, come se il loro immaginario per immagini non fosse già stato loro espropriato dall’aver accettato le condizioni che Instagram impone per usarlo.

In realtà viviamo in un’epoca in cui cediamo pezzi di “senso” personale e connesso a fronte di alcuni servizi che consentono di uniformare le nostre immagini attorno ad un appiattimento del gusto guidato da pochi filtri che rendono le nostre foto così tutte uguali da rassicurarci. Incorniciando fotografie da condividere in lo-fi o seppiate o esaltando i colori con il filtro X-Pro II ci riconosciamo gli uni con gli altri come parte di un’unica melassa che rende uguale ciò che è diverso: forme per contenuti. Il resto è economia di mercato al tempo del web e bolle che non scoppiano perché, come quelle di sapone fatte da bambini, sono lì per stupirci ed intrattenerci. Per ora.

L’IA come dispositivo culturale e la mimesi dell’artificiale

Domani parteciperò al seminario “Dall’Intelligenza Artificiale alle tecnologie sociali: l’attualità del pensiero di Achille Ardigò” dove coordino la tavola rotonda su “Il micro-macro link fra asimmetrie e mediazione tecno-sociale”. Si tratta di riprendere le fila ed attualizzare il pensiero di uno dei padri fondatori della sociologia italiana – la cui voce su wikipedia non rappresenta al momento al meglio il suo lavoro e la sua influenza intellettuale sul pensiero di stampo post-modernista in Italia all’intreccio fra socio-cibernetica e teoria della complessità.

Trattare il pensiero di Achille Ardigò in quel passaggio d’epoca per la sociologia italiana rappresentato dalla svolta della cibernetica di secondo ordine e della complessità – che ha trovato un proficuo terreno epistemologico nelle convergenze tra scienze sociali e riflessione teorica sull’Intelligenza Artificiale – è un’operazione non banale. Non lo è per chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire il suo corso di sociologia avanzata a Scienze Politiche all’Università di Bologna e di impattare con le molte iniziative – presentazione di volumi, seminari, convegni, visiting professor – che hanno costituito l’attività continuativa del Cerdsi, Centro di Ricerca e Documentazione «Sociologia e Informatica» del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna, che Ardigò ha diretto assieme a Lella Mazzoli. Il Centro ha rappresentato un ambiente capace di generare l’humus culturale di una sociologia aperta alle forme transdisciplinari, capace di risposte “forti” in termini epistemologici e pronta a fare dell’innovazione tecnologica un ambito di riflessione interno alla disciplina. D’altra parte come Ardigò dice di sé:

non amo fermarmi a valutare il passato, il cammino percorso da me e dagli altri, a fare storiografia della sociologia. Sono di preferenza sollecitato – c’è forse in tale mia inclinazione una qualche forma di nevrosi – a gettarmi su aspetti e problemi sempre nuovi del presente/futuro, possibilmente aspetti e problemi da cui sperare qualche ricaduta di bene comune.

Sono tre le motivazioni che hanno spinto Achille Ardigò ad occuparsi di IA.

1. La prima è relativa al mutamento socio-culturale nel quale la società di allora è immersa. L’IA rappresenta in tal senso un dispositivo culturale capace di forgiare l’immaginario della mutazione introdotta dalle scienze computazionali attraverso i prodotti dell’informatica, anche in chiave sociale, alimentando speranze e preoccupazioni delle persone circa una relazione con la “macchina” cibernetica, pensata come analogon dell’uomo e capace di operazioni percepite come autonome.

2. La seconda, più connessa all’ambito disciplinare della sociologia, vede la cibernetica alla base degli avanzamenti dell’IA come ambito di riflessione analogico per la teoria e l’epistemologia sociologica.

Esiste un’analogia di fondo tra il pensiero che è alla base della progettazione di macchine intelligenti e quello sociologico che si rifà ad un sistema sociale pensato come autoreferenziale (il riferimento al neo-illuminismo di Niklas Luhmann è qui centrale) che porta la società a pensarsi in una direzione artificiale ed astratta con conseguenze rilevanti sia sul piano epistemico che del governo delle società (e su questo si può vedere la connessione con le riflessioni di Simon).

3. La terza via è relativa all’impatto sociale relativo alla diffusione dei prodotti IA nella vita relazionale e produttiva. L’interesse è, da una parte, per i sistemi esperti, applicazione della tecnologia IA, che consentono di supportare processi analitici e decisionali – pur nel rischio di una crescita di “mentalizzazione” rispetto alla prassi; dall’altra è relativo alle forme di interazione uomo-macchina e uomo-macchina-uomo.

Rispetto a questi percorsi mi piacerebbe lasciare due rapide – ne scrivo più diffusamente qui – linee di sviluppo.

La prima ha a che fare con le questioni poste da Ardigò relative all’irriducibilità della persona e ai confini antropologici tra natura e cultura, ma anche all’aprirsi alle forme di intelligenza diversa, à côté de l’humain. Temi che la riflessione sul post-umano tratterà vent’anni dopo ma che già Ardigò aveva intuito ipotizzando il processo mimetico con le macchine.

La seconda, di vaglio critico rispetto alla mutazione in atto, è quella dell’inclusione sistemica per via tecno-comunicativa. Gli individui operano una forma di “inclusione” volontaria rendendo le loro comunicazioni interpersonali, comprese quelle affettive e di solidarietà, funzionali alla riproduzione sistemica di comunicazione. Pensiamo alla natura odierna dei Social Network (ad esempio Facebook, MySpace, Orkut, ecc.) e al loro rendere disponibili, ricercabili ed aggregabili le comunicazioni connesse di milioni di persone che possono così meglio essere trattate a fini di mercato o di “manipolazione” politica. Le opinioni personali su prodotti, tendenze, personaggi vengono rese pubbliche dagli utenti stessi e visibili agli altri ma anche a chi quei prodotti li promuove, a chi progetta tendenza e a chi “costruisce” personaggi. Le conversazioni connesse diventano cioè fungibili alle strategie di sistema. Le logiche sistemiche possono alimentarsi dei vissuti individuali, delle storie dei singoli, dei processi amicali, ecc. appropriandosene in chiave trasformativa, mutandoli in linguaggi pubblicitari o politici, ad esempio.

Quando i social network diventano maturi

/Photo by Esther_G

Il fatto che una delle tracce del tema di maturità di quest’anno riguardi i social network è un segnale del fatto che questa realtà si sia sempre più quotidianizzata e normalizzata.

O forse no. Il tema è infatti nell’area “tecnica” il che  – come si dice qui - lascia dubbi sulla liceità di trattare i temi della rete come mutazioni culturali ed antropologiche profonde. O forse dipende solo dal fatto che serve un pretesto per collocare i temi in aree differenti. Ma la nostra è, in fondo, la società della tecnica, in cui la tecnica si fa cultura.

Quello che sembra interessante è però che la scuola osserva i giovani e propone in fondo a loro di raccontarsi. Sì, perché non si tratta di un semplice tema  nel quale parlare di cose che si è studiato o di cui si è letto o più probabilmente di cui si è sentito raccontare nei mass media. Qui si tratta di parlare della propria vita, di quei rapporti mediati ed intimi che li (ci) connettono in pubblico dentro l’ambiente mediale. Si chiede un’operazione riflessiva nella quale raccontare se stessi e un pezzo di mondo che sta cambiando. A partire da quelle esperienze di consumo, informazione o intrattenimento che in Rete si hanno. Una sfida che 1 ragazzo su 3 ha scelto. Forse ci saranno banalità, forse riflessioni profonde, la sfida è interessante, comunque.

I nativi digitali scrivono e i “migranti” o gli estranei del digitale (i “tardivi”) correggono. Forse, se va bene, alcuni di quelli che leggono le tracce sono gli “ibridi”, nati senza la rete ma che hanno imparato ad abitarla. Competenze diverse, dunque, per correggere un tema certamente difficile, perché parla di una mutazione palpabile, percepita ma ancora poco interpretata e vissuta.

A voi che correggete mi rivolgo: non leggete i temi pensandoli come commenti agli stimoli dati, come se dovessero parafrasare il pensiero altrui. Lo dico perché uno degli stimoli è il mio (preso da qui e che potete leggere qui) e so che è il frutto di una riflessione personale ma anche collettiva che si fa nella Rete e nelle accademie, tra pensieri e ricerche…. su di loro, questi nativi, che sono il germe del mutamento.

Leggeteli allora con i loro occhi, leggeteli come “conversazioni dal basso” e misurate le loro idee e competenze, ma senza pregiudizi.

Mario ha lanciato una sfida che mi piacerebbe raccogliere: analizzare con piglio etnografico un campione di questi temi per interpretare come i nativi italiani pensano sé stessi nei social network, per come mettono in narrazione la Rete, per capire come pensano il mutamento e che consapevolezza critica hanno, ecc. E mi piacerebbe farlo assieme a molti dei colleghi che con me condividono il fatto di abitare questo pezzo di Rete e di occuparsi in Italia di social network.

Lancio la sfida quindi al Ministro Mariastella Gelmini e al ministero della pubblica istruzione affinchè collabori a questa ricerca che potrebbe raccontarci un pezzo del futuro a venire.

Facebook e l’ascesa della cyberborghesia 1

Ci sono sufficienti tracce in Italia per osservare l’uscita dei social network dalla dimensione elitaria fatta da early adopters, spesso utenti della blogosfera, che non hanno saputo trovarne una “funzione” a favore di una massa di utenti che nel loro utilizzo banale e quotidiano stanno delineando uno scenario nuovo.

Ora, ciò che mi interessa in questo momento non è tanto osservare la portata del fenomeno o arrampicarmi in tipizzazioni che sarebbero francamente imbarazzanti ma sottolineare come questo fenomeno produca “senso” nuovo a più livelli.

I programmi della tv generalista costruiscono pezzi comici che per essere apprezzati richiedono una (pur se vaga) idea dei meccanismi di funzionamento di FB per essere goduti. Segnale del fatto che questo social network è entrato nelle conversazioni quotidiane.

[YouTube=http://www.youtube.com/watch?v=3lwkAA4Ul6E]

Dal punto di vista culturale assistiamo ad un diffondersi nelle conversazioni quotidiane e nelle pratiche “domestiche” della realtà dei social network: si parla di amici ritrovati, del fatto che il tuo edicolante ha aperto un gruppo, ricevi richiesta di friendship che ti mettono in condizione di dover pensare se accettare o meno (il tuo ex fidanzato che ti ha lasciato facendoti soffrire come un cane), la frustrazione di sapere che quella persona che conosci è su FB da tempo ma non ti ha chiesto la friendship, ecc.

E’ l’ascesa delle cyberborghesia, di quella classe media digitale che usa senza essere geek, che ha un’idea della Rete ma solo associata a stretti interessi personali che oscillano fra informazione ed intrattenimento, che deve il suo ingresso alla facilità di interfaccia e al fatto che gli altri sono connessi.

Si produrranno così pratiche -a venire – capaci di striare il territorio con significati nuovi. Per ora vediamo superficialità laddove c’è una superficie che prelude ad una profondità. Dovremo abituarci ad un modo diverso di osservare e praticare la Rete anche per questa mutazione che verrà.

Tutti dentro la Rete. Il “territorio” tra privacy e sovra-esposizione.

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L’incontro ad unAcademy con Francesco Pizzetti, Presidente dell’Autorità garante della privacy, ha rappresentato un momento doppiamente simbolico: perché un’istituzione è entrata in SecondLife e perché lo ha fatto per confrontarsi con gli avatar nel loro “territorio”.

Il tema è quello Rete/privacy.

Vi sono oggi due tendenze che, indipendentemente dalla consapevolezza, caratterizzano la Rete all’epoca di blog, social network e mondi online: essere always on e sovra-esposti.

Da una parte tendo a costruire la mia identità attraverso una modalità per la quale rendo trasparenti – e ricercabili –  rapporti sociali, modi di essere, informazioni, pratiche di intrattenimento, ecc.. Dall’altra tendo a voler tutelare il mio diritto ad una privacy in uno spazio pubblico che spesso percepisco come molto privato.

Ad esempio il 66.7% degli adolescenti italiani fra i 13 e i 17 anni utilizza Internet (dati Doxa per Save the Children “Profili da sballo. Gli adolescenti italiani e i social network”). Il 74% di questi riporta il proprio nome, il 61% posta foto, il 57% dà l’indirizzo mail, il 48% mette il proprio cognome. L’86% di questi chiede maggiori misure di garanzia per il controllo.

E’ evidente come qui si ponga la necessità di “riflettere” sui confini tra libertà e controllo, anche a partire da una certa dose di auto-consapevolezza.

Il nodo è quello del rapporto tra tutela della privacy e ricercabilità pubblica e di massa dell’informazione quando è la prima volta che ci troviamo di fronte alla disponibilità di una quantità e qualità tale di dati personali pubblicati dalgi stessi utenti; dati resi accessibili e ricercabili secondo parametri e logiche di massa; dati che riguardano utenti immigrati con poca consapevolezza del “territorio” o utenti nativi con una percezione sociale diversa della relazione tra pubblico e privato, ecc.

L’apertura del garante ad un confronto con il “territorio” segna un primo momento, a mio parere, nel quale costruire una cultura diffusa che sappia parlare della Rete e delle sue problematiche non solo in dialoghi autoreferenziali dentro (ad esempio tra soli “addetti ai lavori” come capaita spesso nella blogosfera) o trattandola come luogo ignoto ed impervio fuori (ad esempio nei media mainstream tra la tensione alla spettacolarizzazione e all’abiezione)… come se non riguardasse milioni di persone.

Si perchè è sotto gli occhi di tutti come la realtà dei social network ha reso facilmente accessibile il “territorio” alle masse. Uso volutamente “masse” per dire: non l’audience attiva, la cultura partecipativa, i tecnoqualcosa… le masse. Flusso crescente del pubblico televisivo – per dire – che apre profili. Pensiamola in quest’ottica: la società che si percepisce anche da dentro il “territorio” in modo diffuso.

Qualità e quantità delle conversazione si misceleranno in modo crescente. Costruire una cultura della Rete significa portarla nel dibattito pubblico come tema inter pares nell’opinione pubblica. A tutti noi il compito di imporre l’agenda dei temi affinchè non sia imposta da chi frequenta altri “territori”.

Per questo l’incontro di ieri sera ha un valore simbolico per me, perchè segna una discontinuità con il suo dialohgo diretto tra Rete ed istituzioni dalla quale non possiamo tornare indietro.

Gli adulti e Facebook: un déjà vue

Leggo su Repubblica.it l’articolo Ai genitori piace Facebook. Anche per controllare i figli e ho un déjà vue. Crescita delle iscrizioni a un social network da parte di adulti che “disturbano” il regime comunicativo della generazione Y.

Ma come, non sono cose che sapevamo? Dov’è la novità? Articoli giornalistici analoghi li ho letti in giro per la rete da almeno un paio d’anni. Anche saggi scientifici analizzano il fenomeno – si vedano i lavori di Danah Boyd.

Ma certo! Si trattava della lettura degli andamenti di MySpace fra genitori e figli negli USA.

Un meccanismo noto, quindi, per i territori digitali social che nascono con l’abitare degli indigeni gen Y per diventare poi noti grazie ai media di massa e soggetti a logiche colonizzatrici sia del mercato che della gen X. Non in modo deterministico o con catene causali necessarie, ma gli attori sono questi.

Il tentativo di colonizzazione da parte del mercato di questi territori frequentati in modo prevalente da giovani, l’attenzione crescente dei media tradizionali e, quindi, del mondo degli adulti per le forme nuove che abitano questo particolare mondo, hanno portato ad un tendenziale decremento della partecipazione da parte dei giovani che spostano i propri vissuti e le proprie capacità espressive in altri luoghi della rete più dispersivi e meno concentrati.

A fronte dell’investimento in termini di ore e capacità relazionale nel far crescere il proprio profilo in un social network, corrisponde la capacità di desertificazione degli spazi occupati verso nuovi territori. Cioè un modo di pensare lo spazio di rete e di percepirsi nello spazio di rete più come presenze narrative che come residenti stanziali di luoghi. Le ego-narrazioni sono molteplici, disperse,abbandonabili, riscrivibili… in un intreccio emotivo e di produzione di contenuti continuo.

Mentre noi (i media, il mercato, i genitori) tendiamo a dare valore a queste presenze solo localizzandole. Parliamo dei social network come di luoghi “fisici” di ritrovo, come di enclosures in cui i giovani vengono (sono auto) segregati a fronte di libertà controllate.

Il linguaggio è diverso. Non esiste campo gravitazionale, solo velocità di fuga.