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L’amicizia su Facebook non si chiede: si negozia. Il racconto del rapporto tra genitori e figli in un ambiente connesso

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La relazione tra genitori e figli è sempre complessa. Tanto più in un contesto comunicativo che vede la diffusione nella realtà quotidiana di strumenti di connessione permanente e lo sviluppo di una narrazione nei media informativi su giovani e Internet spesso suggestiva e fuorviante. Il fatto ad esempio di pensarli come “nativi digitali” porta a raccontarli come una generazione che ha come dato naturale una competenze per il digitale che noi non abbiamo, come una specie frutto di un adattamento darwiniano all’ambiente online. Il che si traduce spesso in una deresponsabilizzazione del mondo degli adulti che interviene solo quando si trova di fronte ad evidenti storture: cyberbullismo, sexting, hate speech, ecc.

Tutti concetti, tra l’altro, che trattiamo in modo a-problematico e non come fattori culturali di una relazione consistente tra online e offline che incide su un’unica vita, quella dei nostri figli (dovremmo provare a rileggere il sexting il cyberbullismo lungo i confini di una mutazione antropo-sociale, ad esempio).

Proviamo piuttosto a focalizzarci su una narrazione capace di mettere in luce come il problema sia di cultura e di consapevolezza – che non è solo come si usano gli strumenti ma il “senso” che attraverso essi costruiamo. Pensiamo allora come possiamo da genitori, insegnanti, mondo degli adulti, partecipare a costruire questa nuova narrazione.

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L’ecosistema di Facebook dopo l’acquisto di WhatsApp

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Facebook acquista WhatsApp e rafforza la sua posizione evolutiva.

Il costo è di 16 miliardi di euro a ne vanno aggiunti altri 3 per fondatori e dipendenti, come raccontato nell’annuncio nella newsroom. Meno di 1 anno fa l’acquisto di Instagram era stato fatto per 1 miliardo, che era il doppio del valore. SnapChat aveva rifiutato di farsi comprare per 3 miliardi. Era diventato strategico seguire la strada che porta i giovani fuori da Facebook e dentro sistemi di Instant Messaging.

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Facebook, l’universo e tutto quanto

Sono passati 10 anni da quando l’idea di trasformare l’almanacco annuale del college, il “faccia libro”, in un formato digitale si è realizzata.

Per noi italiani sono poco più di 5 gli anni, quando, dalla fine dell’estate del 2008, abbiamo visto crescere esponenziamente le iscrizioni e passare da utenti tutto sommato early adopter ad un pubblico generalista che ha contribuito a dare la forma che quotidianamente sperimentiamo.

Grafico vincos.it
Grafico vincos.it

In questi anni Facebook è stato per gli italiani un luogo di costruzione del nostro lessico familiare con la Rete – come ho descritto in un articolo per Panorama. Abbiamo imparato il significato di taggare, sharare, chattare … ma anche il senso di relazionarsi gli uni con gli altri in una interconnessione senza soluzione di continuità fra online e offline.

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Su Facebook il tempo è un bastardo

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Lo sappiamo bene, Facebook è un deposito per la memoria individuale e collettiva, in un intreccio che fa collassare le nostre vite attorno a quei micro eventi che diventano un repertorio dei ricordi per noi e per la piccola comunità con cui li abbiamo vissuti (gli amici, i familiari, i compagni di scuola, ecc.). E attorno a macro eventi che si stagliano nell’immaginario come punti di svolta vissuti collettivamente, che ci mettono in contatto, anche se non lo eravamo, come generazione, ad esempio. La timeline scorre dal presente al passato dei nostri post, allontanando quello che è trascorso a favore di uno shock del presente. Quello che conta è postare l’evento a cui abbiamo appena partecipato – o meglio: a cui stiamo partecipando – taggando amici; l’alba di ogni mattina o il tramonto serale, magari nella versione InstaWeather che ci dice: è ora. O postare l’evento di cui stanno parlando tutti (tutti i media, naturalmente), l’incidente di Michael Schumacher ad esempio.

Certo, a volte compaiono pensieri – più spesso sotto forma di immagine – che escono dal cassetto dei ricordi: buoni per ri-raccontarsi in un ambiente connesso; buoni per recuperare qualche like, in quell’intreccio tra nostalgia ed affettività che scatena il guardarsi mentre si viene guardati da altri (e da se stessi). E’ la riflessività, bellezza.

Ma la temporalità a cui ci socializza con lucida programmazione Facebook è, in fondo, lineare ed individuale: se vuoi andare nel tuo passato scorri verso il basso la tua timeline; se vuoi incontrare eventi collettivi del passato li devi trovare nel presente, sotto forma di eventi dell’“ora”. Celebriamo così ogni anno l’11 settembre o la strage di Bologna, riattualizzando come ricorrenza e come gioco di ridondanza.

Ma è proprio in questo ambiente, così determinato dalla dimensione del tempo, che vediamo sempre di più emergere il bisogno di neo-comunità che abbiamo, un bisogno che fa collassare tempo e spazio secondo una concezione diversa. La neo comunità si fonda nel destrutturare la linearità del tempo in un flusso di ricordi che mescolano ere e circostanze, magari legandole ad un luogo, ad un periodo di costruzione della nostra esperienza con gli altri: gli anni dell’adolescenza, ad esempio.

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Ragazze che limonano su Facebook: riflessioni a margine di un’economia della celebrità

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La storia è semplice, esemplificativa di tante storie, di quelle che capitano agli adolescenti oggi. Storie che rimangono talvolta in astratto, lette su pagine di giornale che possono titolare “Ragazze che limonano su Facebook”. Che hanno la concretezza di essere però storie vicine a noi, alle esperienze che facciamo e che se approfondiamo con minore distacco diventano le storie di figli che abbiamo o che avremo, di nipoti e cugini, di quegli adolescenti che vivono le loro vite connesse. E lo fanno in una società che ha determinate attese su di loro, economiche e culturali. Questa è la storia non solo di due ragazze ma della società che sta attorno a loro, fatta di altri ragazzi e di genitori, di educatori e conoscenti; ma anche di politica ed istituzioni, di media ed imprese che hanno costruito un terreno culturale e politico in cui gli adolescenti sono chiamati a vivere. Ve la racconto per come mi è stata raccontata ma distorcendo particolari, perché quello che interessa è che questa storia è una nostra Storia.

Due ragazzine di dodici anni si ritrovano il sabato sera a casa di un amico e si fanno riprendere da lui con il cellulare in primo piano mentre per un minuto si sono date un bacio intenso e profondo. Un video da condividere subito attraverso WhatsApp ai diversi gruppi cui appartengono, che ha portato in brevissimo ad uno sharing selvaggio negli schermi di adolescenti amici ed amici di amici, di quell’età, più grandi e più piccoli, nel sistema di reti scolastico-amicali-di tempo libero che ognuno di loro ha.

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Oggi com’è andata su Facebook?

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Non sono nativi digitali come li pensiamo. Il fatto che siano stati avvolti da tecnologie di comunicazione e connessione fin da quando erano più piccoli non li ha resi più consapevoli di come abitare un ambiente in cui il mondo materiale è compenetrato dalla realtà del digitale.

E ha ragione Massimo quando dice che i nostri figli

non sono “competenti digitali”: utilizzano strumenti con grande velocità e abilità ma lo fanno, nella maggioranza dei casi, dentro un loro sostanziale analfabetismo che riguarda le prassi e l’etica digitale.

Lo vedi nei loro occhi e lo senti nella loro voce quando ti confronti con loro su come abitano la Rete. Mi è capitato di passare un po’ di tempo con le classi terze di una scuola media e discutere con ragazzi di 13 e 14 anni di come le loro giornate siano riempite da contenuti e relazioni gestite attraverso un cellulare e da social network che si attivano fra le loro dita con persistenza. Non ci possiamo più chiedere “quanto tempo stanno su Facebook?” avendo in mente la televisione e il loro sedersi davanti ad uno schermo acceso. Facebook è l’insieme di notifiche, status, like, commenti, foto caricate… che si infila negli interstizi di tempo dello studio e dell’intrattenimento, della loro vita, con un’inesorabile continuità. È tanto normale e quotidiano quanto pensato come un campo naturale, e quindi meno soggetto ad una riflessione consapevole. E basta portarli a guardare a se stessi mentre abitano la Rete per vedere scattare qualcosa.

Mentre siamo lì in classe e parliamo di controllo dei propri dati il prof. di italiano chiede a bruciapelo ad una ragazza in seconda fila: “Anna (nome di fantasia) come mai ieri pomeriggio hai passato tutto il tempo su Facebook invece di studiare? Che gli esami si avvicinano”. Anna lo guarda stupita ed un po’ inquieta: “… come lo sa prof.?”

Il prof. non ha l’amicizia della ragazza, ha una policy molto rigida che ha spiegato ai suoi alunni: quando non sarete più miei allievi, dopo l’esame, allora posso anche prendere in considerazione le richieste di amicizia su Facebook. Eppure ieri, mentre guardava la propria timeline ha visto apparire una sequenza di foto caricate da Anna. È bastato che fossero aperte alla visione degli amici degli amici perché anche lui le potesse vedere, vedesse quante ne ha caricate e quanto. Niente di che, se non fosse per il fatto che Anna non avrebbe mai immaginato che potesse vederle anche il suo prof., che potesse giudicare il suo impegno nello studio da quello, che diventasse un argomento di cui discutere in classe…

Consapevolezza. Essere nativi nell’uso non significa capire le implicazioni fino in fondo, cogliere sempre il senso delle cose e della trasformazione che stiamo vivendo.

E mostrandogli video su quanto siano sovraesposti, parlandogli delle storie di Jessi e di Margarite, discutendo di privacy come dovere e di etica dello stare online emergono i loro esempi, i loro racconti, le loro ansie.  Come quando ti sei loggato a casa di un amico e hai chiuso poi il browser senza fare log out e rientrando lui ha scritto qualcosa fingendosi te e questa cosa ha attirato l’ilarità di molti compagni mettendoti in imbarazzo per un po’. O come quella foto a seno nudo di una ragazza inviata per ridere sul cellulare ad un’amica che è finita su Facebook e condivisa più e più volte, con l’effetto che era come se fosse andata nuda nelle stanze di ogni ragazzo della scuola. O come quel ragazzo che diffonde video particolarmente scemi e che gli altri incoraggiano con like, commenti e condivisioni, per poi prenderlo in giro e che non sappiamo quale sia il confine tra sentirsi una micro celebrità e scoprirsi una mattina come lo sfigato della città e come potrà reagire.

E li senti parlare e chiedere, commentare e confrontarsi e fermarsi in profondi silenzi ad ascoltare le storie che tu gli racconti sulle opportunità ed i rischi dell’abitare la Rete.

E la loro inquietudine è la stessa dei loro genitori, che sono stati cresciuti nei confini di una cultura della comunicazione diversa e si sono scontrati con l’alfabetizzazione ad una realtà interconnessa contornata da un racconto fatto di utopie su Internet e scenari inquietanti di controllo, manipolazione, violenza. Un racconto lasciato spesso nelle mani dei media, un racconto che finisce per essere ascoltato in un programma televisivo o letto in un giornale. Sufficientemente perturbante ma lontano dalla nostra vita quotidiana. Sarà per questo che sono venuti in molti nella serata che la scuola media mi ha chiesto di dedicare ai genitori dei ragazzi che incontravo la mattina. Alcuni sono stati sollecitati dei loro figli: “Sa oggi a pranzo mia figlia mi ha detto: mamma bisogna che ci vai, che così quando torni possiamo poi parlarne, che capisci cosa vuol dire per me usare Facebook e io ho capito delle cose che ti preoccupano”.

Questo nostro abitare la Rete deve diventare un argomento quotidiano di conversazione, una normalità che va però messa a tema. Chiediamo spesso ai nostri figli “Oggi com’è andata a scuola?” ma mai “Oggi com’è andata su Facebook?”. E ci sembra sia una domanda anche molto stupida da fare. Ma il senso del cambiamento sta tutto qui, nella capacità che avremo di fare diventare l’educazione alla vita online un tema delle nostre conversazioni famigliari e nelle nostre scuole.

Per questo sono grato a quella scuola media di aver pensato che avesse senso far diventare tutto questo un tassello, anche se piccolo ed episodico, del loro percorso.

Pubblico/privato nei social network: appuntamento al MIT8

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Media in Transition è una conferenza biennale organizzata dal Comparative Media Studies – MIT di Boston che racconta la trasformazione in atto attraverso lo sguardo su tecnologie e forme sociali da oltre dieci anni.

Il tema di quest’anno al MIT8 è la distinzione e il racconto della relazione public media/private media, in un’epoca in cui gli stati di connessione ridefiniscono e sfumano il confine.

Noi presentiamo un panel a partire dalla ricerca PRIN in corso su Social Network Studies Italia dal titolo “Public / Private in Transition: SNSs in National Contexts” in cui abbiamo coinvolto diversi colleghi per capire come diverse comunità nazionali ridefiniscano il confine tra pubblico e privato nei siti di social network. Si tratta infatti di spazi online che sfumano l’opposizione dicotomica tra pubblico e privato, ed aprono la strada ad una nuova semantica che si fonda sulle concrete pratiche degli utenti che costruiscono e ricostruiscono il confine a partire dalle possibilità che le piattaforme mettono a disposizione e dalle forme culturali che creano.

Gli utenti usano strategicamente la distinzione pubblico/privato nei social network per modellare una narrazione pubblica di sé e cercheremo di capire in che modo i diversi contesti socio-culturali incidano.

 

Di seguito gli abstract che discuteremo:

Facebook and Intimacy in the Facebook Italian Users, Giovanni Boccia Artieri, Manolo Farci, Fabio Giglietto, Luca Rossi
In Italy, social media have already reached 28 millions of users, 51.2% of the population, with an increase of the 5.1% over the last year. This paper investigates how the practices of friendship on Facebook offers new meanings to the notion of intimacy – overlapping the boundaries between family, love, colleagues or peer group – and reshape the distinction between private and public community (Lange 2007, boyd Ellison 2007, boyd 2008). The research project employs a mixed method that combines an integrated quali-quantitative analysis. The qualitative phase – the first at this scale in Italy – is based on more than 120 in-depth interviews made in the Italian national territory. The quantitative phase is based on an ad hoc developed software tool aimed at collecting social information from a SNS and storing them into a large social database. This approach enables researchers to merge a large amount of data extracted from the database with the qualitative hypothesis obtained from the interviews.

From Networks of Affiliation to Ad Hoc Publics: Mapping the Australian Twittersphere, Jean Burgess and Axel Bruns
This paper maps networks of affiliation and interest in the Australian Twittersphere and explores their structural relationships to a range of issues-based ad hoc publics (Bruns, Burgess 2011). Using custom network crawling technology, we have conducted a snowball crawl of Twitter accounts operated by Australian users to identify more than one million users and their follower / followee relationships, and have mapped their interconnections. In itself, the map provides an overview of the major clusters of densely interlinked users, largely cenetred on shared topics of interest (from politics through parenting to arts and sport) and/or socio-demographic factors (geographic origins, age groups). Our map of the Twittersphere is the first of its kind for the Australian part of the global Twitter network, and also provides a first independent and scholarly estimation of the size of the total Australian Twitter population. In combination with our investigation of participation patterns in specific thematic hashtags, the map also enables us to examine which areas of the underlying follower / followee network are activated in the discussion of specific current topics – allowing new insights into the extent to which particular topics and issues are of interest to specialized niches or to the Australian public more broadly. Finally, we investigate the circulation of links to the articles published by a number of major Australian news organizations across the network.

Tweets in the Limelight: Contested Publicness around the Use of Twitter in South Korea, Yenn Lee
What is happening on Twitter has been significantly reported in South Korean mass media. In the course of year 2012 alone, 49,257 news articles contained the word “Twitter” and 1,696 out of them were headlined with the word. Based on an analysis of those 1,696 articles, the present study discusses what kind of tweets have been picked up by the mass media in the country and what kind of culture-specific discourses have been constructed and promoted around them. This discussion is carried out through the theoretical framework of “newsworthiness,” first put forward by Galtung and Ruge (1965) and subsequently revisited by many other media scholars such as Harcup and O’Neill (2001). By examining in what process an individual tweet becomes “news,” with a focus on three most high-profile cases (i.e. a celebrity authoress’ rants, alleged bullying within a girl group, and leak of a teenage girl singer’s dating photo), this study aims to shed light on the specific media context where global social networking services such as Twitter are placed and intersect with local mass media.

Like, Share, Comment: Facework and Facebook in Brazil, Raquel Recuero
With more than 60 million users, Brazilians are now the second largest population on Facebook. Because Facebook is now part of the everyday life of hundreds of thousand Brazilians, it is creating new challenges for people in the management of their discursive identities and faces among their different social circles. In this context, this paper focuses on how Brazilian are appropriating Facebook tools for face work (Goffman, 1967), to convey their roles in different social networks (such as family, friends, co-workers and etc.) (Goffman, 1974) and create and share social capital (Lin, 2001). We also discuss how users shape their discourses in order to adequate their identities to each online
group’s expectations and how aggressive discourse and collapsed contexts (boyd, 2008; Davies, 2011) play a role in their choices. Through a qualitative approach we bring data from observation, 40 interviews and a survey with 500 people to point and discuss these strategies, we particularly focus on four Facebook tools: profile, comments, likes and shares. Our main findings focus on the different uses of each tool for face work, the creation of different profiles for different publics, the implications of collapsed context and aggressive discourses in user’s choices of participation and the shift in privacy perceptions. We also discuss how the perception of different types of social capital play a key role in Facebook’s appropriation and adoption in the country.

Being Aware of One’s Imagined Audience: Privacy Strategies of Estonian Teens, Andra Siibak and Egle Oolo
Previous studies (Siibak & Murumaa 2011; Jensen 2010) indicate that young people are not only often unaware of the omnopticon of social media, but many of the teens have not yet grasped the idea that our interactions on online platforms tend to be public-by-default and private-through-effort (boyd & Marwick 2011). Nevertheless, only a small number of studies so far (Oolo & Siibak, forthcoming 2013; Davis & James 2012; boyd & Marwick 2011; Siibak & Murumaa 2011) have aimed to gather knowledge about more complex strategies, e.g. social steganography, teens implement to protect their privacy.
The presentation will give an overview of the perceptions the 13-16 year old Estonian teens (N=15) have about the imagined audience in networked publics. Based on the findings of semi-structured interviews with the young we also highlight the main privacy strategies Estonian teens implement in order to manage their extended audience. Our results challenge widespread assumptions that the young do not care about privacy and are not engaged in navigating privacy in social media. Although several of our interviewees confessed that they only kept the members of the “ideal audience” (Marwick & boyd 2010), i.e. close friends and schoolmates, in mind while publishing posts, others claimed implement strategic information sharing, self-censorship and social steganography when performing for one’s imagined audience. The latter technique was practiced especially on the public sections of social media where with the help of inside jokes, keywords and citations from movies, games, songs, or poems or a secret message was compiled.