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Hackerare la politica

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Sono stati violati gli account Twitter della senatrice Paola Taverna (@PDedde) del MoVimento 5 Stelle e della parlamentare Alessandra Moretti (@ale_moretti) del Partito Democratico che hanno cominciato uno scambio a colpi di insulti volgari e a sfondo sessuale che coinvolgono nelle citazioni anche altri parlamentari e la Presidente della Camera.

hate speech fake

Il fake si diffonde tra retweet e apprezzamenti “stellinati” di ogni tweet, tra incredulità e svelamento dell’operazione di hackeraggio.

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Il senso della Rete per la politica: le prime elezioni italiane che scorrono online

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Politica al tempo di elezioni. Questa è stata la prima tornata elettorale che avrebbe dovuto vedere un protagonismo della Rete. Avrebbe, appunto.

Riconosco il valore dell’engagement online, dei tentativi di parlare in modo disintermediato con i propri elettori. Anche se dovremmo prima o poi però riflettere se una conversazione unidirezionale fra lo staff di un politico e i suoi follower sia disintermediazione e in quali modi.

Ma pur stando attenti ai diversi tentativi d’uso del web ed in particolare dei social network ed in particolarissimo di Twitter da parte delle forze politiche, mi sembra che le novità di una campagna elettorale in epoca di connessione stia da un’altra parte. Provo ad elencarla in 4 punti.

1. Ad esempio nella social television. La forza di una comunicazione politica che è cresciuta tra personalizzazione e presenza televisiva ha trovato un acceleratore nella pratica del doppio schermo. Se analizziamo la mole di conversazioni prodotte online attorno alla campagna elettorale troviamo nelle serate dei dibattiti tv, nella giornata successiva e negli #hashtag correlati l’acceleratore delle issue della campagna elettorale. O meglio, i temi dei programmi elettorali sono restati in ombra a fronte delle politics e delle polarizzazioni da fandom sui candidati,  se si fa eccezione del tema fiscale che viene però scatenato da un coup de théâtre mediale di Silvio Berlusconi che detta l’agenda con il rimborso dell’IMU e le trovate correlate. La cultura tv centrica della politica italiana e la sua natura pop ha trovato nei social network, come luogo dell’intrattenimento informativo degli italiani, un ambiente adatto per radicarsi.

Un driver per questa cultura sono state sia le testate televisive presenti online, che hanno sviluppato nell’ultimo anno strategie di engagement dei pubblici connessi (proponendo #hashtag, alimentando conversazioni, lanciano durante la puntata e la settimana sintesi e domande al “pubblico”) che le testate giornalistiche, che seguono eventi della politica tv facendone un centro di visibilità per la loro presenza online (con giornalisti che twittano da account ufficiale della testata e rilanciano alle loro reti).

2. Ad esempio nella sopravvalutazione di Twitter. La presenza di giornalisti e testate, una certa spocchia elitaria da influencer, ha fatto sì che molta attenzione mediale e dei politici si sia concentrata su Twitter come luogo di iper attenzione non corrispondente alla numerosità di italiani che lì si informano e partecipano. Eppure l’attenzione per il wow di Monti da parte della Rete e dei media mainstream è un indicatore di come i social network siano stati interpretati come luogo di visibilità off line.

Avremmo dovuto invece  guardare anche Facebook e quell’engagement che siti e blog hanno stimolato online, tra post e commenti, tra discussioni e crescita di attenzione per i partiti.

Avremmo dovuto analizzare l’influenza del web analizzando followers, retweet e people talking abouts normalizzando il dato e non leggendo il dato assoluto.

talking abouts line

Avremmo scoperto così, ad esempio per Facebook, il rapporto tra investimento pubblicitario dei partiti e reale efficacia nell’engagement. Non solo Grillo ma anche Ingroia, quindi, ad esempio. E la sensazione netta che solo il Movimento 5 Stelle è cresciuto fino all’ultimo momento.

3. Ad esempio nella mutazione della percezione pubblica del senso del silenzio elettorale e della sospensione pubblica di informazione sui sondaggi. Abbiamo visto emergere nei social network sondaggi, più o meno camuffati da corse clandestine di cavalli o da previsioni di voto del concalve o esplicitamente postati online da chi ha contatti con gli istituti di ricerca, o più banalmente, con i partiti politici. E sul silenzio elettorale abbiamo visto emergere dalla sidebar Facebook pubblicità di partiti e su Twitter sono emersi retweet dei politici durante le ore di silenzio.

sidebar FB

La norma nicchia a fronte della mutazione che gli stati di connessione propongono. E anche il divieto di fotografare la propria scelta elettorale nel seggio, misura cautelare per il voto di scambio, è stato infranto da una realtà instagrammata e pubblicata. Dovremo confrontarci con l’emergere di pratiche e di possibilità che scavalcano la mediazione di attori istituzionali come i media mainstream; e non fingere che la circolazione dell’informazione sia controllabile secondo logiche ad imbuto.

4. Ad esempio nella stretta relazione fra Rete e piazza. Il senso di meraviglia per quelle piazze piene per i comizi elettorali – non solo di Grillo – andrebbe analizzato in omologia ai linguaggi comunitari e di appartenenza che il web sociale ha intercettato e sospinto. La sfera pubblica in un contesto culturale caratterizzato dalle possibilità dischiuse dalla Rete si orienta non più solo agli strumenti di comunicazione (come tradizionalmente con la stampa e la televisione) ma anche alle concrete pratiche di produzione della comunicazione rese disponibili ed accessibili dai nuovi strumenti del comunicare da parte di attori sociali anche non istituzionali ed estranei al mercato.

Sono le conversazioni dal basso che prendono voce, che si integrano con le forme delle comunicazioni di massa, che generano connessioni nuove e problematiche anche con gli attori istituzionali, come ha sperimentato la politica con il M5S .

Questa realtà non ha più quindi la funzione principale di rappresentare i temi della società ma di irritare i media, la comunicazione politica e, in definitiva la società, a partire dai micro-vissuti connessi e dalle nuove pratiche che si sviluppano, da micro-narrazioni nella potenzialità della loro aggregazione (volontaristica, ad esempio attraverso #hashtag). Questa funzione irritativa risponde in parte quindi anche alle critiche di scollamento fra momento di partecipazione online ed assenza di progetto, come se vivessimo un costante scollamento fra momento comunicativo e prassi, fra l’agire online e l’andare in piazza. D’altra parte sempre di più oggi la vita autonoma sembra manifestarsi come etica senza progetto:

forse è questo il piano su cui riconoscersi: un piano privo di progetto, privo di trascendenza, privo di futuro, in cui l’azione politica consiste essenzialmente nel contagio, nella comunicazione della vita etica [cioè] la singolarità e insieme l’esemplarità di esperienze comunicabili di vita sensibile, scrive Bifo.

Quelle esperienze di vita sensibile capaci di relazionare, nella connessione, il piano della singolarità con quello collettivo, come pura emergenza. Capaci di produrre contenuti che possono diventare issue per la politica o tenere sveglio il sistema della politica per irritazioni continuative, così come cadere nell’irrilevanza.

Scrive Hassanpour:

tutti i post su Twitter, i testi e post sul wall di Facebook, sono formidabili per organizzare e diffondere un messaggio di protesta, ma possono anche diffondere un messaggio di cautela, di soprassedere, di confusione o di io non ho tempo per tutta questa politica, hai visto cosa indossa Lady gaga?

La sfida è quindi quella di capire se e come questa modalità di produrre ed abitare “dal basso” (grassroots) la sfera pubblica si stia relazionando alla sfera politica tradizionale. Non si tratta, quindi, di presupporre un potenziale rivoluzionario di Internet o un adattamento delle possibilità della Rete allo stato delle cose, di seguire piste utopiche o conservatrici, ma di trattare operativamente la funzione di irritazione che vengono prodotte nella sfera politica.

(Super) Partiti con super problemi

Il confronto televisivo per le primarie del PD viene lanciato con questa immagine nel sito del Partito, trasformato per l’occasione in un albo Marvel.

Un alieno che spazia nel cosmo pieno di malinconia e solitudine, una donna invisibile, un giovane irruento che si infiamma con niente, un testone di roccia complessato da suo essere inumano, un cervellone che dice paroloni incomprensibili  e che porta, inevitabilmente spesso nei guai i suoi compagni e l’umanità…

L’immaginario Marvel al servizio delle primarie del PD richiama metaforicamente un cataclisma in arrivo (Galactus????) e il lato super problemi dei super eroi. E’ questa l’immagine che si vuole dare? E’ un modo di giocare con i propri pubblici/elettori? Siamo sicuri che sia un modo efficace?

La risposta del PD corre sulla Rete:

E la responsabile dell’operazione Tiziana Ragni dichiara a Panorama:

Mi auguro che gli elettori abbiano quel minimo di senso dell’ironia per capire che non volevamo ridicolizzare nessuno e che la leggerezza non è superficialità.

Ma le primarie di centrosinistra per scegliere il candidato premier alle prossime elezioni non sono una cosa troppo seria per scherzarci su?

Certo che lo sono, ma rivendico questa scelta. Può piacere o non piacere, ma credo che nell’epoca del 2.0 il tempo per colpire l’attenzione dei naviganti in rete è minimo e quindi bisogna fare delle scelte, io ho fatto quella dell’ironia. Ognuno di noi ha un senso dell’umorismo più o meno alto, ma non credo che nessuno dei cinque candidati possa sentirsi offeso.

Glielo avete chiesto?

No assolutamente, quelle che fa il sito sono scelte giornalistiche e non politiche.

Ma è’ inevitabile che lungo le timeline di Facebook e #hashtag di twitter si moltiplichino perplessità e ironia. Come @evilarma che propone – seguendo la metafora – la marveltrasformazione di Beppe Grillo:

 

Update

Il commento di Matteo Renzi

Big Bang Leopolda: pensavo fosse un wiki invece era un folder.

Ecco, alla fine il prodotto dell’incontro alla Stazione Leopolda organizzato da un gruppo capitanato da Matteo Renzi si è tradotto in un documento che contiene 100 proposte.

Alcune veloci riflessioni.

Un primo punto per me è: ci basta che il progetto WikiPD si trasformi un una sorta di folder 1.0, in un manifesto PDF in 100 punti stile Cluetrain disorganico senza avere luogo di discussione?

Sarò per questo che alcuni propongono dal basso forme alternative come un un wikitweet per #Leopolda che possa aggregare contenuti. Al momento ci sono solo sfoghi personali ma il senso è: serve qualcosa d’altro capace di allargare la discussione perché quello è un documento scritto non prodotto collettivamente né discusso.

Un secondo punto è: 100 punti così, costruiti in modo necessariamente sintetico e suggestivo, adatti a tutte le pance e a tutte le teste, costituiscono una base “incomunicabile” di discussione senza piattaforma per farlo. Se guardate dentro trovate un mix tra proposte concrete e il mood che ha mosso le giornate alla Leopolda. Ma senza un’organizzazione tematica, la possibilità di sintesi efficace e comunicabile, ecc. sembra essere di difficile digestione. Perché non taggare le 100 proposte rendendole ricercabili per combinazioni tematiche? In pratica: è possibile anche tenere assieme una molteplicità di piani ma serve un principio di superficie (sintesi ed efficacia) ed uno di profondità (possibilità di approfondire e di mettere a tema) che aiuti.

Un terzo punto è squisitamente di contenuto. Non entro nel merito qui sul difficile equilibrio che il documento presenta tra logiche di mercato e salvaguardia del pubblico (vedi ad esempio il punto 31 “Mettere in competizione il pubblico con il pubblico”). Resta poi il fatto che i nodi critici vengono lasciati da parte (procreazione assistita, sperimentazione con staminali, coppie gay, eccetera): non è il momento di dividere ma di aggregare, capisco.

Aspetto comunque gli sviluppi, perché credo che una discussione sia meglio di nessuna discussione. Perché, come ha scritto Civati, dobbiamo “costruire una politica basata sul confronto, non sulla banalizzazione dell’avversario. Sul rispetto degli altri, delle cose che dicono e dell’impatto che hanno”. Cadere nell’auto berlusconismo è facile.

Ho visto online in questi giorni accendersi molta passione nel cercare un territorio per il confronto, nell’avere bisogno di produrre idee e non solo discorsi critici senza proposte. Ecco, questo “entusiasmo” mi piacerebbe non si perdesse.

#occupypd

In cerca di un lessico nuovo. Avere le parole giuste permette di organizzarsi e dare un “senso” alle cose che si fanno spinti dall’entusiasmo del cambiamento, dalla necessità di distaccarsi da quanto è avvenuto prima. Credo sia questo uno dei principali obiettivi della convention “Big Bang” alla stazione Leopolda di Firenze. Per questo Matteo Renzi cerca subito di dare un nome alle cose: “il Pd deve essere un partito aperto, una sorta di WikiPd”. WikiPd richiama un’idea di organizzazione eterarchica ed orizzontale che si ispira alle utopie di un web ugualitario con partecipazione diffusa, ignorando un po’ che la legge di Pareto 80/20 aleggia continuamente sulle nostre netizen teste.

Sì, è vero, il clima rilassato e conversazionale che la convention ha è teso a fare emergere idee e progetti che poi andranno riassunti ed organizzati in modo organico. Quindi una forma Wiki che sarà necessariamente etero-prodotta: le persone parlano e scrivono ma qualcuno poi dovrà prendersi la briga di organizzare le idee, anche in un Wiki sul web, magari per poi metterle a disposizione per un dibattito aperto online.

Ma forse il “senso” di un incontro come quello di questi giorni è stato meglio sintetizzato non alla Leopolda ma dentro il web, in una di quelle faticose “conversazioni” asincrone che si sviluppano su Twitter attorno ad un hashtag. Ieri sera era #leopolda.

Seguendo la diretta sul web e commentando Falce73 ha proposto un fulminante nuovo hashtag che rappresenta al meglio il mood di quello che sta accadendo: #OccupyPD.

Dentro c’è un po’ tutto. La volontà di partecipazione ed allargamento, quella di presidiare il mutamento nei luoghi singoli, di farsi realtà diffusa, sparsa, spreadable. Come ho già scritto non è più tempo delle Grandi Piazze, la voce emerge quando diventa rumore diffuso di fondo.

Come ha scritto Civati, cogliendo il senso profondo che ci può essere in un contenuto buzz prodotto dal basso:

Qualche giorno fa avevo parlato di Opa (democratica!) sul Pd. Falce73 su Twitter trova la chiave: è #occupyPD. Lo trovo geniale. Occupiamo il Pd. ‘Costringiamolo’ ad avere coraggio, a cambiare il Paese. Facciamolo, al di là dei politicismi, delle alleanze, dei posizionamenti.

Il dibattito in Rete si accende (basta seguiate lo Storify di Tigella che riprende i Tweet): non basta diventare trending topics (ebbene sì, in pocchissimo #occupypd lo era) cosa fare concretamente?

Giusto. Perfetto. Benissimo. Intanto la capacità di denominare questo momento mi sembra comunque importante per dare “senso” alle cose che verranno.

La reginetta del ballo

Non posso farci niente. Una certa tristezza mi prende quando vedo una comunicazione come questa.

Mortificazione del femminile in una logica da pubblico delle comunicazioni di massa.

La Reginetta del ballo (la Repubblica, il PD?) che, alla sua età, si emoziona come un’adolescente in un contesto da teatro di posa della televisione, ingioiellata nella sua parure borghese e con un fascio di rose rosse tenute su dal braccio sinistro. Unico riferimento a qualcosa di rosso e di sinistra, richiamo simbolico ad un contesto della tradizione, la Festa dell’Unità, che ha perduto anche il suo nome unitario in un moltiplicarsi territoriale di Feste con diverse declinazioni “democratiche”.

Il giorno dopo via la coroncina, che la usa la nipotina per fare la Principessa a Carnevale, le rose in un vaso di cristallo (?) preso con i punti della COOP, il vestitino nell’armadio che aspetta sabato quando l’Armando mi porta a ballare il liscio e i gioielli restituiti all’avvocato del piano di sopra che è così gentile che quando le faccio le pulizie mi compra sempre i prodotti meno tossici.