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Una Social Media Revolution (inavvertita)

Quella dei social media è una rivoluzione inavvertita, fatta di micro mutamenti nei comportamenti sociali che portano talvolta a deflagrazioni che improvvisamente diventano evidenti. Da cittadini, consumatori, pubblici abbiamo imparato a guardarci attraverso il racconto che viene fatto di noi da politica, mercato e media. Poi abbiamo imparato a costruire racconti in cui ci rappresentiamo in modi dispersi ed aggregati e a confrontare questi racconti con l’altro racconto. Nell’intreccio tra online e off line, tra comunicazioni di massa ed interpersonali, si producono non tanto una serie di scosse per il nostro sistema nervoso centrale dell’umanità ma le condizioni ambientali per una mutazione socio-antropologica.

Erik Qualman ha realizzato una versione aggiornata del video sulla Social Media Revolution che sintetizza per piccoli e grandi tipping point il cambiamento in atto.

Potete rileggervi qui le affermazioni che trovate nel video e così riflettere ad esempio sul fatto che cercheremo sempre meno noi direttamente prodotti e servizi perché saranno loro a trovarci sui social media o che il 90% dei consumatori crede nel consiglio degli altri consumatori o, ancora, che 1 coppia su 5 si incontra online (3 su 5 se è una coppia gay).

Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Quando l’agenda si costruisce dal basso: con lo squer

L’ecosistema informativo in cui siamo oggi immersi miscela sempre di più i percorsi delle news con i meccanismi di connessione con i friend online e con i luoghi di selezione sul web, come ho già raccontato.

Il problema diventa allora distinguere ciò di cui si parla con l’inevitabile rumore di fondo e trovare modi di condividere quei contenuti interessanti che possono arrivare secondo percorsi selettivi dotati di senso, facendoli diventare un’occasione per costruire conversazioni e relazioni. Informarsi attraverso i social network richiede oggi di essersi costruiti accuratamente una propria timeline e di sapere usare le scorciatoie sociali e quelle pratiche che consentono all’informazione di emergere. Oppure affidarsi a portali professionali che filtrano in modi e forme tradizionali le news escludendo il valore sociale (e relazionale) che potrebbero avere quando diventano contenuti attorno a cui si possono aggregare i nostri “amici” ed i loro commenti.

Così ci districhiamo fra timeline pubbliche con improbabili video (e non solo i lolcat), news che scompaiono dietro foto e status personali. Oppure arranchiamo nel ricercare informazioni e conversazioni usando gli #hashtag, una di quelle pratiche che gli utenti hanno ideato per mettere in connessione un tema, ma che non così spesso sappiamo utilizzare. Basta che osserviate come durante il #terremoto molti ringraziavano quelle (micro)celebrity che li informavano grazie ai retweet, forti di una micro competenza che la massa di utenti ancora non ha nell’usare la propria timeline su Twitter come una sorta di canale televisivo unico.

Per questi motivi mi sembra che la piattaforma informativa squer.it, tutta italiana, che ha da pochissimo fatto la sua comparsa, abbia tutte le potenzialità per rispondere ai bisogni di chi oggi è un news consumer online. Perché rilancia in tempo reale le conversazioni che online vengono fatte, organizzandole sotto aree tematiche generali e specifiche (provate a seguire Euro 2012 o London 2012) e consente di organizzare la propria vision delle news anche per “popolarità” e “squerability”.

Lo squer, come possiamo leggere nelle FAQ, è il “mattoncino” su cui un contenuto viene organizzato:

Lo squer è il frammento minimo di informazione nell’ecosistema, il contenuto da esplorare.
È dinamico e connesso, tramite i nostri algoritmi, con le conversazioni di tutti online.
Non solo cambia il suo valore e la sua posizione nel tempo, a seconda della popolarità del tema, dell’interazione, della freschezza e della diffusione sui Social Media, ma è la tessera di un mosaico in grado di restituire un’immagine diversa dell’ecosistema informativo in ogni momento.

 

Oltre ad avere potuto partecipare alla fase di testing, giocando con gli squer e le organizzazioni della “cura” delle news, ho approfondito con Luca Alagna, che è una delle menti dietro al progetto, il senso di una piattaforma che racconta “di cosa stiamo parlando online?”.

Puoi leggere la chiacchierata con Luca su Techeconomy.

Aspettando il Piazzale Loreto di Bin Laden

Oggi abbiamo imparato che a fronte di un’istantaneità nella comunicazione di news la Rete funziona con potere deflagrante, soddisfa l’appetito dei palati degli utenti sull’informazione anche a rischio della precisione, mentre i media tradizionali, alludono non dicendo, aspettano comunicazioni “più” ufficiali. Come dice bene David Armano:

Television was not immediate enough and too conservative when it came to getting information first hand—I was looking to Twitter for the “scoop” and television to eventually confirm it.

E che lo scoop stia in Rete ce lo conferma anche il Times:

According to the Times, the first scoop didn’t come from that paper, the Washington Post, ABC News or any other news organization. Keith Urbahn, once chief of staff for former defense secretary Donald Rumsfeld, was credited for the Twitter scoop when he posted this note: “So I’m told by a reputable person they have killed Osama Bin Laden. Hot damn.”

E abbiamo anche imparato che spesso i media mainstream si fanno prendere la mano e che la Rete funziona da meccanismo di controllo e svelamento, come è accaduto per le prime foto che hanno girato del volto martoriato di Bin Laden e che sono considerate un falso:

Ma quell’immagine che avrebbe voluto confermare “visivamente” l’uccisione del leader di Al Qaeda, non sarebbe vera. “Si tratta – scrive Peace Reporter sul suo sito 1, mostrando anche la foto – di un’immagine evidentemente elaborata con un programma di editing. L’immagine è stata ripresa dal sito ‘unconfirmedsources’. Il nome del file, peraltro, 20060923-torturedosama.jpg, dovrebbe bastare a chiarire l’equivoco: si tratta di una foto del 23 settembre 2006 il cui nome è ‘Osama torturato’.

Perché quando abbiamo a che fare con vicende come questa il corpo morto del leader va esposto. La sua traccia visiva è una testimonianza che va oltre ogni parola, ogni tweet o status update, anche di quelli ufficiali della Casa Bianca o dei tanti media che oggi hanno riportato la news. Un corpo gettato in mare non sarà sufficiente e, probabilmente, nemmeno la documentazione scientifica sul DNA prelevato dal cadavere: siamo cresciuti a X-Files e conosciamo la teoria del complotto e le possibilità di manipolazione. Così quel volto, che conosciamo molto bene attraverso la sua immagine, continuerà a vivere nel circuito mediale nell’impossibilità di sovrapporsi al volto morto.

Il corpo mediale del leader, quindi, continua a sopravvivere e a rappresentare politicamente la sua comunità.