Archivi tag: Vincenzo Cosenza

Da Big Data derivano grandi responsabilità. Come l’analisi dei social network deve diventare adulta

bigdata

Prendete le primarie del centrosinistra e il faro puntato con continuità sui siti di social network ad osservare gli umori degli elettori tra Facebook e Twitter. Faro puntato dai media generalisti e dalla Rete. E sotto il cono di luce abbiamo imparato delle cose.

Abbiamo imparato che le conversazioni sulla politica all’interno di Twitter sono alimentate dalle pratiche di social television: il confronto su SkYTG24 è stato punteggiato da un crescere di conversazioni sull’hashtag #csxfactor. Hashtag che si è imposto emergendo da una scelta degli utenti del social network “contro” l’hashtag ufficiale proposto dalla rete, #ilconfrontoskytg24: colpa di Europa (complice @nomfup). E che si è posizionato tra gli hashtag mondiali.

Abbiamo imparato ad osservare il livello di engagement che i politici riescono a suscitare attorno ai social media, descriverne e misurarne la natura quantitativa.

E abbiamo imparato che è possibile fare analisi dettagliate dando conto di top posters ed impression. E riconoscere la capacità dei media mainstream di entrare e far parte della big conversation.

Bene. Quindi? Voglio dire: qual è il senso di questa nostra attenzione per i social network come luogo di messa in visibilità dell’opinione pubblica?

Stiamo abituandoci a considerare ciò che avviene nella parte sociale del web come parte costitutiva del nostro pensare agli accadimenti del mondo. Lo abbiamo fatto quando i blog erano hype e il giudizio della blogosfera serviva da meta commento di quello che accadeva in un dibattito televisivo di politici. Lo facciamo oggi con i social media, in particolare Twitter, per la maggiore semplicità di raccolta di dati rispetto ad esempio a Facebook e per la coolness che i flussi di tweet che si inanellano dietro un hashtag esercitano su giornalisti ed analisti. Lo dico senza giudizio morale – anche io faccio parte di una di queste due schiere – solo per sottolineare che dobbiamo cominciare a tradurre in termini di “senso” l’analisi che facciamo in modo da superare ogni approccio meramente descrittivo e che rischi di essere auto-referenziale. Soprattutto perché oggi siamo di fronte alla possibilità di reperire e trattare grandi quantità di dati. Siamo in un’epoca di Big Data. E da Big Data derivano grandi responsabilità. È venuto il momento di tentare di trovare l’approccio giusto, magari meno suggestivo ed estemporaneo, che sappia guidarci in termini interpretativi e predittivi.

Intanto va chiarito che la possibilità di fare ricerca sociale con i Big Data, in cui la prospettiva dei social network ci ha collocati, ha fatto emergere il bisogno di una formalizzazione scientifica nella computational social science e, allo stesso tempo, ha prodotto un modo di osservare I fenomeni sociali che diventa dipendente dal senso che la realtà dei Big Data introduce.

I Big Data hanno una natura eminentemente networked, come sostengono Dana Boyd and Kate Crawford, vanno cioè orientati dalla possibilità di visualizzare e riconoscere patterns che derivano dalle connessioni tra dati diversi (relativi a singoli individui o a gruppi oppure alle strutture informative stesse). Il rischio è che essendo tecnicamente possibile osservare connessioni emergenti di ogni tipo (effetto apophenia) l’interpretazione deve essere supportata da buone domande di ricerca e buone teorie di riferimento, per evitare di disperdersi in rivoli irrilevanti in cui ciò che è tecnicamente visibile non è socialmente significativo. Per questo occorre farsi le domande giuste e lasciare che siano queste ad orientare la ricerca.

Questa possibilità di fare ricerca cambia quindi le nostre domande di ricerca a diversi livelli che dipendono dalla realtà che osserviamo e da come lo facciamo. Spesso vengono applicati presupposti teorici e concetti analitici utili per studiare la società e i comportamenti sociali ad un ambito di realtà, come quello delle conversazioni online, come se questo ambito fosse rappresentativo della società o di una parte di essa. Per capirci: i like non sono voti elettorali o propensione di acquisto di un prodotto. Non necessariamente.

Il senso comune dei media ci ha spesso messo di fronte a questa prospettiva parlando ad esempio del “popolo della Rete” o indicando alcune issue emerse online come fossero rappresentative dell’opinione dell’intera popolazione. Oppure il marketing, con i suoi studi predittivi dei comportamenti di acquisto e dei gusti delle persone desunte dal monitoraggio di quello che avviene nei social network fermandosi spesso sulla superficie dei fenomeni.

Ma al di là degli errori più macroscopici abbiamo delle legittime attese che dobbiamo mettere in discussione nell’applicare le nostre teorie ad un campo di indagine come quello dei social network sites per avere risposte a quesiti sul mutamento dei comportamenti sociali, basti pensare alle analisi sulla partecipazione politica. In quale modo l’analisi dei temi o delle reti nei social network ci fa capire il senso della partecipazione politica oggi?

Tornando all’esempio delle primarie: cosa ci dicono di più i social media? In che modo ci aiutano ad interpretare meglio la realtà che ci circonda, che sia business o politica? Come possiamo utilizzarli, se possiamo utilizzarli, per prevedere tendenze e comportamenti sociali?

Una direzione che mi sembra promettente è costruire modelli predittivi integrando realtà online ed offline, integrando cioè le diverse sfere pubbliche in cui potenziali elettori abitano e si esprimono. Come nella ricerca sperimentale che abbiamo fatto all’interno del progetto PRIN Social Network Studies Italia, in cui abbiamo messo in relazione sondaggi elettorali su tre candidati e livelli di engagement online calcolati sulle mentions di Twitter e Facebook Talking About.

(qui il link e le immagini vanno prese appena esce il post qui: http://snsitalia.wordpress.com/ Mettere immagine di sintesi)

A questi andrebbero aggiunti, per rendere il modello più complesso, i livelli di sentiment che riescono a tradurre quantitativamente i portati qualitativi presenti nei contenuti online. Esistono in tal senso sperimentazioni significative come quelle che Vincenzo Cosenza utilizza ad integrazione della lettura dei dati Twitter sul primo dibattito televisivo.

Resta aperto, in particolare in campo politico, il tema dell’ironia e l’interpretazione automatizzata di questa: come trattare in questo senso i contenuti su Twitter e Facebook dei Marxisti per Tabacci?

E d’altra parte occorrerebbe utilizzare anche altri nodi delle sfere pubbliche online rappresentato dai siti di news e dai blog, come luoghi di produzione e messa in circolazione di opinioni e aggregatori di engagement nei commenti, share, like, ecc.  Il fatto, per restare al caso delle primarie, che Pierluigi Bersani è il candidato che riceve un numero più elevato di citazioni da parte dei siti di news e blog ci sembra essere rilevante.

Nella nostra agenda di lavoro dovremo infine cominciare a riflettere maggiormente anche sugli insights culturali, cioè sui processi collettivi e sulle dinamiche discorsive, sulle pratiche vive attraverso cui la narrazione viene costruita. E questo in ottica di etnografia digitale, con un approccio che entri nei contenuti di status e tweet e sappia metterli in relazione interpretandoli anche in base alle reti sociali che le analisi strutturali riescono a mostrare.

La sfida che ci troviamo ad affrontare è proprio questa, imparare non solo a vedere i dati dei social network ma ad ascoltarli e farli parlare assieme ai dati relativi alle trasformazioni dei comportamenti sociali. Per farci raccontare quali narrazioni sociali stanno costruendo e per farci raccontare come gli individui e i collettivi si auto rappresentano e rappresentano issue sociali.

L’abbraccio di Obama e Michelle: come la comunicazione costruisce il simbolico in un istante

L’immagine simbolo della vittoria di Barack Obama alle presidenziali USA 2012 ha circolato moltissimo. Basta guardare i Like su Facebook e i re-tweet. Rappresenta l’emozione di un istante, tutta la carica simbolica ed emotiva che sintetizza un percorso duro che si scioglie in un abbraccio liberatorio, per tutti.

Ed è significativo che questa immagine simbolo sia una costruzione comunicativa e non una fortunata occasione casuale ed estemporanea, come ha spiegato Vincenzo Cosenza evidenziandone la natura di “falso storico.

Sì, perché se guardandola avete pensato fosse uno scatto rubato durante l’annuncio dell’ennesimo Stato dell’unione conquistato, beh, non è così. Si tratta di una foto scattata in Iowa mesi fa, come mostra la comparazione con gli scatti di quell’evento. Una potente narrazione, come scrive Massimo, ma non solo per i giornalisti, affamati di quei bocconi rilasciati con nonchalance nei sentieri dei social media ma anche per tutti noi che l’abbiamo, da subito, eletta come simbolo di un momento storico e resa tale attraverso la circolazione. Ci siamo alimentati al bacino del simbolico e l’abbiamo diffuso attraverso sharing nelle nostre timeline prima che fossero soggetti “esterni” come i media a farlo. E nella circolazione, di re.tweet in re-tweet, di condivisione in condivisione, abbiamo sempre più legato il destino di quell’immagina con quella delle nostre relazioni sociali connesse.

Il fatto che possa essere considerata un falso storico dipende dal nostro sguardo partecipativo: abitare la Rete ci porta a sentire una vicinanza con gli accadimenti e le persone, a percepirci parte di un ambiente che viviamo in una continua diretta (anche nel differimento della nostra fruizione), spesso confidenziale. Così quell’abbraccio per noi è avvenuto lì, in quel momento, davanti ai nostri sguardi da timeline.

Falso storico, se volete, ma non fake: semplicemente comunicazione. Il Tweet che abbiamo visto/letto costruisce nel rapporto testo/immagine (non dimentichiamoci il testo: “Four more years.”) una campagna di comunicazione istantanea, che gioca sul coinvolgimento emotivo dell’attimo (il nostro) e la potenza comunicativa di un’immagine autentica (l’abbraccio non è, ricordiamolo, frutto di uno scatto in posa). È come quando scegliamo di dire una cosa importante a qualcuno a cui teniamo, quando cerchiamo la metafora giusta per spiegargli cosa proviamo: selezioniamo dalla nostra memoria e costruiamo strategicamente: “è come quella volta quando in Iowa…”

L’account Twitter del Presidente Obama è uno strumento di comunicazione, mette in narrazione i fatti non cerca di trattarli asetticamente (se mai, poi, fosse possibile farlo).

Quella immagine è lì per essere un pezzo della (nostra) storia (di cittadini connessi), è adatta al contesto e al mezzo. Più avanti, quando la rivedremo nella compattezza testo/immagine, forse – e questa è l’unica nota che farei ai curatori della campagna istantanea – quel “Ancora quattro anni” che dialoga con l’abbraccio fra marito e moglie rischia di far pensare ad una storia a termine :-)

Come spesso capita un post è il precipitato di conversazioni che avvengono altrove e in altri momenti. Questo post è in debito con le conversazioni avute su Twitetr con @salvomizzi @marcomassarotto @vincos @mante @paolabonini @barbarasgarzi @lulla @svaroschi @fabiolalli @pm10

I social network non sono la televisione: perché non spendere 25$ per comprarsi 2000 fan

I social network non sono la televisione. Ci sembra così evidente quando contrapponiamo orizzontalità a verticalità, partecipazione a pubblico, il dire all’ascoltare. Eppure quando pensiamo a misurarne l’efficacia od il successo cadiamo nella mitologia della quantità. La stessa che ha segnato il nostro sguardo sul successo dei media di massa lungo il novecento. Ci chiediamo qual è l’audience di una pagina Facebook, chi sono i lettori di un profilo Twitter, gli spettatori di un video su YouTube. O meglio: ce lo chiediamo per misurare poi l’efficacia di una pagina su Facebook di un brand misurandone i like o di una celebrity che è tale perché ha su Twitter molti follower e così via.

Ci stiamo però accorgendo di come dietro ai numeri spesso ci sia un mercato che per pochi dollari consente di ampliare le quantità: per 20 dollari ti puoi comprare migliaia di follower su Twitter o friend su Facebook.

E basta buttare un occhio in una di quelle pagine che consentono il mercato della quantità delle finte relazioni per trovare esempi. Su Seoclerks trovo immediatamente qualche esempio nostrano in cui “barbutonline” chiede:

I want 2000 fans ( Italians) and the max I will pay is $25. I need at least 2000 real italian fans and i am willing to create a long term partnership with the one who provide me fresh and new italian facebook users.

Immagino già, cinicamente, consulenti o manager che con un costo limitato possono mostrare un report sull’efficacia relativa al restyling della pagina del brand o il successo di un account che conquista in un mese migliaia di inutili follower.

In generale può dilagare anche il dubbio che la crescita irruenta di Twitter rischi di essere gonfiata dai profili fake e lo stesso può valere per altri social network. E sappiamo che in tempi di quotazioni in borsa delle relazioni digitali o di acquisti dei propri social competitors i numeri fanno la differenza.

Ma i social network non sono la televisione e neanche la televisione, per dire il vero, lo è più. Non ha nessun senso quindi misurare efficacia e successo (e corrispettivo valore di vendita di spazi pubblicitari profilati, tweet sponsorizzati, ecc.) sulla quantità visibile di utenti trascurando il loro coinvolgimento attivo. E a dire il vero anche l’idea di misurazione del valore di un programma televisivo a partire dalle audience in un’epoca caratterizzata dalle pratiche del “doppio schermo” ha sempre meno senso (se mai lo avesse avuto “qualitativamente” prima).

Come spiega sinteticamente Vincenzo Cosenza “il numero di contatti, da solo, vuol dire sempre meno. Bisogna prestare attenzione al “page engagement”, inteso come somma di like, condivisioni, commenti e post spontanei”. Ma l’operazione che prima di tutto dobbiamo fare è culturale: capire il valore qualitativo della quantità e trovare modi efficaci di analizzarlo e raccontarlo. Ed è un mutamento importante che imprese e analisti devono fare urgentemente se consideriamo la crescita esponenziale di investimento nel social media advertising e l’effetto che una non adeguata capacità di comprenderne i risultati può avere.

La semplice presenza, la “messa in onda” della propria pagina Facebook o del proprio canale Twitter non significano niente, così come non hanno valore i potenziali spettatori segnati da un numero di like o follower che non dice quanto siano attivi nella tua comunità. La verità è che stare in connessione online richiede un impegno comunicativo nuovo per chi è abituato a pensarsi nei canoni dell’advertising novecentesco. Lo stesso impegno che ci mettiamo offline quando nel costruire relazioni significative. 

[trovate la versione completa di questo post su TechEconomy]

Insopportabile Sanremo: tra mainstream pop e micro narrazioni deboli

Quella del doppio schermo (la fruizione contemporanea di produzioni televisive e accesso ai social network per commentare ed approfondire) è una realtà ormai consolidata. L’attenzione che abbiamo per l’edizione di Sanremo 2012 passa anche attraverso questa idea di un’audience italiana connessa che può indicarci il mutamento dei pubblici nei modi di fruizione anche, in ottica un po’ ideologica, di nuova liberazione di energie di consumo creativo attorno a prodotti mainstream. Per questo analizzare concretamente quanto accade diventa strategico per cogliere i segnali di cambiamento dei flussi mediali e delle dinamiche partecipative.

Vincenzo Cosenza ha analizzato i tweet relativi alla prima serata di Sanremo 2012 mostrando una diffusione in modalità news a partire da personaggi con molto seguito che assumono la natura di hub informativi. È interessante notare come i principali siano soggetti riconducibili al mainstream mediale:

il Fatto Quotidiano che riesce ad inanellare una serie di messaggi molto rilanciati dai suoi quasi 250.000 follower. Ben piazzato anche Andrea Scanzi, giornalista dello stesso giornale. Tra gli addetti ai lavori più seguiti ci sono Fabio Alisei, dj di Radio DeeJay, Francesco Facchinetti, Rudy Zerbi, Antonello Piroso.

Ho pensato di approfondire con lui il fenomeno.

GBA: A guardare i dati che hai elaborato sembra evidente che, di fronte ad alcuni fenomeni di tipo mediale – o rilevanti dal punto di vista mediale: un evento, un incidente o il festival di Sanremo – un social network come Twitter sia funzionale alla diffusione e riproduzione di contenuti veicolati dai media stessi (o da chi professionalmente produce contenuti per i media generalisti). È un fenomeno ormai assodato in altri casi (vedi ad esempio #rescatemineros) ma mi sembra che l’afflusso pop o generalista, se vogliamo, nella twittersfera italiana stia accentuando il fenomeno.

VC: Si, concordo, ma se e solo se i media tradizionali ne sanno cogliere l’opportunità. In questo caso quelli de Il fatto quotidiano sono stati svegli nello sfruttare questa propensione di Twitter lanciando #occupysanremo un hashtag ad hoc che ha rappresentato anche una sorta di occupazione di twitter (nel senso che ha funto da catalizzatore di retweet).

Accanto a questa forza degli account “pop” emergono forze diverse  come quelle degli account al veleno (Iddio, Insopportabile, Twitstupidario) che fanno da contraltare alla narrazione seriosa/istituzionale che avviene in TV.

GBA: Molti analisti non considerano Twitter esattamente un social network (penso a Pew Internet Research) e mi sembra che l’attenzione che cominciamo a porre sulla sua funzione di diffusore di news a partire da pochi centri “privilegiati” dia ragione a questa interpretazione. Non sono convinto che le cose stiano così ma vorrei un tuo parere.

VC:  Io sostengo che sia comunque un social network, anche se asimmetrico. E’  questa tipologia di design che stimola la creazione di hub forti e dunque di “diffusione centralizzata”. Dunque è un news network proprio perché è un social network asimmetrico.

GBA: Dino Amenduni mette in luce invece l’altro lato della medaglia quando scrive: “Il senso di coralità di un’esperienza narrativa che è possibile sperimentare durante un grande evento o un programma televisivo non c’è, perché non emergono le gerarchie (chi ne sa di più, chi ne sa di meno; chi è in studio e chi è a casa), non c’è tempo per leggere tutto (troppi tweets al secondo) e chi scrive ha ancora meno tempo degli altri per leggere”.  Insomma: un rumore di fondo indistinto in cui tutti hanno qualcosa da dire ed esprimere con urgenza senza il tempo (la voglia?) di leggere gli altri.

VC:  Dino Ameduini mette in luce un aspetto non nuovo e anzi connaturato a Twitter: l’assenza di meccanismi per far emergere i twit più commentati (FB ad esempio li mette in evidenza ad inizio pagina) e la difficoltà di seguire lo stream della propria rete. In questo contesto gli utenti che vogliono emergere tenderanno a scrivere, più che a leggere, quelli più passivi a leggere e retwittare (come la mia piccola analisi dimostra). Ragionerei per tipologie di utenti e non generalizzerei.

In definitiva mi sembra che un fenomeno come questo ponga l’attenzione su un contesto di fruizione produttiva di tipo asimmetrico, che tende a muoversi tra l’aggregazione attorno a celebrity (native o meno)/media mainstream e il bisogno di emergere comunicativamente. Le specificità della piattaforma consentono, di fatto, una fruizione che unisce il senso della diretta (seguire l’hashtag #sanremo2012, ad esempio) con la possibilità di vedersi in diretta attraverso i tweet prodotti e accanto alle celebrity. Un po’ l’effetto “manina che saluta” di fronte ad una telecamera spesso lo cogliamo. Specialmente laddove l’approccio alla fruizione è più generalista, da pubblico. Accanto abbiamo però le possibilità di contro-narrazione, penso all’hashtag #occupysanremo, che crea quasi un flusso parallelo (l’effetto “mai dire” della Gialappas: guardo la TV e leggo i tweet). L’ordine cronologico del tipo pagina di Facebook è qui impossibile. Vivere nel flusso – che è la modalità più adatta alla neotelevisione – diventa così la realtà che emerge con più vigore disperdendo la forza delle micro narrazioni.

Born Again: conversazioni attorno alla “rinascita dei blog”

[Nota: questo post esce su Apogeonline che ha rappresentato per moltissimi mesi per me una utile palestra per riflettere su quanto sta accadendo nella mutazione che nasce attorno al digitale. Nel bilancio di fine anno ho deciso con Sergio Maistrello, editor e compagno di viaggio di questi anni, di mettere anche sul mio blog quello che rappresenta al momento un contributo allargato al dibattito#risorgiblog. Prendetelo un po' come i miei botti di Capodanno scoppiati con amici che frequentano gli stessi territori online. Molti altri fanno scoppiare petardi e luccicare girandole assieme a noi in Rete (e lo storify sta lì a fotografarli). Non è un punto di arrivo o una celebrazione di quello che è stato; festeggiamo, piuttosto, l'ingresso in un nuovo anno con il digitale a modo nostro: attraverso una conversazione allargata che mostra l'esistenza di un network senza che ci sia bisogno che sia uno spazio deputato ad essere un "social network" e pensato da altri.

Questo è stato anche il mio ultimo post per la rubrica Mutazioni Digitali su Apogeonline. Le scelte editoriali di Apogeo trasformeranno infatti il nostro magazine di cultura digitale curato in questi anni con saggezza da Sergio Maistrello in qualcosa più adatto alle nuove strategie: come mi hanno scritto " è necessario cambiare, riportando il flusso di contenuti più vicino alla tecnologia praticata". Ringrazio pubblicamente Sergio per quanto ha fatto in questi anni e credo di poter dire che la cultura digitale in Italia sarà un po' più sola. Ma ci aspettiamo altri progetti. Perciò Buon 2012 a tutti.]

C’è una profezia che aleggia sul mondo Internet da molti anni e che riemerge nei periodi di bilancio, come quelli di fine anno: la morte dei blog. Lo sappiamo: la realtà del web, penso all’Italia, si è trasformata in dieci anni da una prateria punteggiata da blog personali – che mettevano in relazione contenuti e lettori in una (quasi) spesso coincidenza fra chi scrive e chi legge. Il lettore solitamente era un altro gestore di blog che da lì, oltre che dai commenti, rispondeva e rilanciava – a un suk denso di update di status, flussi di tweet, comunicazioni spesso fatiche (like, retweet), spalmabilità di contenuti raddoppiati tra i profili Facebook, Twitter, Google+, FriendFeed eccetera.

Ecosistema

L’afflusso massificato degli ultimi anni prima su Facebook poi su Twitter mi sembra abbia riportato alla nostra attenzione la necessità di riflettere sulla forma che questo ecosistema dei social media sta assumendo e lo spazio che il blog può avere come luogo in cui fermare il pensiero sottraendolo al flusso e alla necessità dell’essere continuamente newsificato, concedendo ai contenuti un archivio in chiave social (benvenuti a commenti di ampi respiro, risposte da altri blog, segnalazioni a compendio eccetera) che possano resistere al deperimento e alla volatilità di pseudo conversazioni a basso tasso di ricercabilità, come quelle presenti su Facebook o Twitter.

Su questo #risorgiblog (perdonate l’#hashtag volutamente ideologico lanciato su Twitter durante uno scambio sul tema) ho provato a stimolare una riflessione a partire dal post “Per un uso ecologico di Twitter”, nel quale ho cercato di mettere a fuoco l’emergere di un bisogno che avremo di ridare vita agli spazi blog in nuovi modi, tutti da sperimentare, relazionati ai flussi dei social network. La conversazione che è nata attorno a #rinasciblog è cresciuta attraverso diverso interventi dispersi tra blog e social network che ho cominciato ad aggregare “storificandoli” su #risorgiblog. A partire da questi stimoli ho cercato di approfondire parlandone con alcuni osservatori interni alla realtà dei social media italiani che in questi anni hanno saputo vivere e interpretare il mutamento, anche in modi molto diversi, e che, qualche anno fa, i giornalisti compiacenti avrebbero chiamato blogger. Il dato di partenza me lo ha fornito Vincenzo Cosenza partendo dai dati di fatto e spiegandomi che:

i blog su WordPress, la piattaforma più usata, sono in aumento e stanno per toccare i 70 milioni. Quelli su Tumblr sfiorano i 40 milioni. Certo non è dato conoscere il tasso di abbandono, ma la crescita delle nuove aperture è significativa. Quello che vedo è una mutazione del modo di usare i blog. Prima venivano usati per condividere lunghe elucubrazioni, brevi pensieri o contenuti scovati in rete. Ora si tende a mettere sul blog ciò che si vuole far rimanere nel tempo e ritrovare. Ai social network il compito di amplificare i pensieri del blog e accogliere frammenti di esistenza fuggevoli, utili a segnalare la nostra posizione in rete e a curare le relazioni amicali.

Conti

Luca Conti, che ha recentemente scritto un post sulla sua decisione di ridurre l’uso dei social network nel 2012 a favore dei suoi blog, mi ha spiegato le motivazioni di fondo:

Leggendo un po’ di ebook su minimalismo, stile di vita, dieta digitale, ecc., mi sono reso conto che Facebook e Twitter sono diventati quasi una droga, nel senso letterale. Posso farne a meno, certo, ma quando sono davanti al computer sono portato a controllare se qualcuno ha reagito a cosa ho scritto e questo è fonte di grande perdita di tempo e di interruzione. A proposito devo assolutamente stoppare le notifiche e i blip di iPad ogni volta che qualcuno fa qualcosa su Twitter e Facebook perché è una continua tentazione!! :)

GBA: La tua è una decisione personale e professionale assieme, mi sembra. Ma come vedi la relazione che si strutturerà fra mondo dei social network e blog? Credi sia una tendenza alla ricrescita di spazi conversazionali diversi oppure solo una distinzione tra luoghi più affollati e pubblici (e di immediata gratificazione: like, commenti, eccetera) e luoghi (seppur pubblici) più intimi con un pubblico?

Luca Conti: Personale nel senso che voglio ridurre il tempo dedicato alle relazioni attraverso i social network, a favore di relazioni fuori dai social network. Nel 2011 mi son reso conto di aver speso e investito molto tempo in cura di relazioni con persone a distanza, alcune anche mai ancora conosciute di persone. Alcuni di questi investimenti non sono stati fruttuosi e quindi mi interrogo quanto paghi e quale equilibrio avere nel curare relazioni mediate dai social network. Non li rifuggo, ma credo di dover tornare su un equilibrio che ne riduce il tempo e l’investimento. Non necessariamente questo significa sostituire quel tempo con la cura del blog personale. Non ho mai usato le note su Facebook, per capirci, quindi non intendo usare il blog personale in sostituzione degli aggiornamenti di stato di Facebook o Twitter. Questi restano per segnalazioni brevi sul piano professionale.

Mi rendo conto di aver disperso parte del potenziale accumulato nel tempo con Pandemia, un po’ per naturale uso dei social network come complemento alla produzione, diffusione, personal personal branding, un po’ per mancata cura degli spazi propri, come avrebbero necessitato. Oggi chi vuole farsi una opinione professionale del sottoscritto può dedurre qualcosa da Pandemia ma dai miei blog personali, in italiano e in inglese, trova poco a cui riferirsi e questo è un potenziale danno per le mie attività. Danno a cui devo riparare, anche con un aggiornamento grafico di Pandemia, troppo trascurato e vecchio ormai.

GBA: In Italia abbiamo sempre parlato annualmente di “fine dei blog”. L’arrivo dei social network – e l’affluenza di massa – mi sembra abbia mostrato l’esistenza di luoghi sensati per produrre e condividere contenuti senza la “pesantezza” della struttura editoriale del blog. Eppure oggi mi sembra che (a livello non solo italiano) ci sia l’esigenza di riaffermare una rinascita del blog.

Luca Conti: Credo che ognuno che abbia cominciato a vivere il social web con un blog, trovi oggi il proprio equilibrio nell’uso del blog e dei social network dopo averne sperimentato l’uso per un tempo ormai sufficientemente ampio da capirne i pro e i contro. Voglio dire che ognuno di questi strumenti risponde a esigenze solo in parte sovrapponibili, quindi poco sostituibili tra loro. L’uso e l’abuso dei social network, per novità, per affezione, per facilità d’uso, per dipendenza da attenzione, vedono oggi un riflusso da parte dei blogger della prima ora o di quelli più consapevoli, non perché ci sia un male nell’uso dei social network e un bene nel blog, ma perché il blog mantiene e rafforza la propria identità digitale e la conserva nel tempo.

La differenza oggi e il potenziale riflusso verso il blog è determinato da una maggiore consapevolezza, tutto qua. Non vedo contrapposizioni e non vedo i blogger duri e puri come vincitori, anzi! Dal mio punto di vista la vita di cittadino digitale oggi non può prescindere dalla cura e dall’interazione su Facebook e su Twitter, perché quelli sono i luoghi di dibattito pubblici. Arroccarsi sul proprio blog è un po’ come restare chiusi in casa con la porta aperta, lasciando entrare gli amici e i passanti, più o meno fedeli, ma la vita online è anche altrove.

Mantellini

Massimo Mantellini, intervenendo e rilanciando il dibattito – va ricordato che il suo è uno dei blog più letti del panorama nazionale – notava come nell’ultimo anno i post dei blog da lui seguiti sono calati inesorabilmente e per questo gli ho chiesto di approfondirne le motivazioni.

GBA: Mi interessa approfondire la tua percezione di una presenza ridotta dei contenuti della blogosfera. Al di là del numero dei blog esistenti, come tu dici, dipende anche da quanti contenuti produci e da quanta conversazione (aggiungerei io) si produce. Mi interessa capire allora se secondo te – a parte anomalie – la realtà della forma blog sta assumendo i tratti del commento (vedi i singoli blog dei quotidiani online) o dell’editoria (vedi ilPost) e se, di conseguenza, il blog “personale” tradizionalmente inteso ha ancora senso.

Massimo Mantellini: Io credo che per quello che leggo io i blog abbiano abbandonato in gran parte la loro connotazione diaristica (ci sono strumenti che un tempo non esistevano molto più affini al diario) e mostrino oggi due vie di sviluppo principali: una strettamente personale simile a quella degli esordi ma liberata dai piccoli contenuti che oggi finiscono altrove, si tratta di luoghi che mantengono necessariamente un basso profilo numerico e producono in gran parte opinioni e punti di vista con un raggio di esplorazione vario.

Poi una seconda via di sviluppo che è più francamente editoriale e che segmenterei in due gruppi: blog gestiti spesso da un singolo che si occupano di temi specifici, progetti con una qualche aspirazione giornalistica/specialistica, e invece progetti multiautore, anche in forma di aggregatore sul tipo di quelli nati negli ultimi due anni da Il Post in avanti ma anche del tipo “aggregazione di persone intorno ad un tema” (pensa a ValigiaBlu) Questi ultimi strumenti si immaginano generalisti in uno spazio in parte occupato dal nanopublishing (che per quanto sia in Italia fa ancora bei numeri) ma con chiare aspirazioni editoriali

GBA: Che relazione fra blog e social network si sta a tuo parere sviluppando in Italia (e se la ritieni diversa da quella che osservi altrove).

Massimo Mantellini: Mi pare di vedere una grande divaricazione: mentre il flusso dai blog verso i social network è naturale e voluto, il contrario avviene per forza di cose con meno frequenza. La riduzione di attenzione verso i blog è in buona parte secondaria alla migrazione dell’attenzione verso i social network. Se c’è una economia dell’attenzione questa moneta prima o poi finisce. Resta da capire quanto ci convenga in termini generali (visto che sono un lurido moralista, moraleggio) preferire la navigazione rapida sulla superficie delle cose piuttosto che tentare la sua analisi in profondità. Ma ho come la sensazione che la direzione di simili scelte sia molto adeguata ai nostri tempi.

Granieri

Poiché questo dibattito chiama in causa direttamente il modo che abbiamo di usare i nostri blog, Giuseppe Granieri ha scritto un bel post per descrivere i motivi che abbiamo oggi per tenere un blog: «Se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. Per una serie di ragioni: è completamente ricercabile, hai totale controllo sul contesto e sul messaggio».

GBA: È ovvio che siamo passati dalla supremazia della blogosfera alla distribuzione dispersa di contenuti che i social network ci ha insegnato. Questo forse ha modificato in Italia il modo di “dire” e “fare” in Rete. Pensi che i blog rappresentino, quindi, una specie di battaglia di retroguardia o la loro posizione nell’ambiente dei social media ha nuovo senso?

Giuseppe Granieri: Non so se sia vera supremazia. Dipende dalle abitudini e dalla posizione che ciascuno di noi sceglie in rete. Se guardo le mie abitudini i blog (quelli che leggo) stravincono sui social network, che uso fondamentalmente come ripetitori, come canali di distribuzione. Le mie fonti, cui non rinuncerei per nulla al mondo, sono i blog. Anche quando vengono riassemblate con strumenti molto evoluti come Zite. Alla fine la tecnologia va verso la specializzazione e ciascuno utilizza alcuni degli strumenti disponibili e lo fa nel modo in cui gli servono. Con tanta offerta di strumenti e con attenzione limitata non si può fare diversamente.

I blog sono l’approdo per chi ha qualcosa da dire e vuole farlo, ma non possiamo pensare che tutti, tutti i giorni abbiano qualcosa da dire. Io vedo abbastanza fisiologico l’assetto che si sta delineando, con i contenuti di segnalazione e relazione che si spostano sui social network. Ma personalmente reagirei in modo tiepido alla chiusura di un social network, mentre invece mi sentirei molto meno intelligente se perdessi l’accesso alle mie fonti che mi danno modo di costruirmi opinioni più ricche e strutturate.

GBA: Oltre al tuo blog personale gestisci anche blog di lavoro e un blog per la Stampa. Abbiamo pensato nel passato che la produzione dei contenuti dal basso stesse nei nostri walled garden ben pettinati. Ci siamo trovati di fronte ai suk prodotti dai social network. Mi sembra che il blog stia diventando uno strumento che necessita di una maggiore cura editoriale, più vicino ad un prodotto meno estemporaneo. Che sia l’indice di come nella relazione pro-am la dimensione pro conti?

Giuseppe Granieri: Anche qui, non c’è più spazio secondo me per le grandi generalizzazioni. Il blog è sempre più un canale editoriale, ma editorale nel senso che ti obbliga a editorializzare il tuo pensiero, a dargli una forma compiuta, a farne una lettura in qualche modo completa. Poi, puoi usarlo per scopi professionali o personali, o di finzione, in un contesto comunque sempre più strutturato rispetto ai social network. Il ragionamento a mio parere va impostato rispondendo alla domanda: qual è il lavoro che fa lo strumento che uso? Il blog è per i contenuti, per la loro permanenza e ricercabilità. I social network sono l’estemporaneo, l’evenemenziale, la relazione, la distribuzione. È vero che ciclicamente si parla di “morte del blog” o si fa il punto della situazione sugli strumenti ma io credo che stavolta stiamo entrando in una nuova fase.

La prospettiva non è più uniforme come prima, le informazioni (nel senso più generale possibile) si stanno sgretolando non solo in più strumenti ma in più livelli di percezione. È vero che il blog non è mai morto, o forse è morto e poi resuscitato, ma è anche vero che il mondo dei blog di 10 anni fa non esiste più. Da una prospettiva “editoriale” non è più possibile una Teoria del Tutto, in cui il blog aveva un suo posto ben preciso (e un suo ritmo), i social media offrono più livelli di percezione e il blog ne esce cambiato. L’informazione ora è un fiume che scorre a diverse velocità in differenti punti e quindi non ha più senso cercare il “social network” perfetto che possa racchiudere contemporaneamente conversazione, coinvolgimento, identità, relazioni. Lo strumento blog, quindi, diventa ancora più importante come complemento di questi fattori, a patto di adattarsi.

Alagna

La complessa relazione fra blog e ambiente dei social network ci porterà quindi a ripensare il nostro modo di “confezionare” editorialmente un blog. Per questo credo occorra il coraggio di sperimentare nuovi formati, nuovi linguaggi e forme di integrazione. E non parlo del lato “tecnico” della faccenda. Non quindi di come integrare i like di Facebook o le segnalazioni facili di Twitter in coda ai post. Ma di come cambiare il frame in cui incorniciare nel blog – per quello che sta diventando – contenuti “adatti” alle grammatiche dei social network e allo “spirito” di quell’ambiente. Trovo che una bella sperimentazione in questo senso la stia facendo Luca Alagna a cui ho chiesto di condividere il suo modo di pensare/confezionare i post.

GBA: Come vedi la relazione fra il blog personale e la presenza delle segnalazioni/conversazioni sui social network? E quale modello stai usando tu di integrazione? Dico integrazione non in senso tecnico ma concettuale perché mi sembra che sia nel design che nel modo di concepire i post e le sezioni, hai sviluppato un’integrazione che presenta una piattaforma interessante.

Luca Alagna: Il modello che ho iniziato a usare nel mio blog dedicato alle news instant.stilografico.com è abbastanza chiaro, lo sperimento da tempo (come nel caso del post che scrissi in questo modo su Sucate per 140nn, riscoperto e dibattuto mesi dopo) e ormai lo identifico concettualmente con “instant”: il blog si inserisce nel flusso più veloce ma mantiene una sua natura più lenta. Il tweet è un post, ma il post è incapsulato in un tweet, le informazioni dei social media vengono rallentate per poterle approfondire, espandere, e poi vengono riaffidate alla corrente veloce. È anche fratello di altri tentativi (tra i quali quello eccellente è il blog The Lede sul New York Times), a volte nati per necessità (dalla blogosfera iraniana del 2009 ai blog della Primavera Araba), altre volte già presenti sui quotidiani online (come fa a volte Il Post o l’Huffington Post).

Ma mi interessa rimarcare la differenza concettuale di questa idea, che vive volutamente nel suo ambito con una linea editoriale ben precisa, non dettata necessariamente dall’Agenda generale, e si presta per sua natura alla cooperazione. Anche graficamente l’intento è di chiarezza e di priorità cronologica. Mi sto convincendo sempre più che i quotidiani del prossimo futuro (che saranno ancora il punto di riferimento dell’informazione) su web avranno definitivamente la forma del blog.

Newsification

Una lunga panoramica, la nostra, sulla complessità da mettere in gioco sul tema #risorgiblog. Quello che è certo che mi sembra ci sia spazio nel 2012 per ripensare la bulimia da social network ed osservare come la blogosfera italiana risponda a nuovi bisogni latenti di approfondimento e cura editoriale post segnalazione e newsification. Perché, come ha scritto Massimo Mantellini in un accorato post:

lo strumento blog resta un campo di gioco formidabile e sarà ancora frequentato da chi ha voglia e idee. E la metadiscussione sui blog di questi giorni ci dice anche che la blogosfera, grande o piccola che sia, può essere anche un grande social network. Molto meglio strutturato e stabile di tanti altri, capace di tirar fili in mezzo al niente, collegando persone che magari non si conoscono: senza che qualcuno li abbia fatti diventare amici o followers.

Diffusione ed adozione dei social network

Ho sempre apprezzato il modo di Vincenzo Cosenza di affrontare la ricerca sulla Rete a partire dai dati e dalla loro messa in prospettiva attraverso la costruzione di un database utile per l’analisi longitudinale. La sua mappa mondiale dei social network, ad esempio, non solo ci racconta la penetrazione nei diversi paesi ma ci mostra l’evoluzione del fenomeno a partire dal giugno 2009 e ci permette una riflessione comparata che ci porta fuori dall’ “impressionismo” di alcune analisi che si limitano a descrivere la fotografia del momento. Mappare l’evoluzione spaziale dei social network nel tempo mi sembra essere una dimensione necessaria per costruire le nostre previsioni; utilizzare metodi di visualizzazione immediati (mappe, ad esempio) lo ritengo un corollario che, in realtà, diviene strategico oggi, per la necessità dell’immediatezza intuitiva della divulgazione scientifica.

Per questo guardo con interesse la sua costruzione di un ciclo di adozione dei social network fondato sulla comparazione.
Social Networks Adoption Lifecycle

L’idea di fondo è di utilizzare la curva a campana di adozione dell’innovazione(con la variante di Moore che prevede un momento critico di passaggio) per mostrare il posizionamento attuale dei principali SNSs a partire dalla numerosità delle adesioni:

Per ogni social network ho rintracciato il numero di utenti raffrontandolo con una popolazione di potenziali adottanti pari ad un miliardo.

Poiché credo si tratti di un lavoro interessante provo a muovere un’obiezione che vuole introdurre una variabile socio-antropologica all’interno della prospettiva di sviluppo dell’adozione possibile.

Come premessa possiamo dire che occorre distinguere tra diffusione ed adozione – è così che il modello funziona. La diffusione è un processo che porta un prodotto (o un’idea) ad essere accettato socialmente (o dal mercato) e la velocità di propagazione tra gli individui (i consumatori) delinea il suo tasso di propagazione. L’adozione ha a che fare con i meccanismi di decisione e di incorporazione, ad esempio di un prodotto tecnologico, che porta l’individuo a fare una scelta che introduce nelle sue pratiche quotidiane un certo uso della tecnologia stessa. Abbiamo quindi una logica quantitativa, il numero di persone che utilizzano un determinato prodotto tecnologico ne confermano il tasso di diffusione, che si combina con una qualitativa, la scelta del singolo di adottarlo.

Quello che mi chiedo allora è: dal punto di vista quantitativo è corretto parametrare tutti i social network su un potenziale di adozione di 1 miliardo di persone? O meglio: lo è visto che, qualitativamente, l’adozione di un SNSs è una scelta (apparentemente) individuale che dipende (in realtà) dall’effetto network?

Come ha sintetizzato danah boyd:

Esistono meccanismi che conducono gli early adopter su un determinato sito ma il fattore cruciale nel determinare se una persona diventerà o meno un utente del sito stesso è se questo è il luogo dove i propri amici si incontrano [...] Molti dei nuovi social media, infatti, sono come giardini chiusi che richiedono, per essere di una qualche utilità, di essere usati anche dai tuoi amici.

Per questo motivo mi chiedo: un social network come VKontakte, per sua natura di etno-adottabilità (a partire dall’effetto network: gli utenti dell’ex Unione Sovietica si sono condensati attorno a questo social network e devo tenere conto di una popolazione di utenti che sappia leggere e scrivere in cirillico) o RenRen (per i cinesi), possono essere parametrati a partire dallo stesso potenziale numerico di un social network (potenzialmente) mondializzato come Facebook o Goggle+?

Propendo quindi per un’ipotesi che sappia collocare sulla curva dell’adozione sì i diversi SNSs ma pesando i parametri evolutivi a partire dalle effettive possibilità di adozione. Non ho soluzioni pronte in tasca, dobbiamo ragionarci.

Però mi sembra evidente, in questo senso, che MySpace, ad esempio, andrebbe collocato oltre la linea di maggioranza ritardataria e Orkut starebbe a metà della maggioranza anticipatrice. Occorre trovare il modo di mettere in connessione i singoli grafici della curva di adozione dei diversi SNSs.

Infatti come commenta Luca De Biase:

dobbiamo avere la consapevolezza che è come se il grafico fosse la sovrapposizione di molti grafici. Ogni tecnologia ha il suo destino, la forma del suo grafico è simile a quella del grafico degli altri, ma il suo grafico non è quello degli altri. La maggioranza che può raggiungere non è quella degli altri. Il motivo per cui ce la fa o non ce la fa è unico. E il confronto è giusto sul piano logico, non sul piano quantitativo.

Ecco, sul fatto che non sia sul piano quantitativo mi può trovare anche d’accordo ma ritengo che lo sforzo di costruzione di uno strumento di visualizzazione multilivello e comparativo meriti attenzione, perché può farci capire qualcosa di più sull’effetto network e sulle modalità di relazione fra diffusione ed adozione.

UPDATE

Consiglio la lettura anche del post di Elisabetta chiarisce bene alcuni fattori come quello “tempo”:

Andrebbe quindi approfondito per ciascun social network il rapporto fra stadio di evoluzione della tecnologia, numero di adottanti e potenziale bacino di diffusione, che non necessariamente è identico per tutti.

Come il mondo dell’informazione ripensa la Rete

Oggi potete leggere su La Repubblica un articolo sull’invecchiamento di Facebook che si fonda sul lavoro di monitoraggio che sta facendo Vincenzo Cosenza. La sintesi è che la fascia 36-45 anni (18%) ha superato in Italia quella 13-18 (17%). Sensibile inversione da verificare nel tempo ma significativa.

Così come “sensibile ma significativa” mi sembra la mutazione che cominciamo ad osservare quando il mondo della cultura e dell’informazione tratta un tema come un sito di social network. Prendete il commento di Michele Serra “Una piazza virtuale ancora da esplorare” che fa da contrappunto all’articolo.

Scrive, ad esempio, Serra:

Ogni commento o illazione su quanto avviene in Rete lascia il tempo che trova […] Recenti esperienze sconsigliano di emettere giudizi, o anche solo di azzardare ipotesi. Come si è molto detto e molto scritto nelle ultime settimane, Internet e i social-network hanno avuto, nel mutamento profondo del clima politico-culturale del Paese, un ruolo determinante. E se nel diciottenne chiuso nella sua cameretta e perennemente assorbito dal suo computer si poteva sospettare l’asociale o l’autistico, si è poi scoperto che era lecito sospettare al contrario, l’agitatore sociale o l’organizzatore politico.

Noi ve lo avevamo detto da un po’. Non c’è un “qui dentro la Rete” distinto in modo assoluto dal “lì fuori nel mondo”. Il fatto che una cosa come un sito di social network sia un fenomeno culturale complesso fa sì che non possa essere letto perennemente come un ambito rivolto solo al puro intrattenimento o alla gestione tardo-pruriginosa di pulsioni fanciullesche di una popolazione che non si ostina a diventare adulta.

Il fatto è che la lettura dei fenomeni emergenti richiede di conoscerli, analizzandoli, partecipando, usando uno sguardo nativo capace di andare oltre il “ne ho sentito parlare”. E invece, come mondo intellettuale pubblico e dell’informazione (sì: parlo di chi ne tratta nei media, in particolare), tranne poche eccezioni, siamo spesso portati a leggerli “normalizzandoli”, utilizzando categorie rassicuranti che li cristallizzino in qualcosa di riconoscibile (l’autismo tecnologico o il nativo digitale) che ci lascerà spiazzati quando poi l’onda di reale che questi fenomeni alimentano diventa percepibile nella quotidianità.

Il rischio è, allora, che fenomeni come la correlazione tra l’attività partecipativa in Rete e l’andamento elettorale e referendario (in particolare nell’engagement dei giovani), se letti dagli intellettuali-esperti di informazione con vocazione alla “stabilizzazione”, producano una nuova tecno-mitologia che, da una parte, sopravvaluta la partecipazione civica online – facendo perdere i contorni di “emergenza” che ha oggi – e, dall’altra, impregna di tecno-determinismo ogni discorso serio sulla Rete.

Dovremo quindi osservare bene il racconto che la mutazione “sensibile ma significativa” sta generando continuando a cercare i fenomeni emergenti in Rete senza lasciarci distrarre da narrazioni consolatorie.