L’utile manifesto 2

Il progetto di quegli anni, dello “splendore”, ha la consistenza di un’immaterialità della comunicazione visiva che pervade gli spazi urbani, i muri, le biblioteche, i consultori, le circoscrizioni… tutte le micro realtà che lo sguardo (e il corpo) di chi vive la città incontra nei percorsi quotidiani. È una lenta mutazione di un modo di pensare e di pensarsi politicamente come protagonisti che passa per una pervasività estetica dei sensi, delle forme, nell’immediatezza della comunicazione che Massimo Dolcini interpreta “ideologicamente” con il suo tratto perfettamente sincronizzato con lo spirito del tempo ed anticipatore delle forme future.
Pesaro diventa così un ambiente nel quale abitare gli spazi della città significa anche essere “immersivamente” al centro di un progetto di formazione ad un nuovo modo di comunicare. Lo spettatore di quella che è ancora solo una televisione nazionale, abituato alle formalità pedagogiche di un intrattenimento colto e a tratti pomposo, al distacco dei linguaggi ideologizzati di una contrapposizione tra DC e PCI, alla guerra fredda dei due blocchi, si trova di fronte ai linguaggi immediati della “grafica utile”, a un progetto di etica della comunicazione che si svuota delle forme pure della propaganda per farsi sottile messaggio che, ora con dolcezza, ora con irruenza, è capace di travolgere la quotidianità per raccontare la nuova apertura di uno sportello pubblico, gli orari di un consultorio o, più semplicemente, la ciclica ricorrenza di un evento festivo.
La forma del linguaggio utilizzato da Massimo Dolcini ha la stessa leggerezza e consistenza di una comunicazione che verrà, che è quella delle Reti. Il centro del suo discorso è infatti costruito da un progetto teso alla “partecipazione” ed al “coinvolgimento”: il medium-manifesto diventa occasione centripeta di aggregazione attorno a un’idea, occasione di fare networking. Comporta il lavoro attivo del cittadino chiedendogli di essere consapevole del nuovo status che sta assumendo: non più semplice destinatario di una comunicazione pensata per lui in qualità di consumatore – come le tante pubblicità dal dopo guerra in avanti lo avevano abituato a sentirsi – ma “protagonista”, soggetto stesso del messaggio.
Nel manifesto “Un nuovo rapporto tra cittadini e governo della città” una decina di mani – mani di uomini e di donne, di anziani e giovani – si stringono a coppie in un intreccio che domina il visual con immediata capacità di significare una rete interattiva che si sta costruendo. “Presto tutti i cittadini del quartiere riceveranno questa lettera”: è il messaggio di un manifesto in cui un medico disegnato – camice bianco e stetoscopio nel taschino, con una lettera rossa in mano – parla attraverso una nuvola fumettistica del controllo annuale per il diabete, rivolgendosi a chi guarda, implicando in prima persona l’attenzione del passante, rendendolo partecipe di una conversazione più che di una semplice informazione. Oppure in occasione dell’apertura dell’anagrafe elettronica un cittadino chiede “Ma io, chi sono?” e un computer antropomorfizzato (due “lampadine” come occhi, un ticket-lingua rosso che fuoriesce da una fessura centrale-bocca) risponde “Tu sei Angelo Torcolacci!”.
Spesso la chiave utilizzata è quella dell’ironia, come tratto di massima leggibilità ma anche come cortocircuito che necessita di uno sguardo attivo per la lettura. Come nel manifesto sulla “Raccolta meccanizzata dell’uva”, dove un gigantesco grappolo verde è sostenuto da un gancio con vite. O come nel manifesto “Anziani/Ente locale. Una politica oltre l’assistenzialismo” dove il visual è costituito da un bastone da passeggio cui è legata una carota. E, ancora, in quello de “Il gusto dei contemporanei” sovrastato da una enorme caramella incartata. O, infine, nel “musica-incontro. Sarabanda” dove la parte finale di uno strumento a fiato si trasforma in un salame affettato, evocando l’immaginario disegnato di un Jacovitti.

(continua)

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