L’utile manifesto 3

Quel che colpisce, poi, è la capacità dei lavori di Dolcini di comunicare in assoluta sincronizzazione ai linguaggi del destinatario e dell’epoca, come riassume il manifesto del dicembre 1979 “Liberiamoci dalle droghe” che contiene la poetica del gruppo Les Humanoids Associés, costituitosi attorno al progetto/rivista francese Métal Hurlant e che in Italia viene pubblicato da riviste a fumetti come Alter alter: l’immaginario onirico disancorato da coordinate spazio-tempo, il tratto ligne claire, la volontà di non sottostare a nessuna regola e coordinata visiva e narrativa. Un ragazzo in jeans corre in un paesaggio fortemente prospettico dominato da un enorme pallone da basket e da una tv in primo piano, mentre un’enorme mano tenta di racchiuderlo con un bicchiere: situazione e personaggio che sembrano usciti dal Garage ermetico (1976-1979) di Moebius (Jean Giraud), o da una delle sue tante tavole libere.
Come si sarà intuito la capacità di questa comunicazione è di tornare alle origini della forma-manifesto, al suo essere incidente ottico nella città, capace di rompere e distorcere i paesaggi visivi cui ci si è assuefatti attraverso le routine dei percorsi. Ecco allora le esplosioni pop di volti a fumetto che ci parlano del quotidiano “A Pesaro il consultorio familiare è in via Nitti 32”. I cromatismi tesi tra le serigrafie à la Andy Warhol (i portoni di Novilara, i muri di Fiorenzuola di Focara, i fogli a quadretti di un quaderno delle elementari) e l’avanguardia sovietica di Majakovskij e Malevic ben presenti nella produzione di Dolcini per il PCI. Oppure la pervasività ambientale di un manifesto come “Pesaro contro il terrorismo”. Una enorme macchia rossa, residuo di sangue uscito da una ferita che lacera i muri di Pesaro e le coscienze dei cittadini, impossibile da confondere nella selva dei segni informativi e pubblicitari per la sua capacità di parlare con immediatezza all’immaginario di una stagione, quella degli anni di piombo, che tocca profondamente la vita cittadina.
Nell’invenzione stilistica di questi manifesti, nella sperimentazione dei linguaggi, nella capacità di cortocircuitare testo e immagine, troviamo la forza dell’anticipazione dei linguaggi che verranno con la controinformazione (il ‘77 è alle porte) ma, ancora di più, con il subvertising di oggi che utilizza le forme della pubblicità per stravolgerla, per fare discorsi “altri”, per perturbare attraverso la visione: interferenza culturale, alterazione dei linguaggi della pubblicità come tentativo di detournement del senso. La forma del “manifesto utile” richiama la carica virale della comunicazione ambientale, dei messaggi che si propagano nel “mondo vicino”, dell’informazione che si produce dal basso, capace di giocare con la componente ideologica sublimandola attraverso lo sguardo ironico. Aperto alle ibridazioni dei linguaggi mediali miscelando fumetto, cinema, arte (cultura alta e cultura bassa si sarebbe detto un tempo); creando segni globalmente riconoscibili per declinare tematiche locali; citazionista e costruito su più livelli di lettura: per tutto questo profondamente postmoderno. Poetico ed elusivo nel significato per rimandare l’informazione ad altro da sé, alla componente emotiva del sapere. Come il manifesto-bando per le “Iscrizioni scuole dell’infanzia 1980” con una gabbietta aperta e un uccellino fermo sulla soglia pronto a volare via.
Lo splendore di questa esperienza, di Dolcini, di Pesaro e della grafica utile, se da una parte sottolinea oggi la necessità per molte amministrazioni di ripensare molta della propria comunicazione restituendole carica emotiva e condivisione, dall’altra ci mostra come il suo insegnamento si sia disciolto nei molti rivoli della comunicazione non mainstream, nei linguaggi del mediattivismo, nell’immediatezza di molti modi di informare sul web, disciolta insomma fra la gente che si è appropriata di questi linguaggi e li ha fatti propri. Ed è questo, forse, il senso ultimo dell’utilità di questi manifesti.
Giovanni Boccia Artieri
(fine)

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