Preludio alla Fondazione: l’università che verrà

L’università.
Vale la pena parlarne. Il più possibile. E nel modo più collettivo.
Suggerisco così la lettura di un articolo di Alberto Abruzzese sulla necessità di una “Fondazione due”. Metafora che prende corpo da un ciclo di romanzi di Asimov (una sintesi della portata metaforica nel blog di Cristante) e che serve a declinare la necessità di un “laboratorio di ricerca e sperimentazione” pronto a subentrare alla catastrofe certa dell’impero-università (anche dopo il fallimento di una qualsiasi Fondazione uno che cerchi di correre ai ripari). Si tratta di ripartire da un ripiegamento “intesivo” che consenta di riflettere e rielaborare il cuore del concetto di università.
Quali le opzioni da elaborare laboratoriamente? Una terza via tra università di massa e d’élite? Troppo moderna come risposta.
Vale la pena guardare altrove.
Così fa Giovanni Ragone, consigliere del ministro Mussi, in un articolo di risposta ad Abruzzese.
Qui due esempi operativi sono la forma laboratoriale dell’università (vedi MIT) e l’apertura alla cultura delle reti (una sorta di post utilizzo di professionisti/docenti).
Insomma: cercare modelli didattici e di relaizone innovativi.
Vale la pena di riflettere.
Quello che è certo è che nell’università ci troviamo di fronte alle nuove intelligenze (post-studente), che sono indiviui che saturano i nuovi territori mediali (blogger), che sono capaci di produrre contenuti mediali e attraverso questi si esprimono (youtube) che sanno rappresentare i propri vissuti (flickr e ancora blog e vlog), che sanno condividere e connettere il sapere (tutto il social software).
In questi territori si gioca una partita importante per coniugare università e mondo, per superare una visione degli studenti audience/consumatori/clienti e recuperare il valore delle loro individualità, delle esperienze.
Si tratta di strutturare nuovi modi e forme di relazione tra corpo docente e corpi; di sperimentare e creare linguaggi dell’università che siano nel mondo e che lo producano; di non sottrarsi alle prove empiriche delle realtà industriali portando la teoria come un universo di valore…
Quello che mi sembra certo è che la Fondazione due deve essere altro rispetto alla struttura cospiratoria dei romanzi di Asimov (dove arrivava ad essere probabilmente l’ultimo vero ostacolo al Secondo Impero). Di certo non è possibile pensarla come struttura centrica ma come spazio diffuso e diffusivo.
La Rete (le reti) sembra (sembrano) l’unico luogo in cui poterci lavorare.

2 pensieri su “Preludio alla Fondazione: l’università che verrà”

  1. la psicostoria altro non è che la sociologia. Questo la dice lunga su chi potrebbe dar vita ad una fondazione. Resta ancora da capire chi farà il mulo e come andrà a finire. Ottimo pezzo di scrittura abruzzesiana, peccato che poi uno si ritrovi a leggerlo dopo una giornata intensissima passata a parlare di World of Warcraft (prodotto culturale rilevante) con un gruppo misto dai 24 ai 50 anni, competente ed appassionato che a stento comprende la distinzione tra associato ed “a contratto”. Ovviamente succede fuori dai confini patrii. Ovviamente non c’è fondazione che possa salvarci.

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