L’esperienza della "seconda vita quotidiana"

Come raccontato da Fabio abbiamo appena concluso a Perugia un intenso confronto su “senso comune e nuove tecnologie” di cui ci riassume in modo completo lo svolgimento.
In particolare Fabio ha trattato il tema della “seconda vita quotidiana” nei videogiochi di ruolo di massa on line (MMORPG) attraverso una raffinata analisi che mostra le strette implicazioni sul sociale. Non vorrei parlare di questo anche perchè aspetto che lo faccia direttamente lui😉
Invece: in un commento al post, Roberta si chiede “perchè nel web 2.0 si riproducono le logiche sociali (e sottolineo sociali) del mondo uno?”.
Ecco, su questo, dal mio punto di osservazione vorrei riflettere. Magari adesso limitandomi ai MMORPG e ai mondi peristenti, ancora più interessanti perchè la logica di game è praticamente azzerata.
La “seconda vita quotidiana” è un’occasione di riflessività. I mondi online rapprsentano l’altro lato di una possibile oscillazione tra realtà e fiction che vedono le audience passive diventare soggetto performante. Si tratta di occasioni che si traducono in esperienza (forse) proprio perchè riescono a garantire la riflessività senza prendere il volo dalla realtà ma restandone in qualche modo ancorate.
Costruire rapporti, agire in contesti sociali simulati, anche attraverso la forza degli straneamenti (poter volare, essere un elfo, ecc.) consente inanzitutto di praticare attraverso la comunicazione e speriemntare una seconda quotidianità che si riflette nella prima (e vicerversa).
Occasioni di oscillazione meno lasche, più strette e quindi esperienzialmente rilevanti.
Questi sul lato dell’individuo.
Il resto è logica del sociale… ma forse su questo la riflessione di Fabio è strumento utile.

2 pensieri su “L’esperienza della "seconda vita quotidiana"”

  1. Mi domando se nella “seconda vita quotidiana” non diamo spazio a quella parte di noi che altrimenti non avrebbe modo o senso di esistere. Credo che, grazie ad essa,si riesca, a compensare un lato della propria personalità ed emotività che nel reale classico sarebbe soffocata.Non siamo costretti a presentarci in tutto il nostro io, e lasciamo venir fuori voci e colori che stanno in noi, ma noi stessi non conosciamo.
    Mi chiedo, ancora, se la “seconda vita quotidiana” non abbia cancellato la necesssità di mascherarsi, come accadeva in passato, creando miti e personaggi: ognuno di noi, in questa nuova dimensione dell’every day life, può essere o diventare cio che vuole, o può scoprire come è nel suo segreto.
    Mi sbaglio?

  2. Asmae ha ragione. La cosa è complessa. Il fatto di avere a disposizione forme anche avanzate di rappresentazione che possiamo gestire in prima persona ha forse a che fare con una secolarizzazione del mito.
    Non più una maschera ma una seconda pelle, quella dei media.
    Non più impersonificazione ma simulazione, quella del digitale.
    Non so se si tratti solo di “scopririsi”. Sicuramente di sperimentarsi; di sovraesporsi (anche) nelle relazioni e nella comunicazione. Diventari eventi e viversi come tali. Fare esperienza di sè.

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