YouNiversity (FarsiUniversità)

Ho già partecipato al dibattito sulla mutazione a venire dell’Università (il primo post qui).
Si tratta ora di rilanciare a partire dalla specificità che il dibattito dovrebbe assumere, quella della ineludibile circolarità tra discipline dei media e studenti che gli ultimi anni della culture network hanno evidenziato e della mutazione del panorama mediale – con cui impattiamo socialmente e con il quale le imprese hanno a che fare.
In sintesi ci troviamo di fronte ad un “pubblico” universitario che si colloca sempre più su un versante di rielaborazione della logica produzione/consumo (qui indichiamo la natura di tale mutazione come farsi media). E il mediascape contemporaneo si contraddistingue per le forme crossmediali, per la crescita di significato di produzioni dal basso, per l’attenzione di marketing ed imprese per le conversazioni dal basso, per la capacità delle forme neo mediali di supportare reti sociali…
È sull’onda di questo mutamento di paradigma che anche le forme del fare e del sapere universitario dovranno seguire nuovi percorsi che tengano conto del cambiamento ecologico del sistema dei media (e del mercato) e delle corrispondenti mutazioni negli individui/studenti consumatori e produttori attivi delle culture mediali.
Chi si occupa di media studies non può non sentirsi chiamato in causa.
Lo spunto viene da un post di Henry Jenkins – che mi capita di sentire spesso ultimamente – che sintetizza provocatoriamente (ma realisticamente) le cose in questi termini:

try to imagine what would happen if academic departments operated more like YouTube or Wikipedia, allowing for the rapid deployment of scattered expertise and the dynamic reconfiguration of fields. Let’s call this new form of academic unit a “YouNiversity.

L’idea è quella di un modello universitario flessibile e partecipativo – ad-hocratico come riassume bene Bernardo Parrella qui – che incorpora le forme contemporanee delle networked culture.

Tre sono i punti toccati da Jenkins che riassumono il tema.
1. I media studies devono diventare comparativi, aprendo a forme conoscitive sistemiche crossmediali e a forme produttive multipiattaforma. In questo senso occorre ripensare le forme disciplinari tradizionali strutturate attorno a singoli media e ai confinamenti derivanti.

2. Ripensare la distinzione nitida tra forme di produzione e di consumo, fra fare media e pensare i media. Anche sul lato dei prodotti della relazione docenti/studenti, ripensando al rapporto fra produzione di analisi critiche e produzione di prodotti culturali.

3. Dare una risposta alla necessità di pubblica conoscenza dei mutamenti mediali contemporanei che sono profondi e persistenti, facendo si che la produzione di conoscenza accademica non sia autoreferente ma si apra a forme pubbliche di natura discorsiva e partecipata – i blog si presentano, ad esempio, come uno strumento fondamentale perché capaci di essere al contempo al centro del mutamento e di rendere consapevolmente partecipi larghe fette di “pubblico”.

I media studies, la mediologia, hanno una centralità nel mutamento che sta avvenendo nel mondo e che verrà nell’università. E un compito: di sincronizzare i due eventi così che il primo non prenda il volo senza l’altro.

7 pensieri su “YouNiversity (FarsiUniversità)”

  1. Nutro qualche perplessità.
    Il dibattito sulla mutazione dell’Università nasce dal palesarsi del fallimento dell’Accademia italiana. E’ un dibattito locale che certamenta si sviluppa sullo sfondo della mutazione dei linguaggi mediali e delle forme tradizionali di sapere e partecipazione ma che trova la sua causa scatenante nella insostenibilità (oramai anche nel breve periodo) dell’attuale realtà italiana. Poi senza dubbio un cambiamento radicale è in atto, senza dubbio i media-studies si ritrovano la responsabilità e la possibilità di descriverlo. Appare all’orizzonte anche una necessaria ridefinizione dei saperi e dell’organizzazione universitaria (che mi sembra comunque già in atto nei fatti a prescindere dalle parole). Che poi questo, e la riflessione di Jenkins, possano essere riportati al dibattito in corso sui futuri possibili dell’Università Italiana è qualcosa che non è, secondo me, così semplice da fare. A meno che non si pensi di andare a parco della vittoria senza passare dal via.

  2. Sono un po’ confusa devo dire la verità. Stiamo parlando di un sistema, l’università (più o meno), in relazione – accoppiamento – a un altro? Cioè ai media? (Ho provato a sentirmi con Luhmann io…:-))
    O stiamo parlando “solo” dell’insegnamento delle discipline dei media?
    In ogni caso trovo molto difficile appurare livelli di crossmedialità (?)da parte degli studenti (che non chiamerei pubblico però, nemmeno fra virgolette). Forse una parte sì ma ancora non tutti secondo me. Forse andrebbe capito meglio. Mi sembra che rischiamo di auto-costruire un’immagine degli studenti così come i media costruiscono il loro rapporto gli gli individui. Perchè chi si occupa di media studies dovrebbe sentirsi chiamato più in causa degli altri? Il cambiamento di paradigma non dovrebbe riguardare la relazione docenti/discenti (consumatori, produttori, ecc.), il modo di organizzare la didattica, le sue procedure, i suoi supporti, e spero non i contenuti che a fatica cerchiamo ancora di imparare facendo ricerca e, soprattutto, leggendo i libri! (paradigma scrittura/lettura… lo so!).
    Partecipo volentieri a questo dibattito ma vorrei capire meglio il suo oggetto.
    Oggetto che spero non si riduca (in buona fede ovviamente) nella necessità di rincorrere e “imbonire” il cliente (sarebbe un buon servizio poi?)e nemmeno nel rincorrere i cambiamenti della comunicazione e delle possibilità che offre senza avere mai il tempo per pensarci sopra. Vorrei capire anche un’altra cosa: cosa viene prodotto dal basso? L’Università a cosa serve? E da cosa dovrebbe farsi perturbare per migliorare il suo servizio? Di quali contenuti deve saper disporre?

  3. Mi riesce difficile pensare ad un così drastico cambiamento di metodologie didattiche. Sarebbe una vera e propria rivoluzione. Eppure occorre abbandonare in fretta l’autoreferenzialità dei saperi, delle metodologie, delle relazioni.

    Non si tratta soltanto di aprirsi alle tecnologie informatiche e ai nuovi media, piuttosto di cambiare la cultura dei sistemi didattici (e non solo didattici), orientandola all’apertura e alla gratuità dell’accesso, alla “contaminazione” delle discipline (tecniche e umanistiche), alla collaborazione (prima di tutto) e alla cooperazione tra università e sistema sociale, anche attraverso l’uso delle tecnologie mediali.

    Personalmente non ritengo realizzabile il modello dell’adhocrazia, perché questo presuppone l’assoluta mancanza di gerarchie e procedure formalizzate e si basa su forme di relazione spontanea, possibili esclusivamente in organizzazioni di piccole dimensioni, con valori fortemente condivisi e competenze diffuse. Le dimensioni, la complessità, i vincoli di bilancio, la gerarchia, propri delle università rendono il modello dell’adhocrazia un po’ utopistico.

    Eppure, sfruttando i margini di autonomia di ogni singola università, si potrebbe fare molto, soprattutto per quanto riguarda la circolazione dei saperi e la collaborazione spontanea alla creazione di contenuti tra studenti, docenti e soggetti esterni.

    Insomma, secondo me, l’università 2.0 sarebbe possibile anche senza rivoluzioni organizzative. Bisognerebbe “solo” crearne le condizioni culturali.

  4. Per cambiare non bisogna partire dalle istituzioni, nè da riforme o altro.

    Prima di tutto serve un radicale cambio di mentalità, un incentivo alla ricerca, una selezione di fondo, una maggiore attenzione alla destinazione dei fondi, ma soprattutto più dignità alla laurea e ai laureati.

    Ciao

  5. Prima risposta ai commenti pervenuti.
    1. Una prima cosa da chiarire.
    Il post non rappresenta una soluzione ai mali dell’Università italiana.
    Ma un altro versante su cui ragionare.
    La sincronizzazione tra università/mondo del lavoro/studenti nella stretta realtà delle scienze della comunicazione.

    2. La centralità dei media studies sta per me nel fatto che gli individui che formiamo, quelli che consumano nel mondo, che sono soggetti dell’economia e del mercato del lavoro ecc. stanno vivendo un passaggio ad un nuovo tipo di relazione produzione/consumo che avrà effetti “irritanti”. Di qui il nesso circolare che nello studiare/interpretare media porta a studiare/interpretare – nelle pratiche – ciò che siamo/saremo.
    Qui non c’è teoria che tenga.
    La prassi mostra come l’onda del mutamento si sta producendo.

    3. La necessità di mutamento dell’università dipende forse proprio dal problema di ridare “dignità” alle laure, alla ricerca, ai percorsi e ai modi attraverso i quali l’università setssa si ripensa.
    Certo è che fa male mettersi in discussione. Ma le forme sinora usate per riprodurre l’accademia, per formare nuove forze intellettuali, per rispondere al mondo esterno stanno per esplodere.
    Maggio è vicino e la rivoluzione non farà clamore sarà inavvertita.
    Ascoltate bene… sentite i segnali?

  6. credo anch’io che qui non si tratti di vedere alcun “fallimento” ne’ di “risolvere i mali” dell’universita’ italiana — la questione e’ ben piu’ ampia, globale e mega-sociale

    pur se ovviamente non bisogna aver paura di “rivoluzioni organizzative” ne’ di quelle culturali ad ampio raggio

    comunque sia, pur volendo arroccarsi in teorie o analisi varie, per quanto importanti, oggi queste sono e vengono superate dalle pratiche esplicitate non solo da jenkins al MIT o in altre entita’ USA, ma un po’ ovunque dove si “fa e crea cultura” (internet inclusa)

    esatto: “qui non c’è teoria che tenga” — e ora piu’ che mai, il futuro va creandosi al di fuori o comunque ai margini, delle istituzioni accademiche, e cio’ non fa bene a nessuno

    un circolo vizioso da spezzare once and for all🙂

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