Remix culture e new media literacy

My Popo Studio
Tornato da poco da una sessione in plenaria sul tema del remix e del mash-up utilizzati come strumenti della new media literacy. Tecniche come quella del remix sono utili per generare una distanza critica con il testo mediale, conentendo una comprensione profonda che passa attraverso la decostruzione/ricostruzione.
Un esempio interessante è stato riportato da Renee Hobbs, guru della media education: si tratta del progetto My Pop Studio. Le teenager possono accedere a questo sito diventando produttori musicali e “creando” cantanti pop attraverso un’interfaccia semplicissima che consente forme di remix che portano a costruire il personaggio, produrre un testo, una musica e montare il tutto. La community del progetto vota i pezzi creati producendo una classifica. Le altre aree, TV e Magazine, consentono forme di produzione che portano ad incorporare i linguaggi di massa attraverso la modalità ludica.

El Imigrante 

Altro esempio è quello mostrato da Juan Devis della KCET/PBS di Los Angeles: il progetto OpenPlay. Attraverso una serie di videogiochi frutto della collaborazione di esperti e bambini si utilizza la chiave ironica della remix culture per portare l’attenzione verso contenuti sociali. Un esempio stile pacman è El Imigrante, dove un omino  italico (😦 )deve raccogliere più green card possibili e sfuggire alla polizia. Provate a perdere e vedrete quello che nella platea ha prodotto un lungo applauso tra le risate generali.

  

4 pensieri su “Remix culture e new media literacy”

  1. Di ritorno da Capri, e il collegamento non è casuale, mi colpisce il gioco El Imigrante. A parte il dato tecnologico, e il gioco a contenuto sociale, mi sembra interessante la forma della rappresentazione e la riproduzione di stereotipi (duri a morire).
    Che però in alcuni casi ha prodotto espressioni poetiche come nel caso di un esperimento condotto con dei bambini giapponesi cui è stato chiesto di disegnare la loro immagine dell’Italia…
    Mi piacerebbe sapere come il contenuto di un caso come questo declini nel contenuto sociale, cioè come è stato presentato dal relatore. E’ una cosa ironica, così come le risate di cui leggiamo possono far pensare, o è uno strumento, diciamo, educativo? E perchè proprio un’idea così vetusta dell’italiano?… Comunque è anche vero che a chi ce l’ha tanto con gli extracomunitari sta anche un po’ bene.
    Lo so, non c’entra con il resoconto del convegno ma all'”irritazione” della comunicazione non si può resistere.

  2. Chi ha presentato il lavoro è ,essicano, e di problemi legati all’immigrazione se ne intende… L’intento qui è proprio di lavorare sugli stereotipi legati all’immigrazione, individuandoli, utilizzandoli, ironizzando e decostruendoli. Il lavoro fatto con gli studenti permette di creare una modalità di gioco che ha l’intento di produrre immedesimazione e distacco. L’idea, come in molti degli interventi qui, è che le forme di remix e mash-up abbiano a che fare sia con l’appropriazione dei linguaggi che con la possibilità di produrre atteggiamenti “critici” di fronte ai testi mediali. Le scuole con cui hanno lavorato sono per lo più piene di ispanici, italoamericani, ecc.: loro sono i soggetti e i progettisti del lavoro.
    Lo stesso discorso lo vediamo applicato anche ai video in animazione sulle pratiche legate al quotidiano, che hanno a che fare con grandi o piccoli temi come questo.

  3. Il progetto è sufficientemente ampio per lavorare a 360° utilizzando diverse forme di narrazione mediale secondo la logica del remix e mash-up (anche di formato e non solo di contenuto). Nel dover trattare la narrazioen attraverso le forme i contenuti vengono discussi e rielaborati. Un bel lavoro, insomma, di media literacy/eductaion.

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