La violenza televisiva di Beckett

Come già scritto ieri abbiamo avuto un seminario su Samuel Beckett tenuto da Luca Scarlini. Il focus sono stati i lavori di Beckett per la televisione, cioè la sua sperimentazione del mezzo, la sua capacità di appropriarsi delle caratteristiche tecniche del medium e portarle ai confini estremi. Attraverso lo scavo immobile della telecamere, con il suo “occhio belva”, nell’utilizzo del bianco su nero e del nuage di immagini che appaiono e scompaiono come visioni medianiche, con la lentezza esasperante dei gesti, con una presenza scenografica punteggiata dal vuoto e dall’esaltazione del particolare unico, con il tono monocorde di attori le cui parole sono evocate più che dette.

Prendete “Was Wo” – “Cosa Dove” – e quei volti che escono dal vostro schermo televisivo in prima serata. Quello che avete in soggiorno, con le foto incorniciate attorno della vostra famiglia, sul mobiletto regalato dalla zia, seduti sulla poltrona o mentre cenate a tavola. La potenza della televisione di entrare nel vissuto quotidiano. La violenza delle immagini di Beckett nel palisesto di una tv che è già – in qualche modo – di flusso (siamo nel 1983), che è capace di sperimentare interrompendo il ritmo, spezzando la dominanza del colore, rallentando il fluire audiovisivo… Le maschere mortuarie, come spiriti evocati che si imposessano della tua Tv e ti parlano da un qualche aldilà; immobili nella fissità dell’attesa si rivolgono ad un pubblico televisvo “elettrodomesticato”, alle audience di massa della televisione pubblica svedese.
La cosa che più mi interessa è la capacità di sperimentare con il mezzo, le reazione della critica televisiva (come lo tratterebbe oggi un Aldo Grasso?), lo share.
Quel che resta è che la sperimentazione di Beckett è unicamente sul mezzo tecnico cioè, secondo me, con poca consapevolezza del consumo mediale, della relazioni col pubblico, delle variabili di apparato che avrebbero portato più a fondo il lavoro.

3 pensieri su “La violenza televisiva di Beckett”

  1. “Le variabili che avrebbero portato più a fondo il lavoro” non mi sembra un’espressione che renda merito a uno dei più importanti esponenti della cultura del Novecento.
    La ricerca è sul medium e sul visivo, certo, tele-visivo e non televisivo nel senso delle logiche del consumo mediale (anche se poi un modo per rifletterci su c’è lo stesso no?). Ma questo è problema che si pone uno studioso dei media mentre qui la deriva è quella poi della video arte e di certo teatro.
    Qui, è vero, sono “solo” le potenzialità espressive dei mezzi a essere percorse: dalla voce e il sound della radio al visivo e all’immagine per lo schermo. Ma è comunque un’offerta per lo spettatore.
    (segue)

  2. Non dico che Beckett non sia stato un grande sperimentatore. Infatti questi lavori sono stati utilissimi per la videoarte. Non per la televisione. O meglio: lo sono stati per la capacità tele-visiva (come tu dici) e non per la televisione. per me è come se fosse un’occasione mancata. Un rammarico rispetto alla possibilità di portare il mezzo (pubblico compreso) alle estreme conseguenze😉

  3. Oggi Beckett in televisione è improponibile, l’opinione pubblica non può essere turbata, essa è assuefatta al “nulla culturale”= reality, calcio, tg privi di giornalismo. Una non comunicazione sotto mentite spoglie. E Il teatro di Beckett proponendo proprio la non comunicazione turberebbe il sonno culturale del popolo.
    L’assurdo è ormai nello spettatore che è divenuto “attore” beckettiano incoscientemente. Catastroph può esserne un eswempio.

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