L’arto fantasma del cyborg

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Prospettiva cyborg. L’ibrido tra corpo e tecnologia, tra sangue e silicio, è una potente metafora dell’immaginario che ha la capacità di rendere osservabile la quotidianizzazione nell’ibridazione.

Conseguentemente è possibile osservare le sindromi del cyborg, come hanno fatto dei neurologi americani dell’Università del Maryland (è possibile leggere un articolo sul Corriere che è una sintesi di un pezzo più completo e scientificamente preciso  su ABC News) a proposito di quella protesi connettiva che è il cellulare.
Sindrome del «Blackberry fantasma», l’hanno chiamata, riferendosi a quei soggetti che anche in assenza del loro cellulare/pamare o con questo assolutamente silenzioso lo percepiscono comunque vibrare.

La reazione è simile a quella della percezione di un arto amputato: ha a che fare con la relazione tra corteccia cerebrale somatosensoria e informazioni tattili. Ancora una volta si fa più chiara la natura “tattile” dei media, con buona pace di McLuhan.

Ma c’è anche un effetto di “rinforzo” che è connesso alle forme di gratificazione data dalla comunicazione.

Come dire: la nostra necessità di essere inclusi nella comunicazione fa si che cerchiamo tracce di questa inclusione (una semplice vibrazione) anche quando non esistono.

I media non più come estensione sensoriale nè come semplice seconda pelle ma come componenti biocognitive del nostro soma.

10 pensieri su “L’arto fantasma del cyborg”

  1. Blackberry, anche detto “quelli che lavoro solo io”.
    Schiavitù emotiva di soggetti passivi di onirica esaltazione della super-etica del lavoro (Weber & Co. … sì proprio loro).

    Lo uso e quando posso lo evito.
    Ma quando lo vesti (perche il Blackberry non si usa … si veste, và RIGOROSAMENTE tenuto alla cintura come la 44 magnum di Callaghan, se tenuto in tasca vale meno del mazzo di chiavi di casa) diventi l’eroe di Metal Gear Solid (chi è abbastanza vecchietto sà) inviato dalla Darpa a salvare il mondo munito di eccezionali armi e skills quali abnegazione totale, super-concentrazione prolungata, love & devotion.
    Ma l’arma totale, “the ultimate” che sublima l'”anywhere & anytime” dell’era digitale è la temibile e invincibile “reachability” (in bilico tra autoaffermazione e uno scroll dei pokemon)

    Il gadget è come il media … il media è messaggio, il gadget è il messaggio di sè stesso (?).
    Non so per cosa ma mi puoi raggiungere, non hai nulla da dirmi ma io ci sono … sempre, ovunque, comunque e inevitabilmente.

    Guido e se prendo un tombino parte un’extra-sistole straziato dal dubbio che sia arrivato un nuovo messaggio …
    sarà importante ? … poco conta
    sarà di lavoro ? … poco conta
    sarà quel che sarà ma io DEVO esserci, devo vivere nel network interlacciato … se me ne sottraggo non esisto piu.

    … è un rischio da non correre, piuttosto la morte … piuttosto uccido con le mie mani la parte digitale di me lanciandomi in Gutenberg ad occhi chiusi, prendo un libro a due mani e la faccio finita … un colpo secco !

    C’è gente che si negherebbe il diritto di voto per poter avere i contatti e il calendario perfettamente sincronizzati tra laptop, PDA, webmail e Blackberry.
    Einstein aveva ragione, l’universo multidimensionale esiste … e sta nella tasca, pardon, alla cintura degli umani (ancora per quanto ?).

  2. Io ogni tanto, diciamo una volta al mese, esco di casa e me lo dimentico Non lo faccio apposta, capita. E magari me ne accorgo che ho solo chiuso a chiave la porta. Ma non torno indietro, mi godo il mio giorno di libertà, tanto chi ha bisogno, sa come rintracciarmi comunque🙂

  3. @Daniele e Elena: le vostre posizioni da non-addicted mostrano una umanità che tematizza le forme di dipendenza tecnologica, che ne prende le distanze… ma le altre forme di ibridazione? Mai più senza macchina? Senza bicicletta? Lenti a contatto? Occhiali? Unghie finte?
    Certo è che l’inclusione nella comunicazione rende visibile maggiormente la prospettiva cyborg.

  4. Non direi tanto che il mio sia un rifiuto generazionale dell’invasione tecnologica, la uso essendo il mio pane quotidiano.

    La mia critica vuole focalizzarsi sul non-uso … ovvero un’integrazione quasi biologica col mezzo a volte molto “inerziale”.

    Detto in parole povere, all’occorrenza la tecologia e i new media sono un drive potente e vincente; ma siamo sicuri che serva sempre ? … ha sempre senso o vantaggio negoziare la nostra umanità con il cybermondo ?

    Il virutale reale e l’accessibility sono le chiavi di interpretazion, a mio avviso, per una grande mutazione … ma credo che in certi casi siamo troppo “integralisti” nell’abbandonare la nostra umanità.

  5. @Daniele: non è un caso che in questi ultimi anni sia cresciuta, anche in Italia, la prospettiva di osservazione e riflessione sul Postumano.
    E’ certo verò che se gli anni ’90 hanno prodotto un immaginario cyber (il cyborg è figlio di quella stagione), oggi questo immaginario si è dissolto nella quotidianità dell’uso tecnologico e le inquietudini stanno altrove… nella deriva postumana.

  6. Io la vedo in un modo diverso: amo la tecnologia, non l’abuso. E spesso le persone abusano della disponibilità del cellulare, e ti chiamano sempre, a qualsiasi ora. “Dimenticare” il cellulare non è la mia forma di protesta contro la tecnologia, ma contro certo modo di usarla. E poi, io porto gli occhiali, ma è meraviglioso guardare la natura anche senza, sembra di vedere un quadro, chiaramente se non sto guidando😉

  7. @Elena🙂 Chiaro che la tua posizione non è antitecnologica ma sintomatica di una umanità che tenta di leggere la complessità dell’impatto delle tecnologie nella vita quotidiana, riflettere, mettere a tema… E per le generazioni a venire? Sarà così? O il fatto di essere parte di una quotidianità polimediale, immersiva, ecc. porterà a porsi altre domande?

  8. Io credo che l’uso delle tecnologie, declinato poi personalmente per qualità e quantità, sia causa e conseguenza di un profondo cambiamento, ma non il suo punto centrale.
    Il cuore del cambiamento sono i processi congnitivi, il nostro modo di pensare a noi stessi e al mondo, i brainframes (per citare maestri), che evolvono in parallelo ai cambiamenti ambientali. E i media fanno parte del nostro ambiente. Il processo è iniziato con la stampa, poi con la radio e via via con gli altri mezzi. La rete continua questo processo, rendendolo forse più evidente (perchè gli strumenti con cui accediamo e con cui la viviamo assomigliano a protesi o a estensioni del nostro corpo, cosa che forse i media precedenti non erano, o per lo meno non in modo così coivolgente sensorialmente).
    Ci spaventa e ci inquieta. E anche a me spaventa e inquieta soprattutto pensando al futuro dei piccolini che ancora sono nei nostri soli progetti. Forse però noi spaventavamo le nostre nonne, preoccupate della quantità del tempo passato davanti alla tv e delle sue conseguenze.
    E facevano bene, forse, a spaventarsi. E facciamo bene, forse, a spaventarci.
    Scusa la lunghezza del commento, un abbraccio.

  9. e se il problema non fosse ripensare le tecnologie quanto ripensare il corpo? Sotto certi punti di vista è proprio l’idea di un corpo a cui è possibili attaccare delle protesi che non regge e, probabilmente, non ha mai retto. Delle protesi prevedono dall’altra parte (sul lato del corpo) una stabilità, un qualche tipo di unità forte che il corpo non ha. e non l’ha da nessun punto di vista: biologico, cognitivo, culturale. Niente da fare. Il corpo non è una unità stabile e conseguentemente non è un oggetto al quale attaccare altri oggetti come si appendono mensole al muro (protesi appunto). Il corpo muta, evolve e lo fa proprio in virtù di quest’assenza di chiusura forte. Ma questo non è niente di nuovo se è vero che per cercare un confine/codice stabile attorno a cui leggere una realtà del corpo è necessario scendere fino alla distinzione vita/non vita. Da questo punto di vista però si potrebbe ribaltare il discorso rispetto a come viene normalmente posto (e sono pronto ad essere massacrato duramente ;-)): il corpo (e partiamo pure dalla vita/non vita) ingloba. Ingloba e rilegge nei suoi codici sensoriali la tecnologie e la comunicazione. Si potrebbe dire che dona senso (corporeo) sensorializzando la comunicazione sociale. un po’ come leggere le cose partendo dal basso, dalla fine (come direbbe il buon vecchio Liga) (dio che battuta terrificante :-|).

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