L’università che verrà, secondo Grillo

Invitato da Stiglitz in occasione di una sua lezione alla Facoltà di Economia di Ancona, Beppe Grillo prende la parola, entra in collisione con parte della platea, viene supportato e criticato.

Ma questo è nelle cose. Quello che mi interessa è il discorso che ha fatto prima di andarsene, parlando ai docenti:

Siete persone finite, insegnate concetti vecchi.
Imetodo di insegnare l’economia di questi anziani docenti che si sentono bypassati da nuove regole, che non conoscono assolutamente la rete. Io volevo fare un discorso sulla rete, ma vedo che si oppongono con le unghie e con i denti; la rete taglierà fuori queste università barocche.
Ognuno poi è libero di pensare ciò che vuole, le università devono essere al centro di un pò di casino, no?
Se no se stiamo sempre lì a sentir parlare questo barocco ottocentesco dell’economia; non parlo di Stiglitz, ma di quasi tutti i docenti di oggi, che sono ancorati a principi vecchi.

Lo lascio qui. Se sarà il caso ne riparleremo.

Per capire il contesto…

[YouTube=http://it.youtube.com/watch?v=9coBqUXgJJM]

7 pensieri su “L’università che verrà, secondo Grillo”

  1. Invitato a un seminario per parlare di un libro ha fatto un comizio sui suoi argomenti; criticato per essere fuori contesto, si è difeso attaccando il contesto.
    Ecco, forse se avesse contestato Stiglitz, i contenuti del libro, il concetto, la globalizzazione o qualunque cosa potesse c’entrare minimamente e lontanamente col motivo per cui è stato invitato, magari non avrebbe dovuto arrabbairsi tanto. Le dichiarazioni dei redditi fatico proprio a legittimarle (mancava invitasse la gente al V-day)

    Chiaro, chi invita Grillo sa di cosa parlerà. Ma si è arrivati davvero al punto di doverlo trattare come macchietta ingestibile?

  2. In tutta sincerità, il problema che tocca Grillo lo condivido non al 100%, ma al 1000/1000. Nella mia vita precedente mi sono laureato in economia e commercio. All’epoca non ero in grado di giudicare ciò che mi veniva somministrato, quindi studiavo e basta.
    Oggi mi rendo conto che quei programmi (parliamo di una quindicina d’anni fa, o più) erano vecchi e stantii. Le teorie che venivano somministrate risalivano a vent’anni prima.
    Non so cosa succede oggi, ma non riesco a immaginare uno scenario diverso.

    E oggi mi rendo conto che ciò che avevo appreso, non soltanto era stantio, ma era anche … falso, o, meglio, poggiava su basi scientifiche poco solide.
    Perchè mi sono state insegnate teorie che spiegano fenomeni inesistenti, perchè le variabili su cui si basa la micro e la macro economia non sono soltanto teoriche, ma addirittura improbabili. Perchè la realtà viene piegata al modello che deve spiegarla, e non viceversa.

    Per quanto riguarda, poi, le implicazioni sociali dell’economia, le cose vanno ancora peggio. La globalizzazione viene ventilata come un fenomeno irreversibile e assolutamente positivo per lo sviluppo economico e sociale del pianeta, sia a livello macro, sia a livello di singole aree territoriali.

    La cosa terribile in tutto questo non è da ricercare nel fatto che possano essere teorie più o meno concrete o giuste, ma l’assenza assoluta di una critica di quanto viene somministrato. Nessun docente, nessun testo, nessun programma che ponga una volta in discussione quanto detto. Insomma, nessuno si è mai posto la domanda: “e se le cose non stessero così?”

    Oggi credo di sapere che le cose non stanno così. Non per mio merito, ovviamente, ma perchè ho scoperto che altrove, come alla Sorbona o in alcune università canadesi, si studia la … decrescita (parola bruttissima) come rimedio alle distorsioni della globalizzazione e della crescita del PIL (alias sviluppo). Potrei citare, al proposito, Serge Latouche (professore emerito di economia proprio alla Sorbona), e a lui affiancare il gruppo di intellettuali francesi che fa capo a “Le monde diplomatique”.

    Il fatto che ci siano degli studiosi di economia che mettono in discussione l’intero apparato teorico della loro disciplina, potrebbe indurre almeno qualche dubbio, dalle nostre parti, su quello che ci viene imposto come dogma sacro cui adeguarsi a tutti i costi. E qui il discorso potrebbe diventare anche culturale e condurre ad un’analisi della mitologia contemporanea. Ma a ben pensare quest’analisi è stata già fatta più e più volte, a partire da Marcuse, e forse anche prima di lui.

    Ma non siamo più abituati a mettere in discussione niente, figuriamoci se possiamo mettere in discussione le basi culturali della società contemporanea.

    Mi accorgo di aver esagerato… mi scusi per la lunghezza del commento🙂

  3. @Valentina: tu metti in luce un punto interessante che è la dimensione “pubblica” del fenomeno Grillo di cui tener conto. E su questo, credo avremo sviluppi interessanti.

    òcarlodaniele: tu metti il dito nella piaga e mi sembri rivelare ciò che tanto celato nella sfuriata di Grillo non è: un’inadeguatezza del sistema Universitario che alcuni percepiscono.

  4. Basandomi su ciò che è stato evidenziato qui, ritengo la sfuriata di Grillo forse eccessiva.
    Sicuramente vi è oggi un’incapacità del sistema universitario e più in generale scolastico di rispondere in modo adeguato alle sempre più forti richieste del mondo del lavoro e alla rapida espansione tecnologica della società odierna, ma buttar via tutto ciò che c’è al suo interno ritenendo la rete unico strumento adeguato per l’educazione del futuro è un punto di partenza altrettanto sbagliato.
    Non dimentichiamo che la rete è in primis uno strumento e come tale va conosciuto, “studiato”, affinchè l’allievo impari ad usarlo a a “muoversi” al suo interno, ed è in questo che la scuola dovrebbe giocare un ruolo fondamentale.
    Oggi assistiamo ad un rapido espandersi di attività legate a internet e la stessa educazione si sta indirizzando verso le nuove frontiere dell’ e-learning, ma da qui a pensare di sostituire l’educazione (forse ancora eccessivamente) tradizionale con la rete mi sembra improponibile.
    Anzi, mi auguro che mai si verifichi questo, perché al dì la delle singole conoscenze si andrebbe dissolvendo una dimensione insostituibile che è il “contatto diretto”, la dimensione umana dell’apprendimento “in aula”.

  5. non sono affatto un fan di Grillo ma, secondo me, la contestazione del docente a Grillo è stata fatta per ottenere visibilità. Infatti tale docente era ben contento di essere ospite a Matrix per spiegare la sua “contestazione”

  6. @g: credo che Grillo non si riferisse tento alla rete ma ad un modo di pensare l’economia capace di rendere conto della realtà (in questione c’era l’esempio di sprechi e guadagni legati ad uno spazzolino da denti)🙂

    @Hamlet: non c’è niente da fare! Comunque sia, le forme di conversazione vengono fagocitate dai mediamainstream, e lì diventano qualcos’altro.

  7. Scusate, mi permetto di puntualizzare in punta di piedi, una percezione a mio parere fondamentalmente sbagliata di ciò che Internet è e rappresenta, visto che convivo con il “mostro” da 15 anni e che da altrettanti mi mantiene.
    Internet, sempre imho, non è uno strumento. Internet è il modo di vivere e di relazionarsi di una parte del mondo, quella che chiamiamo industrializzata e forse un pò arrogantemente “civilizzata”, includendoci in questa definizione.
    Internet siamo noi, è il nostro modo di vivere, globale e locale, è un prodotto delle nostre sinapsi e relazioni.
    Internet non globalizza soltanto, non esclude il locale, anzi.
    Come ogni innovazione si è sviluppata per “affinità” forse più sociali che tecnologiche con il suo progettista umano.
    E’ anche assumendo dosi sempre maggiorni di questo “stupefacente” infrastrutturale, da assumere per vie digitali, che l’economia si “dopa” e si sviluppa.

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